PREMIO SILLOGE TRANSITI POETICI

lunedì 25 aprile 2022

Stefania Bortoli e la sua "Promessa di dire"

C’è un lieve senso di malinconia e di pacato torpore nei versi di Stefania Bortoli in questa silloge dal titolo veramente significativo, Con la promessa di dire, quasi a ricordare uno stato di rasserenamento dopo tempeste e turbinii di atmosferiche correnti. Silenzi colmi di attese e di nuove predisposizioni d’animo, silenzi che hanno l’importanza e il peso delle stesse parole di speranza che celano al loro interno. “Il desiderio del tempo in attesa del disgelo”, afferma l’autrice al termine di una sua lirica, ed è proprio in questa frase emblematica che, penso, sia racchiuso tutto il progetto poetico della raccolta, il suo senso e il suo proporre, o anche raccontarci, la vita. Ed è una vita al passato, fatta di istanti di ricordi e di memorie, di luoghi e non luoghi, di affetti e di riflessioni che hanno scosso e in un certo qual modo contribuito a costruire e ricostruire più volte uno schema di esistenza plausibile e accettabile: come un’alta marea che scopre e ricopre, va e viene, mostra impronte e poi le cancella: impronte di che cosa? Certo, della volatilità della vita, delle cose, dei ricordi, degli affetti, ma anche segni di determinazione del possesso e del godimento, sebbene oscillante e ondivago, di ogni attimo di felicità e di ogni positività che possa giustificare la vita stessa.
L’atmosfera non è incerta, non è insicura, ma consapevole dell’ambiguità e della fragilità della vita, nelle vedute distaccate ma non fredde, sofferte e ambite per un tempo che è stato felice e che si vorrebbe tornasse, ma non negate o ripudiate. Si tratta in effetti di un riassunto di vita amata, antecedente, ma abbastanza prossima e di cui l’autrice si aspetta il disgelo.
La raccolta di Stefania Bortoli rappresenta dunque, e penso di poterlo affermare con un certo grado di veridicità, un’esperienza vissuta intensamente dall’autrice, un’esperienza che va in qualche modo riconsiderata, ricomposta e riscoperta (nell’attimo fuggente in cui l’onda di marea si ritrae per lasciarne l’evidenza sulla rena), e che va interiorizzata prima che le intemperie della vita possano cancellarla di nuovo; un’esperienza di vita che possa offrire impronte fondamentali, valori positivi, gli unici con i quali poter ricostruire il domani: ecco dunque la promessa di dire. E se lo sguardo cerca l’azzurro nelle fenditure ghiacciate dei nevai, è segno che qualcosa da sperare c’è ancora, c’è ancora una promessa da mantenere, e sono le parole poetiche. Ovvero, la parola poetica è il tramite, è il segreto conduttore immateriale che porta alla verità di ogni cosa, partendo dal proprio mondo, dalla propria anima. La poesia, anche qui, si fa carne di vita, si fa preghiera e speranza, si fa promessa di luce!

 

Se viaggia tra memoria e desiderio

tempo vivo è la nostra vita.

La scrittura interiore

si distende come neve

coltiva la trasparenza del vetro

l’opacità dei riflessi

lo sguardo cerca l’azzurro

nelle fenditure ghiacciate dei nevai.

 

Il desiderio del tempo in attesa del disgelo.

 

 ***

 

Il sogno della montagna di neve

ha il sapore del sottile silenzio

che tiene sospese alcune cose.

 

Solo gli sguardi vedono

si voltano verso l’addio delle ombre.

 

Sulla terra immaginaria

la solitudine estrema viene raccontata

precede la verità

memoria del corpo che misura

questo silenzio fino alle lacrime.

 

Mancano quelle parole

che sono ciottoli levigati con le mani

acqua dolce di fiume raccolta

                 sotto le nostre lingue.

 

Con la promessa di dire

le cose che si scelgono

                      per amore della vita.

 

(dalla sezione “Ascolto e silenzio")

 

 ***

 

Sei l’alta marea che scopre e ricopre

le impronte in margine al presente

soltanto quel sogno viene a cercarmi

 

a ogni racconto del mio silenzio

un battito in più del cuore…

 

ritrovo il filo delle impronte

 

sono la marea che riscopre e scopre

sulla spiaggia deserta

                                     convergono i fiumi

il sogno va lontano viene a me.

 

(dalla sezione “Il femminile e la parola”)

 

 ***

 

L’arte della spoliazione sottrae peso

alla parola poetica.

Sentire le cose pensare sono le rive

dello stesso fiume,

La sintesi è l’istante del godimento,

quel lampo che illumina il cielo.

 

Riconoscere la propria saudade

come acqua fresca che ristora la sete.

Attivo e passivo.

Lasciare che la mancanza

inventi la poesia – la spina e la rosa

nascono vicine.

 

(dalla sezione “Lettera”)

 

***

 

L’inverno è la stagione dei poeti ombra

sempre più necessari quando

il tempo è mancanza per cui si muore.

 

Quando il tempo interiore si spezza

siamo naufraghi senza altrove…

 

A sera avverto l’assenza

come un residuo di tempo che tace.

 

(dalla sezione “Terra di vetro”)

 


***

 

Sul molo di Trieste

 

… Il vento fa volare

attimi di allegria, borse e cappelli

             tra i passanti di piazza Unità d’Italia.

 

Al mattino presto, con passi fermi

cercano di mantenere la direzione della loro giornata.

           Inutilmente.

Seguendo spettinati pensieri cammino.

           L’eco del vento stringe alla gola.

     Cosa hai detto?

Forse l’ultima parola… mi chiudo come un riccio nel buio.

 

Cammino con il mare alle spalle,

vedi, all’orizzonte terso

le montagne sono innevate limpide…

avvolto da raffiche di luce e vento c’è il mare

 

(dalla sezione “Tra memoria e desiderio”)


Brani tratti dal libro Con la promessa di dire, di Stefania Bortoli, Book Editore, 2016


Stefania Bortoli, nata a Thiene (Vicenza) nel 1960, si è laureata in Pedagogia all’Università di Padova con una tesi di Estetica e Psicoanalisi. Vive a Pove del Grappa (Vicenza) ed ha insegnato Lettere al Liceo Artistico di Nove. I suoi interessi si muovono tra letteratura, fotografia e viaggi. Ha avuto diversi riconoscimenti in concorsi letterari di rilievo, tra cui il Premio Lorenzo Montano. Ha pubblicato nel 2012 Voci d’assenza (Editrice Artistica Bassano) con prefazione di Stefano Guglielmin. Il libro è stato segnalato al Convegno internazionale di Poesia a cura di “Anterem” ed ha ricevuto la Menzione di merito al Premio Nazionale di poesia “Achille Marazza” del 2013. Ha poi pubblicato nel 2016 la raccolta Con la promessa di dire (Book Editore) con la quale ha ottenuto la Menzione d’onore al XXXII° Premio Lorenzo Montano (2018) con pubblicazione nel sito di “Anterem”.

Alcune poesie sono state presentate in occasione di reading e sono presenti su siti web: “Blanc de ta nuque”, “Perìgeion”, “Di Sesta e di Settima Grandezza” - Avvistamenti di poesia, a cura di Alfredo Rienzi.

Ha inoltre pubblicato i libri d’arte: Orizzonte terraqueo- laboratorio di Lettura e Scrittura Poetica di Artémis – Pittori in Acqua. (2008); Il colore del disgelo, con la pittrice Graziella Da Gioz (2017). 




mercoledì 13 aprile 2022

"L'ospite di sé stesso", di Achille Pignatelli

Abbiamo già avuto modo di parlare della poesia di Achille Pignatelli (Transiti Poetici 31/5/20), giovane e valente autore napoletano, particolarmente incline a nutrire i suoi versi con fondamenti filosofici interessanti che investono la sfera del sociale e relazionale tra le genti. Con la raccolta d’esordio I ritorni, Pignatelli già introduceva un discorso largamente sociale, riferito al tempo e ai ricorsi storici; ora, in questa sua recente opera, intitolata L’ospite di sé stesso, l’autore riprende il suo progetto filosofico allargandone i temi della coesistenza e della socialità, in ultima analisi del buon vivere su questa terra, partendo da considerazioni storiche e geopolitiche attuali, il che è ampiamente dettagliato anche nella pregevole postfazione di Antonio Pirolozzi.
Un periodo storico fortemente influenzato (è il caso di dire!) da situazioni sanitarie coercitive prima, e poi, come se non bastasse, da scombussolamenti geopolitici con minacciose nubi di guerra all’orizzonte incombenti, ha decisamente condizionato lo stato sociale, direi anche la mentalità oltre che le abitudini e le modalità di relazionarsi con gli altri, in ciascuno di noi.
La sensibilità di un poeta non poteva essere distratta da questa particolare situazione di degrado e di affievolimento di quelli che sono i valori chiari, etici e morali, di ogni grande civiltà, a partire come riferimento da quella classica greca e latina, fonte di tante idee e filosofie. Achille Pignatelli è poeta che ha questa grande sensibilità, e proprio attingendo alle fonti della sua formazione filosofica riesce a costruire un impianto poetico credibile e condivisibile, particolarmente orientato alla ricerca di una maggiore luce di equità, di giustizia e di libertà, persino d’amore, che dissolva le nebbie di incertezze e di precarietà nell’attuale società cosiddetta globale; la poesia è per questo il tramite più idoneo e culturalmente valido, perché recita valori al di là di ogni ristrettezza territoriale e geografica, storica ed etnografica: “Resta una parola a testa alta / a difesa della civiltà / contro la barbarie che avanza / contro tutte le ruspe e i daspo, / pilastro del tempio eretto / in onore degli oppressi…”
L’ospite di sé stesso è dunque un aprirsi, un “riaccomodarsi” sulla propria poltrona di casa, ospiti della realtà circostante ma vedendosi al centro e parte integrante di questa, per poter diramare quei valori e quei sentimenti, e proprio con la poesia, linguaggio che travalica le fredde cortine divisorie e mette in contatto diretto i cuori, al di là di ogni plausibile razionale costruzione. La parola poetica, come sempre, anche qui è nutrimento necessario per ogni tipo di umanità.
Ecco dunque qui di seguito alcuni brani esemplari tratti dal libro di Achille. Come sempre, i nostri amici lettori sapranno gustarli e aggiungere eventuali gradite riflessioni e commenti in merito.

Old tjikko

 

Ho seguito il cammino

dell’umanità da fermo

ben dritto e in silenzio

come mi ha fatto la terra.

Ma ho visto il muro di Berlino

il viaggio dell’uomo verso la Luna

il sangue di due guerre mondiali;

c’ero durante la Rivoluzione

Russa, Francese e Americana,

ho visto anche la prima fabbrica

l’energia elettrica e il treno,

e prima ancora il Rinascimento

la stampa dei primi libri, i quadri

le sculture, le chiese e i templi.

Ma ancora prima di tutto questo

ho visto le primissime sillabe

e chissà se ero tra i primi semi

che un giorno l’uomo sparse per terra.

Mi ricordo di ogni cosa

le conservo lungo il corpo,

e in una vita ho capito questo:

la radice è strumento d’armonia.

 

 ***

 

La fisica dell’acqua

 

Un corteo segue

la fisica dell’acqua;

nasce dalla miseria, dalle richieste

a cui non si risponde,

e tra le pieghe dell’indifferenza

si raccoglie e si gonfia.

Ogni goccia rimbomba

fino a farsi coro

di una sola voce

e inizia a scorrere

lungo gli argini della città.

E quando si prova a comprimere

quel torrente di domande

con un tappo o una diga

il contenitore si flette e si spacca

in un assordante tumulto

che travolge ogni cosa.

È la fisica del silenzio

a richiedere l’esplosione.

 

*** 

 

Resistenza

 

Resta una parola a testa alta

a difesa della civiltà

contro la barbarie che avanza

contro tutte le ruspe e i daspo,

pilastro del tempio eretto

in onore degli oppressi.

Quando ogni crimine è stato compiuto

quando il capitale

viene prima di tutto

non resta che la disobbedienza

non resta che la lotta

non resta che l’amore

e la fratellanza universale.

 

*** 

 

La dimensione dello spostamento

 

Spostarsi dal nulla al qualcosa

è autodeterminazione

raggiungere il possibile

e dialogare col reale.

Il movimento è un atto

fondante, infrange la stasi

e ricerca scambi e contatti.

Quanta saggezza sta nell’onda

in quella costanza del moto

che avvolge il mondo intero

e ne lima spiagge e confini,

e l’atto dello spostamento

non conosce periferia

barriere, ghetti e frontiere.

Ogni forma di movimento

è nell’ordine delle cose.

 

 ***

 

Cemetério

 

Il mare non è adatto

a un riposo eterno

c’è un costante via vai

la vita s’aggrappa alle

ossa con ostinazione

alghe e piante marine

s’impossessano dei corpi

ne fanno le fondamenta

di strane città sommerse

dove non c’è distinzione

tra la vita e la morte

e in quel groviglio di corpi

non arriva la pietà

né le lacrime dei vivi.

 

***

 

Tra i versi del mondo

 

Quante cose sono una questione

di luce:

il colore, il sonno,

la lettura e la percezione,

e c’è dialogo tra le cose

nei silenzi

nel brusio confuso.

Tutto è in moto di relazione

tutto palpita e si contrae

scandisce il tempo e l’accordo

il legame con la circostanza.


(Brani tratti da: Achille Pignatelli, L’ospite di sé stesso, Homo Scrivens, 2021; postfazione di Antonio Pirolozzi)

Achille Pignatelli nasce a Napoli nell'aprile del 1988. Poeta, filosofo e scrittore, è il direttore artistico della Rivista Letteraria Mosse di Seppia, è un'attivista dello Scugnizzo Liberato e del Collettivo Nadir. Nel giugno  2019 pubblica la sua raccolta di poesie, I ritorni - Orientarsi tra il suono dello spazio e la forma del tempo, edita dalla casa editrice Homo Scrivens e con prefazione di Silvio Perrella, e  lo stesso mese partecipa  a SE, la IV edizione della sezione letteraria del Napoli Teatro Festival. Nel giugno 2020 la raccolta riceve la menzione della critica del Premio L'Iguana e il II posto del concorso Talenti Vesuviani nella categoria Poesia edita.. Ha presentato la sua raccolta di poesie nel foyer del Teatro Diana, nel foyer del Teatro Bellini, al Palazzo delle Arti di Napoli e nella sala Mattia Preti dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici e le sue poesie sono state pubblicate su La Repubblica Napoli, antologie di autori vari, riviste e blog letterari. Da gennaio 2021 cura la rubrica Anteprima Poetica per la casa editrice Homo Scrivens e , sempre con Homo Scrivens, ad Aprile 2021 pubblica il romanzo breve, sotto forma di ebook gratuito, Cronache dall'anno zero, lo stesso anno diventa direttore editoriale della collana di poesia (prima Arti-Poesia e poi, InPoesia) della casa editrice Homo Scrivens. Nell'ottobre del 2021 pubblica L'ospite di sé stesso, raccolta poetica che chiude il Ciclo della stella a otto punte. È il referente campano del movimento letterario Rinascimento Poetico.

 


domenica 10 aprile 2022

"L'oltranza" di Francesco Elios Coviello

È molto chiaro l’incipit poetico di Francesco Elios Coviello in questa sua opera prima: risulta evidente proprio nella prima parola del primo verso della raccolta, “Travidi”. E da qui penso di partire anch’io per un breve, ma spero esplicativo, excursus nel mondo poetico dell’autore, prospettato nel libro e molto accuratamente introdotto da Antonio Bux, competente e abile critico, nonché poeta, scopritore di nuovi talenti letterari, che poi convoglia nella RPlibri di Rita Pacilio, editrice che ha molto a cuore la qualità delle scritture poetiche contemporanee, e in particolare quelle di giovani autori che si trovano ad affrontare la prima opera da pubblicare, come appunto il nostro Coviello. “L’oltranza” è il titolo laconico e dunque molto esplicativo di questa originale raccolta del giovane autore barese, e “travidi” vuole già essere un termine per far intendere che gli orizzonti della realtà in cui è immerso l’autore, non sono affatto ben delineati e univoci, ma offrono lo spunto, o forse meglio le basi, il fondamento, per poter cercare e seguire altre tracce di esistenza, altre possibilità a partire dal punto di osservazione. “Travidi un giorno bianco, lo cambiai / lo resi spada e amazzone…” dice l’autore, rendendosi conto che il bianco, l’insignificanza, la superficialità, la monotonia e quant’altro di ripetitivo e usualmente banale, può essere rimpiazzato, ipotizzando e magari anche costruendo alternative ad "oltranza", per rendere la vita un po’ più sapida, consistente, interessante. L’oltranza è dunque progetto di ricostruzione di sé e del mondo circostante, della realtà inglobante e a volte insapore che ci costringe alla ripetitività e alla stereotipia di gesti, comportamenti, emozioni e visioni. 
Del resto già la poesia è scuotimento dal torpore, se vogliamo. È già cambiamento o tendenza a qualcosa d’altro, a quell’oltranza che tutti sogniamo, forse anche utopicamente, ma necessaria al rinnovo delle nostre cellule neuronali sempre alla ricerca del nuovo stato, della novità, del rinnovamento, della rinascenza.
Si tratta dunque di una protesta, scaturita da una presa di coscienza che le cose si possono anche cambiare, se vogliamo, trasformando il giorno in spada e amazzone, per affrontare una realtà che incombe e a volte soffoca, con regole e puntualità cadenzate: cercare e afferrare l’oltranza, intesa anche come tenacia, determinazione, estrema resistenza, imperterrito andare oltre il limite d’ora.
È una poesia corposa, quella del giovane Coviello, apparentemente dodecafonica ma in realtà ricca di sbalzi umorali schietti, tenuti a bada da un lessico che guizza tra le parole e i significati. Una poesia rilevante, certamente da apprezzare.
Proponiamo ora ai nostri lettori alcuni brani tratti da libro, affinché possano aggiungere, se lo vorranno, ulteriori interessanti commenti in proposito.

Travidi un giorno bianco, lo cambiai

lo resi spada e amazzone, ne affondai

le dita nella fiamma setosa e carni

di stanza lì, non ebbi paura, la ferii.

Poi mi ritrassi, guardai l’ora, aprii le scatole

attesi ancora un po’, che fosse pronto, fosse caldo

il caffè al civico nero alluminio vetro infrangibile

tracciai due linee granulari, compatte

svogliate doglie di una carta. Limite

d’ora, martedì d’incenso dove mi chiami

dove mi porti che hai da solo un sacco

di vernice, la vita stretta al muro

dei rancori e delle piogge, inverti

le linee, muovi il coraggio affollato, scrivi

le tue iniziali sul foglio di plastica.

Solo il cosmo ha speso abbastanza.

 

 ***

 

Se nel palmo ho tutto il piano

dipinto sul capo sono sereno. Mi tocco

piano la testa, raccolgo tutti gli steli

prendo misure ideali, raduno, cambio

accentro, meglio così. È come un porto

pontile nel biado postaccio del tre

volte tremore albatro perso e stanco e

incanutito, la cenere tegola, seme

cemento e frolla fanno a pezzi

il mio foglio. Ecco, sì, è tutto in ordine

prendo le assi per non fare a meno di

versare caffè negli specchi

fi umi di nevischio tigli astratte

suppellettili. E la porta è vuota.

 

***

 

A meno di versare corto frammento e imbracciare

le tempere tumide dei consoni pugili

farei e sono onesto perché non mi va, non è

il mio sarto utile e chiamale, rincorrile a prezzo.

Le strenne a quadretti sono il mio corollario. Ho

freddo e piango di tumide zanne. La smetti

di sorridere ai limiti fonici ludici, umani

che vende regala appalta la rete ora che il tubo

catodico è un fango di ruggine. Imberbi paesaggi.

Schiodami da stati di neroveggenza, supplicami

umano come raschi in sordina. Voltaggi infiniti

installati ora ho nel cervello, chianche fiorite

zotici e vestaglie di lana. Ancora è utile prendere

buste per pacchi anni per giorni e scoprirsi

nudi sotto la stella marziale del tuo solo padrone.

 

*** 

 

Ho pure il mio intrattieni. Più giù

sotterraneo balcone fai clangori

di cotone. Anziano signore vecchia

ferraglia fai a pezzi qualcosa

che soffia fischiando ciniglia

e vapore, mi cola un’occhiata

a stormire la nebbiolina fine

del bucato.

Privilegio intatto

ti stendo un formato che abbevera

tutti, uno stelo stracciato di soglie

ai meriggi inutili forbiti e

sbiancati. Basterebbe intonaco

no schegge no stridi solo

blu dissapore e quindici

giorni di pioggia dentro ai cortili.

 

*** 

 

Le parole fatte a trucioli, gli apostrofi

le notti disegnate e i colori spiegati

sparsi come calici di tulipani.

Prendere parola per poi tacere.

Attorno alla dura piazzola di sosta

c’è il velo, c’è la statua di schiena

e portare rose è un lucido affronto

all’eremo sciolto nel fondo chiarore.

Senti le vecchie lagne e le tele

dei sarti, sentimi coi digiuni stanchi

non divaricare sonni, non inciampare

nel bozzolo primo, nel sordina munito

tostapane, parla ad libitum sui

nidi del casale scolastico. Dubita

sola partenogenesi è arresa

al dubbio, desiderio dei miti.

 

 ***

 

In alto fluorescente fuoco, mobile

cencio sbranato dai cieli vivibili

già passi e vieni fuori del quadro

acciaio laccato, bianche pretese

di umanità, distese vitree di ore

deposte nel fresco dei nidi dei deboli

assurgi a stemma di barattoli

cercami a fondo di venti insensate

questioni e rinserra le dosi, chiama

i caroprezzi, rincara i dolori

suggella i piani misteri dell’Icaro

a pezzi che forse abitai nel solo

soggiorno che diedi alle quattro mie dita.


(Brani tratti da: Francesco Elios Coviello, L’oltranza, RPlibri, 2022, introduzione di Antonio Bux)

Francesco Elios Coviello è nato a Bari nel 1994. Suoi scritti, di argomento letterario e musicale, sono apparsi su alcune riviste di settore. L’oltranza è il suo libro d’esordio.

giovedì 31 marzo 2022

"Il corpo del padre", di Stefania di Lino

Se io ti dico torna, papà, torna! / tu torni dalla tua bambina?”. Sono i versi conclusivi di un’opera poetica straordinariamente bella e profonda, una vera “gemma”, e non a caso per questo fa parte della prestigiosa Collana di poesia “le gemme” curata da Cinzia Marulli Ramadori per le Edizioni Progetto Cultura. Stiamo parlando del volumetto Il corpo del padre, sottotitolo 24 febbraio 2017, di Stefania Di Lino, poetessa romana di grande talento e nota in ambito nazionale.
Mi piace partire da quei versi finali della raccolta, perché li ritengo essenziali e determinanti per ricostruire, almeno in parte, e brevemente, il percorso poetico della nostra autrice in questa sua recente opera. Queste parole, infatti, sottintendono una delicata apertura alla speranza, alla speranza che ci sia una sorta di dimensione altra, dopo la morte, con la quale è possibile rimanere collegati, almeno emotivamente e con la memoria ancora colma di dolorosi / gioiosi ricordi, per poter richiamare, rivedere, coloro che si è tanto amati in vita.
Il grandissimo desiderio finale di aspettarsi, da un momento all’altro, che il padre possa di nuovo tornare a casa, presentendo i suoi passi sulle scale, rappresenta in un certo senso l’acme, il quadro più commovente e nello stesso tempo più rassegnato e lenitivo di tutto un percorso dolorante e profondamente umano. Stefania Di Lino racconta così gli ultimi giorni di vita del padre, in un procedere a riflessioni e domande, alle quali nessuno da risposte, se non qualche fredda e asettica constatazione da parte dei medici e di qualche infermiere. Sono momenti stagliati nell’atmosfera di angoscia e di dolore, a volte persino di rabbia, descritti dalla nostra autrice con nitidezza, quasi a voler umanizzare ogni gesto, ogni situazione e persino gli oggetti, le attrezzature mediche che, sotto questa luce, acquistano tepori e colori di caritatevole sacrificio (“il quadro clinico avanza e si fa chiaro / fugato è il sospetto di uno spandimento intracranico…”, e ancora: “mi rende edotta l’infermiera / lei mi dice: vieni vedi, non è tesa / vieni vedi? è pelle livida ormai arresa / al sangue che non scorre più…”).
Il corpo del padre è d’altra parte anche l’amara consapevolezza di un orizzonte ristretto, un panorama di terra e di sofferenza, con solo pochi attimi di gioia, in cui il poeta realizza la sua esistenza affidandosi alla parola, unica forza ri-creatrice in grado di offrire una parvenza di dignità e di nobiltà alla vita. Ed è per questo che Stefania Di Lino riesce a sublimare anche il dolore più acuto, l’assistere impotente alla disgregazione della carne, l’affievolirsi della luce negli occhi delle persone care che se ne vanno.
Un’opera pregevole, dunque, Il corpo del padre, che rappresenta simbolicamente anche la fisicità, e quindi la caducità, dell’esistenza; fisicità che d’altronde non può non essere amata e non può non essere disperatamente desiderata, nonostante ogni disfacimento; ed è perciò che “solo nello scrivere / trovo di tutto questo / un senso / una ragione”.
Con la sua particolare e ineguagliabile struttura poetica, caratterizzata da versi cadenzati da barrette oblique, Stefania Di Lino conferma con questa sua raccolta di grandissimo valore poetico, la sua originale e qualificata presenza nell’attuale panorama della poesia italiana, distinguendosi per gli importanti temi trattati, ma anche per la singolarità delle sue costruzioni liriche, di grande resa e interesse da parte dei lettori. Lettori affezionati, ai quali proponiamo alcuni brani tratti dal libro, sperando in un loro ulteriore gradito commento.


quale stupida indomita fretta è quella di andare? a quale

sordo richiamo risponde la notte? / quale ombra cela

questa lurida luce del giorno?,

 

[sono un’onda che si sta ritirando / sono un’onda che

non ritorna / c’è qualcosa nella vita / e nelle unghie /

c’è l’inesorabile che sfalda],

 

*

 

son poesie che vengono tutte insieme / vive la scrittura /

di un tempo sottratto alla morte / dalla notte a volte /

scaturisce un operoso silenzio / si ricompongono i

pezzi / di un diurno insensato / si cerca precari un

equilibrio / sul rotolare delle pietre,

 

*


e di cosa altro scrive un poeta / che non vada oltre il suo

orizzonte / che non sia l’assiduo del suo giardino / il

passaggio fitto scuro delle ombre?,

 

*


te ne sei andato il 24 febbraio 2017 / eppure era un

tempo bello per sostare ancora un po’ / prima del

grande viaggio / fresca si annunciava primavera / e invece

a mezzanotte sei andato via / o poco prima / dell’ora zero

zero punto zero zero / un’ora strana da pensare / un

astratto punto di sella / un segno strano sul cellulare /

l’attimo in cui tutto sembra fermo / un tempo sospeso

dalla sorte / soglia sottile tra vita e morte,

 


*

 

un poeta è tale quando intende la lingua / bisbigliata dai

morti,


[ti ho visto oggi seduto / nell’incavo vuoto del divano /

tiravi la coperta sulle ginocchia / ti tremava la mano: /

nessuno si è accorto / di quanto tu fossi vecchio

nessuno credeva che tu fossi morto],

 


*

 

ma se io torno bambina e ti aspetto / mentre disegno

seduta in cucina / attenta ad ascoltare i tuoi passi salire

le scale / (del tuo rientro a casa l’epifania) / se dalla cu-

cina / e senza sentirti suonare / mi alzo di scatto e corro

ad aprire / se io ti dico torna, papà, torna! / tu torni

dalla tua bambina?


(Brani tratti dal libro di Stefania Di Lino, Il corpo del padre, Edizioni Progetto Cultura, 2021; prefazione di Anna Maria Curci)

Stefania Di Lino, artista e poeta, è nata e vive a Roma. È docente di materie artistiche e ha esposto in gallerie private e in musei, in Italia e all’estero, tra cui: la Galleria d’Arte Moderna, l’Accademia dei Lincei, i Musei Capitolini, il Macro. Ha partecipato al Festival Palabra en el Mundo e al X Festival Mondiale della Poesia, a Caracas. Alcuni suoi testi sono stati tradotti in diverse lingue. In poesia ha pubblicato Percorsi di vetro (2012, DeComporre Edizioni), e La parola detta (2017, La Vita Felice).


domenica 27 marzo 2022

Il "Zebù bambino" di Davide Cortese

Davide Cortese, originario di Lipari, ha un discorso poetico sempre molto incisivo e particolarmente "oltre le righe", chiaramente nel senso migliore del termine, perché a volte la poesia deve esprimere una propria verità, condivisibile da tutti, anche tagliente e sconvolgente. E la poesia di Davide Cortese è proprio così, ne abbiamo anche parlato tempo fa in una mia nota di lettura sulla sua raccolta poetica Darkana (Lietocolle 2017), apparsa su Transiti.
Il poeta, il vero poeta, è, e deve esserlo, un coraggioso traduttore dei segnali che gli provengono dal suo lungo percorso esperienziale, della propria esistenza come della realtà circostante. Trascrivere all’"acqua di rose" superficialità e ovvietà che tutti possono notare, come voli di gabbiani e albe luminose, non serve e non fa bene alla poesia: lo sappiamo; bisogna dunque avere il coraggio di andare nella profondità delle cose, cercarvi anche la complicanza più oscura e saperla offrire in riflessione, in meditazione. Davide Cortese compie questa operazione, la fa con determinazione e consapevolezza del proprio intuito e talento artistico e letterario, da poeta di prim’ordine quale è.
E allora possiamo scoprire questa sua recente perla poetica che è Zebù bambino.
Si tratta di un poemetto omogeneo costituito da testi brevi, epigrammatici, ben ritmati, anche grazie all’uso della rima alternata in diversi casi. La struttura poematica che il nostro autore ha voluto utilizzare, d’altra parte ben si addice alla trattazione dell’argomento, in chiave quasi di filastrocca scherzosa se non addirittura melodrammatica. Il tema è infatti dicotomico: una storia quasi parallela a quella sacra di Gesù, in cui si parla di un bambino che, in effetti, è in antitesi, all’opposto, pur conservando tutte le caratteristiche (buone e cattive) della fanciullezza. E qui torniamo al coraggio del poeta. Questo poemetto non è orrido e neanche dissacrante, anche perché la forma stilistica usata, come dicevo più su, è morbida, ambiguamente fiabesca. Si tratta invero di dar voce a quella parte dell’umano che si nasconde dietro i pregiudizi e le false credenziali che in realtà costituiscono la sua vera natura, libera e volitiva, possessiva e anche un poco egoista. Zebù bambino (guarda caso il gioco di parole ci porta a Gesù bambino) è un fanciullo come tutti gli altri, solo un poco più autentico e schietto, ma relegato e condannato dagli schemi stereotipi di una società non avvezza ai cambiamenti, alle singolarità, alle individualità. Un satira coraggiosa e intelligente, perché anche Zebù bambino ha le ali, ma sono ali d’angelo randagio e reietto. E, sembra dire il nostro autore, tutti i bambini del mondo povero, quel mondo lontano da noi, africano, siriano, yemenita e tanti altri, sono dei Zebù bambino, o anche quelli della nostra società attuale, oppressi, vilipesi, sfruttati in ogni ambito. Ma, come ogni bambino “normale”, anche Zebù bambino ama giocare con le bambole, e a una di quelle ha dato il nome della madre di Gesù, con la chiara evidenza di una grande sofferenza, una mancanza di amore che si ripercuoterà inevitabilmente sul suo futuro e sul futuro della nostra società ammalata dal falso e dall’ingiusto.


Ali nere d’angelo randagio
ha sul dorso Zebù bambino.
A dadi inganna il tempo malvagio
il signor Mefistofele piccino.


*

Gioca ai dadi con le bambole
il piccolo Zebù.
A una ha dato il nome
della madre di Gesù.
Tatua fiori di melo e serpenti
sul seno di plastica di Maria.
Poi rosicchia quel seno coi denti.

Succhia il latte che finge vi sia.


*

Piace la cioccolata
al piccolo demonio
non dividere in sillabe
la parola abominio.
Vuole il gesso nero
per scrivere alla lavagna.
Manda al cimitero
la maestra che si lagna.
Non vuole saperne d’ a, e, i, o, u.
Ama la ricreazione
il piccolo Zebù.



*


Ruba la spada di legno a Gesù
quel monello del bimbo Zebù
gli pesta i piedi, gli fa lo sgambetto
non gli risparmia neppure un dispetto.
Tira le trecce a Maria, sua madre.
Per correre al circo ruba i soldi a suo padre.



*


Talvolta se ne sta solo
ginocchia sotto il mento
in cima ad un pensiero
battuto dal vento.
Nessuno lo vede e piange
nel silenzio che fa spavento.
Lacrima zolfo, il piccolo Zebù
gocce che sfrigolano
cadendo giù.



*


Diventerà un bel giovane
il piccolo Zebù.
Presto farà breccia
nel cuore di Gesù.

Davide Cortese, Zebù bambino, Terra d’ulivi edizioni, 2021; postfazione di Mattia Tarantino. Collana “Deserti luoghi” diretta da Giovanni Ibello.

Davide Cortese è nato nell’isola di Lipari nel 1974 e vive a Roma. Si è laureato in Lettere moderne all’Università degli Studi di Messina con una tesi sulle “Figure meravigliose nelle credenze popolari eoliane”. Nel 1998 ha pubblicato la sua prima silloge poetica, titolata “ES” (Edizioni EDAS), alla quale sono seguite le sillogi: “Babylon Guest House” (Libroitaliano) “Storie del bimbo ciliegia” (Autoproduzione), “ANUDA” (Aletti). In seguito ripubblicato in versione e-book da Edizioni LaRecherche.it, “OSSARIO”(Arduino Sacco Editore), “MADREPERLA” (LietoColle), “Lettere da Eldorado”(Progetto Cultura), “DARKANA” (LietoColle) e “VIENTU” (Poesie in dialetto eoliano, Edizioni Progetto Cultura). I suoi versi sono inclusi in numerose antologie e riviste cartacee e on-line, tra cui “Poeti e Poesia”, “Poetarum Silva”, “Atelier” e “I fiori del male”. Nel 2004 le poesie di Davide Cortese sono state protagoniste del “Poetry Arcade” di Post Alley, a Seattle. Il poeta eoliano, che nel 2015 ha ricevuto in Campidoglio il Premio Internazionale “Don Luigi Di Liegro” per la Poesia, è anche autore di due raccolte di racconti: “Ikebana degli attimi” (Firenze Libri), “NUOVA OZ” (Escamontage), del romanzo “Tattoo Motel” (Lepisma), della monografia “I MORTICIEDDI – Morti e bambini in un’antica tradizione eoliana” (Progetto Cultura), della fiaba “Piccolo re di un’isola di pietra pomice” (Progetto Cultura) e di un cortometraggio, “Mahara”, che è stato premiato dal Maestro Ettore Scola alla prima edizione di EOLIE IN VIDEO nel 2004 e all’EscaMontage Film Festival nel 2013. Ha inoltre curato l’antologia-evento “YOUNG POETS * Antologia vivente di giovani poeti”, “GIOIA – Antologia di poeti bambini” (Con fotografie di Dino Ignani. Edizioni Progetto Cultura) e “VOCE DEL VERBO VIVERE – Autobiografie di tredicenni” (Escamontage)

 



Ehlam Hamedi, Silloge. Quaderno nr. 52

Premio Silloge Transiti Poetici. Il Quaderno del Premio

Il Quaderno del Concorso di Poesia "L'Amore: arte e sentimento"

Alda Merini vista da Ninnj Di Stefano Busà

PUNTO, Almanacco della poesia italiana

PUNTO SCHEDA