giovedì 16 aprile 2026

Le "Bianche fioriture nere" di Claudio Pagelli

Per la rubrica “Poeti in transito” pubblichiamo qui di seguito tre testi poetici di Claudio Pagelli, poeta originario di Como. I brani sono tratti dalla sua recente raccolta Bianche fioriture nere, edita da Puntoacapo, con illustrazioni del fotografo freelance milanese Gian Maria Garuti.
Claudio Pagelli ha all’attivo diverse importanti pubblicazioni di poesia, ed inoltre si è distinto in numerosi concorsi letterari nazionali.
Il titolo della raccolta è evidentemente ossimorico, laddove l’autore intende evidenziare, con un ottimo itinerario poetico, il contrasto tra i valori positivi e le ombre, le incertezze e la precarietà di un mondo che, nonostante tutto, è in costante equilibrio (“fra l’ombra dei corvi / e il ringhio del sole / splende di ruggine / l’erba della terra”).
La poesia, e in particolare questa poesia di Pagelli, tende sempre ad esaltare emozioni e visioni, andando oltre il significato dei termini, al fine di suggerire un possibile ampliamento del proprio sentire e vedere la realtà circostante.


Ruggine

fra l’ombra dei corvi

e il ringhio del sole

splende di ruggine
l’erba della terra.

come un dio
sbranato dal vento

al peso della luce
s’arrende il fiore.

 

 ***


Radice

 

resta poco, resta l’osso
che s’inarca e sbanda
nel vento che ci divora.

resta il bianco, il nero,
fragili radici fra i denti
della terra, l’aria che trema
tra gli insetti e la luna…

 

*** 


Attesa

il bianco mi acceca

quando il sole spinge
la lingua sui muri.

all’ombra degli alberi
riposa la luce,
il corpo nero delle pietre.

attendono i fiori dei campi
il saluto delle stelle.
nasconde un pugnale il cielo
sul petto aperto di settembre.


***

Claudio Pagelli, Bianche fioriture nere, Fotografie di Gian Maria Garuti. Puntoacapo Editrice, Collana Fotopoesie.

Claudio Pagelli nasce a Como nel 1975. È autore di numerose raccolte poetiche, fra cui L’incerta specie (LietoColle 2005), Le visioni del trifoglio (Manni 2007), Ho mangiato il fiore dei pazzi (Dialogo 2008), Buchi Bianchi (Clepsydra 2010), Papez (L’Arcolaio 2011), La vocazione della balena (ivi 2015), La bussola degli scarabei (Ladolfi 2017), L’impronta degli asterischi (Ibiskos Ulivieri 2019), Campo 87 (puntoacapo 2021) e Il taccuino dei lupi (ivi 2024).  Ha conseguito riconoscimenti in vari premi letterari italiani (fra questi “Città di Capannori”, “Antica Badia di San Savino”, “Città di Induno Olona”, “San Domenichino”, “Lago Gerundo”) e sue poesie sono state tradotte in inglese, spagnolo e in dialetto milanese. Dal 2004 è presidente dell’Associazione Artistico Culturale Helianto, impegnata nella promozione di eventi culturali.

Scheda e note qui:

https://www.puntoacapo-editrice.com/_files/ugd/465b88_5f76901dd29b490789ea9cddeea2c422.pdf

domenica 29 marzo 2026

"L'orizzonte che ci spetta", di Marco Bellini

Afferma puntualmente Claudio Damiani nella sua ben dettagliata prefazione a questa sostanziosa e interessante nuova raccolta poetica di Marco Bellini: “Ognuno sta in sue misure, in un suo tempo, tutti abbiamo un orizzonte che ci spetta. Al di là dell’orizzonte non vediamo, secondo l’autore, ma sentiamo. Gli orizzonti comunicano tra di loro, dialogano. La poesia è forse, ci dice Marco, questo dialogo.
Direi che tale annotazione critica sia del tutto aderente al progetto poetico di Marco Bellini che si evidenzia in L’orizzonte che ci spetta, laddove il nostro autore individua, lungo tutto il percorso della raccolta, un limite, un orizzonte, entro il quale ognuno sogna, anela e vive.
La sensazione della limitazione, sia spaziale che temporale, che l’uomo avverte, che ha sempre avvertito, e che ha alimentato idee filosofiche e anche scientifiche fin da quando è stato in grado di congetturare e teorizzare sul senso della vita, può essere causa di angoscia, di disagio psicologico, di chiusura di fronte all’ineluttabilità della fine (la morte che indiscutibilmente attende tutti ai confini dell’esistenza), e può ingenerare in molti rassegnazione e rinuncia nel tentare comunque di costruire e realizzare progetti futuri per contrastare in qualche modo la certezza della fine.
Uno di questi modi è senz’altro la poesia, e Marco Bellini affronta benissimo, in questo libro, l’argomento del “confine”, dell’”orizzonte”, cercando, e riuscendoci, di stabilire un legame intellettivo ma anche emotivo, se non addirittura fisico, con gli eventi al confine: una poesia-ponte per giustificare, ma anche per confutare, la certezza della limitazione, la certezza di essere chiusi in quella sfera che è il nostro mondo, la nostra realtà, di dimensioni finite.
Questa poesia di Marco Bellini ci aiuta a intuire che l’orizzonte che ci spetta è una consapevolezza da meditare e da interiorizzare, ma che è anche possibile superare con proiezioni emotive che vadano oltre il confine: il gioco della vita hic et nunc, il contingente, l’attualità da vivere e da condividere, forse anche il gioco dell’illusione, che, forte della parola poetica, riesce a penetrare e a superare l’invisibile e l’indicibile.
L’ineluttabilità del confine è dunque più volte sottolineata dall’autore, quando conclude alcuni brani poetici con le parole “l’orizzonte che ci spetta”, versi finali che costituiscono anche il titolo della raccolta e che riassumono pienamente il tema proposto in questo libro. Un orizzonte che, soprattutto, ci spetta, laddove è senz’altro determinato e definito il confine spazio-temporale delle nostre azioni e del nostro vivere: un confine determinato e modellato in base alle nostre singole aspettative e ai nostri movimenti nell’andare verso il domani (“…Il movimento / per cercarsi e trovare la consistenza / dentro uno spazio accogliente”…).
Sarà dunque la poesia, questa poesia di Marco Bellini, ad alimentare progetti, sogni ed illusioni, per oltrepassare il fatidico orizzonte, una volta usciti dalla campana di vetro che circoscrive ed imprigiona ogni anelito di trascendenza o perlomeno di fuga verso dimensioni altre. Una poesia forte e propositiva, che aiuta a conoscere e a conoscersi, a comprendere le limitazioni che ci angustiano, ma che nello stesso tempo ci sprona a superarle.


La cimice

 

Talvolta accade ad alcune poesie:

un consumarsi alla lettura, un’erosione

dell’inchiostro sulla pagina.

 

Allora capita che il libro

si sposti verso il ripiano alto,

voce divenuta flebile, e si muova,

inatteso, un suono inclinato in settembre

nel volo rumoroso di una cimice

fino a posarsi sul dorso blu

coprendo con una zampa

la “A” dorata del titolo sciupato.

 

 ***

 

La campana di cristallo

 

Disse che voleva l’orizzonte, lo voleva

completo, tutti i trecentosessanta gradi,

che avrebbe saputo guardare,

disse, senza vedere la campana

di cristallo in cui stava, la campana

che se la muovi vola la neve

sulle illusioni deposte, le illusioni

vera misura dell’orizzonte che ci spetta.

 

 ***


Il corridore

 

Corre, così sta nel mondo

e sulla terra che batte e insiste

con le scarpe per le risposte,

i suoni di ritorno. Le scarpe,

labbra leggere con cui premere,

dire parole, succhiare il latte

della strada. Il movimento

per cercarsi e trovare la consistenza

dentro uno spazio accogliente.

 

Corre perché esiste spostando l’aria

e la fatica è una preghiera lenta.

Dall’alto le impronte sullo sterrato

come un diario segreto o una poesia

per riconoscere

l’orizzonte che gli spetta.

 

 ***


Quando là

 

Quando là avrai messo i piedi, svanendo

sarai distante da quel troppo sapere

di quando la morte ti appare così viva

seduta al tavolo, alla tua destra,

mentre mangi.

 

Ma solo

quando là avrai messo i piedi

non adesso che ancora sei chiamato:

le abitudini sono un dominio

e il rituale esige il giusto compimento

dell’orizzonte che ti spetta.

 

 ***

 

Silhouette

 

Quel viaggio prenotato nella finzione

di un tempo che non sarà

con un volo che non potrai prendere

per un mare che non ti bagnerà,

ecco, quel viaggio

è come la silhouette nera dei falchi

appiccicati alle barriere trasparenti

lungo le autostrade:

 

per non andare a sbattere

ci si regala la silhouette

di un tempo che non c’è.


Marco Bellini, L’orizzonte che ci spetta, Ediz. Lietocolle, 2025; prefazione di Claudio Damiani

Marco Bellini vive in Brianza. Ha pubblicato diversi libri di poesia. Nel 2013 è risultato vincitore con inedito nelle selezioni italiane per l’European Poetry Tournament, ed è tradotto in diverse lingue europee.

Organizza e promuove rassegne ed eventi di poesia.

In collaborazione con Paola Loreto, ha curato l’antologia poetica Muri a secco (RPlibri, 2019) e attualmente cura la serie di antologie Intrecci (Puntoacapo Editrice).

mercoledì 25 marzo 2026

"La controra", opera poetica a quattro mani di Alessia Lombardi e Marco Alonzi

Chi veramente ha ideato e scritto le poesie di questa raccolta, della quale volentieri presentiamo qui una breve nota informativa? Leggiamo nella puntuale prefazione di Edoardo Olmi: La controra è la prima opera poetica a quattro mani di Marco Alonzi e Alessia Lombardi. Dunque, si tratta di una raccolta poetica pensata e scritta da due autori diversi. Si potrebbe citare l’esempio musicale, laddove due pianisti seduti uno accanto all’altro suonano un medesimo brano; ma qui la situazione è diversa: questa è un’opera poetica in cui, almeno ad un primo sentire, non è possibile individuare l’autore di questa o di quell’altra poesia. Ad un primo sentire, dicevo, perché la prima sensazione è proprio quella che, verosimilmente, offre al lettore la magia, l’emozione, la condivisione lirica, insita nei versi della raccolta. Beninteso, ad un esame più approfondito e critico, si può risalire all’autore di ciascun brano. Ma qui interessa soprattutto notare quanto la poesia, la buona poesia, possa vivere di luce propria, quasi autonomamente rispetto a chi l’ha prodotta. È quanto risalta leggendo questi versi intensi e pregni non solo di tanta musicalità, derivante appunto dall’anima artistica dell’Alonzi, ma anche di tante significative figurazioni, quadri di vita, riflessioni sul sociale e ricordi. La vera poesia si distacca dall’autore, riprende vita propria nel lettore, che la fa sua, la rimodula interiormente per attualizzarla egli stesso: un messaggio importante e coinvolgente, incisivo, che potrà dare adito, nell’animo dell’altro, ad una serie di riflessioni e di interrogazioni su quanto assimilato attraverso la lettura o l’ascolto della poesia.
Ebbene: queste poesie hanno in sé sicuramente una profonda impronta ritmica e musicale, il che si evidenzia molto bene nella struttura dei vari brani, con l’uso sapiente di pause, distanziamenti tra le parole nei versi, l’uso sovente del corsivo per sottolineare riferimenti e allusioni. Questa modalità di scrittura in versi denota l’ottima padronanza della materia poetica da parte dei due bravi autori, laddove è evidente che una poesia interessante possa, o debba, essere scritta utilizzando segni, spazi, caratteri che contribuiscano a narrare anche l’oltre, il non detto, il non dicibile. Al di là naturalmente della parola poetica e della sua grande potenza espressiva.
Detto questo, lascio agli amanti della poesia e dei segreti che quasi sempre essa nasconde, il piacere di leggere questi versi, che sicuramente troveranno significativi, propositivi, eleganti e dotati di grande armonia. È un’opera importante, meritevole di grandi apprezzamenti.

 

 

 

Diario del ponte

O del grande masticamento

 

I

 

Accadeva come ad una festa / che si sgombrasse

la mente

quel treno di notte per Lisbona ai primi passi

di un principe – Marcus, futuro re dei topi

e delle rane. Dei fiumi impestati dal piombo.

Annunciò la partenza notturna e il saluto

alle piante /                 interruppe la spada

     la memoria.

 

II

 

Consegnò piccoli giocattoli scritti

durante la guerra: pesano appena

diciassette

more.

 

Giorni di agosto. Un’ansia

lieve.

 

 ***

 

 

Principio dell’eco: il costume

O degli aspetti lunari

 

La sofferenza è il segno che c’è stato

a te,

ragazza in metro

condizione di allarme

permanente.                Forse

 

scappava dall’incanto

del Bolshoi il piede

abortito nel canto / gli occhi

 

che dal prato

affiggono

l’anima al bivio.

 

 ***

 

La diaspora

O delle trappole

 

Falce di luna su monte

soprano:

dipese da noi /

conservare nella sera immortale

la leggenda

delle voci che scompaiono –

 

passo dietro i passi – e le immagini

costruite con pazienza

ostinazione,

ribaltate dal destino.               Tagliole

di lapislazzuli vertiginose

e chiare, giorno ignoto:          niente

 

ha più cantato, se niente canta

nei numeri

tetri del nome. È l’anno / del mondo.

 

 

 ***

 


L’orologio grasso

O del lamento

 

Odio il fiume, via di transizione. Non porta.

Ferma. Lungo la pietra

e la luna rosicchiata

dal burrone.

 

L’amore, solo nell’acqua sta. Senza memoria,

senza gravità. Senza dolore.

 

Inflazione, reiterazione, ripetizione

l’immagine:

guscio vuoto e parola. Le case

dell’infanzia

 

si chiudono alla strada – strane chiese

di campagna

desolata: si sacrifica l’osso

che canta

la gallina d’oro dell’estate.

 

Perché non a me? Ora

sono / nella luce.

 

Alessia Lombardi & Marco Alonzi, La controra, Ensamble, 2025; prefazione di Edoardo Olmi.

Alessia Lombardi, nata a Ponte­corvo (FR) nel 1996, vive e lavora a Firenze. Semifinalista al concor­so CET – Scuola per Autori di Mogol e finalista alla XIX edizio­ne del Premio Fabrizio De André sezione Poesia. Per il progetto di poesia performativa Crow J & Neptune Mak ha ricevuto, assie­me a Marco Alonzi, nella sede del Parlamento Europeo a Bruxelles, il Premio alla Carriera.

Marco Alonzi, nato a Sora (FR) nel 1995, vive e lavora a Firenze. Violoncellista e compositore, ha ricevuto premi a Strasburgo (Pre­mio Speciale Poesia Europea) e a New York (The Alchemy of Poet­ry). Per il progetto di poesia per­formativa Crow J & Neptune Mak ha ricevuto, assieme ad Alessia Lombardi, nella sede del Parla­mento Europeo a Bruxelles, il Pre­mio alla Carriera.

lunedì 19 gennaio 2026

La "Forza misteriosa che agisce" nelle poesie di Antonio Josef Faranda

Un poeta esperto cerca sempre di compendiare gran parte di ciò che gli suggerisce la realtà esterna e anche interiore, cercando di sintetizzare il tutto in un progetto poetico, che alla fine si materializza in una silloge, una raccolta, un poemetto. Dare corpo al proprio intuito, indagare in profondità ed esprimere poi le proprie riflessioni attraverso il proprio talento poetico: giacché qui non si tratta di mera descrizione o espressione di pareri, bensì di una vera e propria ri-creazione del mondo, una rimodulazione del vissuto e dell’attesa, e di quello che potrà essere. Poesia è anche soprattutto allusione ad altro dire, partendo dal contingente.
È proprio con questo spirito che il giovane Antonio Josef Faranda si approccia, a mio parere, a questa particolare raccolta poetica, che egli stesso definisce una sequenza. Una forza misteriosa agisce, titolo ben indovinato di questa sua raccolta, edita da RPlibri, vuole infatti essere una sintesi quanto più esaustiva, e compatta proprio in virtù della sua parola poetica, di tutto quanto il poeta ha esperito finora, e di tutto quanto egli ha potuto interpretare attraverso l’indagine su di sé e della realtà esteriore, individuando nelle cose e nell'uomo un segreto motore, una forza, che unisce il tutto, lo integra, offrendo aspettative di speranza e di luce. L’autore ha dunque suddiviso la progressione dei testi in cinque sezioni, le quali, come egli stesso afferma nella sua introduzione, non vogliono essere delle aree tematiche specifiche, bensì costituiscono un percorso esperienziale e, direi anche, filosofico, non solo personale, ma anche con influenze dalla e nella società e nel mondo contingente. Un excursus alquanto esaustivo, un compendio di tutto ciò che il poeta riesce a indagare e a interpretare intorno e dentro di sé, considerandosi punto d’osservazione sensoriale ed emotiva (terza sequenza), tradotto non in semplici descrizioni e riflessioni, bensì in un linguaggio poetico di grande resa, laddove la stessa parola poetica si fa portavoce di sensazioni e di motivazioni che travalicano la materia del reale, andando ad alludere dimensioni altre, non interpretabili con il comune raccontare. D’altra parte, la stessa formazione professionale del nostro autore, e cioè l’attività musicale e strumentale, gli dona il talento di saper individuare e quindi accogliere, quei messaggi e quelle sensazioni che sono oltre la mera materialità del mondo.
Considero la raccolta poetica di Antonio Josef Faranda un valido progetto, basato su un dettato poetico scorrevole e intenso, con il quale l’autore riesce ad abbracciare la gran parte del suo (e anche nostro!) mondo esperienziale: ed è ciò che veramente la poesia, quella autentica, è in grado di suggerire.


Dietro quei vetri a mezza luna

nascondi tutto ciò che vedo.

Su e giù nella notte

il padre muore a Lipari

coi polmoni pieni di pomice

galleggia per lui e non lo sa.

È già lontano nell’Atlantico

eppure ritorna a bere

alla fontana con il figlio

già lontano nel Tirreno.

Sei cenere ma qui

c’è la tua firma:

questa è una casa

cattolica, apostolica.

 

***

 

Da qualche parte aspettiamo

ognuno al proprio angolo

stretti nella colpa

da una camera all’altra

tra la porta che cigola

e se non lì

tra i solchi del corridoio

lasciati vivere alla cieca

vecchi quanto te.

Sforzi, sacrifici e speranze

non parlano né insegnano,

anche la legge

ornata di silenzio

di te più nulla racconta.

Da qualche parte attendiamo

pur di non lasciarti fuggire

la parola

una qualunque

che non sia d’amore.

 

(dalla sequenza I "Il Santo che danza")

 

 ***

 

Fuggire da antiche preghiere

e ritrovarsi lontano

incompresi

tra i suoni distorti

di una realtà sconosciuta.

Nel mare c’è la fatica

il porto, obolo d’oro

addolcisce la vista

ma non il palato.

Senza stupore

quella terra antica riarsa

di antiche preghiere

dove sono solo facelie

appare ricca

come un rimpianto.

Riposare

accanto al frantoio

in mezzo ai sassi

e frutti sanguigni

realizzare che giugno non ha

offerto rinascita.

 

 ***


Vieni e voltati, saprai

che voltarsi è arrivare

alla fine, al fermo immagine

del mutare, ma qui una,

una forza misteriosa agisce

passa tra le fessure, arriva

fin sopra i cuscini

educa alla ferocia

disossa la ragione.

 

(dalla sequenza II "Non per noi")

 

 ***

 

Ci sono mani

che impastano sporche di farina

mani che risolvono complesse equazioni

mani che dirigono orchestre

mani che scrivono poesie.

Lavorano in silenzio

non chiedono di essere adorate.

All’ombra di Dio

la Madre di ogni creazione

prima di ogni atto

con le stesse mani

ci ha insegnato ad amare.

 

(dalla sequenza III  "Io sono la Resurrezione e la Vita")

 

 ***


Dovrei smetterla di rincorrere

vecchi aquiloni

mascherare la fame dietro inutili

vittorie.

Dovrei tornare alla terra

che ho ignorato, chinarmi

su di essa

e colmare tutte le voragini.

 

(dalla sequenza V "Eppure cammino")


Brani tratti da

Antonio Josef FarandaUna forza misteriosa agisce, RPlibri, 2025. Introduzione dell’autore.

Antonio Josef Faranda nasce a Sant’Agata de’ Goti (BN) il 12 novembre 1996. È polistrumentista, compositore e produttore musicale. Si è laureato in Chitarra Jazz e Composizione Jazz presso il Conservatorio “Nicola Sala” di Benevento. Nel 2023 ha pubblicato la sua prima opera, Lontano dal centro (RPlibri), segnando l’inizio di un percorso poetico in continua evoluzione.

giovedì 11 dicembre 2025

Il "Corpo conduttore" di Tiziana Colusso

"Un poemetto concepito come respiro e canto, che declina il corpo come fisiologia, strumento musicale, cordone ombelicale tra la terra e il cielo, materia, energia, poesia delle membrane, rete neurale, viaggio iniziatico dagli abissi delle viscere alla voce, fino alla musica dei corpi celesti, corpo in bilico tra i generi e le specie, tra materia vivente e materia inerte, voce di un sentire individuale e corale, ancestrale e cosmico..."

Così spiega Tiziana Colusso nella sua nota introduttiva, riportata anche in quarta di copertina, a proposito di “Corpo conduttore”, la sua recente raccolta edita da Progetto Cultura. Si tratta dunque di una raccolta molto originale, un poemetto, come giustamente lo definisce l’autrice, composto da 33 brani (chiamati variazioni) suddivisi in tre sezioni: “Nigredo”, “Albedo” e “Rubedo”, termini mutuati dalle antiche pratiche degli alchimisti.
Con grande intuizione e padronanza della materia poetica, Tiziana Colusso in questo poemetto ripercorre, attraverso le tre fasi alchemiche di decomposizione (nigredo), di purificazione (albedo) e di ricongiungimento finale (rubedo, pietra filosofale), una possibile evoluzione umana e spirituale, partendo da una disgregazione (kintsugi: termine giapponese che sta ad indicare la ricomposizione di frammenti con un collante composto da polvere d’oro), e attraverso una sorta di catarsi (albedo), giunge alla completa evoluzione in cui materia e spirito sono finalmente uniti.
Centralità di questo interessante e originale poemetto è il corpo evidenziato nelle sue varie fasi di trasformazione, un corpo conduttore sensibile alla materia che si degrada, ma attento e capace anche di emanciparsi, attraverso le esperienze della vita, fino ad assumere una gradualità spirituale che gli doni la consapevolezza di far parte integrante del cosmo.
Da grande studiosa delle filosofie orientali in merito alla ricerca del senso della vita e dell’evoluzione, Tiziana Colusso ha voluto così ricostruire il percorso dell’uomo nella società attuale, tenendo conto delle sue molteplici variazioni materiali e spirituali, immerso come è in una realtà che sovente gli è estranea e inspiegabile, ma sempre alla ricerca di un orizzonte di pace e di consapevolezza di sé in quanto essere, e del mondo in quanto culla del Tutto.

Proponiamo qui di seguito alcuni brani tratti dal libro


I

 

Tempio del buio denso della carne –

da ogni fessura cola la luce

kintsugi che non ripara le ferite

ma le trasforma in oro sapienziale

 

 

VI

 

Carne sorella senza destino –

pensavo guardandoti guaire

goffamente umana, tua unica

lingua un modulato vocalizzo

e una risata rauca, sconnessa.

Intorno alla tua malattia bisbigli

nei corridoi fruscianti di suore

nebbia di non conoscenza fitta

come se terribile fosse il nome

e non la cosa, i cromosomi

di una sorella inattingibile

 

(dalla sezione "Nigredo")

 

XIV

 

Buio, tamburi, il suono si propaga

fulmineo nel flusso, tunnel valvole

rallentamenti e poi a precipizio,

fulmini repentini, codici morse

intermittenti, danza nelle cellule.

Attività febbrili nelle cavità,

un esser qui percorso da scosse

flussi, energie invisibili

anche al microscopio, partecipi

di una materia potenziale

non dimensionata, intuitiva

flusso di pensiero primordiale

cellule connesse da esoterici

impulsi vitali, già prima

di evolversi in individui

involucri dotati di braccia

zampe o rami, esseri esiliati

dalla materia originaria

in una diaspora cieca – e ancora

durerà la materia smisurata

anche quando l’ultimo vivente

con una forma e un nome sarà

ricordo sbiadito, sbriciolato nulla

 

(dalla sezione "Albedo")

 


XXVII

 

Ogni opera è un arto fantasma

che duole di pensieri immortali

come marmo, eppure evanescenti

instabili, anfibi – ogni opera

è alchimia, ma solidificata

in una forma appassisce presto –

farfalla a vivo crocifissa.

I corpi saranno polvere, macerie

i musei, i colori solo orme

che il tempo cancella con il suo eterno

mantra – non avrai altro Dio che questa

impermanenza struggente, preziosa

 

(dalla sezione "Rubedo")

Tiziana Colusso, Corpo conduttore, Edizioni Progetto Cultura, 2025, con una nota di Antonio Casciaro.

Tiziana Colusso è laureata in Letteratura Comparata presso La Sapienza di Roma e si è specializzata alla Sorbona di Parigi. Nel 2009 ha fondato la rivista “Formafluens – International Literary Magazine”. Ha pubblicato narrativa, poesia, testi teatrali, fiabe, saggistica, in totale una quindicina di monografie (la più recente è “Lengua de striga. Teatro delle voci”, 2024). Suoi testi sono tradotti in sedici lingue, pubblicati in varie riviste e antologie estere, e raccolti nel volume “La lingua langue” (2025).

 

Alda Merini vista da Ninnj Di Stefano Busà