domenica 13 settembre 2020

La sovrapposizione dei termini poetici in "Bestia divina", di Mario Fresa


È sempre un viaggio interessante, quello che si compie attraversando il mondo poetico di Mario Fresa, un poeta che certamente si distacca molto, per certe sue caratteristiche originali di scrittura poetica, dall’usuale seppur interessante e valido assieme di protagonisti che vivono, attuano e frequentano gli ambiti letterari di questo primo scorcio di secolo. Si tratta certamente di una voce autorevole, forse non molto presente sui “social”, ma seria, competente e anche prolifica, sia nella produzione di proprie opere letterarie, sia attraverso la cura e la gestione di alcuni blog specifici, di alto livello culturale (come ad esempio “Il Re pescatore”). Le sue competenze letterarie spaziano infatti dalla scrittura poetica alla traduzione di testi latini e francesi, alla critica letteraria attenta e affinata. Insomma, un poeta militante, come suol dirsi, ma con una “militanza” attiva ed esemplare, che è in grado di produrre ottime opere ma anche di provocare nel lettore una sorta di “scossone” intellettivo (ed anche emozionale) che lo induca a meditare e riflettere in profondità, partendo dal contenuto, dalla forma e dalla efficacia dei testi ideati e scritti dal nostro autore. Perché, in fondo, la Poesia deve proprio far questo, altrimenti i versi scivolerebbero sulla superficie della nostra pelle senza produrre alcun effetto valido, senza “penetrare” nell’anima, senza mettere “in crisi” il lettore, crisi che dovrebbe poi coinvolgere la sfera intellettiva ed emozionale del lettore, aprendogli nuovi orizzonti, proponendogli nuove domande, nuove possibilità e tanto altro…
Di certo Mario Fresa appartiene a questa schiera di letterati e poeti che lasciano una traccia profonda e significativa nel lettore, prova ne è la copiosa produzione poetica fin qui realizzata, ed ancor di più questo recente volumetto dal titolo davvero emblematico: Bestia divina.
Con Bestia divina entriamo subito, a mio avviso, in un mondo fortemente ossimorico, che inizia già dal titolo, dove il sostantivo bestia è aggettivato con la parola divina, chiaramente, o forse anche in modo latente, in contrasto tra di loro. Ma questa è una interessante prerogativa del nostro autore, che predilige gli estremi sia nelle narrazioni e sia nelle figurazioni; versi come “Avete visto com’è spettro e bicchiere, questo corpo?” (pag. 34), o anche: “Vivendo, ci si rovescia per terra. Angiola / sta legata per terra – ha detto; … “ (pag. 52), denotano infatti un vistoso e interessante ampliamento del significato complessivo, da una sorta di “polo” positivo, ad un altro che non è inferiore, negativo, meno importante, ma certamente opposto.
Del resto anche l’ottimo prefatore Andrea Corona, afferma che Mario Fresa ha l’”esigenza di andare oltre la superficie del testo, a tener conto dei gangli che tengono unita la testura nel suo complesso”. Questo allargamento, o meglio slargamento, del dire poetico produce un mosaico di figurazioni addirittura tridimensionale, in quanto i vari tasselli non solo si incastrano l’uno con l’altro sul piano discorsivo, ma si sovrappongono, elevandosi l’uno sull’altro senza peraltro occultare o trascurare il sottostante.
Il risultato di questa operazione è piuttosto evidente: Mario Fresa, in Bestia divina, dilunga, sovrapponendo parzialmente i termini e le parole, la sintassi della proposizione nel verso, spiazzando il lettore in un modo inaspettato e inconsueto, come qui ad esempio: “Si dimostra d’accordo quando gli viene / dato un insistente cinema odore.” (Il marito condimento, pag. 22), dove già si nota quella scorciatoia cinema-odore, o anche, nello stesso titolo del brano, marito-condimento, che integra due sostantivi con l’effetto di ampliare, elevare, con soltanto due parole, un concetto, uno stato, una figurazione, a livelli superiori, che raccordano in qualche modo due estremità di significato diverso (cinema, odore. Marito, condimento).
Per tutto questo, per l’originalità del dettato, per la forma stilistica (notevole l’utilizzo dell’enjambement), per la scrittura in versi e per alcuni brani in prosa poetica, Bestia divina di Mario Fresa si colloca tra i migliori testi poetici dell’attuale produzione nazionale.
Il libro meriterebbe ulteriori considerazioni, ma lasciamo ai nostri lettori il gradevole compito di aggiungere riflessioni e commenti, dopo aver letto il libro o anche i pochi versi che qui riportiamo.


Sparirà


Dice che usciamo insieme, carnivori e infelici:
così ci scontano gli anni a metà.
Siamo lo sguardo e il pescecane.

“Questa morte mi è costata sette chili.

Per respirare, dunque, lo consolo; la lascia un po’
di giorni dietro di noi, e clic.

Poi, di sicuro, sparirà.


***

Il marito condimento

Si dimostra d’accordo quando gli viene
dato un insistente cinema odore.
Non si può lasciarla andare ma
la vede precipitarsi, a dir poco,
in un sonno macellaio.

Chi l’ha capito? Si aprono i congiuntivi della testa,
sì da farmi cadere nella fretta somiglianza.
I piedi uguali al resto. Albicocche e pagelle.
Anzi un solo compenso pediatra,
come il mostro di un corpo vivo
che ha perduto la speranza di restare…

Allora, non entrò. Né vide spina mortale ma
un architetto dalla solita bocca più che longeva,
né mangiare né facchino;
e Agnese è colma di sale e fa un incendio
di severità. Ma quanto terrore sta
nel tuo infinito corpo-trasloco?


***

Disertore

Noi stiamo con un ultimo ferito che sta intero
e che gli viene addosso: vero soldato
pronto a morire per una lingua che non passa
più mercato; e se ritorna, c’è una pesante corte
delle imprese che a suo modo
cerca di vivere, lo guarda a lungo
e poi gli chiede: che guerra è questa, se in effetti
proviene dalle gambe che diventano,
come per sbaglio, niente?
Che fa questo regalo da testa lavatrice?

Soldato che diventa puro crollare,
colla di ballerina; una sonora mente
di balbuzie!


***

Nella casa

L’amica del vento magro si chiama
con due nomi di silenzio; un po’ fune
(domani le avrei detto: giusto un po’ meno)
e, per esempio, il colmo del destino.
Ed è per questo che lei delira di anarchia.
La fissa dolce con gli ultimi, sottili rotoli
notturni sopra di sé; e sta bene sulle ossa
che si credono, quasi, un miracolo
di carne. Appena entrati nella testa delle parole
siamo mercurio, intimità.


*** 

Parole della morte a sua madre

Vivendo, ci si rovescia per terra. Angiola
sta legata per terra – ha detto; è pronta almeno
quanto una testa impazzita a causa
dei ricordi. Di nuovo, poi, l’azzurro esortativo.
Diventiamo una balbuzie mondiale.

Che fare allora, di questi verbi? Il nome c’è,
così allarmato da venirgli addosso. Ma credo proprio
che sia di un altro.

Uno straccio, le ripeto,
dipinto per sventura. Il salto dal balcone.


(Testi tratti da “Bestia divina”, di Mario Fresa, La scuola di Pitagora Editrice, Napoli, 2020; prefazione di Andrea Corona).


Mario Fresa è nato a Salerno nel 1973. Tra i suoi libri di poesia: Uno stupore quieto (Stampa2009, con prefazione di Maurizio Cucchi, 2012; menzione speciale al Premio Internazionale di Letteratura Città di Como); Svenimenti a distanza (Il Melangolo, 2018, con una riflessione critica di Eugenio Lucrezi; Premio Internazionale Cumani Quasimodo). Ha tradotto poeti latini e francesi e ha collaborato a “Paragone”, “Caffè Michelangiolo”, “Il verri”, “Nuovi Argomenti”, la “Revue des Archers”, “L’Almanacco dello Specchio”, “Recours au Poème”, “Nazione Indiana” e “Poesia”.



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