giovedì 31 marzo 2022

"Il corpo del padre", di Stefania di Lino

Se io ti dico torna, papà, torna! / tu torni dalla tua bambina?”. Sono i versi conclusivi di un’opera poetica straordinariamente bella e profonda, una vera “gemma”, e non a caso per questo fa parte della prestigiosa Collana di poesia “le gemme” curata da Cinzia Marulli Ramadori per le Edizioni Progetto Cultura. Stiamo parlando del volumetto Il corpo del padre, sottotitolo 24 febbraio 2017, di Stefania Di Lino, poetessa romana di grande talento e nota in ambito nazionale.
Mi piace partire da quei versi finali della raccolta, perché li ritengo essenziali e determinanti per ricostruire, almeno in parte, e brevemente, il percorso poetico della nostra autrice in questa sua recente opera. Queste parole, infatti, sottintendono una delicata apertura alla speranza, alla speranza che ci sia una sorta di dimensione altra, dopo la morte, con la quale è possibile rimanere collegati, almeno emotivamente e con la memoria ancora colma di dolorosi / gioiosi ricordi, per poter richiamare, rivedere, coloro che si è tanto amati in vita.
Il grandissimo desiderio finale di aspettarsi, da un momento all’altro, che il padre possa di nuovo tornare a casa, presentendo i suoi passi sulle scale, rappresenta in un certo senso l’acme, il quadro più commovente e nello stesso tempo più rassegnato e lenitivo di tutto un percorso dolorante e profondamente umano. Stefania Di Lino racconta così gli ultimi giorni di vita del padre, in un procedere a riflessioni e domande, alle quali nessuno da risposte, se non qualche fredda e asettica constatazione da parte dei medici e di qualche infermiere. Sono momenti stagliati nell’atmosfera di angoscia e di dolore, a volte persino di rabbia, descritti dalla nostra autrice con nitidezza, quasi a voler umanizzare ogni gesto, ogni situazione e persino gli oggetti, le attrezzature mediche che, sotto questa luce, acquistano tepori e colori di caritatevole sacrificio (“il quadro clinico avanza e si fa chiaro / fugato è il sospetto di uno spandimento intracranico…”, e ancora: “mi rende edotta l’infermiera / lei mi dice: vieni vedi, non è tesa / vieni vedi? è pelle livida ormai arresa / al sangue che non scorre più…”).
Il corpo del padre è d’altra parte anche l’amara consapevolezza di un orizzonte ristretto, un panorama di terra e di sofferenza, con solo pochi attimi di gioia, in cui il poeta realizza la sua esistenza affidandosi alla parola, unica forza ri-creatrice in grado di offrire una parvenza di dignità e di nobiltà alla vita. Ed è per questo che Stefania Di Lino riesce a sublimare anche il dolore più acuto, l’assistere impotente alla disgregazione della carne, l’affievolirsi della luce negli occhi delle persone care che se ne vanno.
Un’opera pregevole, dunque, Il corpo del padre, che rappresenta simbolicamente anche la fisicità, e quindi la caducità, dell’esistenza; fisicità che d’altronde non può non essere amata e non può non essere disperatamente desiderata, nonostante ogni disfacimento; ed è perciò che “solo nello scrivere / trovo di tutto questo / un senso / una ragione”.
Con la sua particolare e ineguagliabile struttura poetica, caratterizzata da versi cadenzati da barrette oblique, Stefania Di Lino conferma con questa sua raccolta di grandissimo valore poetico, la sua originale e qualificata presenza nell’attuale panorama della poesia italiana, distinguendosi per gli importanti temi trattati, ma anche per la singolarità delle sue costruzioni liriche, di grande resa e interesse da parte dei lettori. Lettori affezionati, ai quali proponiamo alcuni brani tratti dal libro, sperando in un loro ulteriore gradito commento.


quale stupida indomita fretta è quella di andare? a quale

sordo richiamo risponde la notte? / quale ombra cela

questa lurida luce del giorno?,

 

[sono un’onda che si sta ritirando / sono un’onda che

non ritorna / c’è qualcosa nella vita / e nelle unghie /

c’è l’inesorabile che sfalda],

 

*

 

son poesie che vengono tutte insieme / vive la scrittura /

di un tempo sottratto alla morte / dalla notte a volte /

scaturisce un operoso silenzio / si ricompongono i

pezzi / di un diurno insensato / si cerca precari un

equilibrio / sul rotolare delle pietre,

 

*


e di cosa altro scrive un poeta / che non vada oltre il suo

orizzonte / che non sia l’assiduo del suo giardino / il

passaggio fitto scuro delle ombre?,

 

*


te ne sei andato il 24 febbraio 2017 / eppure era un

tempo bello per sostare ancora un po’ / prima del

grande viaggio / fresca si annunciava primavera / e invece

a mezzanotte sei andato via / o poco prima / dell’ora zero

zero punto zero zero / un’ora strana da pensare / un

astratto punto di sella / un segno strano sul cellulare /

l’attimo in cui tutto sembra fermo / un tempo sospeso

dalla sorte / soglia sottile tra vita e morte,

 


*

 

un poeta è tale quando intende la lingua / bisbigliata dai

morti,


[ti ho visto oggi seduto / nell’incavo vuoto del divano /

tiravi la coperta sulle ginocchia / ti tremava la mano: /

nessuno si è accorto / di quanto tu fossi vecchio

nessuno credeva che tu fossi morto],

 


*

 

ma se io torno bambina e ti aspetto / mentre disegno

seduta in cucina / attenta ad ascoltare i tuoi passi salire

le scale / (del tuo rientro a casa l’epifania) / se dalla cu-

cina / e senza sentirti suonare / mi alzo di scatto e corro

ad aprire / se io ti dico torna, papà, torna! / tu torni

dalla tua bambina?


(Brani tratti dal libro di Stefania Di Lino, Il corpo del padre, Edizioni Progetto Cultura, 2021; prefazione di Anna Maria Curci)

Stefania Di Lino, artista e poeta, è nata e vive a Roma. È docente di materie artistiche e ha esposto in gallerie private e in musei, in Italia e all’estero, tra cui: la Galleria d’Arte Moderna, l’Accademia dei Lincei, i Musei Capitolini, il Macro. Ha partecipato al Festival Palabra en el Mundo e al X Festival Mondiale della Poesia, a Caracas. Alcuni suoi testi sono stati tradotti in diverse lingue. In poesia ha pubblicato Percorsi di vetro (2012, DeComporre Edizioni), e La parola detta (2017, La Vita Felice).


domenica 27 marzo 2022

Il "Zebù bambino" di Davide Cortese

Davide Cortese, originario di Lipari, ha un discorso poetico sempre molto incisivo e particolarmente "oltre le righe", chiaramente nel senso migliore del termine, perché a volte la poesia deve esprimere una propria verità, condivisibile da tutti, anche tagliente e sconvolgente. E la poesia di Davide Cortese è proprio così, ne abbiamo anche parlato tempo fa in una mia nota di lettura sulla sua raccolta poetica Darkana (Lietocolle 2017), apparsa su Transiti.
Il poeta, il vero poeta, è, e deve esserlo, un coraggioso traduttore dei segnali che gli provengono dal suo lungo percorso esperienziale, della propria esistenza come della realtà circostante. Trascrivere all’"acqua di rose" superficialità e ovvietà che tutti possono notare, come voli di gabbiani e albe luminose, non serve e non fa bene alla poesia: lo sappiamo; bisogna dunque avere il coraggio di andare nella profondità delle cose, cercarvi anche la complicanza più oscura e saperla offrire in riflessione, in meditazione. Davide Cortese compie questa operazione, la fa con determinazione e consapevolezza del proprio intuito e talento artistico e letterario, da poeta di prim’ordine quale è.
E allora possiamo scoprire questa sua recente perla poetica che è Zebù bambino.
Si tratta di un poemetto omogeneo costituito da testi brevi, epigrammatici, ben ritmati, anche grazie all’uso della rima alternata in diversi casi. La struttura poematica che il nostro autore ha voluto utilizzare, d’altra parte ben si addice alla trattazione dell’argomento, in chiave quasi di filastrocca scherzosa se non addirittura melodrammatica. Il tema è infatti dicotomico: una storia quasi parallela a quella sacra di Gesù, in cui si parla di un bambino che, in effetti, è in antitesi, all’opposto, pur conservando tutte le caratteristiche (buone e cattive) della fanciullezza. E qui torniamo al coraggio del poeta. Questo poemetto non è orrido e neanche dissacrante, anche perché la forma stilistica usata, come dicevo più su, è morbida, ambiguamente fiabesca. Si tratta invero di dar voce a quella parte dell’umano che si nasconde dietro i pregiudizi e le false credenziali che in realtà costituiscono la sua vera natura, libera e volitiva, possessiva e anche un poco egoista. Zebù bambino (guarda caso il gioco di parole ci porta a Gesù bambino) è un fanciullo come tutti gli altri, solo un poco più autentico e schietto, ma relegato e condannato dagli schemi stereotipi di una società non avvezza ai cambiamenti, alle singolarità, alle individualità. Un satira coraggiosa e intelligente, perché anche Zebù bambino ha le ali, ma sono ali d’angelo randagio e reietto. E, sembra dire il nostro autore, tutti i bambini del mondo povero, quel mondo lontano da noi, africano, siriano, yemenita e tanti altri, sono dei Zebù bambino, o anche quelli della nostra società attuale, oppressi, vilipesi, sfruttati in ogni ambito. Ma, come ogni bambino “normale”, anche Zebù bambino ama giocare con le bambole, e a una di quelle ha dato il nome della madre di Gesù, con la chiara evidenza di una grande sofferenza, una mancanza di amore che si ripercuoterà inevitabilmente sul suo futuro e sul futuro della nostra società ammalata dal falso e dall’ingiusto.


Ali nere d’angelo randagio
ha sul dorso Zebù bambino.
A dadi inganna il tempo malvagio
il signor Mefistofele piccino.


*

Gioca ai dadi con le bambole
il piccolo Zebù.
A una ha dato il nome
della madre di Gesù.
Tatua fiori di melo e serpenti
sul seno di plastica di Maria.
Poi rosicchia quel seno coi denti.

Succhia il latte che finge vi sia.


*

Piace la cioccolata
al piccolo demonio
non dividere in sillabe
la parola abominio.
Vuole il gesso nero
per scrivere alla lavagna.
Manda al cimitero
la maestra che si lagna.
Non vuole saperne d’ a, e, i, o, u.
Ama la ricreazione
il piccolo Zebù.



*


Ruba la spada di legno a Gesù
quel monello del bimbo Zebù
gli pesta i piedi, gli fa lo sgambetto
non gli risparmia neppure un dispetto.
Tira le trecce a Maria, sua madre.
Per correre al circo ruba i soldi a suo padre.



*


Talvolta se ne sta solo
ginocchia sotto il mento
in cima ad un pensiero
battuto dal vento.
Nessuno lo vede e piange
nel silenzio che fa spavento.
Lacrima zolfo, il piccolo Zebù
gocce che sfrigolano
cadendo giù.



*


Diventerà un bel giovane
il piccolo Zebù.
Presto farà breccia
nel cuore di Gesù.

Davide Cortese, Zebù bambino, Terra d’ulivi edizioni, 2021; postfazione di Mattia Tarantino. Collana “Deserti luoghi” diretta da Giovanni Ibello.

Davide Cortese è nato nell’isola di Lipari nel 1974 e vive a Roma. Si è laureato in Lettere moderne all’Università degli Studi di Messina con una tesi sulle “Figure meravigliose nelle credenze popolari eoliane”. Nel 1998 ha pubblicato la sua prima silloge poetica, titolata “ES” (Edizioni EDAS), alla quale sono seguite le sillogi: “Babylon Guest House” (Libroitaliano) “Storie del bimbo ciliegia” (Autoproduzione), “ANUDA” (Aletti). In seguito ripubblicato in versione e-book da Edizioni LaRecherche.it, “OSSARIO”(Arduino Sacco Editore), “MADREPERLA” (LietoColle), “Lettere da Eldorado”(Progetto Cultura), “DARKANA” (LietoColle) e “VIENTU” (Poesie in dialetto eoliano, Edizioni Progetto Cultura). I suoi versi sono inclusi in numerose antologie e riviste cartacee e on-line, tra cui “Poeti e Poesia”, “Poetarum Silva”, “Atelier” e “I fiori del male”. Nel 2004 le poesie di Davide Cortese sono state protagoniste del “Poetry Arcade” di Post Alley, a Seattle. Il poeta eoliano, che nel 2015 ha ricevuto in Campidoglio il Premio Internazionale “Don Luigi Di Liegro” per la Poesia, è anche autore di due raccolte di racconti: “Ikebana degli attimi” (Firenze Libri), “NUOVA OZ” (Escamontage), del romanzo “Tattoo Motel” (Lepisma), della monografia “I MORTICIEDDI – Morti e bambini in un’antica tradizione eoliana” (Progetto Cultura), della fiaba “Piccolo re di un’isola di pietra pomice” (Progetto Cultura) e di un cortometraggio, “Mahara”, che è stato premiato dal Maestro Ettore Scola alla prima edizione di EOLIE IN VIDEO nel 2004 e all’EscaMontage Film Festival nel 2013. Ha inoltre curato l’antologia-evento “YOUNG POETS * Antologia vivente di giovani poeti”, “GIOIA – Antologia di poeti bambini” (Con fotografie di Dino Ignani. Edizioni Progetto Cultura) e “VOCE DEL VERBO VIVERE – Autobiografie di tredicenni” (Escamontage)

 



Una interessante novità editoriale dalla Pequod: "Quasi madre", di Rita Pacilio, con una postfazione di Piero Marelli

Dopo l’uscita del romanzo Cosa rimane (Augh, Utterson 2021), Rita Pacilio, poetessa di origini beneventane, presenta il suo nuovo lavoro poetico dal titolo Quasi madre in cui la sua voce poetica e umana svela, con la delicatezza dell’amore, il segreto lancinante dei rapporti psicologici e sociali tra madre e figlia.

Piero Marelli nella postfazione del libro scrive […] “il suo progetto stilistico appartiene a un bisogno aurorale di poesia, giocata sulla figura della madre, non più come un colloquio con i morti di tanta lirica contemporanea, da Pascoli a Raboni, per esempio, ma invece come dialogo, con una presenza che disarticola continuamente la quotidianità e che possiede già “naturalmente” una propria disarticolazione. Una madre come completamento della stessa autrice” […]
Infatti, la poetessa ha scelto un linguaggio che persegue la logica sensoriale che dirige il lettore verso ipotesi di confronto tra chiarezze e oscurità, simbolismi e corrispondenze del rapporto madre/figlia sicuramente intricato e problematico e che va oltre il significato letterale/letterario/retorico. Rita Pacilio si incammina nei rapporti tra madre e figlia sviscerando i […] fattori che ostacolano, negli anni della seconda socializzazione, la formazione di un buon rapporto madre/figlia: per esempio il modello materno debole o inadeguato, le lunghe assenze da casa, la freddezza o il disinteresse della madre, il legame di dipendenza privo di comunicazione, la serenità eccessiva negli interventi educativi, l’iperprotezione, la rigidezza di ruolo e la mancanza di fiducia nelle possibilità presenti o future della figlia, gli atteggiamenti ipercritici, l’educazione alla vergogna e ai sensi di colpa. (Rita Pacilio in Pretesti danteschi per riflettere di sociologia – Guida Editori, 2021).

(Da comunicato stampa del 27/3/2022)

Rita Pacilio, Quasi madre, Pequod, Collana Rive, pag. 60 euro 14,00.

Rita Pacilio (Benevento, 1963) è poeta e scrittrice. Sociologa di formazione e mediatrice familiare di professione, da oltre un ventennio si occupa di poesia, musica, letteratura per l’infanzia, saggistica e critica letteraria. Direttrice del marchio Editoriale RPlibri è Presidente dell’Associazione Arte e Saperi. È stata tradotta in nove lingue. Sue recenti pubblicazioni: Gli imperfetti sono gente bizzarra, Quel grido raggrumato, Il suono per obbedienza, Prima di andare, La principessa con i baffi, L’amore casomai, La venatura della viola, Cosa rimane, Pretesti danteschi per riflettere di sociologia, Quasi madre.

 https://www.rplibri.it/rita-pacilio/

 




Hai messo gli occhiali scuri per non guardarmi.
Là dove sei si sciolgono parole
non ti scomodare, non devi volermi bene.
È così semplice trovare una scusa
bastano tre secondi per chiudere la bocca
centenaria. Per incapacità di amare
inciampi ancora nella calunnia
ti guardo con commozione, allungo la mano
mentre dentro di te tutte le lupe
gridano a raffica impaurite di saperti
senza pietà.

mercoledì 16 marzo 2022

Antonella Sica e "L'ira notturna di Penelope"

Indubbiamente, la figura mitologica di Penelope ha influito e influisce in modo significativo sulla creatività e sulla produzione di tanti poeti e letterati, come pure, del resto, quella di Ulisse. Il simbolo della donna paziente che attende il ritorno dello sposo, prendendosi cura della famiglia e della casa in una situazione precaria e delicata, è un modello esemplare e recupera in modo ottimale il senso della dignità femminile, della sua centralità e importanza nella vita familiare e sociale. I poeti sono attratti da questo simbolo e ne fanno in molti casi riferimento dotto e illuminato.
Così, sulla falsariga della vicenda di Penelope a tutti noi nota, la moglie paziente, scaltra e determinata che tesse la sua tela di giorno e la disfa di notte in un interminabile lavorio di mantenimento dello status quo, al fine di rimandare il più possibile la sua decisione finale, la nostra autrice Antonella Sica in L’ira notturna di Penelope, raccolta di poesie recentemente pubblicata da Prospero Editore, emula lo spirito e l’intelligenza femminile e, in definitiva, umana, nel mantenere una sorta di equilibrio, uno stato di attesa “vigile” nell’affrontare la quotidianità e impostando le proprie aspettative future.
E dunque cosa si può ulteriormente notare, leggendo i bellissimi e significativi testi di questa raccolta? Presumo, essenzialmente, l’idea di incompiutezza, soprattutto nella vita di tutti i giorni, un senso di inarrivabilità quasi asintotica: “Ogni giorno con pazienza / disfo un punto combattendo / l’ira notturna di Penelope / tremando il dubbio se qualcuno / ancora sotto respira.” Si tratta evidentemente della consapevolezza che non sarà mai raggiungibile una pienezza di vita, una soddisfazione o meglio una realizzazione completa del senso dell’esistenza, e la nostra autrice lo esprime con grande valore poetico, ma anche filosofico, quando fa trapelare questo sentimento di precarietà, di disagio spirituale che investe anche l’ambito fisico e psicologico. Una continua tensione alla luminosità e alla pienezza di una vita che dia senso al tutto! Ed è perciò che il lavorio continuo, nottetempo, della trama vitale comporta una misura di rabbia, che è ira quasi repressa, addomesticata e gestita quasi a voler dare maggiore impeto e forza, energia rinnovante, a proseguire.
Come sempre, quando la poesia è davvero alta, come lo è senz’altro quella di Antonella Sica, è lo spessore della parola la caratteristica essenziale, capace di esprimere l’idea di fondo dell’autore, riuscendo con i suoi versi a dire molto di più del narrato, grazie agli echi, ai rimandi, alle allusioni, ai simboli che ampliano i confini poetici ad orizzonti altri, concentrici, proprio come le onde circolari in uno specchio d’acqua generate dal lancio di un sasso.
E dunque il discorso di Antonella Sica in quest’Ira notturna di Penelope è senza dubbio un florilegio nei confronti di una umanità che, nonostante ogni nequizia, dubbi e incertezze, che sempre adombrano il suo proseguire verso la piena realizzazione, cerca costantemente di mantenere salda e rifinita la “tela” , la speranza, la forza e il coraggio di affrontare il futuro: è, peraltro, anche il canto della donna, consapevole finalmente della propria dignità e del proprio ruolo in un contesto sociale purtroppo ancora renitente. Ma l’arte, e la Poesia, superano le barriere di ogni gretto pregiudizio: Antonella Sica è poetessa eloquente e meritoria, in questo nostro mondo avido e impaziente.


L’ira notturna di Penelope

Pelle su pelle cucita
troppo stretta ai fianchi,
sconosciuta addosso
che vive la mia vita; che rimane
quando vorrei andare via
che non prende, chiede
sempre permesso e mi consuma
di rabbia dietro, dal posto
già assegnato nella retrovia.
Cucita addosso la pelle
di mia madre, di mia nonna
ricamata come un corredo
a riscatto della carenza.

Ogni giorno con pazienza
disfo un punto combattendo
l’ira notturna di Penelope
tremando il dubbio se qualcuno
ancora sotto respira.

 

***

Dissoluzione n. 1

Tagli sui confini sordi del corpo
gravità spezzata in varchi
per l’incanto sonoro del merlo
mangiatore di vermi
del tordo bottaccio, del fringuello.
Scivola il sangue nelle grondaie
pettirosso dissolto nella pioggia d’aprile
si guasta la pelle all’acqua che cade
battono il tempo le ossa lavate
liberate dal cuore al biancore dell’alba.

 

***


La parola che trattengo fiorisce in gola,
l’aria consumando in petto.
S’offusca lo sguardo distolto troppo presto
dalla nebbia e scolora il bacio non dato
come quello dato
ma lascia un velo amaro sul labbro domato
che attende invano d’esser risarcito.

 

***


Non so stirare, non so piegare
il tempo alle necessità, vivo
nel disordine, scrivo sulla polvere
non riposo, non lavoro.
Guardo.

Non so allacciarmi le scarpe,
i nodi si sciolgono e i lacci
si intrecciano per donarmi
la caduta.

Non so chiudere la porta,
la chiave s’inceppa, non trova
il suo vuoto; non so mai
arrivare fino in fondo all’odio
e all’amore.

 

***

Ho slacciato i passi al tempo
estinte le radici fino al sangue
ora dondolo le gambe sul vuoto
fra le grida limpide del volo

un vociare infantile sale, c’è aria
di mare che solleva le gonne
ridono le donne in cristalli di seta

in questo angolo terso della vita
svestita d’ogni sguardo mi sposto

fuori campo, nella coda dell’occhio.

 

***

Frammenti di un epilogo

Quando sarò andata via
dovranno occuparsi
della mia assenza.
Riempiranno tutti i buchi
che ho fatto nella terra
per mettere radici.
Sgombreranno
il mio piccolo spazio:
terranno l’oro per il valore,
getteranno i libri
e le fotografie senza più memoria
nascoste tra le pagine.
I miei fogli di tormento
diventeranno carta
su cui appuntare i fantasmi
di una nuova vita
o la lista della spesa.


Brani tratti dal libro L'ira notturna di Penelope, di Antonella Sica, Prospero Editore, Novate Milanese, 2022; prefazione di Donatella Bisutti

Antonella Sica, laureata in Lettere Moderne, è regista e manager culturale in ambito cinematografico. Ha fondato e diretto il Genova Film Festival e realizzato audiovisivi più volte premiati. Nel 2016 pubblica con Prospero Editore Fragile al mondo, la sua prima raccolta. Nel 2017 vince il Premio Internazionale di Poesia “Città di Milano” con la silloge La memoria nel corpo (Rayuela Ed.). Nel 2019 con L’ira notturna di Penelope, ancora inedito e qui per la prima volta pubblicato, vince il Premio come Miglior Silloge al XX Premio di Scrittura Femminile “Il Paese delle donne”.


venerdì 4 marzo 2022

Cristiana Buccarelli e i suoi "Falò nel bosco"

Dopo i meritatissimi successi ottenuti con la pubblicazione dei suoi racconti e romanzi, in modo particolare Il punto zenit e l’Eco del Mediterraneo, Cristiana Buccarelli giunge a questo bellissimo romanzo, I falò nel bosco, dove evidentemente riallaccia un percorso direi esistenziale dell’animo umano, in particolar modo quello femminile: abbiamo infatti già potuto gustare la sua narrazione in Punto zenit, incentrata sulle vicende sentimentali e progressivamente evolutive della protagonista, e poi abbiamo assaporato le atmosfere e le storie quasi leggendarie nei racconti del Mediterraneo. Ora Cristiana Buccarelli riprende in un certo qual modo la natura femminile approfondendo ancora di più certi aspetti che forse ancora oggi, in modo subdolo e latente, si evidenziano in determinate circostanze. Mi riferisco in particolare a quel fascino nascosto, a quella malìa e nello stesso tempo a quella ritrosia che si prova parlando di streghe. E qui vorrei partire proprio dalla citazione riportata in copertina: “Ma cos’è una strega? mi chiedo. Strega è la donna che guarda, che sa, che conosce. Strega è chi la vita la sperimenta”.
Il romanzo I falò nel bosco è dunque imperniato su questo tema, del tutto femminile, ma che riguarda sicuramente la nostra storia, i nostri pregiudizi, le nostre credenze, i nostri costumi, dal lontano medioevo e fino ancora ai nostri giorni. È la storia di due guaritrici, due donne, Fausta e Fulvia, le cui vicende si intrecciano e si accomunano, essendo la prima, Fausta, una discepola della seconda, Fulvia. Ma quello che ci interessa principalmente e che cercherò di evidenziare molto brevemente, non è la storia in sé, che si potrà scoprire direttamente leggendo il libro, bensì lo spirito e i motivi che hanno spinto Cristiana a scriverlo. Per il piacere di raccontare una storia, una bella storia, evidentemente, e questo è assodato: ogni scrittore attinge alla sua creatività e ci dona sempre qualcosa di bello, di interessante, una pietra preziosa in più per il nostro bagaglio culturale ed emozionale. Questo libro lo fa sicuramente.
Ma c’è qualcosa di più, qualcosa di molto più importante in questo libro. Intanto può definirsi tranquillamente romanzo storico, in quanto è ambientato nel centro Italia, nella Tuscia più precisamente, in un’epoca, tra il 1500 e il 1600, in cui il Rinascimento cominciava a manifestarsi come sappiamo in tanti ambiti, nell’arte, nell’architettura, nelle scienze, nelle lettere, ma nello stesso tempo erano fermi i pregiudizi, le condanne, le emarginazioni nei confronti di coloro che osavano criticare i valori religiosi o le filosofie aristoteliche allora ben radicati. Da qui la famosa inquisizione, da qui la condanna al rogo di tanti uomini e, soprattutto, donne, che venivano considerate eretiche, fuori dal sistema religioso e sociale.
In effetti, se vogliamo, nulla è cambiato oggi: si vede sempre con sospetto la donna che si conquista uno spazio intellettuale e critico in un mondo ancora prevalentemente maschilista, figuriamoci a quei tempi!
Le guaritrici venivano però rispettate e benvolute dal popolo, perché riuscivano a guarire ferite del corpo, dell’anima e della mente, laddove la scienza ufficiale dell’epoca non ancora arrivava.
Ma il filo conduttore del romanzo è anche la storia personale delle due guaritrici, storie di donne che ancora una volta cercano di riscattarsi dopo i torti subiti, riuscendo a conquistarsi uno spazio e una vita propria, molto più intensa e collegata alla natura, al sentimento universale che la permea, vivendo in pieno, per se stesse e per gli altri, la vita nella natura, a contatto diretto della realtà circostante, fatta di boschi, di ruscelli, di alberi, di erbe, di animali, ma anche di forti sentimenti, di amore e di passione.
Ecco dunque cosa può essere una “strega”, una donna vera in una natura vera, autentica, completamente aderente ad essa, libera da ogni imposizione e da ogni vessazione, aperta e sempre disponibile a “guarire” il prossimo; una donna in fin dei conti felice, che ama stare a contatto della natura, respirare e danzare insieme negli incontri nel bosco, rivivere in fin dei conti il culto della donna solida libera e forte, il culto di Diana, e in modo benevolo e schietto, non distorto come paventato dalle credenze bigotte di un tempo.
Una storia da leggere tutto d’un fiato, perché offre ancora oggi molti spunti di riflessione sul comportamento della donna nella società.

Cristiana Bucarelli, I falò nel bosco, IOD Edizioni, 2021

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli.
È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura "Nuove lettere" presso l’Istituto Italiano di Cultura di Napoli.
Conduce annualmente laboratori e stage di scrittura narrativa.
Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019, presentati tutti in edizioni diverse al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere.
Con il libro Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020.
Nel 2020 è stata pubblicata a sua cura la raccolta Sguardo parola e mito (IOD Edizioni).
Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), presentato all'interno di Vibo Valentia Capitale italiana del libro 2021 al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere.

Alda Merini vista da Ninnj Di Stefano Busà