venerdì 9 agosto 2019

Monia Gaita, tre inediti


Monia Gaita, validissima poetessa irpina, nota anche in ambito nazionale, valente critico e giornalista, operatrice culturale, ci propone qui tre suoi testi inediti, che volentieri pubblichiamo in questo spazio di "Transiti Poetici".
Un rendersi disponibile in sordina, ma senza trascurare la propria forza, l'impellenza di essere e di trasparire attraverso la filigrana della quotidianità, la volontà di dichiarare e di "vidimare" la propria luce e il proprio amore in assoluto. Suddividersi consegnandosi agli altri, ma proteggendo l'io, la propria originalità e la propria voce. Tutto ciò, in estrema sintesi, aleggia in queste sue tre composizioni. La sua voce è alta, il suo dettato preciso e ricco di rimandi, con un lessico elaborato e colto ma diretto e fluido.
Ringraziamo Monia Gaita per averci offerto la possibilità di entrare, ancora una volta, nel suo gradevolissimo e pregevole mondo poetico. Gli affezionati lettori che ci seguono potranno aggiungere altri graditi commenti in merito o eventuali spunti di riflessione.




Ho consegnato

Ho consegnato copie diverse di me stessa
in base al ruolo, al contesto, all’occasione.

L’originale la custodisco per me sola,
per questo cielo dal cuore basso e costernato,
per questo sole che annoda trecce al corpo dei noccioli.

Ho consegnato copie diverse di me stessa
per decompormi senza nome
nelle raffiche del vuoto,
per sgominare la paura di esser viva,
la silenziosa scorta delle fragilità.

E ora che i miei doppi tamburano i secondi
vado bevendo il vuoto a sorsi lunghi
come un’acqua.

E inutilmente cerco quell’io usurpato
già troppe volte estinto
che ha seppellito il vero dal suo guscio
nella fossa.


***

Certo, fui brava

Oggi ti penso senza rancore,
il collo e le spalle nude.

Infilo la fionda dei rimpianti
dentro la cintura
e la malinconia stormisce al vento,
inquina l’aria, ne arriccia bocca e naso
in una smorfia.

Dalla tribuna delle colpe
si leva una bandiera,
reca l’odore dell’erba bagnata
e un equipaggio di ricordi
attraversato da troppe cicatrici.

E con la coda dell’occhio
scorgo e riscorgo quel che è stato,

il pugno del bene che rimane
estratto dalla tasca
come un monile raro.

Non ho mai smesso di amarti.

Certo, fui brava a descrivere
un arco di finzione
quando spavalda ti dissi: ti prego,
non chiamarmi più. Lasciami andare!


***

Vidimare

Portarti dentro:
una sottile corda di chitarra
quando vibra.

Toccarti i rebbi della voce
con le unghie,

il corpo opaco
di ciò che non si lascia
attraversare.

E possederti

dà raggi che convergono
in caduco,

un’imprudenza aperta
e con le dita tese.

Provo a cercare scampo
nei tuoi baci,

premo la lingua
contro il pieno,

lo deglutisco
senza masticare.

E inciderti
sulla corteccia d’olmo
dei minuti,

è penzolare
sull’orlo del pericolo,

è vidimare pure
l’altro vuoto,

un’altra nascita imperfetta
nel tuo nome.


Monia Gaita è nata a Imola nel 1971 ma vive da sempre a Montefredane, paese d’origine in provincia di Avellino. Giornalista, ha all’attivo le seguenti pubblicazioni: Rimandi (Montedit, 2000), Ferroluna (Montedit, 2002), Chiave di volta (Montedit, 2003), Puntasecca (Istituto Italiano Cultura, Napoli, 2006) , Falsomagro (Guida Editore, 2008), Moniaspina (L’Arca Felice, 2010), Madre terra (Passigli, 2015).
E’ direttore editoriale di Delta3 Edizioni. Promotrice culturale, scrive su importanti riviste web e cartacee.
E’ inserita in numerose antologie e testate nazionali online. Porta avanti nella sua Montefredane, con la Proloco che presiede, il Premio di Cultura “Oreste Giordano”, volto a valorizzare eminenti personalità del mondo giornalistico, della poesia, della scrittura, dell’arte e della scienza.


10 commenti:

  1. Bellissime poesie dal vocabolario di immagini rivolte a scandagliare il proprio essere scontroso anche in rapporto alle relazioni difficili col fuori. Da leggere e rileggere per arrivare al cuore della ricerca di sé, della vita tra essere e vuoto... Spirito inquieto e scontroso sempre a porre domande che o non hanno risposte o ne hanno diverse e, spesso, tra loro in contrasto...

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  2. Bellissime poesie dal vocabolario di immagini rivolte a scandagliare il proprio essere scontroso anche in rapporto alle relazioni difficili col fuori. Da leggere e rileggere per arrivare al cuore della ricerca di sé, della vita tra essere e vuoto... Spirito inquieto e scontroso sempre a porre domande che o non hanno risposte o ne hanno diverse e, spesso, tra loro in contrasto...

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  3. La personalità poetica di Monia Gaita,tra le più significative e interessanti nel panorama letterario nazionale, trova in queste tre felicissime ed emozionanti e coinvolgenti liriche, un momento di espressione della sua riflessività sentimentale e concettuale che colpisce immediatamente per la sua struggente e cogitabonda bellezza e autenticità. Anima da logos profondo,i cui confini sono irraggiungibili, come insegna Eraclito, Monia, attraversando l'arcipelago della malinconia,riesce a collocarsi nel registro sovraceleste del Dire puro,della parola poetica originaria ed ascetica, rivelando, pur senza cedere al nichilismo, la sofferenza del suo frantumarsi nell'esteriorità, quasi come Dioniso fanciullo che si contempla nello specchio "straniante" e non vede se stesso ma il mondo. Così facendo, anzi dicendo, Monia ci rende suoi interlocutori, ci invita a corrispondere alla chiamata di un essere-con autentico, a vivere un amore, felice o infelice, che non si rinneghi e non si frantumi, non si disperda. Ci lascia così sospesi e dolenti e innamorati,in attesa di cose nuove e di sogni che non si muoiono, per andare insieme verso la Camelot dell'amore e del bello. Ossia, a tornare, tenendoci per mano, in quella patria in cui non siamo mai stati. Ad abitare, grazie al cuore del suo cuore che si fa verso sublime, poeticamente il mondo come uomini veramente umani .

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  4. Da “non addetto ai lavori” non conoscevo alcuna delle opere di Monia Gaita. Questa è un primo assaggio letto su suo invito. Ho riscontrato uno stupore inaspettato - quasi puerile - detonato in me nei pochi secondi di lettura: la ricchezza lirica degli inediti ha fatto breccia nella mia aridità. Una corrispondenza tra lettore e poetessa che, a mio avviso, riguarda uno degli aspetti più nobili dell’arte. Cerco di tracciarne gli elementi per me eccellenti.

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  7. Lettura di: Ho consegnato. L’autrice atterra in un universo esistenziale - bisognoso di identità protetta e inviolata per fuggire dal vanificarsi dei mille volti del quotidiano e recarsi verso una figura aurea e, allo stesso tempo naturale, quasi a voler rappresentare - alla stregua di una pittrice – la protezione della propria anima, quel corpo di nocciolo, avvolto da impenetrabili capelli dorati, i raggi del sole ( “Ho consegnato copie diverse di me stessa… l’originale la custodisco per me sola… sole che annoda trecce al corpo dei noccioli). La protezione è anelata per fuggire da una sorta di nichilismo cosmico dell’autrice (per decompormi senza nome/nelle raffiche del vuoto) ma il destino pare essere beffato da una strana “paura di vita d’un animo fragile” (per sgominare la paura di esser viva, / la silenziosa scorta delle fragilità). Pare un grido la parte finale del componimento; uno iato tra la copia originale di sé stessa custodita gelosamente e un “io” sottratto ed estinto. Un “io” necroforo di un vero prezioso, esistenzialmente irrinunciabile (E inutilmente cerco quell’io usurpato/già troppe volte estinto/che ha seppellito il vero dal suo guscio nella fossa).
    Esperienza personale durante la lettura:
    Io ho bisogno del mio nome e del mio volto da proteggere. Le finzioni mi fanno soffrire ed il nulla mi fa paura. Non voglio permettere alle mie fragilità di portarmi nella “non vita” rischiando la fossa descritta dalla poetessa.

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  8. Lattura di: Certo, fui brava. Una profonda autoanalisi – psicologica da delusione amorosa o peggio ? – sottende lo scenario immaginifico dell’autrice che fa man bassa di oggetti utili ed espressioni facciali per dipingere uno stato di catarsi – da rancore al senza rancore ? - La meccanica del movimento usata è geniale (Infilo la fionda dei rimpianti/dentro la cintura). Tuttavia, non basta, perché il dolore insostenibile diffonde veleno in una atmosfera quasi intuibile attraverso un viso che si schifa (… e la malinconia stormisce al vento, / inquina l’aria, ne arriccia bocca e naso / in una smorfia). Ottimo l’immagine dell’equipaggio, uomini e anime in moto, una vita in grado di impersonificare ricordi presenti e incisi nel derma esistenziale (attraversato da troppe cicatrici). Ma la statura umana del narratore è ben altro; un piccolo gioiello permane e non va spazzato via dalla tristezza perché è un bene da custodire in beffa dei brutti ricordi (il pugno del bene che rimane / estratto dalla tasca / come un monile raro). Il passo finale nel dramma sfiora un’indicibile autoironia terribile perché decolla da un fatto (Non ho mai smesso di amarti) e una decisione quasi tremendamente simmetrica figlia di una menzogna irrisa da lei stessa (Certo, fui brava a descrivere un arco di finzione/quando spavalda ti dissi: ti prego, non chiamarmi più. Lasciami andare!)
    Esperienza personale durante la lettura:
    Come è bello poter usare con libertà parole e immagini quali attrezzi nella propria borsa. Ho assistito a una chirurgia dell’anima. Dentro i miei dolori, custodire il bene fa sempre vivere e fiorire letizia ed attenzione alla spavalderia foriera di dolore esistenziale!

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  9. Lettura di: Vidimare. Qui colpisce una sequenza d’erotismo tutt’altro che di maniera. Un linguaggio ermetico quasi a voler essere pudico senza rinunciare a sferrare immagini d’amplesso appassionato. Pare un animo in esilio (“il corpo opaco/di ciò che non si lascia attraversare”) dal calore dell’amante su un triste teatro di corpi con punte che pungono e unghie che graffiano. Ma da quel calore si grida la “non fuga” e si bacia quasi con ferocia (Provo a cercare scampo / nei tuoi baci,) rischiando di raccogliere un vuoto e una rinascita deludente (l’altro vuoto, / un’altra nascita imperfetta / nel tuo nome). Piccoli flash quasi paralleli di un’immaginazione della protagonista che partorisce figure senza rinunciare alla sensualità dell’atto: un tempo che permane da mano di scultore (E inciderti/sulla corteccia d’olmo/dei minuti), un pericolo di nullificarsi e un ripartire imperfetto nel segno di un nome sorto da un amore vorace.

    Esperienza personale durante la lettura:
    Troppo spesso siamo in esilio da chi amiamo. Tentiamo di entrare con violenza nel suo intimo senza
    particolare cura ritrovandoci poi in una dimensione quasi di falsità dolorosa inizio forse di una incomunicabilità che minaccia in particolare gli esseri umani di questo millennio.

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  10. Grazie.
    Non riuscendo a trovare più parole degne di essere sue interpreti, io mi fermo qui, davanti alla porta del cuore della creatività di Monia Gaita con un biglietto in mano: ora parto per visitare il suo universo interiore attraverso altre isole liriche da lei donateci. Arrivederci a presto!

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