giovedì 15 ottobre 2026

La "Radice Nomade" di Marisol Bohorquez Godoy

Qual è la forza più grande che mantiene in vita ciascuno di noi, non solo, ma che contribuisce all’unione e all’instaurazione di un rapporto, di un vincolo empatico, di una condivisione e di uno scambio emotivo e intellettivo fra le persone? Questa forza è sicuramente l’amore. E i creativi, gli artisti e i poeti lo sanno benissimo: è un tema, un argomento che da sempre ha ispirato i grandi e i piccoli poeti, con escursioni e ampliamenti di grande respiro e significanze, laddove l’amore venga declinato attraverso le sue tantissime e svariate manifestazioni: dall’amore carnale, erotico, a quello amicale, genitoriale, familiare e persino sociale.

Non si sottrae al canto d’amore la poetessa Marisol Bohorquez Godoy, che radunando in sé tutto un mondo, tutta una realtà pregressa ricca di valori naturali, come lo è la sua terra natia, riesce con grande maestria letteraria ad esprimere una poesia fortemente incentrata sul valore dell’amore, una poesia che qui viene in un certo modo riassunta nella raccolta Radice Nomade, una poesia dalle corde altamente liriche, che offre un insieme piuttosto esaustivo dei vari aspetti in cui si manifesta l’amore, in particolare quello puramente e appassionatamente fisico, ma che dà adito ad un proseguimento lungo i sentieri della vita, perché l’amore non può confinarsi in un luogo e in un momento, ma ha una dimensione infinita nello spazio e nel tempo: "Nudi / la vita ci ha attraversati / come un sogno / È questo il paradiso? / Un regno senza inverni / un territorio nell’esilio / dove spighe di fuoco / germinano sulla punta / delle nostre lingue / e dalla carne che penetra la sua luce / un sole si solleva / senza invocare Dio".

Il canto d’amore di Marisol è pacato ma solo apparentemente: in filigrana nei versi si nota un impeto discreto, controllato, ma colmo di intendimenti, di guizzi, di allusioni: è un fuoco d’amore che cova sotto la cenere del vissuto, del quotidiano, laddove anche i ricordi contribuiscono a rinvigorire la fiamma nostalgica di un “può essere stato, poteva andare così”… “Ricorda quei giorni / quando colmavamo di baci il silenzio / quando i nostri occhi si chiudevano / a riconoscere la vita che ci attraversava…”

E quindi un canto delicato, intenso, forte, ma controllato, misurato attentamente con la competenza e l’esperienza letteraria dell’autrice, la quale sa, lo sa bene, che la parola, il fonema, in poesia sono essenziali strutture per la costruzione di un testo che voglia esprimere la profondità del concetto.

Radice nomade appare così un ossimoro, dove l’amore è il filo sottile ma robusto che lega il mondo originale al mondo in cammino, amore come viatico essenziale a dare un senso alla propria e all’altrui esistenza.


Tu e io amore

che siamo venuti al mondo come oblio

abbiamo fatto delle parole

il nostro incendio

 

Abbiamo sfidato l’abbandono

e unito i nostri corpi

al potere della fiamma

 

Abbiamo imparato a nominare il mondo

col fuoco nascosto

nella radice del silenzio


 ***


NELLA CITTÀ SENZA TRENI

 

Ricorda quei giorni

quando colmavamo di baci il silenzio

quando i nostri occhi si chiudevano

a riconoscere la vita che ci attraversava

 

Ricorda che le tue mani

erano il vestito preferito della mia cintola

e il tuo sorriso l’unica mia ragione per smettere di fuggire

 

Ricorda che il sole si nasconde all’orizzonte

e da lì racconta a ogni notte

il potere che ha il nostro incendio

 

 ***

 

Il nostro segreto I

 

C’è un segreto nascosto amore mio

Un segreto che mi perfora la lingua

affinché io non possa rivelarti al mondo

 

E in tutte le lingue che parlo

scrivo i nostri nomi

affinché altri si confondano

 

Non so in quale tra tutti i fonemi

ti sto perdendo

Non ci sono alfabeti adeguati

per nominare l’assenza

 

È facile inventare parole

colmare con esse il vuoto

e con il loro doppio filo

distruggere l’amore

 


***

 


SOGNO I

 

Vieni

fiorisci ancora una volta

nell’incendio della mia pelle

che ha trovato nel tuo petto

l’ingenua chiarezza dell’amore

 

Abbracciami con quella tua voglia

di conquistare il mondo

lo stesso dove io continuo a seguire

la luce delle stelle che agonizzano

 

Dormi sul dorso

di questo agosto ebbro

mentre le mie mani

risolvono l’equazione dei tuoi nei

 

Ricordami che accanto a te

i giorni cominciano con il tramonto

 

Dammi un po’ della tua luce

e avvolgi le tue gambe alle mie

Non permettere che un’aria di mondi distanti

diluisca la fantasia

e ci obblighi ad aprire gli occhi

 

 ***

 

SUSSURRO

 

Cerco di capire la geometria sacra

dei tuoi pensieri inquieti strani confusi

 

Contemplo le rime assenti dei tuoi versi

e la fredda fiamma che batte sulla mia porta

 

Vaghi sulla soglia come un fantasma

 

Sulle mie dita tremolanti

il tuo nome è la poesia che scrivo

 

 

*** 

 

Radice nomade

 

Finirà questa vita

ma mai il mio errare

l’andarti dietro attraverso i secoli

e attendere paziente il momento

in cui gli angoli del tuo tempo e il mio

torneranno a unirsi

 

Sull’orlo di ogni abisso

e sotto le pietre

riposerà il nostro grido

 

Passeremo notti intere

seduti sulla riva di un sogno

come colombe che dormono sui cornicioni

in attesa di quel primo raggio di sole

che ricordi loro la necessità di volare

 

 ***

 

L’altra faccia del fuoco

 

Esiste salvezza per questo amore che è nato condannato?

Non rispondere con fretta

pensa nella contraddizione della fiamma

proteggere la vita e distruggerla

conoscere il suo destino di cenere

 

Tu ed io non siamo diversi

ardiamo con la stessa intensità del fuoco

attizziamo scheggia a scheggia l’amore

fino a vederlo tramutato in ombra

 

 

 ***

 

il lato freddo della fiamma

 

Sono venuta nel centro dell’inferno

per abitare il clamore della fiamma

per abbracciare il suo lato più freddo

E quando il mio corpo

che ama le tue labbra estranee

si sarà tramutato in cenere

verrà il vento

a portare via il tuo nome

lontano dalla mia memoria

 

 ***

 

l’ora finale

 

Dicono che alla fine della vita

tutti ci lamenteremo

per i ti amo mai detti

però tu che amandomi in segreto

hai scelto di tacere per sempre

ti pentirai nell’ora del tuo tramonto?

Sgorgherà da te una lacrima alla fine

che parli della tua sconfitta?

Della battaglia a cui hai deciso di non andare

per paura di sparire

o per il timore assurdo della libertà

 

 

 ***

 

ILLUSIONE

 

Più in là di me

nuotando controcorrente

nascerà una poesia

capace di nominare la mia ferita

di raccogliere ogni frammento

che resterà di me

dopo averti amato

 

(Brani tratti dal libro "Radice Nomada - Raiz Nomade", di Marisol Bohorquez Godoy, Bertoni Editore, collana Tanit PoesiaEdizioni a cura di Lucilla Trapazzo, traduzioni di Gianni Darconza, con prefazione di Giancarlo Pontiggia, 2026).

Nota di lettura di Giuseppe Vetromile, dalla presentazione del 14/10/26 nell'ambito della Rassegna “Poesia è… Rinascenza”, Pollena Trocchia (Na), 14/10/2026.

Marisol Bohórquez Godoy è nata in Colombia nel 1982. Dal 2016 vive negli Stati Uniti. È poetessa, pittrice e traduttrice letteraria. Laureata in ingegneria e in Studi Avanzati in Letteratura Spagnola e Ispanoamericana presso l’Università di Barcellona. Ha pubblicato i libri di poesia: “La soledad de los espejos” (2016), “Effetto Farfalla-Efecto mariposa” (2017, Raffaelli Editore) e “La forma del vuoto-La forma del vacío” (2019, Lietocolle). Nel 2020, è stata vincitrice del concorso “Fiori di luce” in Italia ed è stata finalista al Premio Internazionale di Letteratura “Europa In Versi”. Come traduttrice, ha realizzato importanti traduzioni di poeti anglofoni e italiani, tra cui opere come “La misura dello zero” del poeta italiano Bruno Galluccio e “Elogio dell’indeterminazione” di Gianni Darconza, tra gli altri. Una delle sue contribuzioni più significative è l’antologia “Quaderno di traduzione. Ventidue voci della poesia italiana contemporanea (1949-2001)”, pubblicata in Colombia dalla collezione Anverso nel 2021, che raccoglie parte del suo lavoro come traduttrice.

Ha partecipato a festival internazionali di poesia e parte della sua poesia è già stata tradotta in inglese, francese e italiano.

Radice Nomade (Raiz nomada), è la sua ultima pubblicazione (giugno 2026)



mercoledì 14 ottobre 2026

Lucilla Trapazzo e la sua "Formula della distanza"

La Poesia necessita sempre di nuovi orizzonti, di nuove strade e nuove teorie per conservare, mantenere quella linea di originalità e nello stesso tempo di percezione del diverso, del possibile e persino del plausibile, onde giustificare, se è lecito usare questo termine, la sua essenza in quanto espressione artistica letteraria: un poeta non può esimersi dal tentare nuovi itinerari e nuovi approdi, altrimenti cadrebbe nel deja vu, nel già detto, nell’ovvio. Ma d’altra parte non bisogna disperarsi e ad arrabattarsi a ricercare a qualunque costo le novità, in contenuti e in forme stilistiche, per non cadere nell’eccesso opposto, e cioè quello di sconfinare nell’assurdo e nell’esorbitante mondo immaginifico.

L’originalità e l’intuizione del possibile, innanzitutto. E queste qualità sono insite in un poeta formato ed esperto, come lo è Lucilla Trapazzo, in modo particolare in questa sua opera poetica dal titolo veramente suadente e suggestivo: La formula della distanza (Il Convivio Editore, 2025). La matematica e la fisica, con le loro leggi ineccepibili con le quali descrivono i fenomeni della natura, sembrerebbe che non abbiano nulla da condividere con l’arte e la poesia: determinismo, razionalità, precisione, esattezza, contrastano (apparentemente) con i principi dell’arte creativa, dove predomina la libertà, l’immaginazione, il vago, il probabile, l’utopico persino. La digitalizzazione contro l’analogico, i bit contro il flusso di corrente in continua variazione. Ma allora, a parte le novità della meccanica quantistica che in qualche modo scombinano tutte le teorie classiche finora acquisite, mescolando determinismo e probabilità in un unicum ancora da chiarire, perché Lucilla scrive queste poesie mutuando dalla fisica e dalla matematica concetti e formule appartenenti a quel mondo? A ben vedere, a ben leggere, non si notano equazioni né formule né postulati nei suoi versi, come forse il lettore si aspettava. Ma è evidente che questo lettore ipotetico non è dotato della necessaria chiave di lettura per poter bene interpretare la tematica di Lucilla in questa raccolta. (Dico sempre per inciso che la poesia non è come la narrativa: il lettore di romanzi o di racconti si adagia sul divano e scorre le pagine acquisendo alla fine la storia senza particolare difficoltà interpretative - nella maggioranza dei casi, s’intende!). Ma la poesia va letta e riletta più volte, anzi va introiettata nell’anima e nella mente, va fatta propria… e perciò è una forma d’arte, non un semplice “oggetto” da utilizzare per divertimento, svago o altro...

Ma torniamo a noi. Torniamo a questa “formula della distanza”, che in modo molto approfondito ha illustrato Carlo Di Legge nella sua dettagliatissima prefazione, prendendo a riferimento alcune leggi della fisica, come ad esempio quella di Dirac (ma qui non è il caso di parlare in modo specifico di queste leggi…).

Lucilla Trapazzo, in questa silloge, non utilizza direttamente il linguaggio matematico e della fisica nei suoi versi, come dicevo, bensì ne mutua il significato in modo ampio, ne utilizza il riferimento, come una verità ineccepibile che sta all’orizzonte del quotidiano, come un sole che ci illumina discreto ma potente, come l’amore che si sa che esiste, laggiù, come impellenza d’unione, e che ci rassicura e ci dona la speranza di raggiungerlo e di attuarlo, prima o poi, nella vita! Leggi matematiche e fisiche che stanno dunque in sordina, che si disvelano in filigrana nei versi di tutte le poesie, laddove la distanza (tra l’io e il mondo, tra l’io e la felicità, tra l’io e l’amore…) è un qualcosa di misurabile, è una certezza che però va sperata, va proclamata, va ricercata: “Guido – mi muovo / sempre avanti una retta / orizzontale passante / tra due punti / y=y1…” E ancora, nella chiusa meravigliosa che, direi, sintetizza il progetto poetico di Lucilla in questo libro: “Guido verso un altro niente / senza fermarmi guido / fino ad arrivare / al mare…”

È un libro che merita una grande attenzione. Lucilla Trapazzo sa costruire opere poetiche intense e significative, e in questa raccolta esprime la sua grande capacità di attingere input creativi nuovi e originali anche da mondi difficili e inusitati, come quello della fisica, riformulando e rimodulando sui loro principi di ineluttabilità e di esattezza, una realtà propria fatta di tendenze, di raggiungimenti, di misurate emotività.


C’era una parola

 

l’avevo conservata sullo schermo

in un angolo tra Broca e l’Ippocampo

ma non era cucita a doppio filo

 

e allora è andata via si è perduta

in qualche dove nello spazio

tra le app – così come muoiono

gli amori e le rose nella grazia piena

dell’estate

 

della parola non ricordo neanche più l’odore

o il suono o il senso

che squaderna matrici antecedenti e relazioni

di causalità (me ne figuro invero una certa

eziologia, come una grisaglia, causeffetto

senza soluzione di continuità)

 

ti lascio la parola sulla spalla

senza far rumore

una piccola scimmia addormentata

uno scialle di mare

che ti copra quando fuori piove

 

 ***

 

 

E i mesi e i giorni?

 

Nemmeno più i secondi avanzano

per scompigliare questo fiume

che non reca più sorprese

lungo il delta.

 

S’intuisce appena percezione

di un mistero

nel raggio d’oro che trafigge il cielo

 

mentre scrutiamo (confessalo) silenzi diversi.

 

Un uccello d’acqua – forse una poiana

dal fiume s’alza in volo

nel becco ha un bigattino e tra le zampe

il mare.

 

 ***

 

A1

 

Guido – mi muovo

sempre avanti una retta

orizzontale passante

tra due punti

 

y=y1

 

Guido con la testa incollata

allo schienale la strada

si dilata in bande parallele

di velluto grigio

 

lavare a mano, 40° al max

delicatamente brevemente

 

Continuo a guidare e invoco segni

uno squarcio di luce

nella nebbia

la testa sempre appiccicata

allo schienale

 

scivola un punto verso l’altro col sale

a profusione sui chilometri

 

Guido verso un altro niente

senza fermarmi guido

fino ad arrivare

 

al mare

 

 ***

 


Esiste un campo azzurro dei ricordi

 

lì continui a prendermi per mano

e a sciogliere le ombre.

impavide e sfrontate

crescono al canto spudorato degli insetti.

 

Esiste poi il giardino lento della dimenticanza

corredo di magliette e brache che svanisce

negli armadi. Saremo tutti stelle un giorno

conteniamo moltitudini.

 

Divina solitudine di un campo di papaveri

 

 

 ***

 

Post Scriptum

 

Nel tempo e nei giorni di carta

carbone sei uomo.

Il suo volto di roccia.

 

Io donna ed ansa

di fiume.

 

Shh, non parlare. Dissoda.

Dissoda e coltiva il mio campo

di rose e di atomi in fuga.

 

Che importa se il sole è ferita

sul mare. Che importa

se il verbo è abbaglio e utopia.

 

Nel tempo assoluto del dunque

coloro le assenze e le estati

trascorse.


Brani tratti dal libro:

Lucilla Trapazzo, La formula della distanza, Il Convivio Editore, 2025; prefazione di Carlo Di Legge.

Lucilla Trapazzo è poeta, traduttrice, artista, performer e formatrice teatrale italo-svizzera. Dopo anni trascorsi all’estero per studio e lavoro (DDR, Belgio, USA), ora vive tra Zurigo, New York e Roma. Convinta sostenitrice dei diritti umani e del pianeta, il suo punto di vista sociale e femminile si riflette in molti dei suoi scritti. Da una sua poesia, Salmodia, che narra di una sposa-bambina, è stato tratto un video (Palazzo del Poeta, OST Marco Di Stefano), trasmesso da RAI 1 nel 2021. Al suo attivo ha diversi libri di poesie, una serie di traduzioni di poeti internazionali, numerose collaborazioni letterarie con associazioni, riviste e antologie di poesia in Italia e all’estero (come poeta, editore e traduttrice), e un CD con composizioni di Marco Di Stefano.

 

 

 

 

 

 

domenica 11 ottobre 2026

Gli "Uomini con la coda", di Griselda Doka

“Non siamo uomini con la coda, diceva mia madre quando cercava di spronarmi a fare le cose socialmente condivise e migliorare le competenze che mi avrebbero portate all’indipendenza e all’autoaffermazione…” Questi i versi iniziali della poesia di pagina 39 il cui titolo, Uomini con la coda, dà il nome all’intera raccolta, edita da Macabor nel corrente anno, della poetessa Griselda Doka.
Partiamo da questo punto centrale della raccolta, importante e certamente significativo perché dà un’accelerazione centrifuga a tutta la silloge, per cercare in qualche modo di riflettere sulla caleidoscopica ed effervescente geografia poetico-narrativa della nostra autrice, albanese di nascita ma radicata in Italia, più esattamente in Calabria, da ormai diversi anni. Ed è proprio la Calabria, terra secondo me molto simile, o per lo meno vicina (e non soltanto geograficamente!...) all’Albania (si consideri anche la cultura arbereshe, fortemente diffusa in alcune zone della Calabria), che penso abbia fornito a Griselda, fin dai primi anni della sua nuova residenza, l’input creativo, l’abbrivio letterario e poetico che le ha permesso di maturare la sua poetica lungo gli anni fino a divenire oggi una delle Voci più significative e attive in ambito poetico locale e nazionale.
Uomini con la coda è dunque un pregevole mosaico fatto di tasselli biografici, memoriali, socioculturali e perfino etici, dove la nostra autrice espone, racconta ed illustra, utilizzando una struttura poetica esplicativa, diretta e a volte lasciando il lettore attonito e sorprendentemente coinvolto, quadri, immagini e memorie di una società attuale che si confronta con usi e tradizioni storiche e culturali di una generazione precedente, laddove i valori di un tempo avevano la forza e la ricchezza necessarie per una vita sana e nobile: si tratta di valori universali, e non importa se questi si riannodano a ricordi familiari di altre radici culturali, come appunto quelle albanesi. Quando Griselda parla della famiglia, nei suoi versi appare un senso di universalità e di umanità che accomuna tutte le culture, in un’etica di amorevolezza, di condivisione e di educazione al senso di responsabilità e alla libertà individuale, al rispetto della dignità della persona indipendentemente dalle origini culturali e geografiche: “Mio padre aveva portato un ramo di vite / e lo piantò nel mio giardino calabrese / innestandolo su un vitigno autoctono….” E ancora: “Si parla ai figli in altre lingue / si sogna si danza per non diventare granelli / sale nero sulla sabbia / estranei alla pelle / reclamo l’appartenenza / dell’essere riconosciuta / soltanto in Altre parole….”
Gli uomini non hanno la coda, recita Griselda in contraltare, riportando in versi il giudizio della madre, un consiglio a non disperdere i propri valori etici, morali e storici, in un deserto disumano, quasi animalesco (con la coda!...), ma di perseverare lungo il cammino della storia andando avanti con la determinazione e la consapevolezza della dignità della persona, da difendere ad ogni costo, anche se proveniente da altre culture.
È un libro forte, che induce alla riflessione su vari aspetti della convivenza civile e sociale, in un tempo purtroppo dominato dai pregiudizi, dai falsi valori e dalle antipatie nei confronti di coloro che provengono da altri paesi: “Grido da un’altra sponda / premonizioni che nessuno vuole….”
Affidiamo ora ai nostri lettori alcuni brani tratti dal libro, per eventuali ulteriori gradite riflessioni o commenti da parte loro.

Ti ho vista in un abbraccio furtivo

 

Ti ho vista in un abbraccio furtivo

centrifuga emotiva, accovacciata

ho strizzato gli occhi per congelare nel tempo

la mia figura tra le tue braccia.

Mai più hai creduto alle mie parole

né i silenzi, gli arrivi e le partenze

sei rimasta così, pilastro e fumo

ingrigita, candele, preghiere

tè, caffè, un OKI diviso a metà

pane, formaggio e pomodoro

le urla del vicino alla moglie

nessuno li saluta più nel condominio

nemmeno tu, pilastro, fumo e ingrigita.

 

 ***

 

Mio padre aveva portato un ramo di vite

 

Mio padre aveva portato un ramo di vite

e lo piantò nel mio giardino calabrese

innestandolo su un vitigno autoctono.

Mia madre non smetteva di darci consigli

sul tempo che perdevamo in questa terra

dove tutto si sarebbe seccato all’afa, d’estate

pensava alle conserve, lei,

alle marmellate e alla frutta candita

e per profumarle mi aveva procurato

un geranio malvarosa

che sapeva di menta e limone

rosa antica di radura incolta

e di altri segreti che lei non riusciva

né a spiegare e né ad esprimere.

Entrambi tentarono di preservarmi.

 

 

*** 

 

Hanno occhi umidi i poeti

e la gola secca

la voce, si dice, sia eterea.

Appartengono a tutti

e a nessuno.

Si dice, anche, siano stati stregati

una notte di ottobre

fissando a lungo la luna.

Avranno sentito la stessa melodia

del giovane marmorizzato

che suona il flauto

senza sosta e tregua

così, chi lo fissa

non ha altra scelta.

 

*** 

 

C’era la paura di perdersi

inerpicarsi tra radici

dimenticarsi della collina

sulla valle la speranza

che tutto sia stato soltanto una fiaba.

Si parla ai figli in altre lingue

si sogna si danza per non diventare granelli

sale nero sulla sabbia

estranei alla pelle

reclamo l’appartenenza

dell’essere riconosciuta

soltanto in Altre parole.

 

*** 

 

Grido da un’altra sponda

premonizioni che nessuno vuole.

C’è un serpente sotto le fondamenta

una torre con occhio da ciclope

un bizzarro calendario di sabbia azzurra

che si scioglie al sole e risale col vento.

C’è un vangelo d’argilla sospeso

tra mani di operaio in camicia di seta

una scalinata porpora disegna un bilancio

con numeri corposi e algoritmi psicotici.

La mattina presto cisterne di latte si

cagliano

su strade polverose i vecchi danzano un

sirtaki

col copricapo rosso e fazzoletto bianco.

Grido parole non rilevanti

nubifragi di sponde – approdano in pena.

 

*** 

 

Occhi imbevuti di aceto

ci chiesero della morte nel cuore

su questo cammino di polvere e rovine

laccato dall’osmosi della perdita che veglia.

Essere tristi era un mestiere da grandi

o per ebbri profeti che scalfivano il tempo.

Non si è spento il nulla di ieri

il vuoto di oggi, ancora in fasce

il sangue che avrei dovuto urlare.


Griselda Doka, Uomini con la coda, Macabor Editore, 2026; premessa di Marco Gatto, postfazione di Marialucia Lattuca.

Griselda Doka è nata a Tërpan, Berat (Albania) nel 1984. È Dottore di Ricerca in Studi letterari, linguistici, filologici e traduttologici presso l’Università degli Studi della Calabria. Attiva come operatrice culturale, organizza e partecipa ad eventi sul territorio ed è membro di varie giurie letterarie. Oltre alla sua lingua madre, scrive anche in italiano. Ha pubblicato la silloge bilingue Solo brevi domande esiliate (Fara Editore 2015), Dimentica chi sono (Fara Editore 2018), Il leggero transito delle parole (Macabor Editore 2023). Recentemente ha pubblicato, sempre con Macabor Editore, Uomini con la coda. È presente in varie antologie e festival nazionali e internazionali. Sue poesie sono state tradotte in albanese, russo, spagnolo e francese. Collabora, inoltre con diversi progetti di traduzione professionale e letteraria dall’albanese in italiano e viceversa. Vive e lavora in Calabria come docente di lingue e mediatrice interculturale.


Griselda Doka a Francavilla Marittima, il 29/8/26


















Griselda Doka




martedì 6 ottobre 2026

"Nessuna solitudine": la nuova raccolta poetica di Giorgio Cuscito

Nessuna solitudine: l’autore sembra schernirsi di fronte al baratro di una assenza, di una immobilità quasi esistenziale, ma che vuole e riesce a superare con l’impeto del creativo, e cioè, nella fattispecie, la parola poetica. Qui il canto si fa protesta e denuncia nei confronti di una realtà (interiore e anche esterna) priva di movimenti, di obiettivi: “Prima di cominciare a scrivere / devo vedere…”, “Svegliarmi / Essere nel centro…”.
Giorgio Cuscito, autore di questa interessante raccolta edita da RPlibri nel corrente anno 2026, vuole dunque confermare, anzi riaffermare, che non esiste solitudine… purché la si comprenda, ne sia possibile la gestione, in qualche modo, anzi in un modo che possa in qualche modo confutarla. È in fondo la stessa tragedia di ciascuno quando, pur sapendo che la vita dovrà finire, si cerca di schernirla, di confutarla: non esiste la morte!
E verosimilmente non “esiste” la solitudine, pur essendo certi che c’è, la si vede, la si tocca, la si respira (“Vorrei tanto / scostare questa tenda, / che mi nasconde / e tendere al cielo…”). Dunque la parola poetica è talismano e viatico atto a disvelare la dura (e vuota) realtà, un mondo quasi di insignificanze, avvertito quasi come un disagio da affrontare, da liberarsene al più presto tendendo alla solarità, alla luce e alla pienezza dell’infinito (“Vorrei cercarlo sempre, / il mare / senza voltarmi…”).
Una poesia arguta, intelligente, che denota una filosofia di vita solo apparentemente remissiva, quasi che l’autore voglia rassegnarsi a questa “solitudine” (“Leggerei una poesia adesso, una poesia semplice, magari una di Pascoli…”), ma che con una vitalità ironica eccezionale, apre gli usci ad un mondo più dinamico, più romantico e colmo di prospettive.


Prima di cominciare a scrivere

 

Prima di cominciare a scrivere

devo vedere,

 

ogni volta

Arrendermi alla corrente di voce,

dita e luci

 

Chiedere del tempo

 

Svegliarmi

Essere nel centro

 

Fermare quel pezzo di tramonto,

che ogni sera mi perdo

E renderlo mattutino,             vivo

ogni volta che voglio

 

Essere significato

 

Rendere il tempo infinito,     ogni volta

gioire scrivendo

 

 

***

 

 

Vorrei restare dietro questa tenda,

fermo come la mia ombra

 

Vorrei tanto

scostare questa tenda,

che mi nasconde

e tendere al cielo

 

Essere tra i tetti,

vedere dall’alto le facce,

essere quello che sono

 

Non sono un uomo,

sono quel gatto

sdraiato all’ombra

che sfida i cani alla catena

 

Sono quell’industria assolata

che non ha bisogno di lavorare

 

Sono quel profumo

sempre irriconoscibile

 

Mi dicevi

che so di vecchio,

che la mia pelle sa di polvere

che la mia bocca è amara

 

Solitaria è

la mia compagnìa

 

 

 ***

 

 

Nessuna solitudine

 

Leggerei una poesia

adesso

Una poesia semplice,

alla natura

Magari una di Pascoli

 

La tengo sempre vicina,

a notte fonda

 

 ***

 


La pagina bianca

 

È bella la pagina bianca,

molto più

di un libro intero

 

Calda e comprensiva,

quasi mi tiene per mano

 

Ho vissuto tanto

 

Comincio   a leggere

ma non vado avanti

 


 ***



Quell’ultima nuvola

 

Quell’ultima nuvola

trasferitasi

su carta luminosa,

non dista ancora così tanto

dal cielo

 

A volte sono più sereno

A volte basta il mare

 

Vorrei cercarlo sempre,

il mare

senza voltarmi

 

Restando a sorridere per ore

davanti a quella baraonda

          di gabbianelle


(Brani tratti dal libro Nessuna solitudine, di Giorgio Cuscito, RPlibri, 2026)

Giorgio Cuscito (Acquaviva delle Fonti, 1994) lavora come musicista, cantautore e performer tra musica, teatro, poesia e arti contemporanee. La sua intera ricerca è incentrata sull’Arte intesa come processo e non prodotto, come pratica di resistenza umana all’isolamento, all’individualismo e all’(an)estetizzazione del sentire. Ha musicato e interpretato poesie di Paul Éluard, Cesare Pavese, Gottfried Benn e Pier Paolo Pasolini; si ricorda il reading Avrà i tuoi occhi (2024) con il poeta Vittorino Curci e il musicista Gianni Console. Ha sonorizzato mostre e installazioni in gallerie d’arte e musei; si ricordano Habitat (2025) e Postumi (2025) dell’artista Pierluca Cetera. Insieme alla band art rock Violent Scenes, di cui è cantante, compositore e autore di tutti i testi, ha registrato quattro dischi: Know By Heart (2017), Stimmung (2019), Rebirth (2022) e Angels Are Mathematical (2026); scritto per il cinema e il teatro e suonato in centinaia di concerti, tra Italia e Stati Uniti. Scrive, vive e lavora a Gioia del Colle (BA), dove negli ultimi anni ha dato vita a un intenso scambio artistico e culturale, tra i più attivi della Puglia; curando festival, concerti e spettacoli e ospitando artisti provenienti da tutto il mondo.



venerdì 18 settembre 2026

L'appello del Piccolo Museo della Poesia contro le armi

Transiti Poetici accoglie l'appello del Piccolo Museo della Poesia e della Biennale italiana della Poesia fra le Arti, volto alla raccolta delle firme di tutti gli artisti, poeti, letterati e creativi, contro ogni tipo di arma e contro ogni ipotesi di guerra: "L'Arte italiana ripudia la guerra", questa, in sostanza, la missione che ognuno di noi dovrebbe perseguire, in linea con i principi e i valori di una umanità che va assolutamente rinnovata e rinsaldata.
Nella locandina le indicazioni per aderire.






 

Alda Merini vista da Ninnj Di Stefano Busà