lunedì 12 aprile 2021

Loriana D'Ari e la sua forte consapevolezza poetica

Ecco una potente voce poetica, inaspettata, improvvisa, stentorea, che subito prende e per questo motivo con grande piacere l’accolgo qui su Transiti Poetici. Si tratta di Loriana d’Ari, genovese, impegnata professionalmente nell’ambito della psicoterapia ma con all’attivo già diversi riconoscimenti in campo letterario e con una sua pubblicazione di esordio, Silenzio soglia d’acqua, con la quale ha vinto la sesta edizione del rinomato Premio Arcipelago Itaca per la sezione inediti.
Proponiamo qui di seguito alcuni suoi brani, in cui spicca evidente il suo senso epico e il dettato fortemente scenografico, con interessanti contaminazioni teatrali (“Antigone, testamento”). In più, traspare dai suoi versi una particolare consapevolezza e sensibilità in merito alle problematiche esistenziali (“dei vivi e dei morti”). Una poesia convincente, che scuote gli animi e canta con dolce veemenza, utilizzando un lessico alto e pregevole.
Loriana D'Ari è senza dubbio poetessa che merita ulteriori approfondimenti e apprezzamenti, da tenere in considerazione nel nostro attuale panorama poetico nazionale.



Antigone, testamento

io donna nel mio ventre sottile
spezzerò questa catena micidiale
perché Antigone è il mio nome
nata al posto di un altro. fratello,
levigherò questa crosta di sangue
e fango, fino a restituirti un volto
e soffierò nei tuoi polmoni tanta vita
per quanta sciagurata colpa
è sopravvivere ai morti, portarli
come d’inverno nelle vene un canto
di passeri sepolti nella neve


*

sono andati tutti. col fiato addensi l’aria
ma la bolla si sfrangia, è trasparenza.
così rapprendi in un grano di buio
stringi il grido, resti nel dubbio


*

nel transito alla goccia, il chicco di grandine allenta
la scorza della dura lattescenza. non rimpiange
il confine, tutto quel che trattiene lo cede
in cambio di un po’ di calore


*

quasi nuda sulle scale, spingi avanti
alla cieca, pelle permeabile agli occhi
corpo di bianca sclera, un piede
dietro l’altro introflesso - l’orbita a
rovescio del passante, l’orlo slabbrato
del possesso. appartieni allo sguardo
dell’altro. la tua piccola morte soltanto
è un fatto privato, ti cade dentro


***

dei vivi e dei morti

ecco le povere cose, gli esili resti.
nel disarmo i coltelli feriscono
da ogni lato.
qui la colpa è uno scavo di rotule
nel fango, la spola
dei vivi tra gli opposti schieramenti.
quanto ai morti, indugiano
anche loro, da quando è slittata
la soglia non sanno più
dove cadere


*

non visti, i morti si allenano
alla trasparenza. dei vivi
ricalcano le orme, coincidono
ombre e contorni. d’inverno
ravvivano il fuoco, trascinano
notti interminabili lungo i
corridoi. non sanno se verrà
il perdono, ma intanto
bagnano i fiori. per questo
resistono, anche senza di noi


*

li abbiamo pianti, ma tornano a noi
per varchi tremiti schiusi ai rami
dai bianchi guizzi del mandorlo
e nel silenzio quel soffio di vento
ultrasuono che dice, non dice:
siamo la piena portanza dei corpi
la dissolvenza nella scia dei passi
non altrove, ma via dal vostro tempo
dentro il calco vivente del mondo


Loriana d’Ari vive a Genova, dove lavora come psicoterapeuta. Ha pubblicato su diverse riviste e blog letterari, e ricevuto riconoscimenti in occasione di vari concorsi, tra cui Ossi di Seppia, Bologna in Lettere e la segnalazione per la raccolta inedita al Montano. La sua silloge d’esordio, Silenzio soglia d’acqua, è risultata vincitrice del VI premio Arcipelago Itaca per la raccolta inedita (opera prima).

domenica 11 aprile 2021

Carmine De Falco e le sue "Meduse di Dohrn"

Meduse di Dohrn è il recente volume con il quale il suo autore, Carmine De Falco, conferma ed amplia la sua linea poetica tesa ad evidenziare fino allo spasimo, e in modo globale, lo stato di precarietà psichica e sociale di una società ormai schematizzata e stereotipata. Il titolo potrebbe essere fuorviante, ma bisogna a mio parere scendere molto in profondità viaggiando nei vari assetti e scomparti riflessivi e propositivi, per trovare il nocciolo unico, denso, significativo, che giustifichi in qualche modo l’intento dell’autore, cripticamente racchiuso nel titolo: le meduse e Dohrn. Le prime, creature marine spesso abbinate all’inquinamento e al degrado ambientale; il secondo, lo zoologo, emulo di Darwin e della sua teoria evoluzionistica, nonché fondatore della famosa stazione zoologica, o acquario, di Napoli. È dunque in questa profonda simbiosi tra i due termini, che Carmine De Falco architetta il suo percorso poetico in questo libro, riferendosi anzitutto al tema del degrado e della dissipazione incontrollata dei beni naturali, beni preziosi che in origine arricchivano il pianeta, a disposizione di tutti nell’”Acquario” meravigliosamente infinito che è il nostro universo.

Ma il nostro De Falco va oltre. Non si tratta, qui, soltanto di spreco materiale e di disordine nei consumi, non è soltanto mancato rispetto nei confronti della natura e dei suoi beni, ma è la cultura scellerata, o meglio la mancanza di cultura, che rende la nostra società attuale poco o per niente accorta su questi problemi. Siamo tutti a bordo di una nave da crociera, divertendoci in tutti i modi, isola in movimento in un oceano senza terra. È il modo errato, fuorviante, equivoco, nell’affrontare giorno per giorno un’esistenza egoistica e priva di un’etica, di un programma ideale e costruttivo serio che possa assicurare il benessere futuro.

Diviso in tre sezioni (“Poesie dei dopo disastri annunciati”, “Quadre danesi” e “Sature”), il libro è un ricco excursus poetico in questo mondo deturpato e frammentato, descritto prendendo spunto da un fondale nordico, più precisamente danese, nel quale il nostro autore è immerso, vivendoci da alcuni anni per motivi di lavoro. Il suo dettato poetico assume ancora, come è suo stile, un andamento articolato e variegato, utilizzando corpi poetici a volte lunghi e complessi, senza titolo, a volte addirittura prosastici; molti e molto bene integrati parecchi termini tecnici, mutuati dal linguaggio delle comunicazioni telematiche; c’è anche spazio al dialetto napoletano, che trova la sua migliore collocazione in un lungo testo (“Da canzoniere straniero”). Carmine De Falco insomma indaga e riesce a trovare tutte le potenzialità poetiche espressive per descrivere esaurientemente e con rara efficacia emotiva l’intero quadro progettuale da trattare, con un dire convincente, sagace, a volte ironico.
 
Impreziosiscono il libro di Carmine De Falco le dettagliate note di prefazione e di postfazione rispettivamente di Luca Ariano e di Ferdinando Tricarico, nonché l’originale copertina dell’artista Anna Maria Saviano.



Prendiamo la terra ne vogliamo
Sempre più la terra preda trasformata
Questa, spine di villette metallari
Pesanti che si schiacciano la schiena
Sotto trucioli di alberi imboscati
Tutti i malandrini con le doglie
Di parti non voluti dal creato

Rilasciate queste chimiche dannose,
Donnose, come femmine ancestrali
Che minacciano le mura di spaccare
Legna che raccolgono i residui
Dei grigiori ritrovati dentro i piani
Di sviluppo rurale urbanizzato

(dalla Sezione I, Poesie dei dopo disastri annunciati)

 

***


È uno shock scoprirti a seguire
scie chimiche attraverso terre piatte.
Preparo: soluzioni organiche di contraccezione

Per battere il rischio esistenziale
doloroso, di essere innesco biologico
di super menti artificiali

Qualcosa più di un suicidio
corre nei nostri meandri, naturale
competitività della natura umana

Arma che porta lontano da noi
salvaguardia del mondo abitato

Senso di colpa millenario che ha preso
fuoco nel giogo cristiano

Deciderai estinzione come
assoluzione da ogni peccato?

(dalla Sezione I, Poesie dei dopo disastri annunciati)


***

La città si allarga bassa
a portata di voce di mamma
proietta i suoi timbri
di luce sui bimbi

Meticolosamente si espande
a raggiera intorno a frammenti
di porto estromessi, venezie
di vetro, mattone e cemento upcycled
su lagune inchiodate al lavoro
irrefrenabile di ruspe e visioni

Metropolis sta lì a testimoniare
l’offesa dell’arrivo, dell’essere arrivati
Capsula di metallo e vetro verticale
che sinuosa ammicca a futurismi che furono.
Frantumata uguaglianza
in gradi di alture.

(dalla Sezione II, Quadre danesi)


***

Il finestrino mostra le luci distanti
dove non sparisce il peso dell’anidride
carbonica abbagliante nella notte
nera del puzzo di città illuminate

Magia crackata all’improvviso
torna alla banalità di un trucco
colpevolmente consegnato
al nostro sguardo saturo

Che forma hanno le montagne
e colline, questi boschi? Tuoi
per pura casuale geografica prossimità
Le guardi dall’alto ferite
montagne sporche, spaccate da strade

Fa sorridere questo cercare di mettere radici
questo bisogno ancestrale di restare
in un posto reale, sociale, animale di esseri
destinati a finire ancor prima che.


(dalla Sezione II, Quadre danesi)


***

Da canzoniere straniero

Te si’ miso ‘into ‘o Stritto
‘e ll’Ørresund friddo, addò passe
e spasse tra sti pizzarie
ca te pare ‘e sta â casa toja
cu tutte sti bannere
a tre culure, ma po si guarde bbuono
te vene a rirere, ‘a pizza c’o kebab, ‘a napolitana
cu ll’alice, ‘a sarsa ncoppo a ll’ananassa
‘a nduja a sotto ‘o ‘uacamole. Ma Napule addò sta?

(…..)

(dalla Sezione II, Quadre danesi)


***


Immaginaria immensa nave da crociera
piena di gente che prova a divertirsi, a ballare
in gruppo, a cantare su basi, a mangiare
a buffet, a ridere allo show, a nuotare, a fare
l’amore in cabina. Se questa imbarcazione navigasse
per sempre? Sempre più lontana con tutta
questa gente? Isola in movimento in un oceano
senza terra.

(dalla Sezione III, Sature)

Brani tratti da:

Carmine De Falco, Meduse di Dohrn, Bertoni Editore, PoesiaLab, Collana a cura di Luca Ariano, 2020; prefazione di Luca Ariano, postfazione di Ferdinando Tricarico. Opera di copertina dell’artista Anna Maria Saviano.

Carmine De Falco, esperto di comunicazione digitale, collabora per l’Agenzia Europea dell’Ambiente a Copenaghen. È cofondatore dell’Associazione Componibile62 e del progetto editoriale RACNA Magazine e ha lavorato come facilitatore a progetti di scambio culturale e artisitico.

Ha pubblicato le raccolte Linkami l’immagine (Fara 2006), Loop Vernissage (in Specchio poetico, Fara 2007), Italian Day (Kolibris 2009), I Resistenti, scritta a quattro mani con Luca Ariano (edizioni d’If 2012), Città Bianca (in Zenit poesia, La Vita Felice 2015).

Suoi testi sono presenti in antologie e riviste letterarie, tra le altre Trivio, Le Voci della Luna, Levania, e nei volumi Nella Borsa del Viandante, Attraverso la Città, Pro/Testo, AlterEgo Poeti al MANN, Poeti da Secondigliano, Poesia a Napoli II ediz. 2018.






giovedì 1 aprile 2021

Not bad, di Claudia Zironi: una preziosa opera di alta poesia

 “So quel che c’è da sapere”, recita Claudia Zironi in un suo testo poetico compreso nella raccolta “Non bad” che qui presentiamo brevemente. È un verso perentorio, laconico, direi rassegnato, in cui però la nostra brava autrice concentra a mio parere gran parte del suo progetto poetico, un progetto basato essenzialmente sul tentativo di descrivere tutta la realtà epurata da visioni ortodosse e fuorvianti, vedendovi in effetti quello che veramente serve a dare un senso alla vita e al creato. Not bad, che tradotto dall’inglese significa non male, è dunque una raccolta complessa e intensamente elaborata e prodotta con la piena consapevolezza di una grande maturità artistica e filosofica, sia per quanto concerne la visione delle cose nell’insieme, sia per la sua particolare modalità poetica.
In tutto questo, cardine fondamentale è la parola poetica, che, come sempre, deve caricarsi di quello spessore, di quel peso specifico particolare che la distingue in altri contesti discorsivi e informativi. Dice Claudia Zironi, ancora: “ci vorrebbe una parola per aggiustare, per trasformare, per realizzare una perfetta creazione”: una parola talmente potente, così universale, da poter essere essa stessa rappresentativa del tutto: è un avvicinamento asintotico, certo, per piccole approssimazioni, finché la “parola” aderisca poi come un involucro trasparente sulle cose da contenere e da indicare, in un modo sempre più “vero”, sempre più vicino alla propria visione e alla propria filosofia di vita.
È da qui che scaturisce la veemenza del dire poetico di Claudia Zironi: vedere la realtà e descriverla scientemente o limitandosi all’esteriorità e a quel minino di sensazioni che emana la superficie delle cose, non sarebbe alta e profonda poesia, ma costituirebbe un filone poetico normale se non addirittura ovvio, come avviene in gran parte della scrittura poetica odierna. Claudia Zironi ci indica una strada impervia, diversa dalle solite, perché la sua poesia è in effetti un’opera di vivisezione del creato, e dell’uomo, nei suoi molteplici contesti. È un viaggio di esperienze, il suo, di considerazioni e di riflessioni, condotto attraverso quadri e costruzioni poetiche che pungono e sollecitano direttamente l’emotività del lettore. L’organicità dell’intera raccolta è sostenuta e avvalorata dalla disposizione in quattro parti interconnesse (“Quando si spegne il cielo”, “Not bad”, “Nuda carne” e “Il ritorno degli uccelli”) ed inoltre arricchita dalle fotografie artistiche di Emiliano Medardo Barbieri.
La struttura poetica di Claudia Zironi, in questa raccolta, trova la sua massima armonia e perfezione stilistica, con un percorso costituito da corpi poetici generalmente senza titolo (a parte alcuni testi e quelli della sezione “Not bad”, nella quale la stessa Autrice spiega di aver preso a riferimento alcuni termini normalmente usati nei social, come “tag” e altre didascalie…). Tutta l’architettura poetica, compresi i segni grafici, la punteggiatura ed altri preziosi accorgimenti, fa di questa raccolta di Claudia Zironi una ragguardevole e preziosa opera letteraria di alta poesia.




di cosa hai bisogno – mi chiedevi. forse di un’intera
vita? una vita splendida e giusta. forse di un corpo
nuovo, appena nato, di una mente brillante, di un talento
che lasci tutti senza fiato. di cosa hai bisogno? – mi dicevi.
di dimenticare? di tanto futuro, di un altro padre o
della vista bella del mare, di riempire gli occhi
di sorrisi e di bambini, di parlare, di scoprire
un riccio timido tra l’erba, una margherita colorata.
o forse hai bisogno di un mio sguardo, di una carezza?
di uno di quei baci che fermano la pioggia, intenso
come una caduta, lungo come una guerra, improvviso
come il momento in cui ci si innamora.



***

so quel c’è da sapere, ore e ore
di parole, anni di inutili dati
ricordi miei importanti svaniti
per lasciare posto a memorie ininfluenti.
so più di quel che c’è da sapere di ciò
che non mi importa conoscere, che vorrei
non avere mai sentito, che non posso
cancellare, nemmeno se chiudo gli occhi
nemmeno quando si spegne il cielo.


***


ci vorrebbe una parola per aggiustare
per trasformare, per realizzare
una perfetta creazione, che fosse
rotonda e accesa, di giusta lunghezza
che assomigliasse un poco al nome
del mondo conosciuto e lasciasse intravedere
l’inimmaginato. ci vorrebbe una parola puro suono
un battito, una eco, un sentimento, un’ultima parola
che contenesse il senso
di tutto questo struggimento.



***

                            # hole in my soul

perché in fondo come si definisce un buco?
ciò che non è pieno, un vuoto, un tronco cavo
un nido abbandonato, l’abisso, il pozzo, il gorgo
che tutto inghiotte, nero e dirompente nello spreco
illusorio e fallace, della vita, il viaggio senza destino
della luce, che parte e non si sa dove si frange
dove riposa come buio, con tutti i suoi colori
ai margini del tempo, la mancanza
di progetti e aspettative appigliati a un domani
che non ci appartiene, la resa della terra
e del muro e di ogni altra nobile materia
alla sua asportazione dal contesto, il silenzio
che ci chiude anzitempo nella tomba, il lutto
della memoria, la demenza, la follia, l’oggettiva
inefficacia della perseveranza, l’archiviazione
di ciò che avrebbe potuto e non è stato, un passaggio
dal perimetro regolare o frastagliato, un foro.


***


come il cane, come il padre di un altro
come un vestito-spazzatura consumato
come la notizia di un eccidio in Siria
attenendomi alla metafora del lutto
ho scelto per te di spargerti al vento
come ceneri, di non avere un luogo
per le rose, di non avere immagini
per toglierti il tempo, sei un nome
asceso ai cieli scoloriti del rimpianto
pensieri di morte a mio carico
– benedetto sia il virus che arriva
galoppando rosso per il mondo
senza credo, senza colpa –
una meccanica perversa di abbandono
come un albero caduto per il vento
come un ponte crollato, come il pianto
come un amore irrealizzato.


***

                             a E.

gli uccelli neri sono tornati, lucidi
come il passato. dalla cima più alta
hanno cantato ricordando i caduti
lungo il viaggio, ricordando le carni giovani
le correnti del cuore. hanno portato notizie
da paesi inesistenti, inutili dettagli di rovine.
gli uccelli hanno detto che non c’è luce
oltre i confini della nostra esistenza
che è inevitabile il gioco del fuoco
bruciarsi, soffrire, perdere piume
che in questa vita solo una volta si nasce
solo una volta si muore e solo una volta
si può amare. tutto il resto è dolo.

Brani tratti da: Claudia Zironi, Not bad (2019 – 2020), Arcipelago Itaca, 2020; prefazione di Francesco Tomada.


Claudia Zironi, bolognese, opera dal 2012 nel mondo della diffusione culturale con l’associazione Versante Ripido (www.versanteripido.it) dedicata alla poesia e della quale è uno dei fondatori e Presidente. Collabora anche con altre realtà associative rivolte alla cultura, all’arte e al sociale. Fa parte della redazione della rivista Le Voci della Luna. Ha fatto parte di giurie di premi di poesia a rilevanza nazionale.
È alla sesta pubblicazione poetica in Italia, delle quali Eros e polis, nel 2016, è stata riproposta in USA in traduzione di Emanuel Di Pasquale.
Nel 2019 è uscita, per i tipi di Marco Saya Edizioni, l’antologia a cura di Sonia Caporossi Claudia Zironi – Diradare l’ombra – antologia di critica e testi – 2012-2019.
Altre notizie si possono trovare nel sito claudiazironi.wordpress.com





martedì 23 marzo 2021

La vitalità nascosta, in "Claustrofonia" di Doris Emilia Bragagnini

C’è una vitalità nascosta, sotterranea, addirittura ctonia, come afferma anche Plinio Perilli nella sua dettagliatissima prefazione, nel mondo poetico di Doris Emilia Bragagnini in questa sua recente raccolta, intitolata “Claustrofonia” (Ladolfi Editore, 2018). Anche il titolo, che di solito riassume in modo sintetico ma esplicativo tutto il progetto poetico dell’autore, è in questo caso più che indovinato, ed inoltre ci fornisce una buona chiave di lettura, ci offre anzi la giusta “frequenza” di ascolto sulla quale sintonizzarci per procedere lungo l’itinerario poetico di Doris Emilia Bragagnini. Un itinerario che, appunto, sembra sotterraneo, opprimente, chiuso – e quel prefisso claustro ne è l’indice – ma che in realtà fa confluire in superficie tutto il flusso di pensieri, considerazioni e riflessioni dell’Autrice, per lo più incentrato su una visione complessiva del mondo in perenne stato di incertezza e di precarietà. Il dubbio, i timori, le inquietudini, il senso di compressione che ostacola l’agire quotidiano, il vedere e non vedere, il travisare attraverso icone e immagini usuali e abitudinarie, il sentire le cose assenti, come respinte o assorbite da un muro immaginario che soffoca le parole: tutto questo sembra emergere dalla sua visione poetica, costituita da un discorso multiforme e articolato, suddiviso organicamente in sette sezioni (“sfarfallii – armati – sottoluce”, “ipernauta”, “se il fiore dell’ora”, “regoli”, “eroi celesti”, “giunchiglie trapassate” e “nonnulla da tenere”), tutte valide ad arricchire l’assunto poetico fondamentale, con diverse e svariate angolazioni e figurazioni. Il discorso poetico di Doris Emilia Bragagnini, in questo libro, è dunque assai complesso, e merita molta attenzione e successivi approfondimenti graduali, in quanto svela quel silenzio quasi ancestrale in cui è immerso l’animo umano, di fronte agli accadimenti storici e sociali, e personali, che inducono ad interrogarsi sul fatidico senso dell’esistenza, sulla ricerca di un riferimento altro, al di là di ogni vicissitudine materiale ed evolutiva.
Il linguaggio poetico della nostra Autrice è stilisticamente elevato, a volte allusivo, altre volte diretto ma sempre con l’intento di puntualizzare il senso di precarietà e di incertezza insito in tutte le cose. La cura particolare della parola poetica (sintetizzata meravigliosamente nel brano “Nido”, ad esempio), l’uso intelligente di pause e di segni a completamento dell’efficacia poetica, persino qualche termine onomatopeico, contribuiscono a rendere il messaggio poetico più deciso e più incisivo.
Una poesia da leggere con attenzione, che scuote dal dormiveglia in cui a volte si ripara l’uomo-lettore per non affrontare i mille problemi dell’esistenza quotidiana. L’arte poetica ha questo compito, tra l’altro, e la poesia di Doris Emilia Bragagnini è senz’altro aderente a questo principio.



Claustrofonia

Il muro tace, non risponde più
si lascia guardare angolandosi
in riproduzioni lessicali nei passi
o sfarfallii – armati – sottoluce

ogni tanto un urto di temperatura
differente, a porte chiuse ] tolte le dita
da maniglie ingoiate a sorsi uscite laterali
agglomerate al bolo circolante, contropelle

la risalita dei ricordi sfida il cemento
dell’anima in guardiola, divelta e sugosa
chiaroscuro del Merisi

stretto chicco d’uva fragola come fosse un uragano
moltiplicato a schizzi su pareti in guanti bianchi
divaricate a terra ora

“… tu aprimi al tuo fiato singultato, viola di Tchaikovsky”

(dalla sezione “sfarfallii – armati – sottoluce”)


***

  
Apnea del ticchettio

scende una mano sulla testa
tiene agitando la corolla del provare a vivere
e sbatte sbatte cerca lo stacco l’addormentamento netto
il krak che sia notturno rimanere subacqueo, respiro
senza bolle di speranza – ricordo lucine polveri nel sole

c’è un treno nell’orologio riga le guance da nord a sud
si ferma sull’orlo di un pudore fatto cometa

(dalla sezione “ipernauta”)


***

Y

dietro – a – che chiamerò Y
c’è una finestra grande dove oltre la tenda
rami d’albero bussano si allontanano si avvicinano

è una lieve inquietudine vederli tendere
verso Y che non se ne accorge
come una fragilità eternamente rimandata
infligge una mollezza che non cede a distrazioni

io rimango a proteggerlo nel mentre, di parole
                          quelle che non sa

(dalla sezione “se il fiore dell’ora”)


***


Interno con preghiera n°

scivola il giorno
nei suoni diafani della parte lesa
accatastati – regoli – come fervide tossine cerebrali

Susette ha un segreto, lo mormora all’ora
– tre volte –
davanti al crocino aeratorio sulla porta di tenebra blu

una nenia iniziata dall’alba luce rosa che muore
per brama di un’estasi rorida predata sul pube
ghirlanda adornata con trine caduche

Susette ha un segreto lo spinge nell’ora
– tre volte –
lo nomina piano, lo attende, nel blu

(dalla sezione “regoli”)


***

Riavvolgi / Cancella

soffrono d’insonnia anche i piccioni
nell’abitacolo – spaziale – sotto la grondaia
questa sera sono in due, la solita coppia
li vedo da mesi alla finestra sulla strada

oggi il mio cuore ha perso dei colpi

a volte è come al pranzo di un matrimonio
in silenzio scocca un frangipane nella via
il nettare trabocca del partire con il piede giusto
ma danza troppo in grande per non finirne prima

(dalla sezione “eroi celesti”)



***


Nido

Curo i miei fogli come in una culla, li accudisco
ci giro intorno se li lascio so sempre dove sono e ci ritorno
li riassesto li dispongo li sposto gli rimbocco le parole
accarezzandoli con gli occhi a volte li detesto
sempre con quella bocca aperta come passeri neonati
cip cip cirip a chiedermi del cibo che ho nascosto o non ricordo
Evito i beccucci non li guardo, allungo tapparelle faccio ombra
forse si addormentano

(dalla sezione “giunchiglie trapassate”)


Testi tratti da:
Doris Emilia Bragagnini , Claustrofonia (sfarfallii – armati – sottoluce); Giuliano Ladolfi Editore, 2018. Prefazione di Plinio Perilli; postfazione di Laura Caccia.

Doris Emilia Bragagnini è nata in provincia di Udine, dove attualmente risiede. Suoi testi sono presenti in riviste letterarie, antologie e poemetti collettivi, in vari lit-blog tra cui “Neobar” e “Giardino dei poeti”, dove collabora in entrambi come redattrice. Il suo libro d’esordio è Oltreverso (Zonacontemporanea, 2012), seguito da “Claustrofonia” (Ladolfi, 2018) segnalato al Premio Lorenzo Montano (2017 inedito/ 2019 edito), segnalato al Premio Bologna in Lettere (2019), selezionato tra i venti editi finalisti al Premio Pagliarani 2019, segnalato al Premio Umbertide xxv Aprile (2020).

Il suo blog https://inapparentecremisi.wordpress.com/

 



giovedì 18 marzo 2021

L'"Opera incerta" di Anna Maria Curci

"L’opus incertum si caratterizza per il suo mettere insieme elementi diseguali. Le pietre dell’opera incerta non sono pre-tagliate e predisposte per l’assemblaggio".
Così afferma Anna Maria Curci nella sua nota introduttiva a “Opera incerta”, la sua recente raccolta poetica edita da L’Arcolaio”. Un titolo davvero singolare, scelto dalla nostra Autrice per riferirsi ad una tecnica di costruzione usata anticamente, che si differenziava da quella usuale: usare cioè pietre ad “embrice” anziché a “reticolato” (Vitruvio, de architectura, cit.).
Un’opera poetica complessa composta da più parti disuguali fra di loro? È questo l’intento della nostra Autrice nel proporci il suo mondo e le sue riflessioni in questa raccolta? In effetti ci sono undici anni (dal 2008 al 2019) di produzione poetica, nel libro, come afferma lei stessa nella nota, e, si sa, il tempo influisce sulle tematiche e persino sugli stili, sui modi di vedere le cose, sui giudizi e sulle prospettive: sono tutte peculiarità dissimili, di peso e importanza diverse, queste, che hanno avuto un proprio vissuto, una propria ragion d’essere, collocate e inquadrate nel proprio ambito temporale ed emotivo, legato all’esperienza in evoluzione, ai fatti interni ed esterni vissuti dall’autrice e che hanno determinato e prodotto quel volume, quel mondo poetico. Mettere ora tutto insieme, come le pietre disuguali una sull’altra, una incastrata nell’altra, integrando lacerti e intercapedini di vuoto silenzioso e informale?... Certo, è un’impresa ardua, complicata. Ma la bravura della nostra autrice, la sua grande esperienza, la sua padronanza assoluta della materia poetica, fanno sì che la costruzione dell’edificio poetico diventi ancora più solida delle singole parti – embrici.
Ecco dunque che l’Opera incerta di Anna Maria Curci si rivela un progetto poetico dotato di una interna stabilità ed armonia, tenuto insieme ben saldamente dalla molteplicità tematica e dalla modalità espositiva che è propria dell’Autrice. Sono infatti quattro le sezioni in cui è suddivisa la raccolta: “Barcaiola”, “Opera incerta”, “Mnemosyne” e “Di tanto azzurro”; ognuna di queste costituisce un particolare complemento tematico in cui la Curci sviluppa poeticamente il suo pensiero filosofico sul senso dell’esistenza, sull’attraversare metaforici fiumi per raggiungere nuove sponde, sulla sua esperienza di vita e di ricordi in altre storie e date fatidiche. Un itinerario complesso, enunciato con uno stile poetico accurato e colto, come ribadisce anche Francesca Del Moro nella sua attenta e dettagliata postfazione.

Proponiamo qui di seguito alcuni testi tratti dal libro.


Barcaiola

Siedi sull’altra riva e getti l’amo.
Io traghetto.

Nella scalmiera remo
bisbiglia con cadenza.

Lei, la tua mobile sostanza, smesse
le vesti torbide, mi accoglie.

Quando riprende il volo la speranza,
cocciutamente sai che non è fuga.

(dalla sezione “Barcaiola”)


***

Traducendo “Sic transit gloria mundi” di Czechowski

Lo struggimento mi lascio alle spalle,
percorro la mia strada nella storia.

La lama che mi pende sulla testa
non separa colpevoli e innocenti,
l’alba del giorno una sollevazione
contro speranze dalla voce querula.

Tutto è già stato detto? Non lo so.

Più degli omissis temo le omissioni,
le sommosse mancate contro l’inanità.

(dalla sezione “Opera incerta”)


***


Kit di sopravvivenza

dosi massicce di sopportazione
sordina a false rivendicazioni
sguardo rivolto al cielo o a un filo d’erba
un libro spalancato o uno spartito

(dalla sezione “Opera incerta”)


***


EUR (eucalipto, un ricordo)

Additando quell’albero, sorpreso,
ti sei rassicurato sul suo nome.

Di contrabbando, dietro a un fast-food,
scorza e foglie incuranti del fritto
schiudevano sornione il ricordo in agguato,

l’eucalipto piantato da mio padre
per tutto il condominio. Fu una festa
con il mare nel naso

e noi bambini, fieri.

(Dalla sezione “Mnemosyne”)



***

8 settembre 1943

Mi hai raccontato tante volte, madre,
del giorno e delle corse
dalla casa al rifugio,
al tuo paese, tra i monti,
era già freddo.

Non avevi prescienza e nel tuo cuore
di ragazza, che serbi,
chissà cosa balzava col terrore.

Per questo oggi ti chiedo
e risposta m’è dono
il cuore del pensiero

e nel secondo idioma
che ho imparato da te
lo chiamo donna, “pensée”.

(Dalla sezione “Mnemosyne”)


***

Di tanto azzurro

Non so se sono ancora la bambina
che facevi volare nel mattino
nitido e freddo al sole di dicembre.

La casa, poi il mio asilo e la tua scuola
dove da trafelata ti mutavi,
lingua-madre diventava il francese.

So che di tanto azzurro mi rimane
un fiocco, il cielo in testa e l’occhio desto,
pegno d’incanto, balzo, testimone.

(Dalla sezione “Di tanto azzurro”)

Anna Maria Curci, Opera incerta, Casa Editrice L’Arcolaio, Forlimpopoli, 2020; postfazione di Francesca Del Moro.

Nata a Roma nel 1960, Anna Maria Curci insegna lingua e cultura tedesca in un liceo statale. È nella redazione della rivista “Periferie”, diretta da Vincenzo Luciani e Manuel Cohen; per il sito “Ticonzero” di PierLuigi Albini ha ideato e cura la rubrica “Il cielo indiviso”. Ha tradotto, tra l’altro, poesie di Lutz Seiler (La domenica pensavo a Dio/Sonntags dachte ich an Gott, Del Vecchio 2012), di Hilde Domin (Il coltello che ricorda, Del Vecchio 2016) e i romanzi Johanna (Del Vecchio 2014) e Pigafetta (Del Vecchio, di prossima pubblicazione) di Felicitas Hoppe.

Ha pubblicato i volumi di poesia Inciampi e marcapiano (LietoColle 2011), Nuove nomenclature e altre poesie (L’arcolaio 2015), Nei giorni per versi (Arcipelago itaca 2019), Opera incerta (L’arcolaio 2020). Con la raccolta inedita Quando tace il latrato ha ricevuto la menzione speciale come finalista nella VI edizione (2020) del Premio nazionale editoriale “Arcipelago itaca”.

Insieme a Fabio Michieli è direttore, caporedattore ed editore del lit-blog “Poetarum Silva”.



Il Quaderno del Concorso di Poesia "L'Amore: arte e sentimento"

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