martedì 24 luglio 2018

Il mondo e le parole attraverso "la cruna" di Salvatore Contessini


"Se poi la grazia narrata nell'inferno /  schiude al terreno natura di pienezza / l'ispirazione alla ricerca / torna al passaggio per la cruna / e al ritrovo dell'artiglio. / Anche se il cielo è grigio / il giorno si concilia col sorriso." Sono questi i versi di chiusura della poesia che Salvatore Contessini, preparato poeta romano, pone, oculatamente, all'inizio della sua recente raccolta poetica, intitolata appunto "La cruna" ed edita per i tipi della nota e autorevole Casa Editrice milanese La Vita Felice. La cruna, dunque: un simbolo, una metafora di eccezionale valore morale, storico, cattolico, direi anche filosofico, perché ci riporta alla famosa parabola del Vangelo dove Gesù, rivolgendosi a un giovane ricco, affermava che era più facile per un cammello entrare nella cruna di un ago, che per un ricco entrare nel Paradiso. Questo ci riporta all'interrogativo che si pone il prefatore del libro, Piero Marelli: attraversare la cruna di un ago è difficile, ma non impossibile; in senso ideologico, almeno, certamente non fisico o materiale (o forse sì?... se vogliamo prendere in considerazione le moderne teorie quantistiche e giocare ad andare un po' più oltre con l'immaginazione creativa…).
Sta di fatto, comunque, che la "cruna" è un interessante e persino salutare esercizio filosofico e riflessivo, se vogliamo, e Salvatore Contessini, direi in piena illuminazione poetica, ha centrato e indovinato il suo dire, il suo progetto, raccogliendo i suoi versi sul tema che si è imposto, che gli è scaturito certamente dal cuore e dalle osservazioni interiori ed esteriori, e dando al tutto un titolo più che appropriato: la cruna.
Entrando in merito, ma soltanto superficialmente per motivi di spazio, giusto per offrire qualche spunto di riflessione a seguito della piacevole lettura dei testi, verrebbe da pensare che la "cruna", centro etimologico e del tutto simbolico utilizzato dal Contessini per addensare e conglomerare il suo percorso in versi attorno a questo concetto, sia in effetti un "passaggio" stretto, disagevole, sofferto, sacrificale ma necessario, indispensabile per "passare dall'altra parte", una volta epurate le parole e i concetti dal marasma e dalla confusione generalizzata e alienante del vivere quotidiano, del vivere nella e con la natura, nel pensare l'esistenza e il suo senso profondo, il suo significato: "L'intrico di pensieri / a cui hai votato l'esistenza / mostra potenza del silenzio, / la straneazione d'universo noto / che scorre fuori dal tuo mondo. / Poche parole riformano memoria / scorgo lo squarcio che dal petto insorge." (Al Creatore, pag. 15). Poche parole riformano memoria, afferma dunque Salvatore Contessini, e sono quelle che hanno "attraversato" la cruna, sono quelle che, liberate da tutte le sovrastrutture e le decadenze inquinanti, ri-fondano la dignità e il senso dell'esistenza, Ma la "cruna" è in sostanza anche un "crivello", un filtro vero e proprio, attraverso il quale, e per mezzo del quale, l'Autore riesce a recuperare la bontà della sostanza universale, in concetti, parole, fatti e umanità da redimere: "E poi c'è distacco, / riordino dei cassetti / con frammenti dissociati, / riapertura di quelli chiusi." (da "Eventi", pag. 80).
È dunque questa l'idea portante della raccolta, a mio modesto parere: il recupero della genuinità delle cose, della verità mai data per scontata, ma vagliata e ragionata sempre, prima con il cuore e poi con l'intelletto e con la ragione, ovemai attraverso la cruna, o tramite il setaccio, sia possibile l'operazione salvifica, per sé e per tutti, che restauri eventi, fatti, cose e persone, riportandoli al presente dopo il "passaggio" e illuminandoli di nuovi significati e di più ristrette, personali ed appropriate giustificazioni: l'obiettivo ultimo, come sempre, lì al confine delle parole, è la ricerca di un senso a questa esistenza, a questo tempo. La cruna, anche qui, è usata dal Contessini come lente d'ingrandimento per osservare meglio e più da vicino i fenomeni, le persone, il mondo, la propria anima.
Un linguaggio aperto, ricco di allusioni e di rimandi, di paragoni, e che sovente fa uso di termini tecnici, per meglio rendere l'idea dell'universalità di certi assunti, di certe idee che coinvolgono il poeta ma che benissimo ogni lettore potrà fare sue. Ed è proprio ai nostri amici lettori che lasciamo il compito di continuare, se lo vorranno, queste riflessioni sul recente lavoro poetico di Salvatore Contessini, "La cruna", offrendoci ulteriori graditi spunti di dialogo e commenti.

Riportiamo ora, qui di seguito, alcuni testi poetici tratti da "La cruna", di salvatore Contessini.


Recuperi


La misteriosa sparizione,
risolta in rotolare di tarocchi,
ha comportato rovistare assiduo
nelle località diverse
di urbanità lontane,
nella memoria assottigliata
di accadimenti inusuali
in coincidenze oracolari
tradotte in coro di messaggi.
Se poi la grazia narrata nell'inferno
schiude al terreno natura di pienezza
l'ispirazione alla ricerca
torna al passaggio per la cruna
e al ritrovo dell'artiglio.
Anche se il cielo è grigio
il giorno si concilia col sorriso.

 ***

Punctum

Sono nel dove ignoto
di un deserto
intorno un orizzonte
senza emergenze verticali.
Un centro occulto di sentenza
in un silenzio vuoto di vento
che cerca padiglioni per l'ascolto.
Il tempo di stagione terminale
volge alla fine, al cambio scena
lo segna luce che si allunga
e ombra che ritira egemonia.

 ***

Percezione

Così, in uno spazio
di bianco nuvolare, segni di cielo
e geometrie molecolari,
comprendo una fessura, simmetrica di piano,
sfumata nei richiami di favore astrale
a forma di simbolo carnale
sospesa a un'ara disposta al sacrificio.
Composizione in pietra dura,
fusa dal fuoco del mantello
in cerca di camino in cui eruttare.
Per anni fissa come icona,
guardiana del riposo orizzontale,
ne scopro finalmente un senso
xompiuto nello spazio verticale
a fantasia sbrigliata priva d'illustrazione.

 ***

Campo morfico

Sul palmo della mano
come una traccia
è incisa nella forma di destino
la narrazione che si porta in dote.
L'occulto imposto ascolta la prudenza
il dubbio nutre l'aria ferma di vento
non è la legge, ma dalla legge viene.
Questo pensiero tramandato
nutre l'informazione da tradurre
lungo la linea, in fila,
si erigono unici motivi.
Se invoco l'era saturnina
potrò cambiarne contenuto
e pattuire l'alterazione del formato.

 ***

Eterica

Ti ho cercata alla finestra,
poi al terrazzo,
ma era sbagliato il giorno,
il tempo era trascorso;
non poteva curvarsi fino all'indietro.
Niente dura niente, lo so
tutto ritorna come ciclo,
anche la fine.


Poetica di un ciclo

Gli angoli portatemi via e i sentieri,
il cuore segreto della notte
che soddisfa requisiti d'irreale mira,
il volo, il vuoto, gli spazi liberi dell'aria,
l'invisibile consistenza
attraversata da bracciate a nuoto,
le narrazioni predisposte ad affrontare
quello che avviene prima
che si consumi il giorno.
Lasciate pure lo sguardo imprigionato
le mura in pietra di cristalli
l'impercettibile superamento in sensi
il punto nullo ove converge il corpo
il sonno del riposo ora che dormo.

 ***

Responso

E il cartomante, all'angolo del dubbio,
lo assimili al profeta della sabbia
o le certezze che ricerchi nel sapere
le cogli nella volta del recinto astrale?

Non sento il tuo governo, quello del fato,
né prospettive di mestiere
soltanto labbra strette e cumuli di eccessi
l'opposizione della casa di Saturno
lo spostamento d'asse cantonale.

Duole la spina che Girolamo rimuove
come lo stilo senza filo lasciato in dono.
Devozione o tradimento, dimorfico quesito,
non ne protesto assetto
solo disposto di tarocchi.

 ***

Elaborazione dati

Non sono più uno di voi
perché non lo sono mai stato,
non sono più quello che sono
perché mai riuscito.
Tutti abbiamo la cruna stretta
e il passaggio improponibile di cima;
nessuno valuta il paradosso materiale
come flusso di quantità indulgenti
e interstizi vuoti di sostanza:
si guarda al fulvo, si pensa la criniera.

Se l'esistenza pensiamo in ologramma
possono i sogni esprimere materia?
È l'interrogativo che galleggia
prima che sonno rotoli dal cosmo
e la coscienza tacitata trovi l'artiglio.


Salvatore Contessini, "La cruna", La Vita Felice Edizioni, Milano 2018; prefazione di Piero Marelli

Salvatore Contessini, architetto e collaboratore editoriale, è nato a Roma nel 1953. Ha pubblicato diversi libri di poesie ed ha ricevuto importanti riconoscimenti letterari, tra i quali il "Lorenzo Montano, 28a. edizione 2014; è inoltre risultato finalista al Premio Internazionale di Poesia e Narrativa "percorsi Letterari dalle Cinqueterre al Golfo dei Poeti. E' risultato vincitore del Premio Internazionale di Narrativa e Poesia Città di Caserta nel 2015.
Ha inoltre curato, insieme con Diana Battaggia, diversi volumi antologici, tra i quali, recentemente, "Novecento non più. Verso il Realismo Terminale", pubblicato da La Vita Felice Edizioni di Milano nel 2016.


martedì 10 luglio 2018

Diario estivo e … la poesia


Eccoci quasi in piena estate! Relax, come suol dirsi, ma anche tempo di riflessioni e di letture, magari sotto l'ombrellone, o nella tranquilla penombra della propria stanza di lavoro o di studio.
E a proposito di riflessioni, volentieri e con piacere riportiamo qui di seguito una interessante Nota di Rita Pacilio, illustre poetessa e critico letterario, nonché Direttrice e curatrice di RPlibri.
Buona lettura!

L’estate 2018, oggi 9 luglio, continua a riservarci sorprese. Purtroppo, la condizione politico-sociale italiana ed europea occupa, in maniera totalizzante, la nostra mente di cittadini e di esseri pensanti. Le notizie di cronaca si alternano tra episodi di razzismo, femminicidi e fenomeni atmosferici, cartine di tornasole della perenne crisi delle relazioni sociali e delle stagioni. Il clima emotivo di noi tutti è turbato dai bombardamenti degli avvenimenti del mondo: la ricaduta emozionale è inevitabilmente burrascosa. In Italia, ultimamente, poeti e critici, per reazione psicologica all’enorme quantità di scritti, secondo me, mettono in scena crudeli stroncature e deliri personali sostenendo che la poesia è morta. Negare e strumentalizzare la condizione sociologica dell’affaccio poetico/presenza di tante giovani voci e il lavoro costante di autori più o meno conosciuti/ affermati, porta a minimizzare o ad amplificare, direttamente o indirettamente, lo stato delle cose. Non mi soffermo sulla qualità o sull’abusivismo della parola poetica degli ultimi anni (poesia e versificazione hanno significato formale, letterario ed estetico diverso, è vero, ma non ritengo sia questo il momento di tirare somme in modo imprudente, prematuro, forzato e semplicistico), ma parlo esclusivamente di rilevazione sociologica come presa di coscienza della necessità di molti autori di esprimersi e servirsi, comunque, della poesia. Di questo aspetto parlerò più dettagliatamente in un eventuale prossimo articolo. Intanto, mentre sui social esibiamo magliette rosse per sentirci più umani, i libri accumulati sulla scrivania chiedono lettura, attenzione e cura. La parola si esibisce a voce alta tra cinema, teatro, musica, fotografia e libri: ecco, mi soffermo su alcuni libri di poesia per divulgare e costruire la strada attuale del cammino poetico il quale definisce lo scopo della scrittura del nostro tempo.

È proprio la sacralità della poesia che cerca il modo di riordinare le cose del mondo. Da anni Antonio Spagnuolo, poeta e critico napoletano, si sofferma, con i suoi scritti poetici, su questa tematica. Canzoniere dell’assenza – Kairos, 2018 e Come un solfeggio – Kairos, 2014 – sono la testimonianza che l’arte ha bisogno di studio e perseveranza nell’ascolto del silenzio e, contemporaneamente, del caos della vita per meglio interpretare se stessi e i meccanismi dell’esistenza. La forma e il senso della parola poetica affievoliscono i drammi umani riproducendo i cambiamenti significativi come potenzialità e superamento dell’assenza, della paura di restare soli. Le immagini narranti girovagano tra ricordi, solitudini, amori, dolori, presenze, rimorsi, dubbi, illusioni, speranze e attese, le quali appaiono segmenti intrecciati nella musicalità dei versi. Qui avviene la trasformazione miracolosa dell’offerta, della celebrazione: il paesaggio intimo assume valenza universale proprio quando viene travolto dalla pulsione sentimentale, dall’amore profondo per gli esseri umani, per la natura, per Dio. L’esperienza feconda e umana della sostanza poetica testimonia l’io e l’aspetto esteriore rendendo grazie alla bellezza del viaggio vissuto come un avvenimento ciclico e senza fine (Il vento leggermente ti scompiglia la chioma/nell’impazienza che assottiglia il ritmo/delle attese. Sei il nitido riflesso di risacca.)

Correnti contrarie, Ensemble, 2017, di Angela Greco, poetessa pugliese, ripropone testi editi e inediti sugli equinozi, giorni dell’anno che delineano le ore del giorno e della notte in eguale misura temporale. L’autrice pone sulla bilancia del tempo la giusta presenza della bellezza e della difficoltà umana della riconoscenza. Poesie e prosa poetica per far esplodere, dalla stessa prospettiva, la consapevolezza della perdita e della conquista. Per questo motivo il gesto del vivere non scolora gli attimi vitali, anzi, li cattura in un linguaggio corposo e metaforico per restituirci il senso delle realtà più semplici del mondo, i sogni, la comunione, i limiti e la poesia (Il mio pensiero, il tuo/l’inimmaginabile piacere/giunto alle stesse conclusioni.)

Molto convincente è anche l’opera di Francesco Lorusso, poeta pugliese, dal titolo Il secchio e lo specchio (Manni, 2018) in cui il lavoro stilistico dell’autore cattura la scena tristissima della quotidianità. Gli oggetti, riflessi nello specchio, infatti, esibiscono se stessi attraverso l’utilizzo delle performance umane, troppo spesso, prive di senso civico. Il libro è pervaso da esplicite sofferenze legate alla falsa cultura, madre, inevitabilmente, di false coscienze capace di deteriorare i rapporti interpersonali e le nervature generazionali. La denuncia del progresso esasperato è la colonna portante del discorso poetico finalizzato a sensibilizzare la capacità di pensiero e il confronto. Stupisce il progetto e l’esito: l’organismo testuale è lo strumento e il pensiero responsabile della poesia fornisce gli specchi di lettura (Il colore della colla secca sulla giacca/e lo stupore assopito dalla fretta/non ci mantiene accostati al momento. Stagna sulla carta/una macchia di identità permessa.)

Viviamo ed esistiamo in poesia sicuramente a prova di nostalgia e memoria come resistenza all’oblio e implorazione della verità. Cactus di Melania Panico (poesie) e di Matteo Anatrella (fotografie), Gechiedizioni, 2018, ne è, dunque, la prova provata. Dieci poesie e dieci fotografie per sezionare l’esperienza emozionale del folgorio vitale: un dialogo storico e intimo che accade nel destino di ogni uomo, nella natura delle cose. Traccia e segno che rendono bene comune e prezioso ogni lacerazione, l’ostinata permanenza, la memoria, la dissoluzione della spaccatura del transito di una foglia o della pioggia sui vetri. Così vivere significa scomparire nel nulla, fermare i momenti o camminare a pieni polmoni, coscientemente. Amare, per questo motivo, la sofferenza delle lacrime sapendo di aver raggiunto la viva maturità del vissuto. L’abnegazione del superfluo, l’essenza, il distillato simbolico della radice e delle vie segrete per riappropriarsi di risposte e ulteriori quesiti filosofici, la mancanza, il tempo: questo il senso poetico di Cactus in cui la parola e l’immagine arrivano, contemporaneamente, ai fondamenti estremi dell’offerta e della complicatissima presenza del reale quale indizio per sospirare, respirare, appartenersi (La fronte mostrerebbe tristezza se potesse/quello che resta è da considerare:/chiudere la porta come ultimo respiro forzato/maestoso istante di gioia).

Rita Pacilio

sabato 23 giugno 2018

Giovanni D'Amiano "nell'onda calma della natura"


La Natura ha il suo orologio privato che non è quello dell'uomo: tutto trascorre, modificandosi ed evolvendo, nascendo e morendo, trasformandosi e selezionandosi, in base a leggi che noi solo in parte abbiamo conosciuto e compreso. Tutto ebbe inizio una volta, miliardi di anni fa, sul nostro pianeta, e da quel determinato incipit, tutto cominciò ad evolversi. Rispettando appunto alcuni semplici (o complessi?...) input iniziali, e andando avanti ripetendo cicli stagionali e millenari. Noi uomini nulla potevamo. Ora invece siamo riusciti a influenzare (per lo più negativamente!) questi cicli, a fare in modo che la Natura deviasse in parte o in alcuni casi anche del tutto dai programmi iniziali, giungendo a rompere quell'equilibrio delicatissimo e sacro esistente da milioni di anni. Vedi il cambiamento del clima, il depauperamento delle foreste, l'uso sconsiderato delle risorse a nostra disposizione…
Noi umani abbiamo insito in noi l'orologio della fretta, della conquista ad ogni costo e nel più breve tempo possibile, siamo nati con l'idea e la voglia dello sfruttamento incondizionato, e soprattutto non siamo più abituati a convivere con la Natura, a sentire i suoi battiti, a sincronizzarci col suo respiro!
Anche la Poesia, a volte, diventa trafelata, urgente, impetuosa, invadente! Perché non fa che rispettare e riflettere le nostre ansie, le nostre paure, i nostri egoismi.
C'è qualcuno però che riesce ancora ad ascoltare questa Natura, a coincidere con i suoi stessi battiti e colori. Giovanni D'Amiano è uno di questi, e nel suo bel libro, intitolato proprio "Nell'onda calma della natura", edito da RPlibri, egli riesce a trasportarci in questo mondo che per certi versi, per noi "cittadini di un mondo precariamente industrializzato e banalmente civilizzato", appare magico e forse persino fatato, inusuale e fanciullesco!
Ma non c'è niente di banale nel seguire e nell'accordarsi con la Natura. Anzi, direi che un gretto e poco lungimirante rovesciamento di interessi e di attenzioni ha condotto l'uomo a considerare la natura come un qualcosa di esterno a sé, qualcosa da sfruttare e da (malamente) gestire, fino alle deleterie conseguenze che sono sotto i nostri occhi! Amare la Natura, sentirsi parte integrante di essa, respirarla e immedesimarsi in essa, forse all'uomo tecnologico di oggi potrà sembrare, come affermavo prima, fuori luogo, anacronistico e addirittura infantile. Ma in realtà non è così, non deve essere così. Giovanni D'Amiano ne è pienamente consapevole e affronta con serenità e coraggio la vera prospettiva dell'uomo: quella di considerarsi non un distaccato osservatore, bensì un vero e genuino abitante della Natura, sentendosi pienamente e amorevolmente integrato in essa.
Il suo libro recente, "Nell'onda calma della natura", vuole essere una forte testimonianza del suo rispetto e amore nei confronti di una natura troppo spesso alienata, denigrata, sfruttata, offesa, dimenticata. E' vero che le sue origini contadine hanno forse un poco influito, lungo la sua maturazione ed esperienze di vita, su questa visione particolarmente incline al mondo agreste e naturale, ma è pur vero che molto si deve alla sua fine sensibilità di uomo e di poeta, attento ai valori fondamentali della vita, attento alla memoria, mattone indispensabile per la costruzione di un mondo migliore. Non per nulla l'Autore, nell'esergo, dedica la raccolta ai suoi genitori, che gli hanno insegnato la bellezza della campagna e la lentezza dei suoi ritmi. Ecco dunque ricomparire l'orologio della Natura, che incede lento, di una lentezza che non esaspera, ma rasserena, perché ogni cosa deve avere il suo giusto e regolare percorso, il suo ciclo vitale.
Giovanni D'Amiano ci racconta dunque il vero volto del mondo, con i suoi fenomeni naturali, le sue meraviglie, le acque, la campagna, i ruscelli, i tramonti, i fiori, gli alberi, gli acquazzoni, ma anche la vita piena a contatto con la natura, i ricordi bellissimi e struggenti di un passato fanciullesco trascorso nei campi, con le poche ed essenziali cose utili per andare avanti, i giochi salutari e ingegnosi, il cibo scarso ma genuino, la rincorsa alla felicità e alla speranza.
Tutto questo traspare evidente nei suoi versi dal forte carattere bucolico, pregni anche di una liricità suadente ed armoniosa, perfettamente in accordo con il tema della raccolta.
Una poesia particolarmente legata alla natura, espressa in modo carezzevole e benigno, con punte di malinconia e di rimpianto, nei confronti di un mondo difficile da recuperare, da ri-amare e da rivalutare. Specialista del dialetto napoletano, Giovanni D'Amiano ha già scritto un libro in napoletano dedicato alla campagna e al mondo contadino, "'E pprete 'e casa mia". Qui, con questa raccolta in lingua italiana, egli ha voluto ampliare il discorso con nuove poesie ispirate direttamente alla natura, ed è perciò da riconoscergli grande merito per questi suoi progetti, intesi a riattualizzare un mondo dimenticato, da una parte ("'E pprete 'e casa mia"), e un mondo sovente sfruttato e maltrattato dall'uomo "tecnologico" ("Nell'onda calma della natura"), dall'altra.
Ma come sempre, i lettori affezionati potranno aggiungere qualche ulteriore gradito commento, leggendo la selezione di testi che vi proponiamo qui di seguito.



Voglia d'erba molle e odorosa

Alla ricerca del prato
che la pioggia rende infido
uccelli sciamano sbandati
all'improvviso temporale.
La voglia d'erba molle e odorosa
mi spinge ad affrontare
la guerra d'acqua di tuoni di lampi.
E satiro ubriaco sfido la tempesta,
cantando e danzando,
spirito stesso della natura in festa.


***

Nella stagione dell'amore

Le serpi, nella stagione dell'amore,
si avvinghiavano e sibilavano paurosamente,
e noi ragazzi, pur estasiati,
ci tenevamo ben lontani,
contratti da feroce terrore.
Invece i passeri saltellavano tranquilli
dentro le chiome arboree,
e s'accostavano a beccare i chicchi di grano
tra la paglia, intorno, senza scomporsi.

Sanno che in amore il veleno non è arma.


***

La tramontana

La tramontana con denti di ghiaccio
mordeva le mani la faccia
lasciando ferite viola
che guarivano dopo l'inverno.
Una giornata di sole senza vento
era un terno sulla ruota
della nostra precaria esistenza.


***

La felicità

La felicità non è porsi domande,
almeno non cercare risposte.
La felicità è la leggerezza di vivere
senza la consapevolezza d'essere
cuore, mente, fegato, stomaco.
Essere le tenere foglie
in primavera,
le foglie ocra o rubino
in autunno,
i fiocchi di neve danzanti
in inverno,
totalmente offerti all'aria,
inconsapevoli d'avere un ruolo,
d'avere un destino.


***

Nell'onda calma della natura

Immerso nel letto d'erba maggese
odorosa di umori inebrianti,
il mio respiro si è disteso
nell'onda calma della natura,
soggiogato dal ritmo lento del suo cuore.
La mente, mulinante in vortice d'ansie,
ha sperimentato l'autoappagante nulla,
felice dissolvendosi nel tutto.

Solo, a memoria del mio transito,
l'orma a croce nell'erba calpestata.


***

Attorno è cieco silenzio

Attorno è cieco silenzio.
Ma l'incipit di una cicala
manda in frantumi il torrido
cristallo dell'aria.
Il cuore nel petto
prende a pugni la gabbia,
come uccello preso da un raptus
di follia.


***

Dei semi neri

Dei semi neri e perfetti
di questo rosso e fragrante cocomero
voglio farne un rosario,
e con esso pregare, con fede,
per tornare agli anni dell'infanzia,
in cui credevo davvero di essere
l'autore unico del mio copione
e io stesso libero e creativo.

Innocenza, quanto inganni la ragione!


***

A lungo ho camminato

A lungo ho camminato
per quel sentiero di montagna
dove una stella alpina

aspettava d'incontrarmi.

(Testi tratti da "Nell'onda calma della natura", di Giovanni D'Amiano, RPlibri, aprile 2018)


Giovanni D'Amiano è nato a Volla di San Sebastiano al Vesuvio, in provincia di Napoli, da famiglia di contadini. Vive da tempo a Torre del Greco. Ha esercitato la professione di medico pediatra, e si è sempre interessato di poesia e di pittura. Ha esposto in varie mostre personali e collettive. Ha pubblicato diversi libri di poesia, e ultimamente, nel 2013, "'E pprete 'e casa mia", Duemme Editore, con prefazione di Armando Maglione: si tratta di una corposa raccolta di poesie in dialetto napoletano dedicate alla civiltà contadina. E' presente in molte antologie e ha vinto numerosi premi letterari.
Partecipa attivamente alla divulgazione della civiltà contadina e del dialetto napoletano.



giovedì 14 giugno 2018

Carlo Di Legge e il suo "Multiverso"


"Sei vivo, dunque, nel mondo di tutti i mondi dei viventi: il multiverso". Così afferma Carlo Di Legge in un brevissimo testo, quasi un aforisma, incluso nel suo recente libro "Multiverso", Puntoacapo Edizioni.
Un titolo che è davvero significativo, emblematico, evocativo addirittura: infatti, al di là del richiamo, quasi ovvio e immediato, al mondo della fisica e forse anche della metafisica, volendo riferirsi ad un sistema cosmologico che proprio in questi anni si sta via via sviluppando grazie alle ricerche e agli studi di fisici, astrofisici e matematici, e che riguarda la complessità di un universo dalle dimensioni multiple o forse infinite (universo di universi), il "Multiverso" poetico di Carlo Di Legge è possibile, è accettabile, è immaginabile, proprio in virtù della poesia. Perché è proprio grazie alla poesia che è possibile ricreare situazioni verosimilmente ai limiti della normalità, della razionalità persino e del flusso abitudinario della quotidianità. Le stesse parole, infatti, molto spesso non si limitano a specificare e a individuare il significato, a circoscriverlo entro i confini del "voluto dire", ma hanno un'eco, una ridondanza che allude ad altro, che provoca nel lettore immagini e significati altri, seppur generati dalla parola e dal verso originari. Un multiverso poetico, dunque, nel vero senso della parola.
Ma qui il multiverso è inteso come una sorta di contemporaneità accidentale: è l'apparire, quello che ci riguarda, almeno ad una prima analisi della realtà, dice l'autore, e non la profondità autentica delle cose prese e considerate una alla volta: l'apparire del mondo è multiverso, perché è vario e variabile in continuazione, ed è verosimile in ogni istante, anche contemporaneamente. "E poi / cosa è questo che appare, e come / non dubitare delle cose che sfilano / nell'ordine del tempo? / Anche se l'apparire fosse tutto, / cose discontinue si presentano, / in luce d'esistenza, si oscurano, / compaiono e dispaiono come su scena di teatro, / roteano si disperdono come vortice di foglie." Sono questi i versi essenziali che connotano tutta la raccolta, tutto il progetto poetico dell'autore, il quale dimostra una particolare sensibilità e originalità di osservazione del mondo frammentato, apparente e superficialmente scollegato, in un certo senso, nelle sue multi-parti. La poesia, anche qui, aiuta a capire. Aiuta a indagare, a vedere oltre le cose e le apparenze, a scendere nel perché o perlomeno a collegare l'anima alle cose, emotivamente e senza l'obbligo di doverne spiegare o trovare i motivi!
Ma tornando al libro, vorrei ancora soffermarmi sul sottotitolo, davvero emblematico: "Di quel colore che soccorre, a volte", sottotitolo che è poi anche il titolo della quinta sezione del libro (il quale è infatti suddiviso in sei parti o sezioni: "Multiverso", "Noi siamo qui", "Versioni d'inverno", "Passaggi dell'incerta luce", "Di quel colore che soccorre, a volte", e "Conseguenze"). Avrebbe potuto scegliere come sottotitolo una sezione diversa, invece Carlo Di Legge ha preferito questo "Di quel colore che soccorre, a volte". Io credo che questa scelta sia stata peculiare e indicativa, in quanto compendia e completa in modo davvero esplicativo il progetto, l'idea originale che ha permesso all'autore di sviluppare poi l'intera raccolta. Il colore come elemento redentore, salvifico, in un mondo multiverso dove non è possibile la risposta certa alle domande profonde che ognuno di noi si pone, come dicevamo, perché assistiamo a delle apparenze, a delle immagini superficiali, specchi lontanissimi e opachi di una realtà ben più profonda; ma i colori della vita si stemperano nella visione delle apparenze, contornano di un alone di dolcezza e direi quasi di amore le cose, i fatti, le persone, il mondo: di quel colore che soccorre, a volte!
Concludiamo qui queste brevissime note di lettura dedicate ad un libro davvero singolare, proponendone una piccola selezione di testi e invitando i nostri lettori ad esprimere ulteriori graditi commenti.

Notte incantata


Notte incantata.
È il germogliare silenzioso dei ricordi,
a musica ferma,
ma più ancora l'incontro di cose sperate.
Voci senza corpo, menti attente, aperte.
E un vestito nuovo di luna.


***

Il passo successivo

I gatti nel garage
lasciano zampe di pioggia sul cofano dell'auto.
Remoto gira il motore del mondo
per te come per l'anima dei giusti.
Sta in attesa il passo successivo.


*** 

Cos'ero

Dunque, cos'ero? Intanto,
quel che non ero,
un vuoto che a sua volta guarda l'altro,
ma dalla prospettiva dell'assenza.
Quindi, ancor meglio, nulla,
paradosso dell'essere che sono,
come se, pur essendoci, non fossi:
un nulla traversato
da lampi secchi e silenziosi, nei viaggi
in auto e in treno, nei trasferimenti
di sentimenti.


***

A volte la memoria è come certa luce:
si riverbera in pace.


Nell'esperienza d'ogni giorno si tratta di circolazione
dal multiverso al qui e ora, e viceversa. È circolare an-
che quello scambio continuo dei piani, in poesia, per
cui il poeta, pur essendo partito e pur tornando ogni
volta ad una specie di salvataggio della propria sin-
golare esistenza, non è più solo se stesso, ma può
farsi cifra dell'intera umanità.


*** 

I viali senza fine del pomeriggio

Il pomeriggio è profondo e impraticabile,
ricco di fascino e spaventoso.
Non t'impedisca
la paura di perderti.

Possa tu, come allora,
ribellarti e fuggire
nello strepito rosso degli ulivi.

Per quanto guardi, non vedi la fine.
S'aprono viali di parola.
Poi
niente.


***

Fuoco

Quando esco per strada in questa città che s'apre
verso il mare:
è certo, non posso incontrarti.

Ma in tempi diversi, negli anni, parole come rizomi
sprofondarono nei vecchi muri.

Grani
precipitati a terra
da un disastro d'aria, vogliono vivere.

Fuoco sempre vivo, incendio, incenso che brucia
tra le ceneri del tempo.

(Testi tratti da "Multiverso", di Carlo Di Legge, puntoacapo edizioni, 2018)

Carlo Di Legge è nato a Salerno nel 1948. Vive ed opera a Nocera (Sa). Dopo il contributo al volume "La polifonia estetica" (Milano, 1996), ha pubblicato i saggi filosofici "Il signore delle due vie" (Salerno, 1999), "Eros e paradosso" (Napoli, 2007, 2014), e "Ontologia. Elenchi della terra e una specie di oceano (Napoli, 2014).
In poesia, i lavori più importanti sono: "Momenti d'amore" (Angri, 2002) e "Il candore e il vento" (Napoli, 2008). Un campione rappresentativo delle sue poesie si trova nel volume "Poeti e Pittori di Secondo Tempo" (Napoli, 2013, Marcus Edizioni).
Sull'esperienza del tango ha pubblicato il libro, a carattere letterario-epistolare, "Sentire il tango argentino" (Napoli, 2011).
Altre notizie sul suo sito: www.carlodilegge.it


sabato 5 maggio 2018

La Corte dei Miracoli, di Maria Elena Danelli


Ecco una nuova interessante raccolta di poesie pubblicata dalla prestigiosa RPlibri, da poco tempo attiva nel campo dell'editoria nazionale ma già con un catalogo ricchissimo di autori importanti e meritevoli di attenzione. Parliamo della milanese Maria Elena Danelli, autrice del libro "La corte dei Miracoli", edito per l'appunto da RPlibri recentemente, nel febbraio scorso. Ed è un'altra affermazione, questa pubblicazione, di una persona che è in effetti un'artista a tutto tondo, trovando spazio la sua creatività sia in poesia che nella pittura, nella scenografia e nella fotografia. "La Corte dei Miracoli", sottotitolo "ventidue fiammelle di cui due transiti" è il punto centrale dell'itinerario poetico dell'autrice, la quale, come ella stessa dichiara nella breve presentazione, si ispira ad un luogo reale della Milano del dopoguerra, sui Navigli: si trattava di un edificio dove abitavano poverissime persone senza gambe, che andavano in giro su carrozzelle trainate da cani: questo edificio era detto "Corte dei Miracoli".
Ora, dove trovare il punto di congiunzione tra l'idea poetica suggerita dal titolo e tutto il lavoro prodotto che scaturisce, deriva consequenzialmente da quell'immagine iniziale? Dice bene Danilo Blaiotta nella sua arguta prefazione: "La natura si fa portavoce del suo pensiero", ed è proprio da qui che potremmo partire, a mio modesto parere, per una breve riflessione su questo bel libro.
Le cose, la natura, gli animali, il mondo, si personificano nei versi dell'autrice, prendono vita propria, e la sua arte magica poetante riesce molto bene in questo compito, tanto che il lettore ha la forte impressione che sia proprio la "rosa in bottiglia" a parlargli, a raccontargli ciò che essa vede alla finestra: "Una rosa in bottiglia guarda / appassendo la finestra. / Da quel vetro, / maestosi uccelli…" Ma subito dopo l'autrice riprende il pieno possesso del quadro, immedesimandosi in esso, "cogliendone i petali come panni stesi ad asciugare". C'è pietà, amorevolezza, dolcezza e immedesimazione, in queste poesie della Danelli, nei confronti di un mondo delicato, lieve, da accudire e da amare, come quei cani preziosi che aiutavano i poveri con le gambe amputate trainandoli in giro sulle carrozzelle. Ecco dunque il punto di congiunzione, a mio avviso, tra l'idea illuminante di partenza e l'intera costruzione poetica della raccolta.
Un susseguirsi di versi fluidi, senza titoli che possano in un certo modo dare l'idea della sosta, del ripensamento; e quindi il dettato poetico scorre continuo e costante, come un fiume discreto, mai impetuoso. La parola, in queste poesie, è come il tratto di pennello di un quadro vivo, che si materializza sotto gli occhi del lettore o di chi osserva una natura che ha bisogno di essere considerata, rispettata, amata: "A volte penso agli angeli custodi / quando ombre mi sfrecciano sul capo. / Sono i migratori. / Volano maestosi e distanti / su formiche lontane"…
Ecco, in sintesi, ciò che a mio modesto parere può sortire da una prima attenta lettura di questo testo di Maria Elena Danelli, degna sicuramente di ulteriori considerazioni da parte del pubblico dei lettori e della critica, per averci offerto queste immagini intense e accorate. Ma gli amici che ci seguono potranno sicuramente aggiungere qualche altra gradita riflessione, leggendo i testi che seguono.


Una rosa in bottiglia guarda

appassendo la finestra.
Da quel vetro,
maestosi uccelli.
Con foglie rinsecchite abbozza il volo
nell'acqua intorpidita
voce minerale
acqua ferma che non va da nessuna parte.

Ho colto poi
quei petali
in panni stesi ad asciugare.


***

Ho visto il sole morire.
Si assottigliava su incurvature e finestrini
indugiando nelle foglie dei pioppi.
Ancora sorrideva
in nuvole precarie.
Le mani
nel mattino.


***

A volte penso agli angeli custodi
quando ombre mi sfrecciano sul capo.
Sono i migratori.
Volano maestosi e distanti
su formiche lontane.
Di loro non so molto
se non che a volte cadono
foglie-mani tremanti sferzate dai venti d'autunno
confusi planano
chiamati dalle spume
s'inabissano e spengono
i loro occhi luminosi,
come luci di città,
all'alba.


***

Verrà il giorno in cui
la neve
non avrà più innocenza
ma un sussurro
di lontananze nere
fluide pupille
di asino e bue
in cui s'inabissano
bagliori.
Dio plasma la notte
ogni notte
in forma di carne
nel fango e nel bianco
dove la terra non ha più luogo.

Entrando in una luce viola.


***

Hanno detto che è morto il sole
è morto il silenzio.
Abiti nudi e scarpe vuote
sono monti di niente
tra spettri di case e alberi d'osso.
Dio ha taciuto
ogni volta che un agnello ha vagito.


***

La vita
si sgretola in altro.
Lo vedo,
               lo vedo.
Ma continuo a far libri
tra le foglie

di un redivivo cortile.


(Testi tratti da "La Corte dei Miracoli", di Maria Elena Danelli, RPlibri, febbraio 2018)

Maria Elena Danelli è nata ad Arco di Trento ed è milanese d'adozione, avendo vissuto l'infanzia tra la Barona e i Navigli. Attualmente si dedica alla pittura e alla poesia. È scenografa teatrale, laureata a Brera; ha lavorato per quasi trent'anni presso le "Scenografie Ercole Sormani" di Milano, collaborando con Teatri di tutto il mondo e set cinematografici. Ha partecipato a mostre personali e numerose collettive. Sue pubblicazioni sono state inserite in Antologie poetiche, tra cui Novecento non più – Verso il Realismo Terminale con Guido Oldani, per La Vita Felice Edizioni, e Rise – Antology dell'Editore Vagabond di Los Angeles, sempre nel 2017. Partecipa a reading poetici, come quello avvenuto nel mese di maggio 2017 alla storica Libreria Bocca di Milano. Con la mano sinistra ha creato disegni per un testo di Sandro Sardella e una suite di Danilo Blaiotta con GaEle Edizioni dedicato al poeta Jack Hirschman.

È stata allieva di Franca Rame e dal 2013 ha seguito corsi di teatro con Dario e Jacopo Fo.


Alda Merini vista da Ninnj Di Stefano Busà