venerdì 18 settembre 2026
L'appello del Piccolo Museo della Poesia contro le armi
sabato 5 settembre 2026
"Sulla terra rotta" di Antonella Sica
Non si sottrae a questo nobile compito Antonella Sica, nel realizzare un vero e proprio poema, premiato alla undicesima edizione del Premio “Arcipelago itaca” e quindi pubblicato dalla stessa Casa editrice, con una dotta motivazione di Carlo Giacobbi. Il titolo, essenziale e significativo, Sulla terra rotta, è già incipit di denuncia e di degrado dei valori umani, se vogliamo eufemisticamente riferirci al decadimento generale di ogni traguardo etico e morale faticosamente guadagnato in secoli di dure lotte sociali per la libertà, la (vera) democrazia, il benessere di tutti i popoli. In particolare la situazione in Medio Oriente e più specificamente a Gaza è a dir poco apocalittica, disumana, infernale. La terra rotta rende bene l’idea, e d’altronde la poesia è un metodo diretto per proclamare la verità, senza retoriche e senza “distinguo”: la terra è rotta, insanguinata, assassinata, vilipesa, tradita, là come in tante altre parti del mondo e come in tante altre epoche.
Ma è lì che ora l’occhio e il cuore del poeta è rivolto. I reportage, quando arrivano, narrano i puri fatti; la poesia invece ne estrae il cuore adornandolo e circondandolo di quella pietà, di quella compassione, di quella rabbia e di quel dolore immenso, con una potenza e una incisività che solo lei può esprimere. Pochi versi, ma parole come lance, come pietre che colpiscono ognuno di noi, versi brevi adeguati alla brevità e alla precarietà della vita quotidiana in quei luoghi. Un linguaggio scarno, essenziale, come scarne ed essenziali sono le ore di un bambino che non sa se potrà mai vedere l’alba di domani. Poche parole, versi epigrammatici come giustamente commenta Carlo Giacobbi; ma versi che grondano amore e giustizia, valori che in filigrana ancora sembrano evidenziarsi, perché l’umanità calpestata risorge sempre, prima o poi. E la Poesia, come questa di Antonella Sica, pur nella denuncia, ne anticipa sempre il nuovo orizzonte di luce.
Deflagra la luce sul campo
coi bimbi salta la palla
il sorriso minato
in pezzi nel cielo con gli arti
in volo i piedini, le mani.
La madre sui corpi
gli occhi divaricati
gli uomini intonano
il nome di dio
allineano i sacchi bianchi
sulla terra rotta
in fila come crisalidi
di pietra.
Sfugge alla lingua
un frammento tenace di cibo
tra i denti, un tormento
dallo schermo
una sirena
antiaerea
trascina
tremori
lungo i vetri
un fastidio da niente
che non vuole andare via.
Nel flusso di notizie
voci gonfie d’acqua
i bambini
camminano sulla faglia
che divide lo sguardo
ogni giorno più piccoli
più lontani.
Antonella Sica, genovese, laureata in Lettere
Moderne, è regista e manager culturale nel settore audiovisivo e
cinematografico. Ha pubblicato Fragile al mondo (Prospero Editore,
2015), La memoria nel corpo (Rayuela Edizioni, 2018), L’ira notturna
di Penelope (Prospero Editore, 2022) e Corpi estranei (Arcipelago
itaca, 2025), con cui ha vinto il Pre-mio “InediTO - Colline di Torino”. È
presente nelle antologie Singolare, molteplice (Puntoacapo, 2022) e Settimo
repertorio di poesia italiana contemporanea (Arcipelago itaca, 2023). Suoi
testi sono stati selezionati e premiati in diversi festival e pubblicati su
riviste e blog letterari.
mercoledì 2 settembre 2026
Intervista della poetessa Muhsine Arda al curatore d'arte Walter L. Meyer (traduzione in italiano di Lucilla Trapazzo)
ARTE E LETTERATURA NEL CUORE DELLA GUERRA
La storia di 1001
Nights Retold, una mostra d'arte
Propongo volentieri questa conversazione tra la poeta turca Muhsine Arda e Walter L. Meyer, curatore d’arte, perché racconta di un incontro particolare, quello tra il curatore americano e l’artista iraniana Noushin Vedaei, che, nel pieno della guerra, hanno dato vita a un progetto a distanza, 1001 Nights Retold, una mostra ispirata a Le mille e una notte.
A farmi conoscere questa storia è stata proprio Muhsine,
che segue il lavoro di Walter fin dal suo trasferimento a Istanbul nel 2019. Mi ha raccontato quanto l’avesse
colpita questo suo ultimo progetto: da una parte, un americano e un’artista
iraniana che continuano a lavorare insieme mentre il Paese di lui bombarda
quello di lei; dall’altra, la possibilità di sottrarre il loro dialogo alla
cornice della politica e di mostrare che l’arte può oltrepassare i confini
nazionali. E poi c’era la letteratura. Quando Muhsine ha scoperto che il tema
della mostra era Le mille e
una notte, una delle opere più affascinanti della letteratura mondiale, ha
voluto saperne di più.
È così che abbiamo
deciso di raccontare questa storia. Le sculture di Noushin, accompagnate dalle
sue personali riletture dei racconti, restituiscono alla letteratura la sua
natura originaria di spazio condiviso tra culture ed epoche. Il progetto è nato
dall’arte, ma finisce inevitabilmente per interrogare anche la possibilità di
costruire un dialogo oltre le barriere erette dalla politica.
Questa conversazione racconta la genesi
della mostra.
Muhsine Arda (MA) Walter, tu vivi a
Istanbul, in Turchia, mentre l'artista Noushin Vedaei vive a Isfahan, in Iran.
Come è nata 1001 Nights Retold, la mostra ospitata
dalla tua galleria d'arte online (AWB)?
Walter L. Meyer (WLM) Cerco spesso in rete e sui social artisti che potrebbero essere interessanti da esporre. Quando ho visto per la prima volta le sculture in cartapesta di Noushin, ne sono rimasto completamente affascinato. Le ho immediatamente inviato il mio consueto primo messaggio: «Parli inglese?». Quando mi ha risposto affermativamente, ne sono stato felicissimo. Era il 18 febbraio 2026 (ricordate questa data).
MA – Che cosa ti ha colpito particolarmente delle sculture di Noushin?
WLM – In realtà, la risposta è triplice. Innanzitutto, trovo singolare che queste opere – alte da 11 a 43 centimetri – rappresentino per lo più animali e non esseri umani. In secondo luogo, mi incuriosisce il fatto che siano esposte in gruppi anziché singolarmente. Infine, è interessante che raffigurino i personaggi di Le mille e una notte, opera letteraria che apprezzo e che è conosciuta in tutto il mondo, talvolta anche come Le notti arabe.
MA – Perché l’artista ha deciso di rielaborare questi racconti attraverso la sua arte?
WLM – Noushin mi ha spiegato che questa serie di sculture rappresenta la continuazione della sua esplorazione artistica di miti, rituali e racconti antichi, temi che rimandano alla sua formazione sia nella pittura sia nella scultura. Per lei, queste storie raccontano l'eterna lotta tra il bene e il male.
MA – Avevi già familiarità con Le mille e una notte?
WLM – Sì, ma come la maggior parte degli occidentali conoscevo soprattutto le avventure di Sinbad il marinaio, Aladino, Ali Baba e i quaranta ladroni, tutte storie rese immortali dal cinema, soprattutto dai film di Walt Disney. Mi aspettava però una sorpresa!
MA – Cosa intendi?
WLM – Facendo qualche ricerca ho scoperto che le storie che ho appena nominato furono tra le ultime a essere aggiunte alla raccolta, addirittura nel XVIII secolo. La maggior parte delle altre storie de Le mille e una notte, invece, è molto più antica. Tramandate oralmente per secoli, hanno per lo più origini nell'antica Persia e in India, anche se nel corso degli anni furono aggiunti racconti provenienti da altri luoghi. La prima raccolta a stampa conosciuta in Occidente fu scritta in arabo. Da qui il nome alternativo Le notti arabe.
MA – Come si è sviluppata la mostra 1001 Nights Retold?
WLM – Per prima cosa ho spiegato a Noushin come strutturo le mostre di AWB: volevo che scrivesse una dichiarazione d’artista e, cosa per me ancora più importante, un commento per ciascuna delle opere esposte – una caratteristica peculiare del mio stile curatoriale.
Fin dalla prima storia che Noushin mi ha
inviato, ho capito che avrebbe raccontato il retroterra di ciascuna opera.
Questo significava spiegare perché avesse scelto di rappresentare proprio
quella storia, quali fossero le sue fonti storiche, la sua versione del
racconto e, infine, quale fosse la morale o l'insegnamento che ne traeva.
MA – Prima mi hai chiesto di ricordare la data in cui tu e Noushin avete iniziato a collaborare…
WLM – Abbiamo intrapreso questo progetto il 18 febbraio. Solo dieci giorni dopo, gli Stati Uniti e Israele hanno iniziato a bombardare l'Iran. Improvvisamente tutto si è fermato. Per mesi non ho avuto notizie di Noushin perché il governo iraniano aveva oscurato Internet. Non sapevo neanche se fosse ancora viva.
Così come il progetto si era interrotto,
altrettanto improvvisamente è ripreso. Noushin mi ha spiegato che lavorare con
me a 1001 Nights Retold l'ha aiutata a rimanere concentrata su
qualcosa di positivo. Alla fine, abbiamo completato le dodici storie illustrate
dalle sculture della mostra.
MA – Puoi raccontarci un paio delle tue storie preferite?
WLM – Con piacere. Vorrei sottolineare che Noushin desidera che tutti comprendano che le sue versioni di queste storie non sono riscritture letterali. Sono adattamenti personali, concepiti per evocare un'atmosfera di magia e meraviglia. Queste sono le tre che preferisco...
Il giovane re e i pesci colorati è una storia di tradimento, stregoneria, punizione collettiva e di un re giusto che rimette le cose a posto. A causa della sua infedeltà, un giovane re viene trasformato in pietra e i suoi sudditi in pesci.
Per Noushin, i sudditi-pesce
rappresentano una società multiculturale nella quale la differenza genera
unità, non divisione.
Il messaggero della Luna può essere letto come un monito alle società autoritarie: con strategia e intelligenza, i deboli possono sconfiggere chi sembra avere un potere assoluto.
Fingendosi la Luna, il coniglio
messaggero Pirouz riesce a ingannare il Re degli Elefanti e a salvare la fonte
d'acqua dei conigli.
Il Jinn e il mercante mostra la capacità di questa creatura temibile di essere misericordiosa, arrivando infine a perdonare persino l'uomo responsabile della morte di suo figlio.
MA – Interessante.
WLM – Sono sempre stato affascinato dall'idea del jinn, una figura potente della mitologia orientale, capace tanto di fare del bene quanto del male.
MA – Grazie, Walter, per aver aggiunto un capitolo artistico alla lunga storia de Le mille e una notte.
WLM – È stato un piacere. Per chi volesse approfondire, 1001 Nights Retold è disponibile sulla galleria online Art Without Boundaries: www.artwithoutboundaries.art.
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| Djinn |
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| Il pesce |
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| Il giovane re |
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| Pirouz, il coniglio messaggero |
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| Noushin Vedaei circondata da alcuni dei personaggi di 1001 Nights Retold |
Muhsine Arda è poeta, romanziera, saggista e traduttrice; vive a Bursa, in Turchia.
Walter L. Meyer è un curatore americano e collezionista d'arte «per caso»; vive a Istanbul, in Turchia.
Traduzione e revisione italiana:
Lucilla Trapazzo
giovedì 6 agosto 2026
Rita Pacilio, la parola, la ferita, la preghiera: saggio critico di Vincenzo Guarracino
L'autore, Vincenzo Guarracino, è poeta e critico letterario di grande talento, noto e stimato per la sua intensa produzione letteraria, e per la sua attività di promozione culturale.
«La lingua, ampia e mobile, si distende in ondulazioni continue: Pacilio lavora per accumulo, per progressione, affidando alla ripetizione un valore meditativo. Le immagini sono dense (si vedano, ad esempio, le campane antropologiche, la striscia verde sull’anima, le ginocchia moltiplicate in galoppo) e conducono il lettore in una dimensione che ha il passo dell’invocazione. La prima parola è così la tappa momentaneamente conclusiva, quasi una summa di motivi e stilemi, di un viaggio che non approda a una risposta, ma a una presenza: quella di una voce che cerca la sua verità nel movimento, nella “ferita”, nella luce che insiste e resiste. È per questo che il suo, come suggerisce in postfazione la poetessa Eliza Macadan, è davvero un poema di rivelazione, in cui l’umano e il divino si sfiorano senza mai confondersi, lasciando sul lettore la traccia di un’esistenza che continua a nascere ogni volta che una parola, la parola adeguata, si volge e torna al suo principio. »
Vincenzo Guarracino, Rita Pacilio La parola, La ferita, La preghiera –
Ritratto di una voce mistica contemporanea. Arsenio Editore, 2026. (pag. 112)
lunedì 3 agosto 2026
Michael Micci e la sua "Epica dell'abbandono"
Qui il discorso è un po’ diverso: in Epica dell’abbandono (RPlibri, 2026), l’autore, il giovane poeta faentino Michael Micci, sperimenta in questa sua interessante e originale raccolta un complesso stato d’animo incline all’abbandono, al distacco da una società che, come effettivamente è quella attuale, tende a suddividere, a frazionare e a disperdere ricchezze e valori fondamentali, memorie, culture e ricordi, a scapito di una esistenza prevalentemente dedita alla materialità e all’urgenza delle cose.
Orbene, l’epica dell’abbandono può essere intesa qui come un resoconto, un’attenta indagine, anche introspettiva, su una società che va, in generale, verso la dispersione e il minimalismo delle cose e dei valori. Il poeta, qui, è coraggiosamente consapevole di questa lenta discesa, e ne fa canto ed epopea lirica, utilizzando magistralmente la parola poetica, laddove è proprio la poesia, la sua poesia, a redimere, a rivalutare in qualche modo, tale negatività. Si tratta dunque di partire dal basso, dalle minuzie della quotidianità, dai ricordi, dalle ferite, dai dubbi, per poi risalire la china, o almeno indicare velatamente una possibilità di riscatto, dopo aver sperimentato l’”abbandono”, il disagio, le perdite e le frammentazioni di una realtà scolorita e svalutata: "Ma se non frequento la morte / non posso salvarmi la vita, / non ho orizzonte limpido / da far sperare a questa zattera / in viaggio verso Itaca. / Io non conosco altra epica / che l’abbandono."...
Come sempre, anche qui la poesia lascia comunque una luce accesa (Itaca) lungo il difficile cammino, anzi ritorno, della vita.
Per anni
ho posseduto
parole poi
perse.
Tanta prosa
poche rime
poesie quasi sempre
per il perduto
amore.
Poi un giorno
a passeggio
per la Tate Modern:
una timida fitta violenta
di dolore.
Non appena la penna
sbava sul foglio
tu lo dai in pasto al camino
e ne afferri un altro,
bianco immacolato
spaventato
dal timore di sbavare ancora.
Nel diventare fiamma e fumo
lui realizza
una liberazione inaspettata:
era schiavo prima
della tua misura
e ora vola.
La mia stanza è un labirinto
possono emergere da dietro l’angolo
diapositive del nostro passato,
come mostri spettrali
come attori appostati
in una casa degli orrori.
Ma se non frequento la morte
non posso salvarmi la vita,
non ho orizzonte limpido
da far sperare a questa zattera
in viaggio verso Itaca.
Io non conosco altra epica
che l’abbandono.
Dolore cronico
delle anime
eterne.
Dietro l’angolo
di ogni sorriso
c’è sempre una fine.
Che inaspettata ricchezza
la fine.
Oltre la vita
l’abissale non sapere
che ci rende ridicoli
impauriti,
grotteschi,
umani.
Forse mi salverà
un principio d’estate;
l’accoppiamento dei passeri sui coppi
o le api sensali dei fiori.
Forse mi salverà solo
arrendermi
al volteggiare della vite
al gioco buffo delle margherite
di amare e
un attimo dopo
non amare più.
Brani tratti da Epica dell'abbandono, di Michael Micci, RPlibri, 2026
Michael Micci nasce a Faenza nel 1990. Dopo il diploma classico, studia lingue straniere e letterature comparate all’Università di Bologna. Trascorre poi diversi anni in Islanda, dove insegna lingua italiana e consegue un dottorato in Letteratura medievale. Ha insegnato in diversi atenei italiani ed è attualmente docente di Filologia germanica all’Università degli studi di Bergamo. È autore di numerose pubblicazioni accademiche, tra cui La saga di Nitida (Carocci). Questa raccolta segna il suo esordio poetico.









