domenica 18 ottobre 2020

L'essenzialità dei sentimenti nei versi di Claudia Olivero


Un desiderio di libertà e di autenticità traspare nei componimenti poetici di Claudia Olivero, poetessa torinese, autrice della raccolta “Per baciarti a occhi chiusi non servono gli occhiali”, di cui riportiamo qui di seguito alcuni brani. La schiettezza del dire poetico della Olivero è una caratteristica che accomuna molti autori, ed è cosa buona e pregevole quando la poesia riesce a mostrare aspetti e situazioni anche particolarmente privati, intimi, personali e delicati, senza peraltro sconfinare nella banalità o, nel caso opposto, in un esagerato e inopportuno esibizionismo. La poesia, quella autentica, è giusta misura di tutte le cose, è verità artistica, e proprio per questo, tramite essa ogni scenario e ogni dettato, in qualsiasi ambito umano, sociale e sentimentale, può essere accettato. Se è buona poesia. E quella di Claudia Olivero è senz’altro buona poesia, in questo senso. In ogni modo, la nostra autrice riesce con pochi versi ad accumulare una tensione lirica davvero sorprendente, dove l’”io” narrante si scompone e si ricompone negli atti più semplici, o forse più complessi, sotto certi aspetti, del rapporto uomo-donna, partendo da questo tipo di relazione ma con la grazia di generalizzarlo e a sublimarlo nella relazione più ampia che lega e collega ogni uomo all’altro uomo: il sentimento di fratellanza, di amicizia, di amore. E questo rapporto è analizzato dalla Olivero fin nella sua più segreta essenzialità, nei gesti di tutti i giorni, anche nelle cose circoscritte che fanno da scenario abitudinario, nelle minuzie che però diventano oggetti determinanti, quasi cartine al tornasole per individuare e accertare l’esistenza di quell’umore sentimentale che lega due persone. Ecco dunque gli occhiali, divenuti superflui se l’amore è sincero e fidato. Ecco dunque l’inutilità del fragore e dell’impetuosità nel rapporto, mentre si cerca la semplicità, la serenità solare e la autenticità. 

Claudia Olivero è dunque poetessa che sa affrontare con determinazione e spontaneità il dialogo profondo ed essenziale tra lei e l’altro, tra lei e le cose di tutto il giorno, tra lei e il suo stesso riflesso, il suo “me”, che è punto d’osservazione critico d’un mondo che sfugge sovente ad ogni sorta di legame sincero e di rispetto reciproco. E lo fa con un versificare nervoso e rapido, ma denso di significati e di rimandi che inducono alla riflessione. 

Ed è proprio ai nostri lettori che rivolgiamo l’invito ad aggiungere ulteriori riflessioni e graditi commenti, dopo aver letto i brani che seguono, tratti dall’e-Book Per baciarti a occhi chiusi non servono gli occhiali, Brè Editore.




Ombelico, capezzoli, occhi

Mi sbottono la pelle
per poggiarla
su certi pensieri
resto di scheletro
e carne
in vortici il ronzio d’api
ascolto immobile:
è abisso intorno
il raccontarsi


***

Occhiali

Così mi vedo
spogliata
davanti a una finestra
e i suoi vetri spessi:
occhiali speciali
per richiamare in silenzio
quel mondo
da un mero punto di vista.
Che sia il tuo,
poco cambia.
Alle mie spalle un cortile
giallo e ancora,
nel sole estivo -
prospettive ineguali:
non c’è ombra
nonostante sconnessi riverberi -
apparentemente distratti.
Nonostante
le nubi.


***

Non lo sai

Non lo sai
che puoi essere vento e tempesta
(e io i panni stesi)
e poi d’improvviso la calma assoluta
(e io m’ingarbuglio
prendo il volo, pesante,
mi faccio portare
fin dove si può).

Ma tu non lo sai
d’esser stato vento e tempesta
mentre cercavo la calma assoluta.


***

L’abitudine di noi

L’abitudine di questa casa,
quella di noi
forse un giorno cadrà male
sui miei fianchi
come un abito troppo stretto.
Il gesto comune di aprire la porta
e richiuderla
appesantirà la mia mano
divenuta sabbia,
divenuta marmo.

È per questo che dobbiamo partire
e farlo spesso
e guardare altri occhi,
esplorare altri cuori:
per ritornare ogni volta
nell’unica casa, attraversando
quell’unica porta.


***

Cantami

Cantami!
Per ogni singola ora
trascorsa lontana da me
per ogni minuto, secondo
per ogni singolo gesto
rivolto fuori da te

Cantami
come dovessi ora
lasciare qui la mia pelle
fuggire nuda
attraverso ogni muro
mai eretto, mai abbattuto.

Cantami fino a non avere più
voce, cantami
per non lasciarti ferire.
Cantami,
avverami
fammi esistere
ora
in ogni pensiero
di ogni piccolo uomo
in ogni parte del vasto mondo.
Cantami:

ancora insegnami la tua voce -
che già conosco
in quegli attimi
che paiono ore
in cui troppo forti
sento
le onde del corpo,
la loro risacca.
Me

domenica 11 ottobre 2020

Le "Inesperte esperienze" di Gastone Cappelloni, poeta marchigiano

Gastone Cappelloni è un poeta marchigiano che si è fatto apprezzare recentemente in Italia e all’estero, specie in Argentina, dove ha presentato con successo le sue ultime pubblicazioni. È un poeta impegnato e prolifico, avendo prodotto finora più di venti libri, alcuni dei quali, per l’appunto, tradotti in spagnolo.
La sua dedizione al mondo della poesia è rilevante e continua; lo dimostra anche il fatto di aver realizzato una interessante antologia di suoi testi, intitolata “Inesperte esperienze”, la quale costituisce in effetti, come lo stesso sottotitolo riporta, una vera e propria “Opera omnia”, suddivisa in quattro sezioni: Primavera, Estate, Autunno, Inverno. Un titolo fortemente ossimorico, stante ad indicare una sorta di impreparazione, di struggimento quasi, nell’affrontare la realtà, che comunque il nostro poeta “affida” alle parole poetiche, ai suoi versi, per addolcirne il senso e per disciplinarne meglio il percorso esperienziale. Metaforicamente, la suddivisione nelle quattro “stagioni” dell’anno, ci suggerisce che Cappelloni vuole accompagnare il suo percorso poetico, le sue “inesperte esperienze” alla propria personale evoluzione temporale, offrendoci, relativamente ad ognuna delle quattro stagioni, testi poetici adeguati e fondamentalmente ispirati a queste: dai ricordi familiari, alle più mature esperienze affettive e fino a giungere alla consapevolezza e (quasi) alla rassegnazione dell’attuale esistenza. Sono testi che ricalcano riflessioni, domande, dubbi; l’assenza del titolo in tutte le sue composizioni è una scelta quasi obbligata: dare continuità e impellenza al suo dire, lasciarlo fluire senza interruzioni e distrazioni. L’amore è un tema ricorrente, un amore carnale ma anche idealizzato e nostalgico, che riappare e scompare dietro le quinte della città e della quotidianità. Ne è il filo conduttore in “6.0”, una raccolta del 2017 scritta per i suoi sessanta anni. 

Proponiamo ai nostri lettori, dunque, alcuni brani poetici di Gastone Cappelloni. I primi tre sono tratti da “6.0”, mentre i rimanenti quattro testi figurano in “Inesperte esperienze”, uno per ogni sezione. Ci auguriamo che i nostri amici, dopo aver letto i testi, vogliano aggiungere altre gradite riflessioni in merito, o commenti.




Ora che la tua mente
vivrà
l’eleganza del rispetto
ti percepirò abbracciata
al volto azzurro dell’universo.

Delicato incontro, cortese purezza
incisa
con l’anima delle immagini.

Donna
silente e virtuosa,

temprata e plasmata
dall’eco delle primavere.

Giorno di cordiale piacere
l’anima,
si disseterà all’ombra
di alate tue radici.


***

Osservo i lineamenti tuoi
disegnati e perfezionati
dalle lettere dell’amore
interiorizzando passato a venire.

Sguardo e pensiero d’argilla,
nel donarmi spezie di rosea attesa.

Natura che personificherà,
l’irrinunciabile femminilità.

Immagine sagace,
che sosterrà
nei marciapiedi delle stagioni
colei che alimenterà in me,
l’equilibrio
di mai piatto temperamento.



***

Pacificamente
ti raccontarono
tumulti di memoria
che inselvatichirono
l’avvenire dell’amore.

Girovagando attorno
alle timidezze della verità
si ricordarono
che vent’anni dopo
bianche chiacchiere
si misero ad ammaestrare
commosso tepore
lasciando come eredità,
agli indifferenti
della speranza
le argentate tue parole.


(testi tratti da “6.0”, 2017)


***


Padre raccontami
con gli occhi miei
il secolare
stormir del ruscello
ove nel gentil febbraio,
cuor mio si abbeverava
di tiepidi gorgheggi di gioventù,
e il falco volteggiava
per me
sopra i boschi di boriose querce,
sfidandomi
nei mulinelli del vento
a rimirar l’essenza
del cielo, plumbeo.

Padre, ammaliami,
solo così, sarò vissuto,
nella realtà dell’immaginario.


***

Nei tuguri
di ramate catene
la sete della terra…
celebrava
progressi di morte
patendo
agonizzanti avidità.

Terra insanguinata.

Nero sudario,
marchio
per immonde barbarie.
Forni di fame
profetizzavano
radioattivo sangue
nei crocevia
di ricchezze senza antidoti.

Possa Divina giustizia
maledire amorali iniquità.


***

Ricordati di me
quando la pioggia
ti bagnerà il viso
lacrime, saranno.
Ricordati di me
quando il sole ti scalderà
freddo avrai nel cuore.
Ricordati di me
quando tra la gente
sola ti sentirai.
Ricordati di me
quando un sorriso
ti strapperanno
amaro sarà nelle labbra.

Ricordati di me
nella ricerca di Poesia
accanto, mi avrai.


***

Neonata vita, profanata
dalla cupidigia
ripudiante dell’indigenza,
ancor ricordi
di preghiere senza rosari?
io,
seme impreparato
planavo
dove le memorie degli autunni
non avevano parole,
e le lacrime del corpo
risvegliavano
struggenti sguardi,
invecchiati dal buio
di nebulose riletture.

(testi tratti da “Inesperte esperienze”, Opera Omnia, Edizioni Il Cuscino di Stelle, Pereto (Aq), 2020, prefazione di Maria Concetta Giorgi)


Gastone Cappelloni, poeta contemporaneo, è nato a Sant’Angelo in Vado, provincia di Pesaro, nel 1957. Ha pubblicato a tutt’oggi 23 raccolte di poesie. Un Seme oltre oceano, 6.0, e Inesperte esperienze (Opera omnia), sono state tradotte anche in lingua spagnola, e presentate sia in Argentina, sia in Spagna, riscontrando successo tra il pubblico e la critica letteraria. Sue poesie sono presenti su antologie nazionali e internazionali, portali e riviste cartacee. Alcuni suoi libri sono stati inseriti sul sistema bibliotecario statunitense. Ha ricevuto riconoscimenti nazionali e internazionali, tra cui il Premio Internazionale “Meet the Artist” Ostia Antica; il Premio Internazionale “Arte, Cultura, Solidarietà” a Pescasseroli (Aq); il Premio Accademia Internazionale la Sponda. Ospite in radio 
nazionali ed estere. È Poeta e Testimonial Regione Marche in terra Argentina, nei tour poetici dei volumi Un Seme oltre oceano nel 2014, e 6.0 nel 2017 e 2018.
Nel 2018 a Mar del Plata, Argentina, è stato insignito, da parte del “Concejo Deliberante del Partido de General Pueyrredón” con il titolo “Visitante Notable”.
Ha un sito personale: www.gastonecappelloni.com





domenica 27 settembre 2020

L'imperfezione del diluvio, di Sandro Pecchiari

 
Sandro Pecchiari, poeta triestino che sa materializzare il senso dell’esistenza, fornendogli un corpo poetico robusto e compatto, e che dalla materia degradata e degradante riesce a sublimarne un alito di pietas e di coraggioso sostegno a procedere, scrive L’imperfezione del diluvio per indicarci poeticamente che nelle negatività della vita (il diluvio) a volte esistono squarci, pause, sospensioni, minimi istanti in cui riprendere il respiro e l’anima: sono queste le imperfezioni che presenta il tessuto spazio-temporale, in cui sono avvolte le avversità della vita, e che ci permettono di fissare e inquadrare lo stato delle cose, di riflettere un attimo sugli accadimenti contingenti e per cercare così una sorta di via d’uscita, uno spiraglio tra le nubi, una luce compassionevole e benigna che ci mostri una possibile meta di speranza.
La linea poetica di Sandro Pecchiari, in questa raccolta, si origina dalla consapevolezza e dalla constatazione del male che imprigiona l’uomo nel “diluvio”, un male soprattutto fisico, cellulare, persino molecolare, ma anche, conseguentemente, psichico e spirituale, in quanto induce a riflettere sulla vita e sul complesso delle relazioni interpersonali, compromesse e addolorate da situazioni infelici, come il procedere della malattia e la dolorosa ma necessaria terapia da seguire: “non poter andarmene prima che tu vada / testimone di una vita / ingozzata di chemioterapia…”. La poesia in qualche modo esorcizza il “diluvio”, allontana il male su un piano parallelo, pur cantandone il dramma e la fredda acutezza delle immagini. Sandro Pecchiari si lascia certamente coinvolgere da questo dramma, ma con la sua professionalità letteraria e poetica riesce a “incanalarlo” entro i canoni dell’ottima poesia, quella che descrive e che lascia immaginare l’oltre, con sonorità e ondate emotive di grande efficacia sul lettore. A tutto questo si aggiunge il merito di aver esteso il tema del suo dire poetico anche culturalmente e geograficamente, operando ottime traduzioni in inglese dei singoli brani. Da esperto traduttore, Sandro Pecchiari è riuscito così a mantenere alto e vivo il senso lirico e l’intensità emotiva dei suoi brani, realizzando “una poesia bifronte, caleidoscopica e intensa, che porta in sé le due facce di una rara purezza e concentrazione lirica”, come afferma Andrea Sirotti nella sua attenta e dettagliata prefazione.
Ci rivolgiamo ora ai nostri lettori, proponendo alcuni brani, con testo in inglese a fronte, tratti dalla raccolta, invitandoli ad esprimere ulteriori interessanti commenti.


I

Trieste rincorre
scostante di parole
l’aria inerpicata
fiocinando campanili
dentro l’orizzonte

esuli nella rotta
dall’infanzia
lassù nelle vie di ieri
dismettiamo la vita
purché la ricordiamo

la storia l’avremmo scritta dopo

 

I

Trieste soars upstream
its gusts of air
spare with words
spears steeples
inside the horizon

exiled en route
from childhood
up there along past paths
we desert life
provided we recall

history would be written later


***

VI

la flebo infiltrava il fuoco
vederti vagliava ogni disfatta

austeri e soli nell’assedio
niente bandiere bianche dai lenzuoli
non proclamo perdono
a nemici che umiliano
con ricatti a bassissimi carati

alto e fiero nel mio odio di siringhe
a strozzo negli occhi

ce la farò dicevi
se annegavi il pianto
e la morte
ti faceva eco


VI

the drip feeds infiltrated fire
seeing you was checking each defeat

austere and helpless in the siege
no white flags from bed sheets
no forgiveness I declare
to low-carat enemies
who humiliate and blackmail

in my bold fierce hate of syringes
that choke my eyes

I will make it you said
drowning your tears
and death
was echoing you


***

VIII

l’essere privato di un passaggio
tra il vivere che resta
e te
mi fa immobile nella diminuzione

siamo conseguenze di una impossibilità

non perdóno i cuculi
dischiusi per la distruzione

si cade
per mancanza


VIII

to be bereft of the narrow straits
between what’s left to live
and you
freezes me in its reduction

we are the outcome of impossibility

I will not forget the cuckoos
hatched for our displacement

we fall
for want


***

XI

non poter andarmene prima che tu vada
testimone di una vita
ingozzata di chemioterapia

dovrai morirmi qui dentro, tra le braccia
sgranando i secondi rimasti della notte

ma perdo il conto se ti guardo
e varco assieme alle tue mani

il non-tempo che allaccia
l’imperfezione del diluvio


XI

I can’t go before you go
witness of a life
stuffed with chemo

you shall die here inside me, in my arms
telling the spare beads of the night

but I’m losing count if I’m watching you
and with your hands I trespass

the non-time that binds
an unrehearsed flood


***

XIII

se finirla qui
staccandosi la vita
un che peccato non detto
ma pensato
prima di tagliare il filo

se arrotolare le cose viste
nell’apocalisse dei pensieri
con un sollievo lieve

non so...il tuo sorriso
ferma il fiume gonfio
infanga di salvia il mare

tu mi riavvolgi


XIII

should I end it here
slitting life open
thinking what a pity
but left unsaid
before the threads are sheared

should I spin the things perceived
around the apocalypse of my thoughts
with a slight relief

I do not know...your smile
stops the swollen river-waters
spatters with sage the sea

you wind me back

(Brani tratti da L’imperfezione del diluvio, di Sandro Pecchiari, Samuele Editore, 2015)



Sandro Pecchiari vive a Trieste, dove è stato insegnante di lingua inglese e collaboratore vicario. Finalista e vincitore di numerosi concorsi poetici nazionali, dal 2012 al 2018 ha pubblicato: Verdi Anni, Le Svelte Radici, L'Imperfezione del Diluvio - An Unrehearsed Flood, e Scripta Non Manent, per Samuele Editore e Fanna. Le Svelte Radici, con il titolo Despojando Raíces, Uniediciones, Colombia, 2019, in traduzione spagnola. La silloge in inglese Kidhood nello Special Issue, Writing in a Different Language, NeMLA, Italian Studies, The College of New Jersey, USA. La silloge Camminiamo Lenti, con le Edizioni Culturaglobale “100”, Cormons 2019, a seguito del Festival Itinerante del Giornalismo e della Conoscenza “Dialoghi Poetici”, organizzato da Renzo Furlano, Seeboden, 2019.
Presente in numerose antologie italiane e straniere e in numerose riviste e blog in veste di poeta e traduttore.
Ha partecipato a Libri diVersi con i suoi versi in abbinamento a artisti nazionali, nel 2016 e nel 2020. Ha collaborato a numerosi spettacoli, tra i quali: Konstantinos Kavafis “Per Altre Terre Per altri Mari”, Auditorium Revoltella, Trieste, 2018; con suoi testi a “Agnus Dei Today”, Kleine Berlin, Trieste, 2019; al videopoem “I’ve in the Rain” del poeta canadese Al Rempel e supporto tecnologico di Erica Goss, 2020; al CD “Umanità su Rotaia”, ZH2VOX e Almendra Music, su testi di Federico Tavan e Elio Bartolini, 2020.

 




domenica 13 settembre 2020

La sovrapposizione dei termini poetici in "Bestia divina", di Mario Fresa


È sempre un viaggio interessante, quello che si compie attraversando il mondo poetico di Mario Fresa, un poeta che certamente si distacca molto, per certe sue caratteristiche originali di scrittura poetica, dall’usuale seppur interessante e valido assieme di protagonisti che vivono, attuano e frequentano gli ambiti letterari di questo primo scorcio di secolo. Si tratta certamente di una voce autorevole, forse non molto presente sui “social”, ma seria, competente e anche prolifica, sia nella produzione di proprie opere letterarie, sia attraverso la cura e la gestione di alcuni blog specifici, di alto livello culturale (come ad esempio “Il Re pescatore”). Le sue competenze letterarie spaziano infatti dalla scrittura poetica alla traduzione di testi latini e francesi, alla critica letteraria attenta e affinata. Insomma, un poeta militante, come suol dirsi, ma con una “militanza” attiva ed esemplare, che è in grado di produrre ottime opere ma anche di provocare nel lettore una sorta di “scossone” intellettivo (ed anche emozionale) che lo induca a meditare e riflettere in profondità, partendo dal contenuto, dalla forma e dalla efficacia dei testi ideati e scritti dal nostro autore. Perché, in fondo, la Poesia deve proprio far questo, altrimenti i versi scivolerebbero sulla superficie della nostra pelle senza produrre alcun effetto valido, senza “penetrare” nell’anima, senza mettere “in crisi” il lettore, crisi che dovrebbe poi coinvolgere la sfera intellettiva ed emozionale del lettore, aprendogli nuovi orizzonti, proponendogli nuove domande, nuove possibilità e tanto altro…
Di certo Mario Fresa appartiene a questa schiera di letterati e poeti che lasciano una traccia profonda e significativa nel lettore, prova ne è la copiosa produzione poetica fin qui realizzata, ed ancor di più questo recente volumetto dal titolo davvero emblematico: Bestia divina.
Con Bestia divina entriamo subito, a mio avviso, in un mondo fortemente ossimorico, che inizia già dal titolo, dove il sostantivo bestia è aggettivato con la parola divina, chiaramente, o forse anche in modo latente, in contrasto tra di loro. Ma questa è una interessante prerogativa del nostro autore, che predilige gli estremi sia nelle narrazioni e sia nelle figurazioni; versi come “Avete visto com’è spettro e bicchiere, questo corpo?” (pag. 34), o anche: “Vivendo, ci si rovescia per terra. Angiola / sta legata per terra – ha detto; … “ (pag. 52), denotano infatti un vistoso e interessante ampliamento del significato complessivo, da una sorta di “polo” positivo, ad un altro che non è inferiore, negativo, meno importante, ma certamente opposto.
Del resto anche l’ottimo prefatore Andrea Corona, afferma che Mario Fresa ha l’”esigenza di andare oltre la superficie del testo, a tener conto dei gangli che tengono unita la testura nel suo complesso”. Questo allargamento, o meglio slargamento, del dire poetico produce un mosaico di figurazioni addirittura tridimensionale, in quanto i vari tasselli non solo si incastrano l’uno con l’altro sul piano discorsivo, ma si sovrappongono, elevandosi l’uno sull’altro senza peraltro occultare o trascurare il sottostante.
Il risultato di questa operazione è piuttosto evidente: Mario Fresa, in Bestia divina, dilunga, sovrapponendo parzialmente i termini e le parole, la sintassi della proposizione nel verso, spiazzando il lettore in un modo inaspettato e inconsueto, come qui ad esempio: “Si dimostra d’accordo quando gli viene / dato un insistente cinema odore.” (Il marito condimento, pag. 22), dove già si nota quella scorciatoia cinema-odore, o anche, nello stesso titolo del brano, marito-condimento, che integra due sostantivi con l’effetto di ampliare, elevare, con soltanto due parole, un concetto, uno stato, una figurazione, a livelli superiori, che raccordano in qualche modo due estremità di significato diverso (cinema, odore. Marito, condimento).
Per tutto questo, per l’originalità del dettato, per la forma stilistica (notevole l’utilizzo dell’enjambement), per la scrittura in versi e per alcuni brani in prosa poetica, Bestia divina di Mario Fresa si colloca tra i migliori testi poetici dell’attuale produzione nazionale.
Il libro meriterebbe ulteriori considerazioni, ma lasciamo ai nostri lettori il gradevole compito di aggiungere riflessioni e commenti, dopo aver letto il libro o anche i pochi versi che qui riportiamo.


Sparirà


Dice che usciamo insieme, carnivori e infelici:
così ci scontano gli anni a metà.
Siamo lo sguardo e il pescecane.

“Questa morte mi è costata sette chili.

Per respirare, dunque, lo consolo; la lascia un po’
di giorni dietro di noi, e clic.

Poi, di sicuro, sparirà.


***

Il marito condimento

Si dimostra d’accordo quando gli viene
dato un insistente cinema odore.
Non si può lasciarla andare ma
la vede precipitarsi, a dir poco,
in un sonno macellaio.

Chi l’ha capito? Si aprono i congiuntivi della testa,
sì da farmi cadere nella fretta somiglianza.
I piedi uguali al resto. Albicocche e pagelle.
Anzi un solo compenso pediatra,
come il mostro di un corpo vivo
che ha perduto la speranza di restare…

Allora, non entrò. Né vide spina mortale ma
un architetto dalla solita bocca più che longeva,
né mangiare né facchino;
e Agnese è colma di sale e fa un incendio
di severità. Ma quanto terrore sta
nel tuo infinito corpo-trasloco?


***

Disertore

Noi stiamo con un ultimo ferito che sta intero
e che gli viene addosso: vero soldato
pronto a morire per una lingua che non passa
più mercato; e se ritorna, c’è una pesante corte
delle imprese che a suo modo
cerca di vivere, lo guarda a lungo
e poi gli chiede: che guerra è questa, se in effetti
proviene dalle gambe che diventano,
come per sbaglio, niente?
Che fa questo regalo da testa lavatrice?

Soldato che diventa puro crollare,
colla di ballerina; una sonora mente
di balbuzie!


***

Nella casa

L’amica del vento magro si chiama
con due nomi di silenzio; un po’ fune
(domani le avrei detto: giusto un po’ meno)
e, per esempio, il colmo del destino.
Ed è per questo che lei delira di anarchia.
La fissa dolce con gli ultimi, sottili rotoli
notturni sopra di sé; e sta bene sulle ossa
che si credono, quasi, un miracolo
di carne. Appena entrati nella testa delle parole
siamo mercurio, intimità.


*** 

Parole della morte a sua madre

Vivendo, ci si rovescia per terra. Angiola
sta legata per terra – ha detto; è pronta almeno
quanto una testa impazzita a causa
dei ricordi. Di nuovo, poi, l’azzurro esortativo.
Diventiamo una balbuzie mondiale.

Che fare allora, di questi verbi? Il nome c’è,
così allarmato da venirgli addosso. Ma credo proprio
che sia di un altro.

Uno straccio, le ripeto,
dipinto per sventura. Il salto dal balcone.


(Testi tratti da “Bestia divina”, di Mario Fresa, La scuola di Pitagora Editrice, Napoli, 2020; prefazione di Andrea Corona).


Mario Fresa è nato a Salerno nel 1973. Tra i suoi libri di poesia: Uno stupore quieto (Stampa2009, con prefazione di Maurizio Cucchi, 2012; menzione speciale al Premio Internazionale di Letteratura Città di Como); Svenimenti a distanza (Il Melangolo, 2018, con una riflessione critica di Eugenio Lucrezi; Premio Internazionale Cumani Quasimodo). Ha tradotto poeti latini e francesi e ha collaborato a “Paragone”, “Caffè Michelangiolo”, “Il verri”, “Nuovi Argomenti”, la “Revue des Archers”, “L’Almanacco dello Specchio”, “Recours au Poème”, “Nazione Indiana” e “Poesia”.



Il Quaderno del Concorso di Poesia "L'Amore: arte e sentimento"

Alda Merini vista da Ninnj Di Stefano Busà

PUNTO, Almanacco della poesia italiana

PUNTO SCHEDA

Notizie dal mondo della Poesia