martedì 23 marzo 2021

La vitalità nascosta, in "Claustrofonia" di Doris Emilia Bragagnini

C’è una vitalità nascosta, sotterranea, addirittura ctonia, come afferma anche Plinio Perilli nella sua dettagliatissima prefazione, nel mondo poetico di Doris Emilia Bragagnini in questa sua recente raccolta, intitolata “Claustrofonia” (Ladolfi Editore, 2018). Anche il titolo, che di solito riassume in modo sintetico ma esplicativo tutto il progetto poetico dell’autore, è in questo caso più che indovinato, ed inoltre ci fornisce una buona chiave di lettura, ci offre anzi la giusta “frequenza” di ascolto sulla quale sintonizzarci per procedere lungo l’itinerario poetico di Doris Emilia Bragagnini. Un itinerario che, appunto, sembra sotterraneo, opprimente, chiuso – e quel prefisso claustro ne è l’indice – ma che in realtà fa confluire in superficie tutto il flusso di pensieri, considerazioni e riflessioni dell’Autrice, per lo più incentrato su una visione complessiva del mondo in perenne stato di incertezza e di precarietà. Il dubbio, i timori, le inquietudini, il senso di compressione che ostacola l’agire quotidiano, il vedere e non vedere, il travisare attraverso icone e immagini usuali e abitudinarie, il sentire le cose assenti, come respinte o assorbite da un muro immaginario che soffoca le parole: tutto questo sembra emergere dalla sua visione poetica, costituita da un discorso multiforme e articolato, suddiviso organicamente in sette sezioni (“sfarfallii – armati – sottoluce”, “ipernauta”, “se il fiore dell’ora”, “regoli”, “eroi celesti”, “giunchiglie trapassate” e “nonnulla da tenere”), tutte valide ad arricchire l’assunto poetico fondamentale, con diverse e svariate angolazioni e figurazioni. Il discorso poetico di Doris Emilia Bragagnini, in questo libro, è dunque assai complesso, e merita molta attenzione e successivi approfondimenti graduali, in quanto svela quel silenzio quasi ancestrale in cui è immerso l’animo umano, di fronte agli accadimenti storici e sociali, e personali, che inducono ad interrogarsi sul fatidico senso dell’esistenza, sulla ricerca di un riferimento altro, al di là di ogni vicissitudine materiale ed evolutiva.
Il linguaggio poetico della nostra Autrice è stilisticamente elevato, a volte allusivo, altre volte diretto ma sempre con l’intento di puntualizzare il senso di precarietà e di incertezza insito in tutte le cose. La cura particolare della parola poetica (sintetizzata meravigliosamente nel brano “Nido”, ad esempio), l’uso intelligente di pause e di segni a completamento dell’efficacia poetica, persino qualche termine onomatopeico, contribuiscono a rendere il messaggio poetico più deciso e più incisivo.
Una poesia da leggere con attenzione, che scuote dal dormiveglia in cui a volte si ripara l’uomo-lettore per non affrontare i mille problemi dell’esistenza quotidiana. L’arte poetica ha questo compito, tra l’altro, e la poesia di Doris Emilia Bragagnini è senz’altro aderente a questo principio.



Claustrofonia

Il muro tace, non risponde più
si lascia guardare angolandosi
in riproduzioni lessicali nei passi
o sfarfallii – armati – sottoluce

ogni tanto un urto di temperatura
differente, a porte chiuse ] tolte le dita
da maniglie ingoiate a sorsi uscite laterali
agglomerate al bolo circolante, contropelle

la risalita dei ricordi sfida il cemento
dell’anima in guardiola, divelta e sugosa
chiaroscuro del Merisi

stretto chicco d’uva fragola come fosse un uragano
moltiplicato a schizzi su pareti in guanti bianchi
divaricate a terra ora

“… tu aprimi al tuo fiato singultato, viola di Tchaikovsky”

(dalla sezione “sfarfallii – armati – sottoluce”)


***

  
Apnea del ticchettio

scende una mano sulla testa
tiene agitando la corolla del provare a vivere
e sbatte sbatte cerca lo stacco l’addormentamento netto
il krak che sia notturno rimanere subacqueo, respiro
senza bolle di speranza – ricordo lucine polveri nel sole

c’è un treno nell’orologio riga le guance da nord a sud
si ferma sull’orlo di un pudore fatto cometa

(dalla sezione “ipernauta”)


***

Y

dietro – a – che chiamerò Y
c’è una finestra grande dove oltre la tenda
rami d’albero bussano si allontanano si avvicinano

è una lieve inquietudine vederli tendere
verso Y che non se ne accorge
come una fragilità eternamente rimandata
infligge una mollezza che non cede a distrazioni

io rimango a proteggerlo nel mentre, di parole
                          quelle che non sa

(dalla sezione “se il fiore dell’ora”)


***


Interno con preghiera n°

scivola il giorno
nei suoni diafani della parte lesa
accatastati – regoli – come fervide tossine cerebrali

Susette ha un segreto, lo mormora all’ora
– tre volte –
davanti al crocino aeratorio sulla porta di tenebra blu

una nenia iniziata dall’alba luce rosa che muore
per brama di un’estasi rorida predata sul pube
ghirlanda adornata con trine caduche

Susette ha un segreto lo spinge nell’ora
– tre volte –
lo nomina piano, lo attende, nel blu

(dalla sezione “regoli”)


***

Riavvolgi / Cancella

soffrono d’insonnia anche i piccioni
nell’abitacolo – spaziale – sotto la grondaia
questa sera sono in due, la solita coppia
li vedo da mesi alla finestra sulla strada

oggi il mio cuore ha perso dei colpi

a volte è come al pranzo di un matrimonio
in silenzio scocca un frangipane nella via
il nettare trabocca del partire con il piede giusto
ma danza troppo in grande per non finirne prima

(dalla sezione “eroi celesti”)



***


Nido

Curo i miei fogli come in una culla, li accudisco
ci giro intorno se li lascio so sempre dove sono e ci ritorno
li riassesto li dispongo li sposto gli rimbocco le parole
accarezzandoli con gli occhi a volte li detesto
sempre con quella bocca aperta come passeri neonati
cip cip cirip a chiedermi del cibo che ho nascosto o non ricordo
Evito i beccucci non li guardo, allungo tapparelle faccio ombra
forse si addormentano

(dalla sezione “giunchiglie trapassate”)


Testi tratti da:
Doris Emilia Bragagnini , Claustrofonia (sfarfallii – armati – sottoluce); Giuliano Ladolfi Editore, 2018. Prefazione di Plinio Perilli; postfazione di Laura Caccia.

Doris Emilia Bragagnini è nata in provincia di Udine, dove attualmente risiede. Suoi testi sono presenti in riviste letterarie, antologie e poemetti collettivi, in vari lit-blog tra cui “Neobar” e “Giardino dei poeti”, dove collabora in entrambi come redattrice. Il suo libro d’esordio è Oltreverso (Zonacontemporanea, 2012), seguito da “Claustrofonia” (Ladolfi, 2018) segnalato al Premio Lorenzo Montano (2017 inedito/ 2019 edito), segnalato al Premio Bologna in Lettere (2019), selezionato tra i venti editi finalisti al Premio Pagliarani 2019, segnalato al Premio Umbertide xxv Aprile (2020).

Il suo blog https://inapparentecremisi.wordpress.com/

 



giovedì 18 marzo 2021

L'"Opera incerta" di Anna Maria Curci

"L’opus incertum si caratterizza per il suo mettere insieme elementi diseguali. Le pietre dell’opera incerta non sono pre-tagliate e predisposte per l’assemblaggio".
Così afferma Anna Maria Curci nella sua nota introduttiva a “Opera incerta”, la sua recente raccolta poetica edita da L’Arcolaio”. Un titolo davvero singolare, scelto dalla nostra Autrice per riferirsi ad una tecnica di costruzione usata anticamente, che si differenziava da quella usuale: usare cioè pietre ad “embrice” anziché a “reticolato” (Vitruvio, de architectura, cit.).
Un’opera poetica complessa composta da più parti disuguali fra di loro? È questo l’intento della nostra Autrice nel proporci il suo mondo e le sue riflessioni in questa raccolta? In effetti ci sono undici anni (dal 2008 al 2019) di produzione poetica, nel libro, come afferma lei stessa nella nota, e, si sa, il tempo influisce sulle tematiche e persino sugli stili, sui modi di vedere le cose, sui giudizi e sulle prospettive: sono tutte peculiarità dissimili, di peso e importanza diverse, queste, che hanno avuto un proprio vissuto, una propria ragion d’essere, collocate e inquadrate nel proprio ambito temporale ed emotivo, legato all’esperienza in evoluzione, ai fatti interni ed esterni vissuti dall’autrice e che hanno determinato e prodotto quel volume, quel mondo poetico. Mettere ora tutto insieme, come le pietre disuguali una sull’altra, una incastrata nell’altra, integrando lacerti e intercapedini di vuoto silenzioso e informale?... Certo, è un’impresa ardua, complicata. Ma la bravura della nostra autrice, la sua grande esperienza, la sua padronanza assoluta della materia poetica, fanno sì che la costruzione dell’edificio poetico diventi ancora più solida delle singole parti – embrici.
Ecco dunque che l’Opera incerta di Anna Maria Curci si rivela un progetto poetico dotato di una interna stabilità ed armonia, tenuto insieme ben saldamente dalla molteplicità tematica e dalla modalità espositiva che è propria dell’Autrice. Sono infatti quattro le sezioni in cui è suddivisa la raccolta: “Barcaiola”, “Opera incerta”, “Mnemosyne” e “Di tanto azzurro”; ognuna di queste costituisce un particolare complemento tematico in cui la Curci sviluppa poeticamente il suo pensiero filosofico sul senso dell’esistenza, sull’attraversare metaforici fiumi per raggiungere nuove sponde, sulla sua esperienza di vita e di ricordi in altre storie e date fatidiche. Un itinerario complesso, enunciato con uno stile poetico accurato e colto, come ribadisce anche Francesca Del Moro nella sua attenta e dettagliata postfazione.

Proponiamo qui di seguito alcuni testi tratti dal libro.


Barcaiola

Siedi sull’altra riva e getti l’amo.
Io traghetto.

Nella scalmiera remo
bisbiglia con cadenza.

Lei, la tua mobile sostanza, smesse
le vesti torbide, mi accoglie.

Quando riprende il volo la speranza,
cocciutamente sai che non è fuga.

(dalla sezione “Barcaiola”)


***

Traducendo “Sic transit gloria mundi” di Czechowski

Lo struggimento mi lascio alle spalle,
percorro la mia strada nella storia.

La lama che mi pende sulla testa
non separa colpevoli e innocenti,
l’alba del giorno una sollevazione
contro speranze dalla voce querula.

Tutto è già stato detto? Non lo so.

Più degli omissis temo le omissioni,
le sommosse mancate contro l’inanità.

(dalla sezione “Opera incerta”)


***


Kit di sopravvivenza

dosi massicce di sopportazione
sordina a false rivendicazioni
sguardo rivolto al cielo o a un filo d’erba
un libro spalancato o uno spartito

(dalla sezione “Opera incerta”)


***


EUR (eucalipto, un ricordo)

Additando quell’albero, sorpreso,
ti sei rassicurato sul suo nome.

Di contrabbando, dietro a un fast-food,
scorza e foglie incuranti del fritto
schiudevano sornione il ricordo in agguato,

l’eucalipto piantato da mio padre
per tutto il condominio. Fu una festa
con il mare nel naso

e noi bambini, fieri.

(Dalla sezione “Mnemosyne”)



***

8 settembre 1943

Mi hai raccontato tante volte, madre,
del giorno e delle corse
dalla casa al rifugio,
al tuo paese, tra i monti,
era già freddo.

Non avevi prescienza e nel tuo cuore
di ragazza, che serbi,
chissà cosa balzava col terrore.

Per questo oggi ti chiedo
e risposta m’è dono
il cuore del pensiero

e nel secondo idioma
che ho imparato da te
lo chiamo donna, “pensée”.

(Dalla sezione “Mnemosyne”)


***

Di tanto azzurro

Non so se sono ancora la bambina
che facevi volare nel mattino
nitido e freddo al sole di dicembre.

La casa, poi il mio asilo e la tua scuola
dove da trafelata ti mutavi,
lingua-madre diventava il francese.

So che di tanto azzurro mi rimane
un fiocco, il cielo in testa e l’occhio desto,
pegno d’incanto, balzo, testimone.

(Dalla sezione “Di tanto azzurro”)

Anna Maria Curci, Opera incerta, Casa Editrice L’Arcolaio, Forlimpopoli, 2020; postfazione di Francesca Del Moro.

Nata a Roma nel 1960, Anna Maria Curci insegna lingua e cultura tedesca in un liceo statale. È nella redazione della rivista “Periferie”, diretta da Vincenzo Luciani e Manuel Cohen; per il sito “Ticonzero” di PierLuigi Albini ha ideato e cura la rubrica “Il cielo indiviso”. Ha tradotto, tra l’altro, poesie di Lutz Seiler (La domenica pensavo a Dio/Sonntags dachte ich an Gott, Del Vecchio 2012), di Hilde Domin (Il coltello che ricorda, Del Vecchio 2016) e i romanzi Johanna (Del Vecchio 2014) e Pigafetta (Del Vecchio, di prossima pubblicazione) di Felicitas Hoppe.

Ha pubblicato i volumi di poesia Inciampi e marcapiano (LietoColle 2011), Nuove nomenclature e altre poesie (L’arcolaio 2015), Nei giorni per versi (Arcipelago itaca 2019), Opera incerta (L’arcolaio 2020). Con la raccolta inedita Quando tace il latrato ha ricevuto la menzione speciale come finalista nella VI edizione (2020) del Premio nazionale editoriale “Arcipelago itaca”.

Insieme a Fabio Michieli è direttore, caporedattore ed editore del lit-blog “Poetarum Silva”.



sabato 13 marzo 2021

L'essenzialità della poesia di Flavia Tomassini

Flavia Tomassini, romana di nascita, è una giovane poetessa che già si è fatta ampiamente apprezzare. Suoi testi poetici compaiono infatti su alcuni siti letterari di rilevanza nazionale, quali Poetarum Silva e Critica Impura. È anche stata pubblicata sul quotidiano La Repubblica nella rubrica “La bottega della poesia”, curata da Gilda Policastro.
Tratti da una sua recente raccolta poetica ancora in formazione, proponiamo qui di seguito tre brani, molto brevi, in cui spicca l’impellenza del dire, l’urgenza delle infinite riflessioni epigrammatiche che scaturisce come sorgente d’acqua inarrestabile dal suo cuore creativo. Ma l’esperienza e la buona frequentazione del mondo letterario, le permettono di tenere ben salde le redini dell’impeto poetico, incanalandolo in versi esigui ma controllati, lavorati, significativi. Si tratta di un buon raggiungimento di sintesi, necessaria perché la poesia non si appiattisca diventando un mero e debordante impasto di versi alla rinfusa, seppur propositivi. La concisione, l'essenzialità di Flavia Tomassini, coglie il profondo costrutto del concetto e lo esplicita con filosofica visione.



Saliamo alla penombra dello studio
indecisi se accettare pienamente
la realtà; il quadro o il disegno
scorto dietro il senso che ci preme.



***


Ci addormentiamo con l’oscurità,
i volti orientati alle mammelle
di una fiamma. Erriamo nel limbo
dei viventi, fra la resa e la riluttanza.




***


È la nostalgia dei loro stessi
impulsi: la malinconia del riflesso
che li rimanda indietro
all’emozione di percepirsi
ora che si riconoscono
distanti –
distinti.


domenica 7 marzo 2021

Gloria Riggio e la sua "Stagione del dubbio"

A volte si va alla ricerca di perle preziose senza mai riuscire a trovarne almeno una. Forse la ricerca in quei casi è stata indirizzata male, o su presupposti non perfettamente onesti e liberi da facili pregiudizi. Allo stesso modo, sovente si va a cercare la Poesia in ambienti e personaggi già ampiamente e meritoriamente “baciati” dalla musa, trascurando o sorvolando su alcuni autori che, apparentemente, per la loro giovane e a volte giovanissima età, non si ritiene possano rientrare nel novero dei poeti affermati: sì, sono bravi indubbiamente, ma devono “maturare” ancora un poco, è facile sentire in questi casi.

Ma la Poesia ha un’età? O, per essere più precisi, può (o deve) la Poesia distinguersi a seconda dell’età dell’autore? Direi che non sempre è così; ci sono delle eccezioni. E una di queste eccezioni è senza alcun dubbio Gloria Riggio: appena ventenne, devo dire che la sua poesia mi ha stupito, e a mio giudizio ritengo che la nostra giovane autrice non ha nulla in meno, per capacità e profondità del fare poetico, rispetto ai poeti “navigati”. È stata una grande e piacevole sorpresa. Ho preso in esame, per così dire, il suo ultimo testo poetico che la Riggio mi inviò cortesemente alcuni mesi fa, con la preghiera di scrivere qualche riflessione in proposito, e soltanto ora “riscopro” questa perla preziosa che stava proprio qui, accanto ai miei libri da leggere e da studiare, e per i quali mi riprometto di stilare qualche nota. Una perla che ora ho qui sulla scrivania, anzi in video, ma che già irradia tutto il suo proverbiale splendore.

La stagione del dubbio, sua seconda raccolta, pubblicata nel giugno del 2019 da Entropia, è un’opera complessa e molto articolata, dalla quale emerge evidente la ricchezza e la profondità del progetto poetico dell’autrice. Gloria Riggio indaga con audacia e determinazione il complesso mondo interiore che, proprio per la sua giovane età, è in continuo e forte fermento: dubbi, incertezze, speranze, sentimenti ed emozioni che però vengono scandagliati, quasi vivisezionati, e ordinati attraverso un processo poetico che li rende comunicativi e addirittura esemplari. L’analisi del tempo attraverso i testi della prima parte, che è quasi un diario, prosegue poi negli altri scomparti del libro, o capitoli, dove la nostra autrice si sofferma sulle sorti della natura e dell’umanità, per poi giungere alla fase più intima dell’esistenza, quella più fervida e appassionata, l’eros, dove pure si sofferma con eleganza stilistica e allusiva di grande effetto.

Una poesia non legata all’età, o perlomeno non del tutto influenzata da questa, dove l’impulso vitale, caratteristico della gioventù, è abilmente dominato e controllato dall’innato talento letterario della nostra autrice. Talento letterario che le permette di esprimere concetti, riflessioni e stati d’animo, emozioni e ambientazioni, con un dettato poetico colto, appropriato e liricamente alto.

Proponiamo qui di seguito alcuni brani tratti dal suo  libro “La stagione del dubbio”.




5 GENNAIO O DEL RITROVARSI

AL MEDITERRANEO



Per sorridere alla tua schiuma
che mi bacia le caviglie

e celebrare le mie (lac)rime
che diventano tue gocce,

per cingere d’inchiostro
l’orlatura del tuo ventre

insignificante, dinanzi le tue onde

scrivo
al cospetto degli altari tuoi

e forse tu
neppure lo saprai.


***


11 NOVEMBRE O DELLA DIPARTITA


La palude stagna
nel fango di occhi sfuggenti
la coscienza della fine
digrigna i denti

ascolta
i tumul(t)i esausti e fatiscenti
di eserciti in marcia
su bare sferzate da urla o da canti

e la catatonia del tuo corpo
al cospetto dell’afasia dei miei altari:

nulla intorno
al rito orfico dell’amore.

Il mugghiare del mare
si incre(s)pa sull’indifferente
riva del mio petto

non più concitata dal doloroso
e cupo abisso
ma ormai inerte al cospetto
del pentimento.


***


LA VALLE DEI VACILLI O DELLA PAREIDOLIA

(DI UN DIVERSO)

Una strada sterrata
lenta e inesorabile
correva chilometri di silenzio e afa
prima di slabbrarsi
in un incrocio privo di esitazione.

Adele abitava al di là della scelta
alcuni passi e cespugli
dopo una chirurgica biforcazione.

Dal ciglio a strapiombo sul mare
l’unica sua violenza
era imporre alle nuvole
nel cielo di carta,
una forma.

Quando se ne accorse,
lo strappo giunse            [alla sua porta.

E graffiando l’ampolla vitrea
di quel cosmo e le sue leggi,
il rito di iniziazione alle pendici dei vacilli:

Benvenuta dinanzi la porta dell’esattezza.
Cosa vuoi sbagliare oggi
?”


***

LA CITTÀ DI DITE O IL PESO DELLE PAROLE


“Dite pure!”

Alle porte degli inferi
le parole che usaste come armi
riecheggeranno - empia melodia -
nei lobi degli infermi.

Caronte digrigna il suo abbraccio,
        e urla ancora dal relitto:

La nicchia ecologica
ha il ventre putrefatto
”.


***

  
INVERNO O DELLO STRAPPO


Ti ha fatto male,
questo ti ha colpita:
uccisa da chi ti teneva
tra le dita.

Un pugno sotto le costole
brucia al centro dell’addome
come ferro ardente,
come il morso di un rapace.

I denti della iena
ridono sguaiati e beceri
lacrimando ancora caldo
un rivolo di sangue;

da lontano appena un canto

e le tue ossa nude
sullo sfondo del tramonto.


***

  
SO(G)NO SIRIA

Il tramestio di fango e terra morta
sotto le suole delle prefiche
apre lo sguardo a un sentiero funebre

e - avvolto dal buio - il rituale di commiato
di infanti nudi
e innocenti.

Compunto, il dolore dei loro assassini
getta ad ogni lacrima una rosa,
distese di petali feriscono il buio
della notte luttuosa
senza vergogna, senza ferocia.

La strada è terminata
e intanto che muoio
ti vedo di spalle su un’altalena,
tu che per contrappasso
sorridi alla vita.

Mi trafigge una lama il grembo
e mentre tu ridi nel tuo limbo
sputi un crisantemo
ed il suo dolce gambo


***


EROTICA IX

La purezza della linfa
sulle labbra
e l’aria che fresca si poggia
e non ne dissolve l’essenza

il primordiale nutrimento
come l’embrione al suo grembo
come forma di vita
appesa al precipizio
dell’ultimo (salvifico) pasto.


(Brani poetici tratti da "La stagione del dubbio", di Gloria Riggio, Ediz. La Gru, 2019)

Gloria Riggio, nata ad Agrigento nel 2000, studia Lettere e Filosofia presso l'Università di Trento, dove frequenta il corso di studi storici e filologici-letterari.
La sua prima raccolta poetica è Il mirto e la rosa (Ediz. La Gru, 2017).
Studia pianoforte sin da quando era bimba, nutrendo grande passione per la musica così come per la fotografia, i viaggi, il teatro, il mare, i libri e la scrittura.

giovedì 4 marzo 2021

La variegata visione del mondo in "Oggi ti sono passato vicino" di Tommaso Urselli

La Poesia come esperienza e a volte anche metodo esplorativo per indagare sulle cose che ci circondano: cose, natura, ambienti, ma anche e soprattutto sensazioni, sentimenti, emozioni, affetti. Utilizzare la Poesia, il fare poesia, nel pieno rispetto del termine greco classico poiein, per interrogarsi e poi darsi delle risposte che vadano al di là dell’immediata e materialistica visione del mondo e delle cose, è prerogativa di menti creative e artistiche dotate di grande sensibilità e cura nei confronti della propria esistenza e del creato.
È il caso di Tommaso Urselli, maturo e valido poeta di origini pugliesi, residente a Milano, che con questa sua corposa opera poetica intitolata “Oggi ti sono passato vicino”, tenta di abbracciare tutto un mondo fatto di riflessioni, di luoghi, di considerazioni su cose e situazioni, ma anche di ricordi e di affetti. Ci riesce benissimo, e il testo complessivo appare continuativo ed esaustivo nell’organicità complessiva delle sue parti, in cui sapientemente e con grande intuito poetico il nostro autore ha suddiviso il libro: ciascuna delle sezioni ha un suo respiro particolare, s’intende, ma questo respiro lambisce e alimenta tutti i tasselli, fino a creare un mosaico di visioni e considerazioni più ampio e significativo.
Il libro si apre con un percorso dedicato alla figura del padre. Il ricordo rivive e si attualizza nell’autore, il quale ne utilizza il segreto e potente fermento affettivo interiore per ricostruire la propria idea di vita futura e quindi per ripartire: quel passare accanto alla figura paterna è simbolicamente un ricaricarsi di energie per riaffrontare il domani: non è nostalgia, o perlomeno non solo quella, ma è valore fermo di una realtà certa che è stata ed è fondamentale pietra di paragone per la realizzazione di un futuro che abbia ancora un senso.
Come pure tutte le cose e le città, i luoghi che sono rimasti imprigionati nel lockdown, buio che favorisce momenti più frequenti e fecondi di meditazione e di interrogativi: queste cose e questi luoghi parlano, hanno da dire finalmente la loro verità, e quale mezzo più esplicativo e sublime della poesia può essere in grado di comunicarlo?
E intanto, all’interno e all’esterno di queste riflessioni, c’è il desiderio di evadere, di innalzarsi e di sognare: inventa qui Tommaso Urselli la sezione dedicata al mistero del Labirinto, in cui si immerge affrontando enigmi e chimere, sogni e divagazioni ellittiche, substrati di quel mondo arcano che è in noi e alimenta la nostra fantasia creativa.
Una poesia che è dunque poliedrica, tutta fondata sul potenziale intrinseco che trapela dalla parola e dal verso: poesie brevi, come afferma anche Giuseppe Conte nella sua concisa ma intensa nota, ma esplicative, allusive nella loro, a volte, simbolica espressività.
Nel complimentarci con il nostro Autore, e nell’augurargli sempre maggiori affermazioni in campo letterario e poetico, proponiamo qui di seguito alcuni brani tratti dal suo libro.


Giorno uno

Seduto nella poca luce dove
sedevi tu
tra le mani uno dei libri che
leggevi tu
vicino al fuoco che
guardavi tu
sto
come stavi tu, immerso nel calore.

 

***

Oggi

Papà: questa parola, a chi la dico
adesso? A me. Dimmela. Ancora.

Ti sento, è la tua voce, il tuo
articolare lento e cadenzato.

Oggi ti sono passato vicino.


***

(dalla sezione La lingua delle cose)

Unidentified flying virus

È silenzio tra le mura di casa
(sembra casa nuova, invece è solo
nuovo assetto delle cose), tagliato
unicamente dal passare tetro
di ambulanze: chissà per chi? domandi
quasi a scongiurare possano essere
per me per te o per qualcuno che
conosciamo. Come se già l’umano
genere non fosse unito da un filo, ora
viene un virus a ricordarcelo: non
umano non animale, nemmeno
cellulare: unidentified flying virus.


***

(dalla sezione Corpo-città)


I

Che cos’è questa nebbia
questi occhi in mezzo alla nebbia
queste mani queste facce
che mi sembra di essere morto
in mezzo a pianure di parole tutte morte
in fila riposano
ridono sguaiate
si spogliano sgrammaticate
sono zoppe e s’impigliano
nel canale della gola
si tuffano con la testolina piccola piccola
dentro le vene e premono
contro la pelle premono
e vogliono uscire, segnare
tutta la geografia del corpo
scavare canali, crateri


***

(dalla sezione In labirinto)

Icaro caduto

È qua tra le costole che
mi spuntano germogli
mi crescono rami
s’incrociano le vene e
diventano verdi le mie braccia
radici le mie ciglia
una chiesa la mia fronte
il petto un grande scoglio
i piedi fiumi abitati da mille pesci
e i miei occhi, cavi

 

***

(dalla sezione parole alle formiche)

La strada

C’è solo una strada e non è dritta
c’è solo una strada che porta
i tuoi piedi; le altre sono morte, affacciano
su foreste di nulla o poco più.

C’è solo l’andare senza fermarsi:
se i piedi il sonno volesse mangiarseli
è permesso cadere, non addormentarsi.

Se in sogno appare la strada: ripartire
da zero o poco più.

***

Collezione di respiri

In fila ordinati etichettati in
barattoli trasparenti lucidati
dal più giovane al più vecchio i miei
respiri: i lunghi i brevi fino a quello
laggiù in fondo nato prima
di me, prima del mondo.

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Brani tratti dal libro Oggi ti sono passato vicino, di Tommaso Urselli, Edizioni Ensemble, 2020, nota di Giuseppe Conte.

Tommaso Urselli (Taranto, 1965) vive a Milano ed è autore prolifi­co di teatro. Oggi ti sono passato vicino è la sua prima raccolta poetica e la sezione Parole alle formiche è giunta ­finalista al Premio InediTO – Colline di Torino 2019.

 

Alda Merini vista da Ninnj Di Stefano Busà