domenica 29 maggio 2011

Stelvio Di Spigno e la sua "Nudità" poetica

"Continuare a dire nonostante la sfiducia nella lingua. Fare di sé un libro aperto nonostante la sfiducia nel lettore (negli uomini), alla cui vista rude, secondo la terzina dantesca che apre la raccolta, le parole vorrebbero proporsi scoperte, nude". Così scrive Fernando Marchiori nella sua postfazione all'interessante volumetto di Stelvio Di Spigno, emblematicamente intitolato "La nudità" (Stelvio Di Spigno, "La nudità", peQuod edizioni, 2010).
E già questo asserto si evidenzia bene nei testi che l'amico Di Spigno ha voluto proporre per "Transiti Poetici": testi - tratti appunto da "La nudità" - che denotano velatamente il senso di estraneità dell'uomo-poeta di fronte alle cose; un dire quasi in sordina, roco, adombrato, eppure carico di veemente desiderio di riconquista della vita. Ma lascerei a questo punto ai lettori volenterosi e appassionati, di scoprire e commentare altri piani e altre sfaccettature dell'intenso dettato poetico di Stelvio Di Spigno, autore di rilievo e di indubbia caratura letteraria e poetica.

Animazione

La stanchezza di pensare è come il morbido
di questo cuscino, che è anche un cedimento di lenzuola,
un tradimento di se stessi, perché si è troppo calmi
e io questo di certo non lo voglio: la mia giornata
è clonarmi in tutto, sentirmi in chiunque, parlare lingue strane
per fare due più due con chi entra in un bar;

e se due più due per me fa sempre cinque, io divento
la madre nel parco, l’uomo che va in barca,
la sera quando scende a scadenza del tempo:
chissà cosa prova la sera quando scende, ma poi
non è vero che scende: cambia colore, toglie la luce,
ma non è altro che noi che la guardiamo.

Non ho nessuna pelle e assomiglio a tutto,
eppure cerco qualcosa che sia io: una pietra o un’idea,
un essere indifeso per essere sicuro che così
lo si ama. Le parole, quelle sane, lasciamole al sudore
di chi un’identità l’ha già trovata, magari tra i bagagli
in un aereo che dia diritto a una vita sola.
 
Bella la parola identità, ma chi ne ha colto il frutto,
povero figlio di te stesso, se lo tiene per sé:
stanne certo come il sangue dei lupi.

Fondamenti

Difendi la memoria del cielo
che non hai mai visto dalla trapunta dei rami
del pineto e dei tigli che coprono la finestra dello studio

lasciali entrare nella mente oscillante
e se fossero qualcosa di invisibile
che proprio non riesci a cancellare,
allontanali da te, una volta per sempre,
senza pensarli come avi o genitori.

Ma non farne delle teche, dove morirebbero
per il caldo e gli insetti e se proprio
li credi qualcosa di sacro,
prega che non scompaiano, che facciano tutt’uno
con l’occhio che li ha prodotti, col cuore
che li ha protetti, con l’aria che li trattiene.

Indirizzo

Quando l’orizzonte è limitato a poche nubi
guardo la luce infittirsi come un corpo annegato
sotto il pelo dell’acqua, e la fibra di una barca di carbonio
si tuffa in superficie e scaccia da sé la mia vita

perché il limite del mondo è sotto il mare,
la terra liberata non protesta,
come fosse l’onda d’urto di una madre in allarme
ma vecchia per le lacrime e sempre più dominata,
mentre piangere è un diritto a succhiare quel sale
senza più gratitudine e con la mano aperta.

Desiderio

Avrò anche vissuto milioni di vite
e visto l’erba risalire lungo i moli gli acquedotti le dighe,
essendo io stesso una diga allo sbandare
tra tutte le cose capitate fuori mano.
Ma prima di rannicchiarmi alle spalle di Dio,
dovrò ancora imparare a quanto vende il mondo
attraverso i suoi polsi una pace normale e fare
di me stesso un libro aperto da consegnare
a tutti quelli che mi hanno amato e abbandonato,
a chi ha preso casa dentro una vita propria,
con dei bambini urlanti lungo una strada aperta
alla morte che ancora mi devasta. 


Stelvio Di Spigno vive a Napoli dove è nato nel 1975. È laureato e addottorato in Letteratura Italiana presso l’Università “l’Orientale” di Napoli. Ha scritto articoli e saggi su Leopardi, Montale, Gadda, Pavese, Zanzotto, Claudia Ruggeri e sulla post-avanguardia poetica italiana, insieme alla monografia Le “Memorie della mia vita” di Giacomo Leopardi – Analisi psicologica cognitivo-comportamentale (L’Orientale Editrice, Napoli 2007). Ha collaborato all’annuario critico “I Limoni” con recensioni e note sotto la guida di Giuliano Manacorda. Per la poesia, ha pubblicato la silloge Il mattino della scelta in Poesia contemporanea. Settimo quaderno italiano, a cura di Franco Buffoni (Marcos y Marcos, Milano 2001), i volumi di versi Mattinale (Sometti, Mantova 2002, Premio Andes; 2a ed. accresciuta, Caramanica, Marina di Minturno 2006, Premio Calabria), Formazione del bianco, (Manni, Lecce 2007, finalista Premio Sandro Penna), La nudità (Pequod, Ancona 2010).

8 commenti:

  1. Poesia che si distende, che prende
    per mano una promessa
    di chiarità, che non è più la stessa
    da quando l'ombra più non si difende
    ( mai più, mai più, più mai sarò la stessa ).

    eugenio lucrezi

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  2. Un enorme ringraziamento a Pino Vetromile per la sua ospitalità in questo blog serio e ben fatto, con molte voci che si aggiungerenno nel tempo, sempre di livello notevole. Con un caro saluto, Stelvio Di Spigno.

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  3. Leggendo la poesia di Stelvio Di Spigno, viene da pensare all’estrema consapevolezza di chi scrive del limite umano che tutti ci accomuna. Un limite che solamente certa poesia riesce a cogliere e ad esprimere.
    Una ricerca di sé, non priva di profondità e di echi poetici, che, personalmente, mi è entrata nell’animo, come una sorta di cruda campana, ed ha esaltato l’insito messaggio di ridestarsi e provare a dare un senso reale a ciò che siamo. Farlo, anche con la stessa spietata analisi con cui lo fa l'autore, anche attraverso il martellante scorrere dei giorni e del pensiero ad essi collegato. Un pensiero, che è un atto dovuto alla vita stessa e rende la stanchezza paragonabile al morbido di un guanciale e al cedimento di lenzuola, in cui affondare, magari, trasgredendo a noi stessi.
    Ecco, dunque, un’indagine interiore fermata in versi irruenti e sentiti, al fine di poterla meglio rivalutare, così da farne un “libro aperto da consegnare a tutti quelli che hanno amato e abbandonato”, ma pure al mondo.
    Una poesia, questa di Stelvio Di Spigno, che insegna ad affondare in noi stessi ad occhi aperti ed a sentirsi, non solo spettatori, ma attori di un’assurda commedia, spesso, da noi rimossa.

    Mariolina La Monica

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  4. Poesia di grande modernità che si offre a un confronto serrato con il reale ma si riserva anche attimi di riflessione e di introspezione.
    E tenta l'intima adesione a una vita non quotidiana, piatta, ovvia, ma dolorosamente scoperta, conquistata e, soprattutto, redenta dalla consapevolezza dei limiti della natura umana. Questo mondo interiore, poi, è icasticamente incarnato e rivelato da giuste scelte linguistiche e stilistiche.
    Pasquale Balestriere

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  5. Poesia molto molto interessante. Capace di una bella maturità e di immagini incisive. Alessandro Canzian

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  6. Apprezzo molto questa poesia. Molto personale e pudica. L'autore ne viene illuminato come da una rara purezza.

    Vera D'Atri

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  7. Testi delicati e sinceri.

    Il poeta vive una condizione di sofferenza esistenziale con estremo coraggio, senza che la lucidità diventi lamento.
    Apprezzo molto l'alternanza tra la sopportazione e lo slancio, rappresentato soprattutto da ben riuscite giocate poetiche. Sporgere la testa oltre la freddezza della necessità, trovarsi un rifugio "alle spalle di Dio".

    La riflessione sulla lingua invece, mi ha immediatamente richiamato alla mente la famosa lettera di Lord Chandos di Hugo von Hofmannsthal...
    Complimenti all'autore e un saluto a Pino.

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  8. Questi testi poetici sono stati una piacevole scoperta.
    Pensavo avessi una pagina FB.
    Un saluto, Carmelo Cutolo

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