sabato 13 giugno 2026

"Dei vivi e dei morti" di Loriana d'Ari

La fragilità umana, ma soprattutto la precarietà della vita, nella sua fisicità, è al centro del discorso poetico di questa interessante e originale raccolta di Loriana d’Ari, Dei vivi e dei morti, edita da Arcipelago itaca nel corrente anno e vincitrice della XXIV Edizione del Premio InediTO – Colline di Torino.
Loriana d’Ari è poetessa profonda, che riesce a penetrare il segreto senso dell’esistenza, offrendoci dei versi che svelano delicatamente, ma anche con una certa determinazione, il mondo che sta al di là delle apparenze quotidiane, laddove la dimensionalità e lo spessore dell’esistenza non si fermano al mero trascorrere del tempo in azioni e luoghi e storie che fanno parte dell’abitudinaria routine di ognuno di noi: la poesia è questa cosa magica che riesce a interpretare la verità di tutti e di ciascuno, svelando ciò che veramente è dentro di noi e che, solo con essa (e, beninteso, con le altre espressioni artistiche), è possibile tradurre ed esternare.
Dei vivi e dei morti è un canto caleidoscopico, un mosaico spirituale, ma anche carneo, di ciò che è veramente la vita. Si va oltre il movimento e l’estensione dei corpi, oltre la loro energia materiale e spirituale, perché anche i morti, in questa raccolta, hanno da dire la loro, fanno parte integrante della complessa realtà del creato.
Partendo da alcuni riferimenti reali con i quali l’Autrice canta l’inanità della sovrabbondanza corporea, di fronte all’ineluttabile suo dissolvimento fino al regno della morte (“kangde”: Aisin Gioro Pu Yi, imperatore fantoccio; “gyokuon-hōsō”: Hirohito, atto di resa…), Loriana d’Ari lascia intendere che il confine tra la vita e la morte è sottilissimo: “e provo a dire, senza convinzione, perché anche il corpo è / nient’altro che questa soluzione tridimensionale / questo corpo che marcisce felice”. Così conclude la sua indagine su tale confine, dopo le attente, e non prive di una certa vena ironica, incursioni su queste realtà umane, con l’indovinato tentativo di unificarle, o perlomeno di renderle parimenti dignitose: “ognuno ritorna a sera, novembre d’umida carezza / nei rintocchi all’ora di cena. / rincasano gli ultimi, mentre curo la posa dei passi lungo / la scia di foglie cadute, un giallo ocra / che dilava all’avorio della luna.” Ed ancora: “ecco le povere cose, gli esili resti. / nel disarmo i coltelli feriscono / da ogni lato…” (qui risalta ancora di più l’inutilità delle violenze reciproche, dei dissidi, delle guerre… di fronte ad una realtà ben più complessa, misteriosa e assolutamente ineluttabile, quale è la morte, dove beffardamente anche il disarmo dei coltelli diventa ormai vano…).
Con questa raccolta Loriana d’Ari dimostra ancora la sua piena padronanza della materia poetica, la sua profonda capacità di indagine nel mondo delle cose e dell’animo umano, la sua competenza nel tradurre in versi significativi il senso dell’esistenza, sia dal punto di vista filosofico, storico, e sia da quello più prettamente umano, immediato e quotidiano.

Proponiamo ora alcuni brani tratti dal libro:


antigone, testamento

 

io donna nel mio ventre sottile

spezzerò questa catena micidiale

perché antigone è il mio nome

nata al posto di un altro.

fratello, levigherò questa crosta di

sangue e fango fino a restituirti un volto

e soffierò nei tuoi polmoni tanta vita

per quanta sciagurata colpa

è sopravvivere ai morti, portarli

come d’inverno nelle vene un canto

di passeri sepolti nella neve

 

 ***

 

kāngdé

 

c’è voluta intera la vita a divenire un uomo

appreso il peso del corpo perdere i fili uno

a uno. del fantoccio ammucchiato all’angolo

rimane il sorriso sghembo, lo slargo dell’occhio

scucito dalla luce. quanto tutto è reale

ora, che anche l’aria potresti toccarla

e nulla più a lungo trattenere.

la frana dei sensi cede calore alla terra

ne drena la linfa, non rimargina

 

(kāngdé: Aisin Gioro Pu Yi, imperatore fantoccio)

 

 ***

 

le altalene

*

ognuno ritorna a sera, novembre d’umida carezza

nei rintocchi all’ora di cena.

rincasano gli ultimi, mentre curo la posa dei passi lungo

la scia di foglie cadute, un giallo ocra

che dilava all’avorio della luna.

proprio qui, solo ieri, correvano i bambini.

delle altalene gemelle l’una sembra immobile da sempre

l’altra oscilla, come un pendolo, addolcisce

solo il cigolio, e continua

dondolando

                 (senza suono)

 


***

 

mare io t’abbracciavo in un lampo

forse troppo azzurro quando

mi voltai e c’era lei al mio fianco.

un sobbalzo, non tanto

la morte quanto lo spavento che potesse

d’un tratto gli occhi fissi a un orizzonte

verticale che potesse finalmente

parlare da quest’altra dimensione che

sta qui, accanto. che se allungo la mano

anche l’ultima parete di cartone possa

crollare. basterebbe una parola

soltanto, quella che tace.

laggiù in fondo, se guardi bene

c’è un’aura di luce attorno a un lampione

spento

 

 ***

 

dei vivi e dei morti

*

ecco le povere cose, gli esili resti.

nel disarmo i coltelli feriscono

da ogni lato.

qui la colpa è uno scavo di rotule

nel fango, la spola

dei vivi tra gli opposti schieramenti.

quanto ai morti, indugiano

anche loro, da quando è slittata

la soglia non sanno più

dove cadere

 

 ***

 

poesia di chi resta

*

sorelle, cosa resta nella notte

che vi perde?

qui dove noi si raccoglie disordine a voi

disappartiene

il non ritorno e la conta dei resti

sulla massicciata.

non più vostri l’urto né il volo

le rotaie in fuga prospettica di schizzi

e primule.

dove non siete non si ode che il nulla

sferragliare

tace il fischio che strina l’orecchio

caduto sulla linea gialla

 

(Giulia e Alessia P., travolte da un treno alla stazione di Riccione)

 

 ***

 

non lascia segni ciò che scorre senz’attrito

in questo solco

inapparente: l’elemento isolante

del raccordo, la colla del buio che ci tiene.

ciò che funziona si nasconde troppo bene

sostanza che assimila a sostanza.

non frugheresti il sangue non volendo

arrestarne la corsa. ma se premi la crosta

del pane puoi sentire

la danza crepitante delle spighe.

così suoniamo la forma

perduta a divenire

quel che siamo

  

Brani tratti dal libro Dei vivi e dei morti, di Loriana d'Ari, Arcipelago itaca Edizioni, 2026

Opera vincitrice XXIV edizione Premio InediTO - Colline di Torino

Loriana d’Ari vive a Genova, dove lavora come psicoterapeuta. Ha pubblicato su diverse riviste e blog letterari e ricevuto riconoscimenti in occasione di vari premi, tra cui “Bologna in Lettere”, “Poesia di Strada” e “Lorenzo Montano”. La sua raccolta d’esordio, silenzio soglia d’acqua, è risultata vincitrice della VI e-dizione del premio “Arcipelago itaca” (raccolta inedita, opera prima) e pubblicata nel maggio del 2021 per Arcipelago itaca Edizioni.

Dei vivi e dei morti è vincitrice della XXIV edizione del Premio InediTO - Colline di Torino.

domenica 10 maggio 2026

Il "Mélange" poetico di Ugo Mauthe

L’eleganza di stile e di forma poetica a volte può ritrovarsi, inaspettatamente, anche in strutture modulari e ripetitive, in schematizzazioni che apparentemente possono sembrare monotone e quindi debolmente “appetibili”. Ci vuole coraggio, ma soprattutto maestria, genialità e un intuito finissimo, per creare e scrivere di poesia adottando un criterio originale e davvero accattivante, ritornerei a dire “appetibile” dal pubblico dei lettori non solo amanti della poesia, che seguono sempre interessati la sua evoluzione, ma anche dei lettori, diciamo così, generici, che da questa forma verranno senz’altro attratti.

E parliamo, come dice lo stesso autore, di “melange”, ovvero di mescolanza, volendo usare il termine francese per meglio rendere l’idea, anzi per renderla proprio più morbida, elegante e armoniosa, da intendersi poi anche a livello internazionale. Melange è il titolo dunque di questa interessante e originale raccolta di Ugo Mauthe, esperto di comunicazioni, il quale non a caso ha voluto utilizzare questo modello, che qui appresso specifichiamo, con il testo poetico introduttivo:

 

un mélange in XXXVI quadri

composti di giochi di sillabe

[creature laboratoriali che l’autore

chiama egg-word]

 

haiku

[di-versi, secondo l’autore, perché

anche di pace di guerra d’altro]

 

monostici

[nell’officina dell’autore linee]

 

poesie sullo scrivere poesia

[che l’autore chiama spaventate

minuscole]


Dunque si tratta di trentasei quadri, ciascuno dei quali conserva la medesima struttura espositiva: una prima parte composta da una sorta di haiku, un intermezzo di un solo verso (monostico) e una terza parte conclusiva o meglio riepilogativa del concetto celato nell’intera costruzione.
È una novità senz’altro, e il complesso, a dire la verità, non stanca il lettore per la ripetizione della stessa formula, anzi viene invogliato a proseguire e addirittura a rileggere i testi, riscoprendo in essi una straordinaria assonanza non solo lessicale ma anche e soprattutto concettuale, direi persino filosofica. Resta infatti costante la forma, lo stile, ma i temi trattati sono davvero tanti, e ciascuno dei “quadri” è in effetti un tassello di un vasto mosaico dove il pensiero, le considerazioni dell’autore, le sue argute dichiarazioni poetiche, costituiscono la complessità del mondo così da lui avvertito e vissuto, in un caleidoscopio di sensazioni e di osservazioni.
Questa raccolta poetica di Ugo Mauthe offre senz’altro un contributo molto importante all’evoluzione della materia poetica attuale, in un contesto di generale monotonia formale, se pur con contenuti validi qualitativamente, laddove a volte diventa opportuno e gradevole cercare nuove modalità espressive e creare nuove originali strutture, come in Melange, al fine di rendere più ampia, variegata e interessante questa nostra cara attività poetica.

Qui di seguito alcuni brani tratti dal libro.


se al presente

levi il pre

è un’assenza

che si sente

*

il tempo partito da un punto e non ancora arrivato

*

sbottano tappi,

gira l’angolo cieco

la mezzanotte

 

è un classico finisce la giornata

inizia la poesia – non c’è verso

di smettere questo vizio perverso


--------------------


il buio freddo

colma la notte intera –

luce interiore

*

noi ombre in attesa del loro zenit

*

se della sera

si spegne la esse

non è l’alba

d’una nuova era

 

 

dal nulla rosari di sillabe

senza punti né maiuscole

solo spaventate minuscole

perché il fine è ignoto

e dimenticato è l’inizio


-------------------


odio invernale

primavera assalita

fiori soldato.

*

qui il verde è curato da salme sepolte

*

in resistere

senza erre

c’è l’esistere

senza guerre

 

 

l’oggi t’ispira un parolare quasi libero

automatico suona troppo automatico

tasti usurati non inceppano il flusso

t’han donato uno spazio di puro lusso


------------------


è questa notte

la scoperta di tutto

è luna piena

*

ah se bastasse sognare di sognare

*

idea

senza i

all’intelletto

è dea

 

 

non ho un maestro ma mille

ogni loro parola mi è maestra

e nella loro maestria mi perdo

come bimbo nel bosco solo

fra parole che mi sembrano mie

mi ritrovo per un a imo breve

quanto il loro segno e suono

come una fata morgana illusivo

 

Ugo Mauthe, Mélange, Puntoacapo Editrice, 2026; prefazione di Antonella Sica, postfazione di David La Mantia.

Ugo Mauthe (Palermo, 1953) ha un lungo passato professionale in pubblicità, come copywriter, direttore creativo e docente di comunicazione. Alla scrittura pubblicitaria ha sempre affiancato quella d’espressione. Nel 2026 ha pubblicato il volume di poesie Mélange (Puntoacapo Editrice). Due anni prima, presso lo stesso editore era uscita la silloge L'equilibrio del niente, finalista al Premio Prato Poesia e premiata anche in altre manifestazioni. Nel 2023 sono apparse le poesie di Involontario narciso (Il Convivio Editore) a loro volta pluripremiate. Nel 2020, con Ensemble, i racconti di Vento Lupo e altre nove improbabili storie, Premio Officina Ensemble. Sempre con Ensemble, nel 2019, la raccolta di poesie Il silenzio non tace, Premio Conrieri, Premio Il Meleto di Guido Gozzano, Premio Astrolabio, Premio Giovanni Pascoli - L’Ora di Barga e finalista o segnalata in altri concorsi. Pubblicazioni precedenti sono state la silloge poetica Minuziosa sopravvivenza (Il Convivio Editore, 2018) e il romanzo Qunellis (Giovane Holden Edizioni, 2018), una favola nera post apocalittica e post umana.  Ama scrivere per i più piccoli: nel 2017 ha vinto Racconti nella Rete con un racconto per bambini che ha come protagonista Sem, un semaforo magico che aiuta bambini e animaletti. Sem ritorna in Sem strapazza i bullazzi, Sem e la grande nevicata e Sem fa cucù (Tomolo-Edigiò Edizioni, 2020-2023-2026), illustrati dall’art director Elena Spada. Suoi racconti, fiabe, haiku e poesie sono stati finalisti o premiati in numerosi concorsi letterari e diversi suoi testi sono presenti in antologie, lit-blog e web magazine, alcuni sono stati tradotti in russo e spagnolo. Si considera un privilegiato perché ogni giorno realizza il suo sogno: vivere scrivendo.

www.ugomautheparolescritte.it  |  https://www.wikipoesia.it/wiki/Ugo_Mauthe

giovedì 16 aprile 2026

Le "Bianche fioriture nere" di Claudio Pagelli

Per la rubrica “Poeti in transito” pubblichiamo qui di seguito tre testi poetici di Claudio Pagelli, poeta originario di Como. I brani sono tratti dalla sua recente raccolta Bianche fioriture nere, edita da Puntoacapo, con illustrazioni del fotografo freelance milanese Gian Maria Garuti.
Claudio Pagelli ha all’attivo diverse importanti pubblicazioni di poesia, ed inoltre si è distinto in numerosi concorsi letterari nazionali.
Il titolo della raccolta è evidentemente ossimorico, laddove l’autore intende evidenziare, con un ottimo itinerario poetico, il contrasto tra i valori positivi e le ombre, le incertezze e la precarietà di un mondo che, nonostante tutto, è in costante equilibrio (“fra l’ombra dei corvi / e il ringhio del sole / splende di ruggine / l’erba della terra”).
La poesia, e in particolare questa poesia di Pagelli, tende sempre ad esaltare emozioni e visioni, andando oltre il significato dei termini, al fine di suggerire un possibile ampliamento del proprio sentire e vedere la realtà circostante.


Ruggine

fra l’ombra dei corvi

e il ringhio del sole

splende di ruggine
l’erba della terra.

come un dio
sbranato dal vento

al peso della luce
s’arrende il fiore.

 

 ***


Radice

 

resta poco, resta l’osso
che s’inarca e sbanda
nel vento che ci divora.

resta il bianco, il nero,
fragili radici fra i denti
della terra, l’aria che trema
tra gli insetti e la luna…

 

*** 


Attesa

il bianco mi acceca

quando il sole spinge
la lingua sui muri.

all’ombra degli alberi
riposa la luce,
il corpo nero delle pietre.

attendono i fiori dei campi
il saluto delle stelle.
nasconde un pugnale il cielo
sul petto aperto di settembre.


***

Claudio Pagelli, Bianche fioriture nere, Fotografie di Gian Maria Garuti. Puntoacapo Editrice, Collana Fotopoesie.

Claudio Pagelli nasce a Como nel 1975. È autore di numerose raccolte poetiche, fra cui L’incerta specie (LietoColle 2005), Le visioni del trifoglio (Manni 2007), Ho mangiato il fiore dei pazzi (Dialogo 2008), Buchi Bianchi (Clepsydra 2010), Papez (L’Arcolaio 2011), La vocazione della balena (ivi 2015), La bussola degli scarabei (Ladolfi 2017), L’impronta degli asterischi (Ibiskos Ulivieri 2019), Campo 87 (puntoacapo 2021) e Il taccuino dei lupi (ivi 2024).  Ha conseguito riconoscimenti in vari premi letterari italiani (fra questi “Città di Capannori”, “Antica Badia di San Savino”, “Città di Induno Olona”, “San Domenichino”, “Lago Gerundo”) e sue poesie sono state tradotte in inglese, spagnolo e in dialetto milanese. Dal 2004 è presidente dell’Associazione Artistico Culturale Helianto, impegnata nella promozione di eventi culturali.

Scheda e note qui:

https://www.puntoacapo-editrice.com/_files/ugd/465b88_5f76901dd29b490789ea9cddeea2c422.pdf

domenica 29 marzo 2026

"L'orizzonte che ci spetta", di Marco Bellini

Afferma puntualmente Claudio Damiani nella sua ben dettagliata prefazione a questa sostanziosa e interessante nuova raccolta poetica di Marco Bellini: “Ognuno sta in sue misure, in un suo tempo, tutti abbiamo un orizzonte che ci spetta. Al di là dell’orizzonte non vediamo, secondo l’autore, ma sentiamo. Gli orizzonti comunicano tra di loro, dialogano. La poesia è forse, ci dice Marco, questo dialogo.
Direi che tale annotazione critica sia del tutto aderente al progetto poetico di Marco Bellini che si evidenzia in L’orizzonte che ci spetta, laddove il nostro autore individua, lungo tutto il percorso della raccolta, un limite, un orizzonte, entro il quale ognuno sogna, anela e vive.
La sensazione della limitazione, sia spaziale che temporale, che l’uomo avverte, che ha sempre avvertito, e che ha alimentato idee filosofiche e anche scientifiche fin da quando è stato in grado di congetturare e teorizzare sul senso della vita, può essere causa di angoscia, di disagio psicologico, di chiusura di fronte all’ineluttabilità della fine (la morte che indiscutibilmente attende tutti ai confini dell’esistenza), e può ingenerare in molti rassegnazione e rinuncia nel tentare comunque di costruire e realizzare progetti futuri per contrastare in qualche modo la certezza della fine.
Uno di questi modi è senz’altro la poesia, e Marco Bellini affronta benissimo, in questo libro, l’argomento del “confine”, dell’”orizzonte”, cercando, e riuscendoci, di stabilire un legame intellettivo ma anche emotivo, se non addirittura fisico, con gli eventi al confine: una poesia-ponte per giustificare, ma anche per confutare, la certezza della limitazione, la certezza di essere chiusi in quella sfera che è il nostro mondo, la nostra realtà, di dimensioni finite.
Questa poesia di Marco Bellini ci aiuta a intuire che l’orizzonte che ci spetta è una consapevolezza da meditare e da interiorizzare, ma che è anche possibile superare con proiezioni emotive che vadano oltre il confine: il gioco della vita hic et nunc, il contingente, l’attualità da vivere e da condividere, forse anche il gioco dell’illusione, che, forte della parola poetica, riesce a penetrare e a superare l’invisibile e l’indicibile.
L’ineluttabilità del confine è dunque più volte sottolineata dall’autore, quando conclude alcuni brani poetici con le parole “l’orizzonte che ci spetta”, versi finali che costituiscono anche il titolo della raccolta e che riassumono pienamente il tema proposto in questo libro. Un orizzonte che, soprattutto, ci spetta, laddove è senz’altro determinato e definito il confine spazio-temporale delle nostre azioni e del nostro vivere: un confine determinato e modellato in base alle nostre singole aspettative e ai nostri movimenti nell’andare verso il domani (“…Il movimento / per cercarsi e trovare la consistenza / dentro uno spazio accogliente”…).
Sarà dunque la poesia, questa poesia di Marco Bellini, ad alimentare progetti, sogni ed illusioni, per oltrepassare il fatidico orizzonte, una volta usciti dalla campana di vetro che circoscrive ed imprigiona ogni anelito di trascendenza o perlomeno di fuga verso dimensioni altre. Una poesia forte e propositiva, che aiuta a conoscere e a conoscersi, a comprendere le limitazioni che ci angustiano, ma che nello stesso tempo ci sprona a superarle.


La cimice

 

Talvolta accade ad alcune poesie:

un consumarsi alla lettura, un’erosione

dell’inchiostro sulla pagina.

 

Allora capita che il libro

si sposti verso il ripiano alto,

voce divenuta flebile, e si muova,

inatteso, un suono inclinato in settembre

nel volo rumoroso di una cimice

fino a posarsi sul dorso blu

coprendo con una zampa

la “A” dorata del titolo sciupato.

 

 ***

 

La campana di cristallo

 

Disse che voleva l’orizzonte, lo voleva

completo, tutti i trecentosessanta gradi,

che avrebbe saputo guardare,

disse, senza vedere la campana

di cristallo in cui stava, la campana

che se la muovi vola la neve

sulle illusioni deposte, le illusioni

vera misura dell’orizzonte che ci spetta.

 

 ***


Il corridore

 

Corre, così sta nel mondo

e sulla terra che batte e insiste

con le scarpe per le risposte,

i suoni di ritorno. Le scarpe,

labbra leggere con cui premere,

dire parole, succhiare il latte

della strada. Il movimento

per cercarsi e trovare la consistenza

dentro uno spazio accogliente.

 

Corre perché esiste spostando l’aria

e la fatica è una preghiera lenta.

Dall’alto le impronte sullo sterrato

come un diario segreto o una poesia

per riconoscere

l’orizzonte che gli spetta.

 

 ***


Quando là

 

Quando là avrai messo i piedi, svanendo

sarai distante da quel troppo sapere

di quando la morte ti appare così viva

seduta al tavolo, alla tua destra,

mentre mangi.

 

Ma solo

quando là avrai messo i piedi

non adesso che ancora sei chiamato:

le abitudini sono un dominio

e il rituale esige il giusto compimento

dell’orizzonte che ti spetta.

 

 ***

 

Silhouette

 

Quel viaggio prenotato nella finzione

di un tempo che non sarà

con un volo che non potrai prendere

per un mare che non ti bagnerà,

ecco, quel viaggio

è come la silhouette nera dei falchi

appiccicati alle barriere trasparenti

lungo le autostrade:

 

per non andare a sbattere

ci si regala la silhouette

di un tempo che non c’è.


Marco Bellini, L’orizzonte che ci spetta, Ediz. Lietocolle, 2025; prefazione di Claudio Damiani

Marco Bellini vive in Brianza. Ha pubblicato diversi libri di poesia. Nel 2013 è risultato vincitore con inedito nelle selezioni italiane per l’European Poetry Tournament, ed è tradotto in diverse lingue europee.

Organizza e promuove rassegne ed eventi di poesia.

In collaborazione con Paola Loreto, ha curato l’antologia poetica Muri a secco (RPlibri, 2019) e attualmente cura la serie di antologie Intrecci (Puntoacapo Editrice).

mercoledì 25 marzo 2026

"La controra", opera poetica a quattro mani di Alessia Lombardi e Marco Alonzi

Chi veramente ha ideato e scritto le poesie di questa raccolta, della quale volentieri presentiamo qui una breve nota informativa? Leggiamo nella puntuale prefazione di Edoardo Olmi: La controra è la prima opera poetica a quattro mani di Marco Alonzi e Alessia Lombardi. Dunque, si tratta di una raccolta poetica pensata e scritta da due autori diversi. Si potrebbe citare l’esempio musicale, laddove due pianisti seduti uno accanto all’altro suonano un medesimo brano; ma qui la situazione è diversa: questa è un’opera poetica in cui, almeno ad un primo sentire, non è possibile individuare l’autore di questa o di quell’altra poesia. Ad un primo sentire, dicevo, perché la prima sensazione è proprio quella che, verosimilmente, offre al lettore la magia, l’emozione, la condivisione lirica, insita nei versi della raccolta. Beninteso, ad un esame più approfondito e critico, si può risalire all’autore di ciascun brano. Ma qui interessa soprattutto notare quanto la poesia, la buona poesia, possa vivere di luce propria, quasi autonomamente rispetto a chi l’ha prodotta. È quanto risalta leggendo questi versi intensi e pregni non solo di tanta musicalità, derivante appunto dall’anima artistica dell’Alonzi, ma anche di tante significative figurazioni, quadri di vita, riflessioni sul sociale e ricordi. La vera poesia si distacca dall’autore, riprende vita propria nel lettore, che la fa sua, la rimodula interiormente per attualizzarla egli stesso: un messaggio importante e coinvolgente, incisivo, che potrà dare adito, nell’animo dell’altro, ad una serie di riflessioni e di interrogazioni su quanto assimilato attraverso la lettura o l’ascolto della poesia.
Ebbene: queste poesie hanno in sé sicuramente una profonda impronta ritmica e musicale, il che si evidenzia molto bene nella struttura dei vari brani, con l’uso sapiente di pause, distanziamenti tra le parole nei versi, l’uso sovente del corsivo per sottolineare riferimenti e allusioni. Questa modalità di scrittura in versi denota l’ottima padronanza della materia poetica da parte dei due bravi autori, laddove è evidente che una poesia interessante possa, o debba, essere scritta utilizzando segni, spazi, caratteri che contribuiscano a narrare anche l’oltre, il non detto, il non dicibile. Al di là naturalmente della parola poetica e della sua grande potenza espressiva.
Detto questo, lascio agli amanti della poesia e dei segreti che quasi sempre essa nasconde, il piacere di leggere questi versi, che sicuramente troveranno significativi, propositivi, eleganti e dotati di grande armonia. È un’opera importante, meritevole di grandi apprezzamenti.

 

 

 

Diario del ponte

O del grande masticamento

 

I

 

Accadeva come ad una festa / che si sgombrasse

la mente

quel treno di notte per Lisbona ai primi passi

di un principe – Marcus, futuro re dei topi

e delle rane. Dei fiumi impestati dal piombo.

Annunciò la partenza notturna e il saluto

alle piante /                 interruppe la spada

     la memoria.

 

II

 

Consegnò piccoli giocattoli scritti

durante la guerra: pesano appena

diciassette

more.

 

Giorni di agosto. Un’ansia

lieve.

 

 ***

 

 

Principio dell’eco: il costume

O degli aspetti lunari

 

La sofferenza è il segno che c’è stato

a te,

ragazza in metro

condizione di allarme

permanente.                Forse

 

scappava dall’incanto

del Bolshoi il piede

abortito nel canto / gli occhi

 

che dal prato

affiggono

l’anima al bivio.

 

 ***

 

La diaspora

O delle trappole

 

Falce di luna su monte

soprano:

dipese da noi /

conservare nella sera immortale

la leggenda

delle voci che scompaiono –

 

passo dietro i passi – e le immagini

costruite con pazienza

ostinazione,

ribaltate dal destino.               Tagliole

di lapislazzuli vertiginose

e chiare, giorno ignoto:          niente

 

ha più cantato, se niente canta

nei numeri

tetri del nome. È l’anno / del mondo.

 

 

 ***

 


L’orologio grasso

O del lamento

 

Odio il fiume, via di transizione. Non porta.

Ferma. Lungo la pietra

e la luna rosicchiata

dal burrone.

 

L’amore, solo nell’acqua sta. Senza memoria,

senza gravità. Senza dolore.

 

Inflazione, reiterazione, ripetizione

l’immagine:

guscio vuoto e parola. Le case

dell’infanzia

 

si chiudono alla strada – strane chiese

di campagna

desolata: si sacrifica l’osso

che canta

la gallina d’oro dell’estate.

 

Perché non a me? Ora

sono / nella luce.

 

Alessia Lombardi & Marco Alonzi, La controra, Ensamble, 2025; prefazione di Edoardo Olmi.

Alessia Lombardi, nata a Ponte­corvo (FR) nel 1996, vive e lavora a Firenze. Semifinalista al concor­so CET – Scuola per Autori di Mogol e finalista alla XIX edizio­ne del Premio Fabrizio De André sezione Poesia. Per il progetto di poesia performativa Crow J & Neptune Mak ha ricevuto, assie­me a Marco Alonzi, nella sede del Parlamento Europeo a Bruxelles, il Premio alla Carriera.

Marco Alonzi, nato a Sora (FR) nel 1995, vive e lavora a Firenze. Violoncellista e compositore, ha ricevuto premi a Strasburgo (Pre­mio Speciale Poesia Europea) e a New York (The Alchemy of Poet­ry). Per il progetto di poesia per­formativa Crow J & Neptune Mak ha ricevuto, assieme ad Alessia Lombardi, nella sede del Parla­mento Europeo a Bruxelles, il Pre­mio alla Carriera.

Alda Merini vista da Ninnj Di Stefano Busà