domenica 11 ottobre 2026

Gli "Uomini con la coda", di Griselda Doka

“Non siamo uomini con la coda, diceva mia madre quando cercava di spronarmi a fare le cose socialmente condivise e migliorare le competenze che mi avrebbero portate all’indipendenza e all’autoaffermazione…” Questi i versi iniziali della poesia di pagina 39 il cui titolo, Uomini con la coda, dà il nome all’intera raccolta, edita da Macabor nel corrente anno, della poetessa Griselda Doka.
Partiamo da questo punto centrale della raccolta, importante e certamente significativo perché dà un’accelerazione centrifuga a tutta la silloge, per cercare in qualche modo di riflettere sulla caleidoscopica ed effervescente geografia poetico-narrativa della nostra autrice, albanese di nascita ma radicata in Italia, più esattamente in Calabria, da ormai diversi anni. Ed è proprio la Calabria, terra secondo me molto simile, o per lo meno vicina (e non soltanto geograficamente!...) all’Albania (si consideri anche la cultura arbereshe, fortemente diffusa in alcune zone della Calabria), che penso abbia fornito a Griselda, fin dai primi anni della sua nuova residenza, l’input creativo, l’abbrivio letterario e poetico che le ha permesso di maturare la sua poetica lungo gli anni fino a divenire oggi una delle Voci più significative e attive in ambito poetico locale e nazionale.
Uomini con la coda è dunque un pregevole mosaico fatto di tasselli biografici, memoriali, socioculturali e perfino etici, dove la nostra autrice espone, racconta ed illustra, utilizzando una struttura poetica esplicativa, diretta e a volte lasciando il lettore attonito e sorprendentemente coinvolto, quadri, immagini e memorie di una società attuale che si confronta con usi e tradizioni storiche e culturali di una generazione precedente, laddove i valori di un tempo avevano la forza e la ricchezza necessarie per una vita sana e nobile: si tratta di valori universali, e non importa se questi si riannodano a ricordi familiari di altre radici culturali, come appunto quelle albanesi. Quando Griselda parla della famiglia, nei suoi versi appare un senso di universalità e di umanità che accomuna tutte le culture, in un’etica di amorevolezza, di condivisione e di educazione al senso di responsabilità e alla libertà individuale, al rispetto della dignità della persona indipendentemente dalle origini culturali e geografiche: “Mio padre aveva portato un ramo di vite / e lo piantò nel mio giardino calabrese / innestandolo su un vitigno autoctono….” E ancora: “Si parla ai figli in altre lingue / si sogna si danza per non diventare granelli / sale nero sulla sabbia / estranei alla pelle / reclamo l’appartenenza / dell’essere riconosciuta / soltanto in Altre parole….”
Gli uomini non hanno la coda, recita Griselda in contraltare, riportando in versi il giudizio della madre, un consiglio a non disperdere i propri valori etici, morali e storici, in un deserto disumano, quasi animalesco (con la coda!...), ma di perseverare lungo il cammino della storia andando avanti con la determinazione e la consapevolezza della dignità della persona, da difendere ad ogni costo, anche se proveniente da altre culture.
È un libro forte, che induce alla riflessione su vari aspetti della convivenza civile e sociale, in un tempo purtroppo dominato dai pregiudizi, dai falsi valori e dalle antipatie nei confronti di coloro che provengono da altri paesi: “Grido da un’altra sponda / premonizioni che nessuno vuole….”
Affidiamo ora ai nostri lettori alcuni brani tratti dal libro, per eventuali ulteriori gradite riflessioni o commenti da parte loro.

Ti ho vista in un abbraccio furtivo

 

Ti ho vista in un abbraccio furtivo

centrifuga emotiva, accovacciata

ho strizzato gli occhi per congelare nel tempo

la mia figura tra le tue braccia.

Mai più hai creduto alle mie parole

né i silenzi, gli arrivi e le partenze

sei rimasta così, pilastro e fumo

ingrigita, candele, preghiere

tè, caffè, un OKI diviso a metà

pane, formaggio e pomodoro

le urla del vicino alla moglie

nessuno li saluta più nel condominio

nemmeno tu, pilastro, fumo e ingrigita.

 

 ***

 

Mio padre aveva portato un ramo di vite

 

Mio padre aveva portato un ramo di vite

e lo piantò nel mio giardino calabrese

innestandolo su un vitigno autoctono.

Mia madre non smetteva di darci consigli

sul tempo che perdevamo in questa terra

dove tutto si sarebbe seccato all’afa, d’estate

pensava alle conserve, lei,

alle marmellate e alla frutta candita

e per profumarle mi aveva procurato

un geranio malvarosa

che sapeva di menta e limone

rosa antica di radura incolta

e di altri segreti che lei non riusciva

né a spiegare e né ad esprimere.

Entrambi tentarono di preservarmi.

 

 

*** 

 

Hanno occhi umidi i poeti

e la gola secca

la voce, si dice, sia eterea.

Appartengono a tutti

e a nessuno.

Si dice, anche, siano stati stregati

una notte di ottobre

fissando a lungo la luna.

Avranno sentito la stessa melodia

del giovane marmorizzato

che suona il flauto

senza sosta e tregua

così, chi lo fissa

non ha altra scelta.

 

*** 

 

C’era la paura di perdersi

inerpicarsi tra radici

dimenticarsi della collina

sulla valle la speranza

che tutto sia stato soltanto una fiaba.

Si parla ai figli in altre lingue

si sogna si danza per non diventare granelli

sale nero sulla sabbia

estranei alla pelle

reclamo l’appartenenza

dell’essere riconosciuta

soltanto in Altre parole.

 

*** 

 

Grido da un’altra sponda

premonizioni che nessuno vuole.

C’è un serpente sotto le fondamenta

una torre con occhio da ciclope

un bizzarro calendario di sabbia azzurra

che si scioglie al sole e risale col vento.

C’è un vangelo d’argilla sospeso

tra mani di operaio in camicia di seta

una scalinata porpora disegna un bilancio

con numeri corposi e algoritmi psicotici.

La mattina presto cisterne di latte si

cagliano

su strade polverose i vecchi danzano un

sirtaki

col copricapo rosso e fazzoletto bianco.

Grido parole non rilevanti

nubifragi di sponde – approdano in pena.

 

*** 

 

Occhi imbevuti di aceto

ci chiesero della morte nel cuore

su questo cammino di polvere e rovine

laccato dall’osmosi della perdita che veglia.

Essere tristi era un mestiere da grandi

o per ebbri profeti che scalfivano il tempo.

Non si è spento il nulla di ieri

il vuoto di oggi, ancora in fasce

il sangue che avrei dovuto urlare.


Griselda Doka, Uomini con la coda, Macabor Editore, 2026; premessa di Marco Gatto, postfazione di Marialucia Lattuca.

Griselda Doka è nata a Tërpan, Berat (Albania) nel 1984. È Dottore di Ricerca in Studi letterari, linguistici, filologici e traduttologici presso l’Università degli Studi della Calabria. Attiva come operatrice culturale, organizza e partecipa ad eventi sul territorio ed è membro di varie giurie letterarie. Oltre alla sua lingua madre, scrive anche in italiano. Ha pubblicato la silloge bilingue Solo brevi domande esiliate (Fara Editore 2015), Dimentica chi sono (Fara Editore 2018), Il leggero transito delle parole (Macabor Editore 2023). Recentemente ha pubblicato, sempre con Macabor Editore, Uomini con la coda. È presente in varie antologie e festival nazionali e internazionali. Sue poesie sono state tradotte in albanese, russo, spagnolo e francese. Collabora, inoltre con diversi progetti di traduzione professionale e letteraria dall’albanese in italiano e viceversa. Vive e lavora in Calabria come docente di lingue e mediatrice interculturale.


Griselda Doka a Francavilla Marittima, il 29/8/26


















Griselda Doka




martedì 6 ottobre 2026

"Nessuna solitudine": la nuova raccolta poetica di Giorgio Cuscito

Nessuna solitudine: l’autore sembra schernirsi di fronte al baratro di una assenza, di una immobilità quasi esistenziale, ma che vuole e riesce a superare con l’impeto del creativo, e cioè, nella fattispecie, la parola poetica. Qui il canto si fa protesta e denuncia nei confronti di una realtà (interiore e anche esterna) priva di movimenti, di obiettivi: “Prima di cominciare a scrivere / devo vedere…”, “Svegliarmi / Essere nel centro…”.
Giorgio Cuscito, autore di questa interessante raccolta edita da RPlibri nel corrente anno 2026, vuole dunque confermare, anzi riaffermare, che non esiste solitudine… purché la si comprenda, ne sia possibile la gestione, in qualche modo, anzi in un modo che possa in qualche modo confutarla. È in fondo la stessa tragedia di ciascuno quando, pur sapendo che la vita dovrà finire, si cerca di schernirla, di confutarla: non esiste la morte!
E verosimilmente non “esiste” la solitudine, pur essendo certi che c’è, la si vede, la si tocca, la si respira (“Vorrei tanto / scostare questa tenda, / che mi nasconde / e tendere al cielo…”). Dunque la parola poetica è talismano e viatico atto a disvelare la dura (e vuota) realtà, un mondo quasi di insignificanze, avvertito quasi come un disagio da affrontare, da liberarsene al più presto tendendo alla solarità, alla luce e alla pienezza dell’infinito (“Vorrei cercarlo sempre, / il mare / senza voltarmi…”).
Una poesia arguta, intelligente, che denota una filosofia di vita solo apparentemente remissiva, quasi che l’autore voglia rassegnarsi a questa “solitudine” (“Leggerei una poesia adesso, una poesia semplice, magari una di Pascoli…”), ma che con una vitalità ironica eccezionale, apre gli usci ad un mondo più dinamico, più romantico e colmo di prospettive.


Prima di cominciare a scrivere

 

Prima di cominciare a scrivere

devo vedere,

 

ogni volta

Arrendermi alla corrente di voce,

dita e luci

 

Chiedere del tempo

 

Svegliarmi

Essere nel centro

 

Fermare quel pezzo di tramonto,

che ogni sera mi perdo

E renderlo mattutino,             vivo

ogni volta che voglio

 

Essere significato

 

Rendere il tempo infinito,     ogni volta

gioire scrivendo

 

 

***

 

 

Vorrei restare dietro questa tenda,

fermo come la mia ombra

 

Vorrei tanto

scostare questa tenda,

che mi nasconde

e tendere al cielo

 

Essere tra i tetti,

vedere dall’alto le facce,

essere quello che sono

 

Non sono un uomo,

sono quel gatto

sdraiato all’ombra

che sfida i cani alla catena

 

Sono quell’industria assolata

che non ha bisogno di lavorare

 

Sono quel profumo

sempre irriconoscibile

 

Mi dicevi

che so di vecchio,

che la mia pelle sa di polvere

che la mia bocca è amara

 

Solitaria è

la mia compagnìa

 

 

 ***

 

 

Nessuna solitudine

 

Leggerei una poesia

adesso

Una poesia semplice,

alla natura

Magari una di Pascoli

 

La tengo sempre vicina,

a notte fonda

 

 ***

 


La pagina bianca

 

È bella la pagina bianca,

molto più

di un libro intero

 

Calda e comprensiva,

quasi mi tiene per mano

 

Ho vissuto tanto

 

Comincio   a leggere

ma non vado avanti

 


 ***



Quell’ultima nuvola

 

Quell’ultima nuvola

trasferitasi

su carta luminosa,

non dista ancora così tanto

dal cielo

 

A volte sono più sereno

A volte basta il mare

 

Vorrei cercarlo sempre,

il mare

senza voltarmi

 

Restando a sorridere per ore

davanti a quella baraonda

          di gabbianelle


(Brani tratti dal libro Nessuna solitudine, di Giorgio Cuscito, RPlibri, 2026)

Giorgio Cuscito (Acquaviva delle Fonti, 1994) lavora come musicista, cantautore e performer tra musica, teatro, poesia e arti contemporanee. La sua intera ricerca è incentrata sull’Arte intesa come processo e non prodotto, come pratica di resistenza umana all’isolamento, all’individualismo e all’(an)estetizzazione del sentire. Ha musicato e interpretato poesie di Paul Éluard, Cesare Pavese, Gottfried Benn e Pier Paolo Pasolini; si ricorda il reading Avrà i tuoi occhi (2024) con il poeta Vittorino Curci e il musicista Gianni Console. Ha sonorizzato mostre e installazioni in gallerie d’arte e musei; si ricordano Habitat (2025) e Postumi (2025) dell’artista Pierluca Cetera. Insieme alla band art rock Violent Scenes, di cui è cantante, compositore e autore di tutti i testi, ha registrato quattro dischi: Know By Heart (2017), Stimmung (2019), Rebirth (2022) e Angels Are Mathematical (2026); scritto per il cinema e il teatro e suonato in centinaia di concerti, tra Italia e Stati Uniti. Scrive, vive e lavora a Gioia del Colle (BA), dove negli ultimi anni ha dato vita a un intenso scambio artistico e culturale, tra i più attivi della Puglia; curando festival, concerti e spettacoli e ospitando artisti provenienti da tutto il mondo.



venerdì 18 settembre 2026

L'appello del Piccolo Museo della Poesia contro le armi

Transiti Poetici accoglie l'appello del Piccolo Museo della Poesia e della Biennale italiana della Poesia fra le Arti, volto alla raccolta delle firme di tutti gli artisti, poeti, letterati e creativi, contro ogni tipo di arma e contro ogni ipotesi di guerra: "L'Arte italiana ripudia la guerra", questa, in sostanza, la missione che ognuno di noi dovrebbe perseguire, in linea con i principi e i valori di una umanità che va assolutamente rinnovata e rinsaldata.
Nella locandina le indicazioni per aderire.






 

sabato 5 settembre 2026

"Sulla terra rotta" di Antonella Sica

Si dice sovente di poesia civile, di poesia sentimentale, di poesia ispirata all’ambiente, alle problematiche ecologiche e di tante altre svariate tendenze e argomentazioni. Personalmente sono convinto che siano soprattutto la bontà, la qualità, la capacità di suscitare vibrazioni emotive, a rendere valido un testo poetico, al di là del contenuto e della fonte di ispirazione. È chiaro comunque che la poesia non ha vincoli o condizionamenti, se non quelli che la rendono essenzialmente un’opera d’arte letteraria, per i motivi di cui sopra. La poesia non si sottomette e non si asserva, ma è pura verità, quella verità e quella schiettezza che ogni autentico poeta non può fare a meno di esprimere.
Non si sottrae a questo nobile compito Antonella Sica, nel realizzare un vero e proprio poema, premiato alla undicesima edizione del Premio “Arcipelago itaca” e quindi pubblicato dalla stessa Casa editrice, con una dotta motivazione di Carlo Giacobbi. Il titolo, essenziale e significativo, Sulla terra rotta, è già incipit di denuncia e di degrado dei valori umani, se vogliamo eufemisticamente riferirci al decadimento generale di ogni traguardo etico e morale faticosamente guadagnato in secoli di dure lotte sociali per la libertà, la (vera) democrazia, il benessere di tutti i popoli. In particolare la situazione in Medio Oriente e più specificamente a Gaza è a dir poco apocalittica, disumana, infernale. La terra rotta rende bene l’idea, e d’altronde la poesia è un metodo diretto per proclamare la verità, senza retoriche e senza “distinguo”: la terra è rotta, insanguinata, assassinata, vilipesa, tradita, là come in tante altre parti del mondo e come in tante altre epoche.
Ma è lì che ora l’occhio e il cuore del poeta è rivolto. I reportage, quando arrivano, narrano i puri fatti; la poesia invece ne estrae il cuore adornandolo e circondandolo di quella pietà, di quella compassione, di quella rabbia e di quel dolore immenso, con una potenza e una incisività che solo lei può esprimere. Pochi versi, ma parole come lance, come pietre che colpiscono ognuno di noi, versi brevi adeguati alla brevità e alla precarietà della vita quotidiana in quei luoghi. Un linguaggio scarno, essenziale, come scarne ed essenziali sono le ore di un bambino che non sa se potrà mai vedere l’alba di domani. Poche parole, versi epigrammatici come giustamente commenta Carlo Giacobbi; ma versi che grondano amore e giustizia, valori che in filigrana ancora sembrano evidenziarsi, perché l’umanità calpestata risorge sempre, prima o poi. E la Poesia, come questa di Antonella Sica, pur nella denuncia, ne anticipa sempre il nuovo orizzonte di luce.


Deflagra la luce sul campo

coi bimbi salta la palla

il sorriso minato

in pezzi nel cielo con gli arti

 

in volo i piedini, le mani.

 

 ***

 

La madre sui corpi

gli occhi divaricati

 

gli uomini intonano

il nome di dio

allineano i sacchi bianchi

sulla terra rotta

 

in fila come crisalidi

di pietra.

 

 ***

 

Sfugge alla lingua

un frammento tenace di cibo

tra i denti, un tormento

 

dallo schermo

una sirena antiaerea

trascina tremori

lungo i vetri

 

un fastidio da niente

che non vuole andare via.

 

 ***

 

Nel flusso di notizie

voci gonfie d’acqua

i bambini

camminano sulla faglia

che divide lo sguardo

 

ogni giorno più piccoli

più lontani.

 

Da: Sulla terra rotta, di Antonella Sica. Edizioni Arcipelago Itaca, 2026.

Antonella Sica, genovese, laureata in Lettere Moderne, è regista e manager culturale nel settore audiovisivo e cinematografico. Ha pubblicato Fragile al mondo (Prospero Editore, 2015), La memoria nel corpo (Rayuela Edizioni, 2018), L’ira notturna di Penelope (Prospero Editore, 2022) e Corpi estranei (Arcipelago itaca, 2025), con cui ha vinto il Pre-mio “InediTO - Colline di Torino”. È presente nelle antologie Singolare, molteplice (Puntoacapo, 2022) e Settimo repertorio di poesia italiana contemporanea (Arcipelago itaca, 2023). Suoi testi sono stati selezionati e premiati in diversi festival e pubblicati su riviste e blog letterari.





mercoledì 2 settembre 2026

Intervista della poetessa Muhsine Arda al curatore d'arte Walter L. Meyer (traduzione in italiano di Lucilla Trapazzo)

Volentieri pubblichiamo su Transiti Poetici, nella rubrica destinata agli ospiti, una interessante intervista della poetessa turca Muhsine Arda al curatore d'arte americano, residente in Turchia, Walter L. Meyer. La traduzione in italiano dell'intervista è a cura della poetessa Lucilla Trapazzo.




ARTE E LETTERATURA NEL CUORE DELLA GUERRA

La storia di 1001 Nights Retold, una mostra d'arte

Propongo volentieri questa conversazione tra la poeta turca Muhsine Arda e Walter L. Meyer, curatore d’arte, perché racconta di un incontro particolare, quello tra il curatore americano e l’artista iraniana Noushin Vedaei, che, nel pieno della guerra, hanno dato vita a un progetto a distanza, 1001 Nights Retold, una mostra ispirata a Le mille e una notte.

A farmi conoscere questa storia è stata proprio Muhsine, che segue il lavoro di Walter fin dal suo trasferimento a Istanbul nel 2019. Mi ha raccontato quanto l’avesse colpita questo suo ultimo progetto: da una parte, un americano e un’artista iraniana che continuano a lavorare insieme mentre il Paese di lui bombarda quello di lei; dall’altra, la possibilità di sottrarre il loro dialogo alla cornice della politica e di mostrare che l’arte può oltrepassare i confini nazionali. E poi c’era la letteratura. Quando Muhsine ha scoperto che il tema della mostra era Le mille e una notte, una delle opere più affascinanti della letteratura mondiale, ha voluto saperne di più.

È così che abbiamo deciso di raccontare questa storia. Le sculture di Noushin, accompagnate dalle sue personali riletture dei racconti, restituiscono alla letteratura la sua natura originaria di spazio condiviso tra culture ed epoche. Il progetto è nato dall’arte, ma finisce inevitabilmente per interrogare anche la possibilità di costruire un dialogo oltre le barriere erette dalla politica.

Questa conversazione racconta la genesi della mostra.

 

Muhsine Arda (MA) Walter, tu vivi a Istanbul, in Turchia, mentre l'artista Noushin Vedaei vive a Isfahan, in Iran. Come è nata 1001 Nights Retold, la mostra ospitata dalla tua galleria d'arte online (AWB)?

Walter L. Meyer (WLM) Cerco spesso in rete e sui social artisti che potrebbero essere interessanti da esporre. Quando ho visto per la prima volta le sculture in cartapesta di Noushin, ne sono rimasto completamente affascinato. Le ho immediatamente inviato il mio consueto primo messaggio: «Parli inglese?». Quando mi ha risposto affermativamente, ne sono stato felicissimo. Era il 18 febbraio 2026 (ricordate questa data).

MA – Che cosa ti ha colpito particolarmente delle sculture di Noushin?

WLM – In realtà, la risposta è triplice. Innanzitutto, trovo singolare che queste opere – alte da 11 a 43 centimetri – rappresentino per lo più animali e non esseri umani. In secondo luogo, mi incuriosisce il fatto che siano esposte in gruppi anziché singolarmente. Infine, è interessante che raffigurino i personaggi di Le mille e una notte, opera letteraria che apprezzo e che è conosciuta in tutto il mondo, talvolta anche come Le notti arabe.

MA – Perché l’artista ha deciso di rielaborare questi racconti attraverso la sua arte?

WLM – Noushin mi ha spiegato che questa serie di sculture rappresenta la continuazione della sua esplorazione artistica di miti, rituali e racconti antichi, temi che rimandano alla sua formazione sia nella pittura sia nella scultura. Per lei, queste storie raccontano l'eterna lotta tra il bene e il male.

MA – Avevi già familiarità con Le mille e una notte?

WLM – Sì, ma come la maggior parte degli occidentali conoscevo soprattutto le avventure di Sinbad il marinaio, Aladino, Ali Baba e i quaranta ladroni, tutte storie rese immortali dal cinema, soprattutto dai film di Walt Disney. Mi aspettava però una sorpresa!

MA – Cosa intendi?

WLM – Facendo qualche ricerca ho scoperto che le storie che ho appena nominato furono tra le ultime a essere aggiunte alla raccolta, addirittura nel XVIII secolo. La maggior parte delle altre storie de Le mille e una notte, invece, è molto più antica. Tramandate oralmente per secoli, hanno per lo più origini nell'antica Persia e in India, anche se nel corso degli anni furono aggiunti racconti provenienti da altri luoghi. La prima raccolta a stampa conosciuta in Occidente fu scritta in arabo. Da qui il nome alternativo Le notti arabe.

MA – Come si è sviluppata la mostra 1001 Nights Retold?

WLM – Per prima cosa ho spiegato a Noushin come strutturo le mostre di AWB: volevo che scrivesse una dichiarazione d’artista e, cosa per me ancora più importante, un commento per ciascuna delle opere esposte – una caratteristica peculiare del mio stile curatoriale.

Fin dalla prima storia che Noushin mi ha inviato, ho capito che avrebbe raccontato il retroterra di ciascuna opera. Questo significava spiegare perché avesse scelto di rappresentare proprio quella storia, quali fossero le sue fonti storiche, la sua versione del racconto e, infine, quale fosse la morale o l'insegnamento che ne traeva.

MA – Prima mi hai chiesto di ricordare la data in cui tu e Noushin avete iniziato a collaborare…

WLM – Abbiamo intrapreso questo progetto il 18 febbraio. Solo dieci giorni dopo, gli Stati Uniti e Israele hanno iniziato a bombardare l'Iran. Improvvisamente tutto si è fermato. Per mesi non ho avuto notizie di Noushin perché il governo iraniano aveva oscurato Internet. Non sapevo neanche se fosse ancora viva.

Così come il progetto si era interrotto, altrettanto improvvisamente è ripreso. Noushin mi ha spiegato che lavorare con me a 1001 Nights Retold l'ha aiutata a rimanere concentrata su qualcosa di positivo. Alla fine, abbiamo completato le dodici storie illustrate dalle sculture della mostra.

MA – Puoi raccontarci un paio delle tue storie preferite?

WLM – Con piacere. Vorrei sottolineare che Noushin desidera che tutti comprendano che le sue versioni di queste storie non sono riscritture letterali. Sono adattamenti personali, concepiti per evocare un'atmosfera di magia e meraviglia. Queste sono le tre che preferisco...

Il giovane re e i pesci colorati è una storia di tradimento, stregoneria, punizione collettiva e di un re giusto che rimette le cose a posto. A causa della sua infedeltà, un giovane re viene trasformato in pietra e i suoi sudditi in pesci.

Per Noushin, i sudditi-pesce rappresentano una società multiculturale nella quale la differenza genera unità, non divisione.

Il messaggero della Luna può essere letto come un monito alle società autoritarie: con strategia e intelligenza, i deboli possono sconfiggere chi sembra avere un potere assoluto.

Fingendosi la Luna, il coniglio messaggero Pirouz riesce a ingannare il Re degli Elefanti e a salvare la fonte d'acqua dei conigli.

Il Jinn e il mercante mostra la capacità di questa creatura temibile di essere misericordiosa, arrivando infine a perdonare persino l'uomo responsabile della morte di suo figlio.

MA – Interessante.

WLM – Sono sempre stato affascinato dall'idea del jinn, una figura potente della mitologia orientale, capace tanto di fare del bene quanto del male.

MA – Grazie, Walter, per aver aggiunto un capitolo artistico alla lunga storia de Le mille e una notte.

WLM – È stato un piacere. Per chi volesse approfondire, 1001 Nights Retold è disponibile sulla galleria online Art Without Boundaries: www.artwithoutboundaries.art.

 

Djinn







Il pesce


Il giovane re




Pirouz, il coniglio messaggero



Noushin Vedaei circondata da alcuni dei personaggi di 1001 Nights Retold


Muhsine Arda è poeta, romanziera, saggista e traduttrice; vive a Bursa, in Turchia.

Walter L. Meyer è un curatore americano e collezionista d'arte «per caso»; vive a Istanbul, in Turchia.

 

Traduzione e revisione italiana: Lucilla Trapazzo

 

 

Alda Merini vista da Ninnj Di Stefano Busà