mercoledì 16 novembre 2022

"Il camaleonte", di Gerardo Aluigi

 

Abbiamo già avuto modo di parlare della poesia di Gerardo Aluigi, autore che vive a Pagani, in provincia di Salerno (Transiti Poetici, 9/1/22), presentando il suo ultimo lavoro poetico dal titolo “Rebecca”, RPlibri, e sottolineando la sua vena di nostalgia nel riproporre, soprattutto a sé stesso, ricordi e memorie intrisi di un accorato sentimento di rimpianto.
Quella vena poetica si è un po’ attenuata, forse esaurita nel compendio di un’opera meritoria finalizzata a far emergere simili sentimenti, dando però maggiore enfasi a stati d’animo equilibrati e consapevoli, capaci di gestire al meglio, attraverso i corpi poetici, il dolore e la sensazione della fine. E in effetti è ciò che si può evincere leggendo i versi de Il camaleonte, l’ultima raccolta poetica del nostro autore, sempre edita da RPlibri, la pregevole casa editrice di San Giorgio del Sannio che annovera ormai, nel suo ricco catalogo, autori illustri ma soprattutto autori seri e impegnati, che amano la poesia, la seguono e la scrivono dedicandovi studio, ricerca e costante frequentazione.
Notiamo dunque in questi versi che, nonostante l’ordine sparso dei vari testi, essi costituiscono comunque un unicum complessivo e articolato; ma leggendo bene in filigrana, viene a nudo l’ansia e il timore della morte, forse ancora residui di un dolore che non è stato del tutto metabolizzato e che, come dicevo, appare in primo piano in Rebecca.
Sono immagini varie e riflessioni sul senso dell’esistenza, rapportato alla natura e al mondo circostante. Una poesia che emerge autentica dal profondo, maturata attraverso l’esperienza della vita e capace di suggerire, di proporre a tutti che, al di là delle mestizie, è ancora possibile cedere lo scettro all’alba perché rimanga mattina.
Così, come il camaleonte si adegua all’ambiente mimetizzandosi in esso a seconda delle circostante, il nostro Gerardo Aluigi cerca, con questi versi de Il camaleonte, di adattarsi, quasi di rassegnarsi alle situazioni emotive ancora derivanti dalle ferite e dalle esperienze di vita trascorsa.

 

Si vive

 

Vivi nell’abbandono

di quell’istante

quando il suo passo

frettoloso nasconde

il desiderio.

 

Ma ciò rimane

nell’aria come fuoco

nutre e divora

il tuo mondo.

 

Salirai i gradini

del cuore

e gli dirai di zittirsi

gli dirai

che è una follia

amarla.

 

 

***

 

Parla della purezza

 

Come la neve pallida

è il tuo viso

che cuce il vestito

sulla tua pelle

con un forte ricamo

della mano, della tua mano

che vuol far conoscere

il colore vissuto,

il bianco pudore, che scende

prima della morte.

Se è quando verrà

i tuoi occhi l’hanno

già vista

nel supremo dolore

del giorno.

Tu, strapperai dal petto

il tuo cuore

il tuo cuore di neve

di terra, di respiro.

Il tuo corpo vuoto

leggero nelle ali

sarà del cielo

ed è lì per te solo

tu, che sei appena nato.

Tu, divorato dal nostro tempo.

 

 

***

 

Nell’aria sciogliersi

 

Sciolgo le mie radici

dal lungo albero

che in me viveva.

 

Le sciolgo con pallide mani,

con tremanti mani

perché ogni ramo

è qualcosa appartenuta al tempo.

 

Furono gli anni che permisero

a quel legno di carne

di amare o odiare

essere

giardini proibiti

giardini bruciati

dal sole del cuore.

 

Ho radici, radici

vi stenderò sulla strada

che vi vide fiorire.

 

Vi stenderò come un carnefice

ammassandovi tutti insieme

per fare un falò

e quando le fiamme toccheranno

le dita del cielo

sarete aria fumosa

impazzita nebbia.

 

Il grigio del vecchio si smarrirà

nello spazio

osserverò le ultime scintille

color d’oro fermarsi

per un attimo

davanti ai miei occhi.

 

 

***

 

Dove andranno

 

Dove andranno le lacrime ora

dove andranno a posarsi?

Quale terra verrà bagnata

dai tuoi occhi?

E il cuore li seguirà?

Lui è folle senza te

lui è folle.

Dove andrà a cimentarsi

in quale arena?

In quale corpo

troverà rifugio

dove godrà?

Il piccolo cuore

il violento cuore

dove andrà?

Sarà temerario

ucciderà la solitudine.

Dimmi, dove andranno

lacrime e cuore?

 

 

***

 

Un giorno in riva al mare

 

La luna è una flebile luce

sulle acque buie del mare

polverose sono le onde

trascinano l’estate stancamente

verso un autunno frammentario

come i cocci trovati da mani inesperte

bambini, i bambini padroni della riva

infiniti gli occhi che osservano

quella mancanza.

Egli rigira il corpo nel gesto lento,

di spalle andrà lontano, lontano

nel suo tempo

donando le ossa al mare

per essere mistero

o colpo d’ala per dimorare nello spazio:

un’effimera gioia?

 

 

***

 

Io e la luna

 

L’aria di fine agosto

ingloba la notte sul filo del rasoio,

il riparo sorvola la noia

ti aggrappi al domani

sperando che non sia fumoso

d’asfalto.

 

Le rime nella testa

risuonano come ebrei erranti

che cercano la terra promessa.

 

Chiedi alla luna il sospirato riposo

la vedi nel suo kimono giallo limone

tagliata a metà dal tempo e dagli uomini

scontenti, sembra cadere nella sua luce.

 

Ultimo avviso al torrido agosto:

alla figlia alba cederà

lo scettro per rimanere mattina.

 

 

***

 

Fermeranno la vita?

 

La mia vita

i pensieri

sono sul muro

ghiacciato

degli indifferenti.

 

Come luoghi comuni

vanno e vengono

con strane culle

che dondolano

bambini

che moriranno,

questi non hanno tempo

non lo conoscono

hanno solo fame

dov’è la balia?

Il suo seno sconfina

solo nelle bocche d’oro.

 

Ella è dura come l’ora che passa,

ella è al soldo di chi paga,

paga.

Raderanno l’infanzia che corre

raderanno i sogni

raderanno il bambino

che ancora vive?


(Brani tratti da: Gerardo Aluigi, Il camaleonte, RPlibri, 2022)


Gerardo Aluigi è nato nel 1950 e vive a Pagani (SA). Appassionato di poesia ha pubblicato nel 2008 la raccolta Gli argini del silenzio, LietoColle; nel 2015 Nudi, come il dolore, Guida Edizioni e  nel 2021 Rebecca, RPlibri. È presente in alcune antologie poetiche nazionali. I suoi testi partono da una profonda ferita, così come lui stesso ama ribadire.

sabato 12 novembre 2022

"La vita in dissolvenza", di Lucianna Argentino

Tutti conoscono la celebre frase Panta rei, con la quale Eraclito con grande soavità e saggeza, suggeriva a tutti la rassegnata ineluttabilità del fluire di ogni cosa e quindi l’inanità di qualsiasi provvedimento umano e materiale capace di modificare o persino di arrestare questo scorrere continuo e irrefrenabile del tempo e della natura, direi del cosmo intero.
Le cose, il mondo, la vita stessa dell’uomo, dunque, lo sappiamo tutti, hanno un inizio, si evolvono, si sviluppano, per poi frantumarsi, smaterializzarsi, terminando la loro esistenza. Si tratta di una consapevolezza generale e generalizzata, che ognuno porta dentro di sé anche non pensandoci, non preoccupandosene, lasciando teorizzare il tutto agli scienziati ma principalmente ai filosofi ed eventualmente ai teologi. Ma qui rischiamo di addentrarci in un campo molto delicato e suscettibile di infinite discussioni, da affrontare in altre sedi. Quello che voglio dire è che il poeta ha sempre cercato, in genere, con la sua sensibilità ed esperienza, di trattare in tanti modi questo argomento per certi veri scabroso e impervio. Mi vengono in mente, ad esempio, alcuni versi di Giovanni Raboni, che dicono “Dammi tempo, non svanire, il tempo di chiudere i tanti conti vergognosi in sospeso con loro prima di stendermi al tuo fianco”… C’è urgenza quindi di recuperare ogni cosa, ogni bene, ricordi e valori, prima della “dissolvenza”, prima del finire perduti e dimenticati nel gran polverone della storia.
È così pure, per certi aspetti, l’aspettativa di Lucianna Argentino in questa sua ultima opera letteraria, La vita in dissolvenza. Ma c’è una peculiarità, in questo denso poema sulla vita e sulla morte, che lo contraddistingue in modo deciso, secondo me, e si tratta del fatto che l’autrice racconta, dice, il confine, il punto di congiunzione tra la vita che va dissolvendosi e l’inizio di un’altra realtà, da qualche altra parte, in qualche altra situazione: “La sento, sai la sento la forza che ci plasma / plasmare te nel mio utero / fatto di nuovo nido, fatto culla d’acqua / e tu, grappolo di vita, mora succosa, / aggrappato alla mia carne…” È il canto di una madre che non rinuncia al parto pur essendo consapevole della propria fine imminente causata dal cancro. Sono versi pregni di pathos, quelli del poema iniziale, Madre, dedicato alla storia di Rita Fedrizzi, una storia vera che Lucianna Argentino ha stigmatizzato con grande immedesimazione e trasporto poetico.
In effetti il libro si compone di 4 poemetti, strutturati come monologhi, (Madre, Gestazione dell’addio, 1941 e Aurora/Sara), tutti e quattro riferentesi a storie vere, che l’autrice traduce in versi ponendosi a fulcro, al cosiddetto punto di non ritorno, per accogliere da un lato la vicenda umana e psicologica, l’esistenza dei protagonisti di ciascuna delle quattro vicende che va ineluttabilmente verso la dissipazione, la morte, la “dissolvenza” appunto, ma che nello stesso tempo comincia a riscattarsi, a recuperare libertà e dignità risalendo l’impervia erta della riconoscenza e della giustizia. Abbiamo già accennato alla vicenda di Rita Fedrizzi, in Madre; analogamente, in Gestazione dell’addio la vicenda amara di Valentina Cavalli, seviziata e violentata, trova paradossale rifugio nel suicidio ma è messaggio forte all’umanità perché rifletta sulla gravità dell’abbandono: “Al mondo non c’è più una parola per me / una parola il cui peso di consonanti e vocali / sia remo e timone per me e-stremata, gettata lontano / senza più storie attraverso cui raggiungermi.” E in 1941 troviamo la congiunzione della fine suicida di due illustri poetesse, Virginia Woolf e Marina Cvetaeva, ambedue suicidatesi in quella fatidica data del '41, come se avvertissero già il tetro presagio della guerra. Anche loro, con la loro morte, simbolo di riscatto e di libertà da ogni tipo di oppressione.
Infine, in Aurora/Sara, l’ultimo poemetto, Lucianna Argentino si ispira alla vicenda umana di una compagna di scuola di sua figlia; una bambina nata prematura, che vive un’infanzia difficile e scabrosa, aggrappata comunque alla vita tramite la sua bambola orba, Aurora.
Un libro intenso, che parla di soprusi, di violenze, di ingiustizie, un libro che però mostra a tutti noi l’umanità e la tenacia, l’attaccamento alla vita ma soprattutto ai suoi valori anche con l’estremo sacrificio della morte, del suicidio, della dissolvenza di sé, per offrire a tutti un fiore e un’alba di speranza per un mondo migliore!

 

La sento, sai la sento la forza che ci plasma
plasmare te nel mio utero
fatto di nuovo nido, fatto culla d’acqua
e tu, grappolo di vita, mora succosa,
aggrappato alla mia carne
fatta falda di sangue per le tue radici. Radice io pure
eppure io albero da frutto, ponte da te edificato
dalla tua voce chimica inturgidita.
In me ti seppellisci, in me sprofondi
e mi faccio pasto, focaccia
per il tuo crescermi negli abiti, nei cromosomi,
per il tuo somigliare a tutti quelli della tua misura.
E tu fai me fuori misura, me donna sempre in fuoriuscita,
in spargimento di qua da te,
a prepararti un nome, a scavarti un luogo.

(Da "Madre")


***

Trovarla nella caduta perpendicolare
del sangue la parola giusta
che mi raschi dalla pelle tutto il male,
che mi scavi le ossa e mi faccia cava
per galleggiare almeno in quest’aria
che non riesco più a respirare.
trovarla negli otto minuti di travaglio
della luce ora che sto come il cielo
dismesso dalle rondini,
la verità dimenticata dall’ombra,
le lenzuola sui davanzali, al mattino,
prostrate in un rigurgito di buio.
trovarla la parola giusta e difficile
ora che il mondo è tutto e solo visibile,
la parola che è segreto e mistero
e luce all’esistenza, quella che dice l’amore
quella che m’è rimasta dentro muta
perché non ho più un te
e nemmeno un io e sono metallo gelido
bronzo che risuona
cembalo che tintinna*.


(*) da L’inno alla carità. 1 Corinzi 13,1-13

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, / ma non avessi
la carità, / sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.


(Da "Gestazione dell'addio")


***


Ecco settembre scalpitare irrequieto alla porta
ne sento l’odore, ne vedo il volto sfocato
laggiù lungo i confini dei campi che ardono aridi,
vedo i miei demoni galleggiare
sopra un mare calmo di luce e di afa
in agguato come una fiera
che mi fa preda e si nutre della mia anima.
Come una bambina serro le labbra, affamata rifiuto
questo tempo che mi consuma, fa di me pasto.
Un tempo estraneo ed estranea io dentro me stessa,
perso lo sguardo capace di penetrare le cose,
di scucire le apparenze, cogliere l’essenza.
Attonita mi brancola in braccio la luce,
il suo seme spento soffoca le promesse
per questo da mesi cerco un gancio,
un corrispondente esterno al gancio
che dentro batte sbatte al posto del mio cuore,
– zattera alla deriva approdata a questa trave di legno bruno
come le mie mani scurite dal continuo sbucciare patate
che non me le bacino più! ormai sono sconsacrate.
E con queste mani scrivo il mio ultimo canto
la mia morte verticale – volo d’allodola –
offro il collo all’addiaccio della corda,
l’avvolgo attorno al gancio, mi assicuro sia ben salda,
non ceda, non si sciolga, ma mi lanci di là come freccia
attraverso i sette cieli, senza bersaglio
lungo la linea dell’eternità.

(Da "1941")


***



Mia madre è una stronza
beve e grida alla nonna, a volte la picchia
a me no, a me non mi tocca
ma certe volte maledice il giorno in cui sono nata
e la sua voce mi imprigiona il cuore
che batte come un ramo contro una finestra
e intanto lotta con la tempesta.
Poi quando c’è lui mi manda via,
mi manda a dormire dalla nonna.
Mia nonna poveretta lei mi vuole bene
ma da sola con questa figlia e quell’altra morta
non ce la fa. Mio padre non so dove sia
e ogni giorno un poco me ne va via il ricordo,
l’odore che a volte mi sembra di sentire
non so cos’è che gli impedisce di tornare,
quale incantesimo lo tiene lontano
o se è perché non so essere figlia.
Come non sapevo che gli alberi
e i fiori e l’erba avessero radici sotto
a tenerli attaccati alla terra
e mi chiedevo com’è che non cadessero
che non se li portasse via il vento
come mi chiedo ora com’è che non volo via
se non sento radici sotto i miei piedi.

(Da "Aurora/Sara")

Lucianna Argentino, La vita in dissolvenza, Samuele Editore, 2022, prefazione di Sonia Caporossi.

Il libro è stato presentato nella Biblioteca di Bacoli (Na) il 11 novembre 2022, nell'ambito del secondo incontro della Rassegna "La Musa Flegrea", organizzata e condotta da Annamaria Varriale e Giuseppe Vetromile.

Lucianna Argentino è nata e vive a Roma. Dai primi anni novanta il suo amore per la poesia l’ha portata a occuparsene attivamente come organizzatrice di rassegne, di presentazioni di libri e con collaborazioni a diverse riviste del settore. Intensa è sta ed è la sua attività letteraria e poetica, con partecipazione a diverse importanti antologie, festival e rassegne poetiche. Numerosissimi i premi ricevuti e le pubblicazioni di raccolte poetiche con vari importanti editori nazionali. Ricordiamo le più recenti: Le stanze inquiete (Edizioni La vita Felice, 2016), L’ombra dell’attesa (Macabor Editore, 2018), Il volo dell’allodola (Edizioni Segno, 2019), In canto a te (Samuele Editore, 2019). Il suo ultimo lavoro poetico La vita in dissolvenza, Samuele Editore, (quattro monologhi al femminile) è stato musicato dal chitarrista Stefano Oliva e presentato in vari teatri, associazioni culturali e Festival.

lunedì 24 ottobre 2022

Nella cenere dei giochi, di Irene Sabetta

Bisognerebbe conoscere, se non proprio a fondo, almeno in buona parte, la persona-artista-poeta, per poter esprimere qualche giudizio o riflessione in merito alla sua attività creativa, senza correre il rischio di deviare eccessivamente da quanto l’autore stesso, più o meno inconsciamente, ha voluto intendere con la sua opera. La cosa è ancora più difficile quando si tratta di poesia, e di ottima poesia, come in questo caso, perché è proprio caratteristica della buona poesia quella di apparire profonda e multi-comunicativa già ad una prima lettura, e che necessita, in seguito, per entrarvi in sintonia, un secondo o forse anche ulteriori e più approfonditi passaggi, come del resto afferma giustamente anche Maria Benedetta Cerro nella sua dettagliata e aderentissima prefazione a questo libro.
Parliamo di Nella cenere dei giochi di Irene Sabetta, una raccolta complessa, molto articolata, che prende subito e trascina il lettore in un’atmosfera di forte impatto emotivo, per gli aspetti personali e sociali, per le memorie e soprattutto per le notevoli riflessioni di carattere umano e persino filosofiche ivi descritte, naturalmente con una poesia alta e densa di significati. D’altro canto, non basta soffermarsi ad una prima lettura, non sufficiente ad entrare nella profondità del pensiero dell’autrice, sebbene l’armonia e la fluidità schietta dei versi costituiscano già una valida e gradevole opera letteraria da leggere e da condividere.
Bisogna dunque penetrare nel cuore delle storie, tentare di percepirne quel grumo di essenzialità che ha generato tutto il progetto poetico di Irene Sabetta, cose che, e capita spesso nei buoni poeti, neanche l’autore ha chiare dentro di sé, ma che riesce ad esternare soltanto con la sua magistrale arte poetica, laddove il celato, l’appena accennato, il non detto, l’allusione, la metafora, urge a fior di verso, pronto ad essere colto dal lettore più attento.
E cosa ci vuol dire veramente Irene Sabetta con questa sua nuova prova letteraria?
Rispetto al lavoro precedente, Il mondo visto da vicino, Irene Sabetta ha aperto con questo suo ultimo libro, un orizzonte più drammatico e complesso, transitando da riflessioni ispirate da luoghi, paesaggi e nature, a quadri molto più profondi del proprio vissuto e della sua esperienza di vita in rapporto con il suo mondo e i suoi cari. Si tratta di un’evoluzione che racchiude comunque in sé la continuità di certe riflessioni che l’autrice propone, soprattutto a sé stessa, laddove si pone al centro di una storia che ha molto influenzato, e influenza, il suo pensiero e il suo comportamento. Storia di vita che, bene o male, tutti hanno avuto ed hanno, ma che solo la poesia può in qualche modo renderla interessante e condivisibile, e non parlo solo dal punto di vista emotivo, vibrante e coinvolgente come se fosse davvero la nostra storia, il nostro patire, il nostro gioire, le nostre scelte di vita!
Irene Sabetta è dimidiata tra la cenere della fatuità della vita e i giochi rosei di un’infanzia ingenua e innocente ma libera e autentica. Alla fine cenere e giochi si integrano, si confondono, diventano un unico pathos, un ribollire di memorie e di scelte dolorose ma necessarie. Come pure si confonde la figura dell’autrice con la figura di sua madre, in una narrazione poetica che attualizza la memoria, fa rivivere la madre in sé: “Non guardarmi / che rimesto nella cenere dei giochi /per trovare un po’ d’ombretto”.
È dunque un dettagliato percorso commemorativo ma anche di rinascita, di ripresa della propria dignità e della propria libertà, dopo le amarezze e le angherie subite dai genitori e rivissute in prima persona dall’autrice, fatte proprie, come pietra miliare per una nuova costruzione di sé, più forte e più schietta, più determinata, ma anche più sacra, tanto da rimanere ancora “scalza” in quella stanza della morte e dell’abbandono, fulcro paradossalmente vitale della sua nuova vita, del suo nuovo risorgere come araba fenice dalla cenere dei giochi, come giustamente afferma anche Maria Benedetta Cerro nella prefazione, e che si manifesta in modo particolare in quel capolavoro di brano in prosa che è Iris, al centro, nel cuore del progetto poetico del libro.

Proponiamo qui di seguito alcuni brani tratti dal libro.


Riscatteremo i nostri anni dell’università

per non cedere il passo agli acciacchi.

Imporrò al mio corpo

una dieta ferrea.

Benderò gli animali che ho in casa

e coprirò gli specchi e le pareti riflettenti.

Non conterò più i mesi

che mi separano dalle mie figlie.

Sento qualcosa che si assottiglia

come l’elastico di una fionda tesa,

un frutto dopo che hai tolto la buccia,

le caviglie di mia madre,

un limone spremuto.

 

 

***

 

Ordalia

 

T’accendi d’ormoni a centinaia

la fiamma t’attraversa

di rabbia e d’abbandono.

Eravamo la regina eravamo

la mamma e la figlia

io ero il ferito tu il cane l’ambulanza

io ero il prato tu la mucca la fontana.

Facciamo che eravamo facciamo

la merenda il compleanno il girotondo…

cascò il mondo.

Senza mano, non mi dare più la mano,

non toccarmi mentre supero il recinto,

non guardarmi

che rimesto nella cenere dei giochi

per trovare un po’ d’ombretto.

Alla larga, l’onda lunga dell’istante

estendibile all’eterno

si rapprende in un ruvido bozzolo intricato

un gomitolo di fil di ferro

un grumo di sangue cruento

successione di scossoni

non più fiume

ciclo

non più flusso.

 

 

***


Brucia tutto

 

all’altra Irene

 

Ti ho vista

ergerti sulla croce

con i chiodi di traverso.

Dormire a testa in giù

nell’assemblea degli esperti

ammutoliti tra le tele

che tu avevi dipinto con gli sputi.

Maestra dell’annullamento.

Regina di tutte le fate

morte di fame nella distilleria.

La casa in piena curva

metteva a repentaglio la vita e la salute

dei tuoi sogni futuri,

troppi da mettere in riga.

E ogni mattina

reinventavi il padre

e la madre

e camminavi accorta

lungo la striscia d’asfalto

con i piedi nell’acqua

del fossato erboso.

Benedivi e bruciavi,

a giorni alterni,

numeri, teoremi e costellazioni

e con i resti

giocavi a costruire

torri celesti

dai ripiani

di piombo e fiori finti

per non riflettere il passato e l’orrore del passato.

Fatica straziante

delle ore nelle braccia conserte,

mitigata dal canto intermittente

delle rane

tra le canne intorno al lago,

tentazione permanente

di frescura e calma piatta.

La zattera al posto del ponte,

l’amore al posto dell’inutile,

l’arte al posto del cibo

erano traccia della tua

malinconica rivoluzione.

Ora che sei solco e sei aratro,

fiamma e plastica arsa,

tendimi una mano

e tirami gù con te

nel nero fluido e brillante

di feccia e diamanti

e insegnami l’onestà

del sonno e della cenere.

 

***

 

Me

 

Astraggo dall’io

per essere me stessa.

Myself. Sono mia

ma non mi voglio.

Identità di carta velina.

Non fate caso alla foto.

È uscita male.

Tutti noi siamo usciti male,

perfetti come pensiamo di essere,

imperfetti come siamo.

Colpa di Amleto!

Colpa del fotografo,

dell’anima perplessa,

della smorfia di dolore

sul lettino in sala parto.

Colpa della formula dimenticata,

di questa cosa che deve essere

continuata…

 

***

 

Mattina di novembre

 

La promessa autunnale

di frutti fuori stagione

al posto della pioggia.

Il fiore nel vaso sul balcone

disegna angoli inespressi

del suo apparire.

Le conversazioni al telefono

della sera prima

a fermentare sulla tavola con il vino.

 

Ho visto una poesia

alzarsi e camminare

libera e scalza attraverso i muti.

Tra poco rinascerò anche io.

 

 

***

 

All’immaginazione preventiva

 

Se camminassi sulle parole

la tua poesia reggerebbe il peso.

Potrei usarla

per raschiare il fondo d’acciaio

o per piantare

chiodi alle pareti.

Potrei costruire città

o giardini accoglienti

impastando i tuoi versi

a calce viva.

Finalmente parole utili.

Se costruissi una scala d’avverbi

potrei salire fino all’ultimo gradino

e seguire la curva di luce.

Vedrei lontano

gli alberi cadere nella foresta

e saprei cosa fare.

Domani sarebbe adesso.

 

Irene Sabetta, Nella cenere dei giochi, La Vita Felice, 2022; prefazione di Maria Benedetta Cerro

Irene Sabetta vive ad Alatri, dove insegna lingua e letteratura inglese al liceo. Suoi testi sono presenti su diversi blog, in antologie curate da vari editori, in poemi collettivi e riviste letterarie online e cartacee (tra cui nel volume VII dell’Antologia Poetica Virtuale “Transiti Poetici” curata da Giuseppe Vetromile). Nel 2018 la casa editrice LietoColle ha scelto alcune sue poesie per l’antologia iPoet. Nello stesso anno è uscita, per le Edizioni EscaMontage, la plaquette Inconcludendo. Nel 2020 ha pubblicato la raccolta Il mondo visto da vicino, Edizioni Il Convivio, con la prefazione di Beppe Sebaste.
Collabora con la rivista periodica “Formafluens – International Literary Magazine”, diretta da Tiziana Colusso, e con Poetanza Web Radio.
Partecipa a reading e maratone poetiche.


Il libro è stato presentato all'incontro del 22 ottobre 2022 della Rassegna "Poesia è... Rinascenza", curata e condotta da Melania Mollo e Giuseppe Vetromile. Pollena Trocchia (Napoli)

giovedì 20 ottobre 2022

L'originale poesia da "lockdown" di Manuela Forgione

 

Molti sono stati i poeti che, coinvolti direttamente o anche indirettamente dalla pandemia del Covid che ancora un poco imperversa nella nostra vita, hanno scritto su questo doloroso e scabroso tema. Ecco dunque un componimento inerente al contagio e al conseguente regime di confinamento forzato che tutti abbiamo purtroppo sperimentato. L’autrice è Manuela Forgione, di Benevento, classe 1982. Il titolo della poesia è “Il silenzio ha un foglio illustrativo”; la narrazione poetica si snoda con toni di evidente ironia, comparando il silenzio delle costrizioni e delle limitazioni dei movimenti personali che si sono rese necessarie per limitare il contagio, al bugiardino di un medicinale. Poesia originale e arguta, che lascia trapelare un senso di riscatto, di riappropriazione della propria autentica identità, in un mare di superficialità e di egoismo.


Il silenzio ha un foglio illustrativo

 

Si prega di leggere attentamente questo foglio

Prima di aprire la bocca perchè contiene informazioni importanti

Che possono compromettere la vostra salute e di chi vi sta intorno

Il silenzio ha un foglio illustrativo:

Stordire un rumore equivale a rompere un principio attivo

Smontare un suono ha un valore dissolutivo

Nel caos di eventi mutevoli che passano dalla bocca allo stomaco

La sfrontatezza di parole che vagano tra corde vocali e fasce connettive

Di un organo fisiognomico:

Mastico suoni e decibel su nuvole sospese

Di sintomatologie accese e affezioni attese,

Nelle sue indicazioni si raccomanda di utilizzarlo

In dosi bilanciate tra una riflessione e una affermazione

Per chi soffre di personalità narcisistica si consiglia

L’uso moderato prima di ferire potenziali vulnerabili

Per chi soffre di emotività si consiglia l’utilizzo di

Una soluzione a piccole dosi contro l’ipersensibilità

In caso di soggetti iperattivi si consiglia l’assunzione

In compresse ritmiche per evitare il rischio di incidenti impulsivi

 

Il silenzio teme le trappole dei troppo irritabili irascibili

Con le parole lanciate come sassi aguzzi

Talvolta non piaciute da chi assume cautele e precauzioni

Allora Si raccomanda di contare la calma

Di non sparare sulla fiamma dei più deboli.

Sai, essere ridicoli racchiude dei pericoli

Che il silenzio non sa nascondere

Di parole indecorose e taglienti

Che nemmeno un dottore sa diagnosticare

I suoi sintomi sono ricondotti a stati infiammatori

Incandescenti, inibitori dell’apparato emozionale

 

Il silenzio che abbiamo dentro rovista

Qualsiasi squilibrio funzionale

E nei suoi possibili effetti indesiderati

Sa camuffare un pensiero interiore,

In casi molto rari e di sovradosaggio

Sa manifestare un’occulta, velata frustrazione,

Il contenuto dei suoi componenti

Da’ luogo a respiri profondi associati a calma

E concentrazione.

Chi sa di ascoltarlo, di accoglierlo all’interno

Raccoglie il beneficio di interrogarsi dentro

All’alba di un nuovo giorno

Al tramonto di un sole e di un eterno cielo

Contro il tormento che celo e nascondo e che non dimostro.


Manuela Forgione è nata a Benevento nel 1982. Laureata in Sociologia, lavora da circa 11 anni come Responsabile di una Comunità per minori a rischio. La sua passione per la poesia e la lettura nasce dal bisogno di trasmettere e raccontare i propri stati d’animo ed emozioni e veicolare mediante il potere evocativo delle parole i sentimenti più intensi. Attraverso i suoi versi racconta desideri, sogni e amore, l’istinto dei sensi, la contrapposizione tra mente e cuore che sublima il consumarsi dei desideri di tutti gli esseri umani. Per lei, scrivere poesie significa comprendere sé stessi, estrinsecare i più reconditi pensieri senza timore di mettersi a nudo.

 

domenica 9 ottobre 2022

La Poesia di Carlo Procope tra "Radici e cirri"

La poesia molto spesso assume e assorbe materia e spirito dai luoghi in cui si attua, traducendone tutte le caratteristiche, tutte quelle peculiarità che ad una vista “normale”, distratta dalle solite vicende giornaliere, di solito sfuggono. Voglio dire, che poesia è figlia e madre, nello stesso tempo, dei siti e dei tempi in cui il suo fautore, nella fattispecie il poeta, vive ed opera.
È il caso di Carlo Procope, che io definirei addirittura un novello Plinio, dedito com’è all’osservazione dei fenomeni non solo naturali e geografici, ma anche e soprattutto sociali e familiari. E Carlo Procope parte proprio dalla sua terra, dalla mitica, vulcanica e lussureggiante terra flegrea (il vulcano coltivato, lasciatelo com’è da tempi remoti… declama in una sua poesia), per affacciarsi su Baia e Capo Miseno, raccontandoci i segreti anfratti, i dirupi colmi di spinai, e poi tuffarsi in quel mare così ricco di storia e che ancora, nelle sue profondità, cela capolavori e città sommerse, ferme nel loro antico splendore ma che ancora raccontano la vita e gli aneddoti di quei tempi.
Ecco, tutto questo rivive nelle poesie di questa raccolta di Carlo Procope, autore che sente, che avverte il senso profondo delle radici che lo legano a questi luoghi, e ne traduce in canto l’identità profonda, la storia, il mito.
Il titolo della raccolta, Radici e cirri, è infatti molto aderente a questa atmosfera personale pervasa anche da forti umori ed echi storici e mitici. L’autore è immerso in un mondo frizzante, genuino, schietto, tra radici e cirri, laddove le radici costituiscono un elemento indispensabile e inestirpabile, è il caso di dirlo, della sua storia terrena e del suo sentirsi parte integrante dei luoghi e dei fatti narrati, e del suo essere artefice di progetti artistici e letterari legati alla sua realtà territoriale. Non di meno, i cirri (Vanno, /come vele in un mare d'aria / come le nostre illusioni.) aprono prospettive verticali sui luoghi decantati, verso spazi di sogni, di speranze ma anche di illusioni.
La poesia di Carlo Procope, in ognuna delle sezioni in cui è suddivisa la raccolta, si mostra comunque fortemente caratterizzata da una forma piana e colloquiale, intrisa di velata affettuosa nostalgia, specie nei componimenti dedicati alla madre, la cui figura appare ancora attuale e operante, come se fosse ancora qui: Dormendo te ne sei andata / coi capelli appena tagliati / composta, pulita, / com'è stata la tua vita.
In altri testi, specie nella sezione intitolata La Voce del desiderio, Carlo Procope apre ad una scrittura sanguigna ed erotica, ma sempre elegante e misurata, e sempre legata, pure questa, alla tellurica bellezza dei luoghi che fanno da sfondo.
Le sezioni del libro sono dunque coerenti al progetto poetico complessivo dell’autore, che si muove appunto tra radici e cirri in una lunga e intelligente metafora del vivere e dell’amare, tra ricordi, sentimenti, passioni e prospettive future, quadri umani e sociali (come ad esempio nei testi L’Ambulante, l’Ortolano, a Pier Paolo Pasolini…), con un verso fermo e asciutto, ma denso di contenuti, anche quando si esprime in modo laconico, in flash illuminati di soltanto due o tre versi.
Una poesia, quella di Carlo Procope, che senz’altro a mio modesto parere si colloca tra le più intelligenti e propositive dell’attuale panorama poetico.

Il vulcano coltivato


Lasciatelo com’è

da tempi remoti.

Lasciate ai margini della sua ripida selva

il temibile solitario Lupone,

la casetta rossa irraggiungibile,

lasciate sulla vetta le chiuse vigne in vista del mare,

i dirupi colmi di spinai,

il sentiero ombroso

avvolto dall’erbe e dai rovi,

non disturbate i ragazzi nel fogliame,

lasciate la selva, dove torna

da lontani cieli la beccaccia,

lasciate nella valle l’immoto verde silenzio,

le speciali mele rosse,

il piccolo borgo

con animali e contadini medioevali,

lasciate all’alba la nuvola nel suo centro.

Lasciatelo com’è.

Non fatene una domestica consolazione.

 

***

 

Sono le sei d’un mattino di giugno.

Nuoto nel mare quieto di Baia, a largo.

Scendo sul fondo, in mezzo al corallo,

a pesci variopinti, su prati fluenti,

alghe che racchiudono strade, mosaici,

anfore e ondeggiando blandiscono

distese colonne di marmo; nuoto ancora

e sullo sfondo d’una grotta, nella limosa

acqua verdolina, intravedo corpi bianchi

e spettrali: Ulisse che porge la tazza fatale

a Polifemo e la mitica scena, sul fondo marino,

pare un fatto realmente avvenuto.

 

***


Nell' orto novello

c'era una piantina mai vista.

Di mano in mano è passata,

nessuno la conosceva.

L'hanno portata a mia madre.

Nemmeno lei l'aveva mai veduta

ma scostate le foglie

l'ha indagata dentro,

in fondo al cuore,

ed ha capito cos'era:

un cavolfiore.

 

Seduta al tavolo

mia madre guarda un quiz in televisione.

I suoi occhietti fissano i dettagli

misteriosi e mentre noi

davanti a quelli ci smarriamo

lei comincia: “ A me…me pare... ”

E indovina una borsa! un cappello! un attrezzo!

con un tono così appassionato

che sembra abbia riconosciuto

vecchi compaesani.

 

Mia madre non è una contadina

né ripara borse, cappelli o attrezzi

solo conosce bene

le cose che usa o che mangia.

 

 

***

 

Coppia

 

Era un pomeriggio d'estate.

Nella penombra riposavano sul letto

nudi e placati.

 

D'un tratto lui si sentì sfiorare il fondoschiena,

come da un’onda di seta.

Di scatto volse il capo, poi sorrise.

Era lei: con la sua erba lo aveva sfiorato.

Ora si muoveva lungo il suo corpo,

senza posarsi.

A occhi socchiusi lui ascoltava quel senso sospeso

e un'altra nudità cominciava ad abitarlo.

 

In quell'intima ombra

i nuovi corpi s'amarono in silenzio,

misurando i gesti

e più c'era misura

più c’era infinito.

I confini sparirono.

Respiri, desideri, ferite,

diventarono un'unica esistenza.

 

Quando si ritrovarono viso a viso

congiunsero le bocche con ardore,

e quel bacio fu come un sigillo

su quel sacro mistero.

 

 

***

 

 

Una sera in quell’albergo malandato

mentre stringevo la tua nuda bellezza

un moto profondo mi schiuse l’anima:

“ Ti amo!” dissi, ma con un tono grave

che mi lasciò sorpreso

e in quell’istante vidi lungo il fiato

un’eterea sostanza bianca fluttuare

e poi, fermandosi, aprirsi a corolla:

era il mio “ti amo”

galleggiava nell’aria

in forma di fiore;

lo guardavo con gli occhi allargati,

fermo dentro di te,

incapace di pensare;

lentamente ripresi ad amarti

continuando a fissare quell’entità

poi la tua bellezza m’avvinse

divenendo tutt’uno col mistero.

 


***

 

Cirri

 

 Appaiono

con bianca grazia

                  nei più alti azzurri

vagando dritti nella luce.

 

                           Stanno,

           fiocchi acquosi,

ai confini del cielo,

nelle vertigini rarefatte,

                 galleggiando

 senza ombre.

 

 Sono pochi

 d'improvviso molti.

                              Aneliti ignoti

                       giovani respiri

 

                                  velli dell'Olimpo.

                              

                                   Si muovono

 riprendono il loro lento viaggio aperto.

                                 

                                  Vanno,

    come vele in un mare d'aria

  come le nostre illusioni.

 


***


Quando un incontro

risuona dentro

le ali del tempo

girano in tondo

e in quel vortice

tornano i miti,

le forze che muovono

il nostro destino.

Torna l’uomo che vaga sul mare,

il poeta che scese nell’Ade,

il ragazzo che si mira alla fonte;

tornano i fauni spioni,

i tritoni giocondi,

i centauri irosi,

le amabili ninfe,

esseri che sono ancora fra noi;

li puoi udire nel richiamo delle onde

o quando la brezza muove la foresta;

li puoi vedere nelle ore che Amore

incendia i nostri volti.

Il resto non ci appartiene veramente.

 

E’ nei miti che abita la nostra anima.

 

Brani tratti da "Radici e cirri", di Carlo procope, Edizioni La Vita Felice, 2020; prefazione di Roberto Deidier.

Carlo Procope è nato nel 1962 a Bacoli dove attualmente vive. E' autore di poesie, racconti, testi per canzoni. I suoi libri sono: Le ali raccolte, poesie, ed.Del Giano '94, collana di Dario Bellezza, pref.di Elio Pecora. L'ultimo re, poesie e prose, ed.Cuen '97, pref. di Francesco Scarabicchi. Suoi versi e racconti sono presenti in varie riviste e antologie, tra cui Fiera, Origini, I Limoni, Frigidaire, Antologia poetica campana, Poeti e Poesia. Sue canzoni sono sui cd: Lottatore e Now di Marco Gesualdi; Opere Omus degli Amigdala. Oltre alla scrittura si occupa di arti figurative e di attività culturali.

Il libro è stato presentato nella Biblioteca di Bacoli il 7/10/2022, nell'ambito della Rassegna "La Musa Flegrea", rassegna curata e condotta da Annamaria Varriale e Giuseppe Vetromile.

Relatori: Giuseppe Vetromile e Nicola Magliulo.

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