domenica 31 maggio 2020

Il problema dello spazio e del tempo ne "I ritorni" di Achille Pignatelli


È indubbio che la poesia possa affrontare problematiche e quesiti filosofici di grande rilevanza, magari addolcendo o, in certi casi, addirittura aggravando, nel senso quantitativo e percettivo, gli aspetti e i contesti che l'autore stesso vuole evidenziare: per se stesso e per gli altri. Penso sia così per tutte le forme artistiche. Il famoso quadro "L'urlo" di Munch ne vuole essere un esempio, dove l'accentuazione di uno stato emotivo rasenta il parossismo. D'altro canto possiamo avere esempi di ammorbidimento, per così dire, che beninteso non vanificano o sminuiscono la gravità e l'importanza del contesto, ma anzi possono renderlo più accogliente, persino più "artistico" ed elegante. Immagino tutta le preziosità del Rinascimento, ma anche i dipinti di Monet e tutte le altre opere di artisti che hanno ri-creato davvero la quintessenza, l'anima del mondo e delle società, attraverso le varie espressioni dell'arte. In questo, la Poesia, e per Poesia mi riferisco sempre a quella con la P maiuscola, ha sempre avuto un ruolo importante nel misurare, vagliare, "sentire" l'uomo e la società di quel determinato contesto storico ed epocale; le voci e le "correnti" più incisive, poi, hanno addirittura influenzato, più o meno marcatamente, comportamenti, pensieri, filosofie… Ma qui ci addentriamo in un campo più vasto, e non è il caso di andare oltre. La premessa è stata a mio avviso necessaria per introdurre questo libro di Achille Pignatelli, intitolato I ritorni, edito da Homo Scrivens, un Editore napoletano molto attento nelle selezioni e diligente nel seguire i propri autori. Si tratta della prima raccolta edita del nostro giovane autore napoletano, già molto attivo in campo poetico grazie anche alle collaborazioni e alla frequentazione di movimenti, associazioni e gruppi letterari fortemente impegnati, come Mosse di Seppia, prevalentemente formato da giovani poeti di talento. I ritorni, dicevamo è un libro complesso, pur mantenendo una limpida linearità nel percorso indicato. È un libro complesso, di spessore, perché le poesie in esso contenute sono la traduzione, nel vero senso del termine, di riflessioni profonde, attingendo da argute considerazioni di carattere filosofico e persino scientifiche. È lo stesso sottotitolo a darcene una ulteriore conferma: Orientarsi tra il suono dello spazio e la forma del tempo. Già nella sua dettagliata introduzione, Achille Pignatelli vuole subito chiarire la trama e l'ordito del suo tessuto poetico, diciamo così, per intendere i due componenti fondamentali della sua costruzione poetica: lo spazio e il tempo. Non c'è un dove preciso, né un quando. Tutto ruota ciclicamente e quindi "ritorna", in uno spazio che è definito (anzi: indefinito!) da uno "stare" indeterminato: "Ti sei preso il punto di partenza / e quello di arrivo, che altro vuoi? / Dei miei sogni non ne so più nulla / la speranza non sa consolare / quello che provo a costruire / si sgretola, marcisce o crolla. / Dov’è il mio nord? E i miei passi / potranno mai crescere in pace? / Tu che sei il mio spazio e il mio tempo / le mie coordinate infelici / parlami di quello che sarei / se avessi l’ardire di sognare." (pag. 23).
In questo perenne fluire del tempo, anzi in questo riciclo interminabile, l'uomo ha bisogno di coordinate spazio-temporali per sapersi, per comprovare la propria esistenza, almeno in quel momento e in quel luogo: e ogni momento e ogni luogo è diverso lungo il cammino della vita: "Tra un secondo e l’altro muore / il sole passato e sboccia / un fior d’agrodolce rugiada, / lo stesso sapore che cela / ogni mio timido sospiro" (pag. 55). Ed è dunque il vento, metafora del fluire indifferente del tempo, l'elemento principale che accompagna il dire poetico di Achille Pignatelli in questo libro. Un percorso che l'autore ha diviso in otto tappe, ognuna intitolata da un vento, come nella classica Rosa dei venti: Tramontana, Grecale, Levante, Scirocco, Ostro, Libeccio, Ponente, Maestrale.
In questo lungo percorso, il nostro giovane e valido autore riesce a esporre con modalità poetiche diverse, a volte utilizzando persino l'haiku (nella sezione Levante, attingendo per conformità di ispirazione dalla cultura orientale), il proprio pensiero filosofico in merito alla spazio e al tempo e a come l'uomo si pone rispetto allo "stare" e al "movimento" in queste dimensioni.
Un libro interessante, ideato e scritto con la precisa e non facile intenzione di tradurre in poesia argomenti di elevato tenore filosifico; un intento ben riuscito, come confermato anche nell'ottima prefazione di Silvio Perrella.
Ma ora lasciamo ai nostri lettori il gradevole compito di aggiungere riflessioni e commenti, se lo vorranno, leggendo il libro e i brani qui di seguito proposti.




La rosa dei venti

Tu che mi guardi tra i flutti dei versi
ti chiedi, tra le rughe della fronte,
chi sia, e scocchi frecce dalla punta
grezza, poco incline alla comprensione.
Sì, sono come la Rosa dei Venti
che i marinai posero su Malta:
Tramontana che indica la via,
che nasce tra i monti, trascina e lava;
sono Grecale, l’amico sereno
dei figli di Atena e Poseidone.
Levante, il primo bacio al Sole;
Scirocco, fratello della sabbia
che sospira tra pioggia e nebbia,
sono l’Ostro, vento di mezzogiorno,
Libeccio, messaggero della Libia,
e Ponente che il bel tempo rimena,
l’amico dell’estate, la carezza
che ristora e accompagna il tramonto.
E sono Maestrale, il ruggito
che scuote, adunatore di nembi,
l’alleato del Sole e suo pari,
il vento nuovo, il nuovo inizio.


***

È libero

È libero chi viaggia
chi traccia il suo cammino
in senso opposto a torri
e catene di fango;
chi, protetto dal vento
come tordi e gabbiani
vive di quel che resta
e lo porta con sé.
Il suo volto è terra
scura, scavata e smossa
da fiumi di lacrime
eppure il suo sorriso
fa impallidire Sirio.
È libero chi sente
che il vino ha da dire
molte cose e le dice
a chi sa ascoltarlo,
come gli parla il mare,
la montagna e il lampo.
Il tempo è del viandante
dei rintocchi del cuore
di quell’arco dorato
che porta sulle spalle,
come la verità
che si mostra al tramonto.


***

Coordinate infelici

Ti sei preso il punto di partenza
e quello di arrivo, che altro vuoi?
Dei miei sogni non ne so più nulla
la speranza non sa consolare
quello che provo a costruire
si sgretola, marcisce o crolla.
Dov’è il mio nord? E i miei passi
potranno mai crescere in pace?
Tu che sei il mio spazio e il mio tempo
le mie coordinate infelici
parlami di quello che sarei
se avessi l’ardire di sognare.


***


L’attesa

Al corpo si chiede quiete;
il respiro si fa più cauto,
il sangue rallenta il suo viaggio
e il passo diventa più molle,
ebbro di dolci aspettative.
Perfino il tempo si addormenta
nel giogo della lenta attesa.
Per noi il sonno non è giocoso;
l’agrodolce tornado squassa,
travolge e disperde i pensieri,
il mondo intero sembra spento,
con l’orecchio verso il respiro
ciondolante dell’orologio.
Tra un secondo e l’altro muore
il sole passato e sboccia
un fior d’agrodolce rugiada,
lo stesso sapore che cela
ogni mio timido sospiro.


***


La conchiglia

Qui sembra che l’istante sia moneta,
specchio di metallo, il pulviscolo
di lavoro duro e mal pagato,
ma il valore del tempo tu l’hai detto;
l’attesa tra le onde e gli schiaffi
del sole, sul dorso quasi di fuoco,
e gusci dorati come dobloni,
i tesori d’un mare generoso.
E tu dicesti: “Aspetta, aspetta!”
come se il tempo fosse attesa,
quasi a dire che vince chi lotta.
Ed io aspettavo che la sabbia
da nebbia di mare mutasse in brezza,
un sospiro che a stento si sente,
poi, col palmo in picchiata, ti prendevo,
cercandoti con gli occhi della pelle.
E splendevi, seme di verità!
Come se non stringessi buccia, scorza,
scarto di frutto, ma polpa d’eterno.


***


I figli del popolo

Fu il Leviatano a svelarti
il suo segreto primordiale
e con lettere di fuoco
questa verità ti ricordo.
L’iride di ghiaccio ti disse
che siamo figli del popolo,
a cui non spetta un seggio d’oro.
Siamo formiche senza peso
che frugano tra i rifiuti
ed hanno conquistato il regno
della desolata miseria.
Siamo quel popolo che porta
la tradizione sulle spalle
e la fa vivere da sempre.
Noi conosciamo il peso della
zappa e il dolore dei calli
e il valore di ogni sospiro
è la nostra antica saggezza.
Noi siamo i figli del popolo
e lo saremo sempre, anche
quando Loro non ci saranno.


***


Polvere d’inchiostro

Cerco le parole tra i sampietrini
lì, dove dormono i sogni infranti.
Sono quei mattoni di desideri
a dire e parlare per bocca mia.
E per quanto siano alte e belle
le torri dei miei castelli di sabbia
l’elemento fondante è la polvere,
quella dei nostri giorni e di quelli
che mai sbocceranno
baciati dal sole.

(Testi poetici tratti da I Ritorni, di Achille Pignatelli, Edizioni Homo Scrivens, Napoli, 2019; prefazione di Silvio Perrella).

Achille Pignatelli nasce a Napoli nel 1988. Nel 2009 inizia a scrivere poesie, alcune delle quali vengono pubblicate in una serie di antologie: l’antologia del concorso Il Lancio della Penna indetto dall’associazione Cultura Fresca, Dedicato a…Poesie per ricordare, Tra un fiore colto e l’altro donato, Il Tiburtino e Il Federiciano edite dall’Aletti Editore tra il 2010 e il 2011. Nel 2012 è tra i finalisti del concorso Subway con il racconto Amore cercasi. Nel 2014 si laurea in filosofia con una tesi in storia delle dottrine politiche intitolata Arte, politica e società: Richard Wagner come φάρμακον dell’età contemporanea. Dall’ottobre 2014 scrive per la rivista letteraria Mosse di seppia, di cui è attualmente il direttore artistico e il caporedattore della sezione di poesia. Nel 2015 nasce il collettivo NaDir, di cui è uno dei membri, che si occupa di produzioni culturali indipendenti soprattutto in campo musicale, e fa parte dell'organizzazione del festival indipendente NaDir \ Napoli Direzione Opposta Festival, la cui prima edizione risale a luglio 2015. Nel giugno 2019 pubblica con la casa editrice napoletana Homo Scrivens la sua opera d'esordio, I ritorni - Orientarsi tra il suono dello spazio e la forma del tempo, e lo stesso mese partecipa alla IV edizione della sezione letteraria del Napoli Teatro Festival. Dal 2017 lavora presso il Palazzo delle Arti di Napoli per il progetto PANKIDS.



sabato 16 maggio 2020

TRANSITI POETICI, VOLUME VI

Introduzione

Che cos'è in fondo la poesia se non un ponte per raggiungere territori inesplorati, immaginati o sognati? Un ponte gettato su un amplissimo fiume che scorre indifferente e imperturbato: il fluire del tempo, delle stagioni, della nostra esistenza. Lungi da me, naturalmente, il voler proporre l'ennesima, vana, definizione di poesia, ma questa immagine mi è venuta naturale e mi è sembrata anche abbastanza aderente allo spirito di questa mia modesta iniziativa letteraria.

In un tempo in cui ormai predomina il tecnicismo (il fiume in piena come metafora del lasciarsi travolgere dall'impeto dei nuovi fatui valori come l'arrivismo, il primeggiare a tutti i costi, la fretta quasi sfrenata di compiere ogni azione per timore che il tempo non basti mai, il lasciarsi influenzare in modo eccessivo e incontrollato dal cosiddetto sistema imperante, il superficialismo e la leggerezza nell'affrontare seri problemi umani e sociali, tanto per citare solo qualche esempio di come certi valori comportamentali e sociali siano cambiati…), le attività creative possono essere da una parte compresse, trascurate, formalizzate anche a livello di semplice e mero passatempo, e quindi banalizzate; dall'altro possono esplodere davvero in espressioni artistiche importanti e niente affatto secondarie alla normale attività lavorativa quotidiana di ciascuno di noi. La poesia è una di queste attività creative che, proprio grazie alla tecnologia, se utilizzata opportunamente, può rendere al meglio le sue prerogative, specie nell'attuale contesto sociale che ci vede tutti costretti al fatidico distanziamento sociale, al rimanere chiusi in casa quanto più possibile. Naturalmente se di vera poesia si tratta, altrimenti resta comunque il diletto di scrivere qualche verso per gratificare se stessi e qualche amico o parente ben disposto.

E quindi veniamo a noi. Cerchiamo di adattarci ai tempi e creiamo questo metaforico ponte per raggiungere l'altra sponda, dove regna quella luminosità, quella serenità e, direi anche, quella vera umanità che contraddistingue ogni essere umano capace di ri-creare la materia a sua disposizione. Perché l'uomo non può isolarsi e vegetare, chiudersi in se stesso e meditare dentro di sé senza che queste (più o meno profonde) meditazioni portino a qualcosa di bello, di esteticamente valido e condivisibile da tutti. Nel caso della poesia, la parola: è questo l'elemento fondamentale, il mattone essenziale per costruire un degno edificio (o ponte?) poetico.

Uniamoci quindi alle voci di questi dieci Poeti, condividendo le loro emozioni, le loro esperienze, le loro riflessioni, soprattutto la loro grande poesia. Dieci Autori importanti, diversi tra di loro per stile, contenuti, città di provenienza. Con loro potremo attraversare il ponte sul fiume in pieno bailamme, per trovarci tutti nel vero mondo dell'uomo. Buona lettura!

 

Giuseppe Vetromile

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                                           CARLO DI LEGGE

 

 

Carlo Di Legge, di Nocera Inferiore, in provincia di Salerno, è poeta impegnato e critico molto attento. Ha compiuto intense ricerche e ha pubblicato diversi saggi di filosofia, oltre a frequentare una disciplina artistica davvero singolare: il tango. La sua poesia, comunque, ha un'impronta di carattere filosofico molto marcata, dove l'io narrante specula e ragiona sui fatti quotidiani e sulle vicende della vita, a volte con leggera ed elegante ironia. Attivo nella promozione culturale, organizza diverse interessanti rassegne di poesia.

 

(Da I mercati della notte - versione 2020)

 

Al mercato della notte

 

Al mercato della notte, trovo una vela ocra

dell’Egeo,

la metto da parte per l’acquisto.

 

Il mercante mi dice: non tutti le riconoscono,

le buone stoffe.

 

Mi distraggo, un piccolo centrotavola ricamato,

intenso azzurro, il più bello che ci sia. 

 

Ma intanto – la vela ha fatto vela.

 

Al mercato, le forme si presentano,

indietreggiano, scompaiono.

Anch’io sono cambiato.

Non so più cosa fare, al mercato.

 

Non dormo.

 

Le certezze si acquistano e si perdono,

l’alba mi espone a un soffitto infondato

dove irrompono uccelli e pallidi pianeti.

 

(7-18/4/2017)

 

 ***

 

Luna piena

(di amore e d’odio)

 

Attraverso i luoghi più selvaggi,

ali e occhi di rapace della notte,

sopra boschi e villaggi,

senza requie,

nella luce d’argento.

 

Gli uccisi dormono lontano,

dietro i muri crivellati.

 

Stupri di massa,

e tu dici: che ne sappiamo noi,

di quelle donne.

 

(Dicembre 2016)

 

***

 

Il lavoro dei morti  (2020)

 

Ho disteso le foto dei morti sul

pavimento

(per la visione d’insieme,

prima di sistemarli nell’album).

 

Come fosse ancora qualcuno, 

leggo intenti e passioni

in quel nulla o sfumare d’illusioni

che lasciò immagini.

 

Così vanno le cose. Se trovo

preziose date, per un attimo

il tempo si riappropria un senso,

ma è chiaro, in prospettiva,

che è  minimo lo spazio 

tra la fine e l’inizio.

 

In fin dei conti, sono loro, i morti,

a farsi avanti,

impalpabili, una specie di respiro.  

Vanno in giro, qui per casa,

nella mente.

Mi dico: non è niente.

 

(Nocera Inferiore, 18-19/1/2017)

 

 

***

 

 

Dal cielo non arrivano notizie

 

Esco nel gran freddo e vado in giro

per la vecchia strada deserta,

bagnata di pioggia.

 

Dev’essere una notte speciale,

ma non so bene,

dal cielo non arrivano notizie.

 

(6.1.2017)

 

Nota

Questi componimenti sono presenti sul sito www.orientexpress.na.it. salvo due, inediti. Sono comunque stati tutti largamente rivisti.

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EUGENIO LUCREZI


Originalissimo poeta napoletano, la sua poliedricità creativa gli permette escursioni ampie e singolari nelle forme poetiche più svariate, dal napoletano alle lingue classiche, alla poesia ritmata e performativa; è anche un ottimo musicista di blues. Giornalista molto apprezzato, ha una importante rubrica settimanale di poesia su la Repubblica che accoglie versi di noti poeti contemporanei. Attivo nella diffusione della poesia e della letteratura in genere, dirige la nota rivista Levania.


(cinque inediti, aprile 2020)

 

Giorgio Diaz de Santillana

 

Il Mulino di Amleto

fa farina di cateto.


***


Primo pensiero apocrifo di Mario Persico


Il mondo è bello,

io son venuto brutto.


Se cinguetta l’uccello,

io faccio un rutto.

 

***

Secondo pensiero apocrifo di Mario Persico


Fatevi avanti, umane figure!

Al mio cospetto, trascorse e venture!

Lasciate il mondo indietro, senza brutture!


***

La casa al mare. Un sogno CoViD


Strana casa, ma strana,

che strana, la casa.


Se mi trovo, per caso,

a casa, che strano.

 

Mi capita di andare,

a spasso, a spasso.


Mi capita di entrare,

adesso, adesso.


Di aprire la mia porta,

di casa, al mare.

 

Casa che è su, sospesa,

a picco, sul mare.

Di entrare e di trovare,

in casa, il mare.


Di scendere in cantina,

che strano, di andare

 

di gradino in gradino,

che strano, nel mare.

 

Di salite in soffitta,

correndo, con mano,


il vecchio corrimano,

trovando, che strano,


una guardia in garitta,

che guarda… il mare.

 

Mi capita di entrare,

che strano, in tinello,


di trovare che in quello,

che strano, c’è il mare.


È sempre stato sotto,

ricordo, il mare.


Così ci si può andare,

scendendo, al mare.


E dopo ritornare,

salendo, dal mare.


Strano caso, trovare…

il mare, in casa.

Strano caso, nuotare…

nel mare, in casa.

 

***

 

La tigre di Blake


Tigre, tigre, schiattùso lampo

appicciàto ‘int’a forest’ ‘e notte,

quala mano, qual’uòcchio

ca nun po’ mai murì

tenett’a forza ‘e mettere

‘stu ffuoco dint’o ghiaccio?

Quale sprufunn’, quale cielo mai

t’ha ‘ppicciàto ‘sti ffiàmme dint’a ll’uòcchie?

Cu quale ‘scélle voli,

cu quale mani strìgne ‘sti tizzùne?

Qual’arte, quale spalla t’ha tirato

ll’arravuòglio d’e’ ccòrde dint’o core?

Quala mano tremenda,

quale pêde terribile,

l’ha dat’ o prim’battito?

Qua’ mazza, qua’ catena,

quala fornace côce ‘sti ccervélla?

Quale ferro battuto,

qua’ tenaglie ‘nzerrate

‘e strîgne ‘int’ ‘a paura?

 

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                                                   NEFELI MISURACA






Nefeli Misuraca, di Roma, scrittrice e traduttrice, docente di letteratura presso rinomati istituti universitari inglesi, e con notevoli esperienze professionali anche nell'ambito della regia cinematografica, ha un carattere poetico robusto e immediato. I suoi versi, gradevoli e a volte intrisi di illuminata ironia, narrano di mondi reali, contingenti, filtrati dal suo arguto e acuto sguardo poetico, che dona candore alle cose di tutti i giorni, alle storie e alla natura, pur nella loro caducità terrena.

 

1.

Maleducazione dello sguardo, forzi

i confini delle finestre, e affondi

dritta nei mattoni delle case –

e l'immobilità di queste sere arroventate,

quando il verso di un gabbiano discende

da un angolo invisibile del cielo e dice

cose innominabili, piene di urgenza –

e nulla al cospetto degli anni

che tracciano i cerchi nei tronchi.

Il raggio di luce s’incurva sul pavimento e completa il suo giro

con la calma della terra, consumando

le piastrelle, e il tempo rimane

orfano di queste diciannove e trentuno

del ventisette giugno. Oggi scioperano

gli aeroporti. Si temono meduse sulle coste

del Tirreno. Muoiono decine di persone,

come sempre, da qualche parte del mondo.


2.

La mia macchina mi somiglia

con la sua carrozzeria antiquata, un poco ammaccata

sui fianchi e l'odometro imponderabile.

La mia macchina sorride quando

corre libera nei saliscendi delle colline

e distende la pupilla e il contagiri nelle rincorse a perdifiato.

Invisibile e intemerata quando è sola,

pronta al salto e all'inchino senza preavviso.

La mia macchina mi ricorda

e non chiede nulla che non sia combustibile,

un'infarinatura di oli lubrificanti, e lo spazio

che prefigura la salita, dimentica dello sforzo

e dei nemici nello specchietto retrovisore

perché tutti spariranno, senza un sospiro,

alla prossima felice radura.

La mia macchina mi sorprende

e ripete per sempre la nenia mozartiana

anche di fronte alla betoniera ottusa,

anche dietro al rimorchio senza fari,

anche sospesa sullo scivolo dei ghiacciai

di un inverno senza promesse.

 

3.

Questa è la vita che ci appartiene,

lo storpio che compare improvviso dietro la curva,

una cisterna vuota su un'impalcatura scrostata,

la luce bianca d'inverno senza il cerchio del sole.

Più nera del sangue, l'ombra del muso di un gatto

buttato per terra con cura gentile, come nel sonno,

con l'occhio annebbiato su quel poco di bianco fra la striscia e la strada

che scolora dai rulli di verniciatura automatica.

Attraversiamo il cumulo di ossa e sussurri

mentre teniamo lo sguardo immobile

su mosche e ondate di sabbia, buste azzurrine, coperchi vuoti.

Essere civilizzati a forza, questa la vita che ci appartiene,

tenendo in equilibrio un libro sulla testa.


4.

Viviamo nascosti alla violenza della noia

al corrugarsi del tempo, al computo degli errori,

a quel resto da fare che ci aspetta

alla fine della strada, all’ombra di un ponte improvviso,

in un mare coperto da un muro di pioggia.

Solleviamo la Terra con entrambe le mani,

protetti dalla vergogna di essere vivi.

 

E la morte mi cercherà tra le matte risate,

nel riverbero ostinato di una giornata lontana,

e mi troverà pallida e ferma nel mezzo,

come un capitolo incompiuto.

 

5.

I pilastri stanno ormai nel palmo della mano,

e la luna non ha più memoria.

La matematica che la vita ci deve

è una matta risata, con la testa verso la volta sorda del cielo.

Chi credeva al contare è ora tra l'angolo e il muro,

senza un Picasso per passare le giornate.


Nota

Le prime 4 poesie (qui riscritte con piccole varianti) sono apparse sul volume monografico di poesie La solitudine maestosa, La Vita Felice, 2017.

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                                                      PAOLA NASTI


Insegnante napoletana, Paola Nasti presenta qui un lungo interessante testo inedito nel quale la parola vita, all'inizio di ciascuna delle quattro strofe, assume il valore ideologico e anche pratico di un refrain ripetitivo ma mai vorticoso, anzi quasi ironico e canzonatorio. Brava poetessa, Paola Nasti sa giocare con i versi, utilizzando a volta anche termini dialettali, per offrire un quadro verosimilmente più aderente e immediato del suo dire poetico.

 

vita

tu diffondi bagliori e lumicini, da lontano

un gocciolio di luci che non mi riguarda

che forse non riguarda strettamente nessuno

e nelle forme di figure esterne

ti realizzi e assumi una sostanza

buona soltanto per chi sa guardare

 

vita

ti agognavo ogni volta

che mi lambivi nelle vicinanze

che mi fluivi intorno come un profumo

afferrabilissimo, un profumo di carne

e di pelle accaldata

 

vita

mi mettevo scuorno di viverti

a mano a mano che i compleanni

si trasformavano in complemorti

e le figure care ci attorniavano come in un party

di dipartiti, esalati chissà dove, incapsulati

in un pensiero, in uno sguardo

solo per qualche tempo

 prima non eri un coltello

eri solo una piuma, ma indovinavo già la lama

nella carezza, lo sfiorare morbido era già la minaccia

sulla gola, quella che adesso

si fa testimone di ogni minuto che passa,

martire di momenti che si svolgono

nella grancassa del dolore

 

vita

io non mi sono dimenticata di te

dell’ingiusto passo che ha spezzato il cammino a mia madre

che si avventa con cerchi concentrici sul mio

ho capito che in fondo

non appartieni a nessuno

sei negli interstizi, come un’infezione difficile

e lenta da guarire e che mi chiami sempre da lontano

e che se mi avvicino

subito mi volti le spalle e te ne vai

chissà dove

 

(inedito)

 

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                                                   LORENZO POGGI

Valente poeta romano, molto prolifico, specialmente in questi ultimi dieci anni in cui la sua creatività poetica ha avuto uno slancio ammirevole e di grande rilevanza, avendo pubblicato anche con case editrici importanti, come La Vita Felice e Progetto Cultura. Poeta riflessivo, indaga sul rapporto tra uomo e natura, tra vita e comportamento sociale, aprendo a volte varchi luminosi e sottintesi di speranza nell'arco del cielo.

 

 

Ho cavalcato ali di ippogrifo

spargendo tracce di pensieri

come un aereo che inonda il terreno.

 

Pensieri che non toccano terra

pensieri senza radici

pensieri senza promesse di tronco

pensieri come foglie d’autunno.

 

Se li è portati via il vento,

i pensieri,

per altre spiagge

come bandiere slabbrate

come promesse di pace

da pregare sotto voce

per non farsi sentire.

 

(inedito)

 

***

 

Passeggiando tra eucalipti

 

Scaglie di colore

come speranze marcite

di spezzoni di vita

trascorsi nel vento

s’affollano a terra

come riccioli di muta.

 

Venature di verde

s’arrampicano sui tronchi

bianchi di nudità.

 

Le foglie lanceolate

fanno cespugli lassù

per trattenere il vento.

I campi respirano aria salmastra

la terra attende nuovi germogli.

 

(inedito)

 

***


Pensieri in giro

 

Lascio pensieri in giro

come scatole vuote,

come tracce di odori

da essiccare,

come fiori dimenticati

dentro a un libro,

come spuma di mare

sugli scogli.

 

Il tempo d’una vita

che resta,

il tocco di campana

a salutare il vespro,

il sibilo del vento

lungo i rami infreddoliti

d’un salice che si specchia

nell’acqua del fluire

stanco d’un fiume

nato tanto spazio fa.

 

(da Quel ragazzo che provava a volare, Edizioni Progetto Cultura, 2016)

 

***


Come se fosse sempre domani

 

Sento la vita tradirmi di tempo,

come sabbia tra le dita

sfuggirmi in avanti

e i pugni chiusi non servono

quando è acqua quella che stringi.

 

Disteso sulla pietra

come un aquilone senza vento

ho contato formiche in processione

e lasciato passare i giorni

come se fosse sempre domani.

 

Sul davanzale di marmo

rinsecchiscono gerani,

piccole idee

scivolano sui vetri

d’una finestra chiusa.

 

(da La nauseatudine, La Vita Felice, 2019)


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                                                             LAURA RICCI



Scrittrice, esperta traduttrice, giornalista, Laura Ricci, originaria di Viterbo ma attualmente residente ad Orvieto, è oltretutto una grande conoscitrice di luoghi e siti di particolare interesse storico e geografico. Il suo amore per l'arte la sprona a compiere frequenti viaggi, dai quali sovente trae ottime ispirazioni per la sua vena poetica niente affatto superficiale. Lo si può constatare leggendo queste gradevolissime "tappe" in versi nel napoletano.

 

(Da In viaggio. Grani di Saudade, La Vita Felice, 2015)

 

Nella settima stazione le terre di Partenope luccicano


da Castel Sant’Elmo dalla Certosa di San Martino

il golfo di Partenope l’occhio serenamente

abbraccia – erbe aromatiche – ligustri –

di fichi pruriginosi il lattice

tra azzurro e azzurro – pietoso sulle incuranti pendici

tace sospeso il Vesuvio

 

***

 

al museo archeologico i fasti di Pompei Ercolano Stabia

le romane ville dei Farnese

acque verzure – decori nei decori – affreschi tasselli

metafora e realtà compongono

 

verso l’affrescato enigma di Saffo – alla sospesa penna –

e oscura belva mi percuote Eros

 

***

 

chiostro pacato delle Trentatré – fasti maiolicati

del porticato armonioso di Santa Chiara

azulejos e arance tra i sospiri di Spaccanapoli –

mestieri e frottole per sbarcare il lunario

 

tengo ’o core scuro scuro – alla Cappella San Severo

drappeggia la pietà il Cristo velato

 

***


palazzo Zevallos Stigliano – la Napoli fiorente di agi

e mecenatismi moderni e antichi

Caravaggio – Artemisia – en plein air la scuola di Resina –

penetrano i ritratti di Vincenzo Gemito

Nannarella dolente – spaventata invasata spossata –

ardua impresa amare un artista

 


***


già gli Euboici già Strabone sapevano di Pithecusa

i liquidi terapeutici prodigi – mentre il corpo trasuda

stilla il dolore in liquidi pietosi rivoli –

vapora liquefa

 

bagno turco al benessere terme resort

Ischia vulcanica – Ischia la verde la bella


***

non saranno né preci né voti né effigi a consolare

ma il nitore di calce candido tra mare e cielo

la sovrana luce

le sfilettate pungenti palme

 

Santa Maria del Soccorso – Santa Maria Visita Poveri

tu Mater Misericordiae

 

***


offre lucenti perle – e pietre di colore

sull’azzurro del mare – sereno – infila Assan

diaspro opale onice tormaline corniola ametiste

radice di rubino e di smeraldo

 

bisogna andare piano – piano – come la tartaruga

di coralli e turchesi argenteo sigillo

 

***

 

giugno è il più bel mese – freschi gerani

rose bougainvillee clematidi ortensie

bignonie fucsie – di smeraldo vivo le colline

dei limoni le lanterne – Ischia

 

trionfo esotico alla Mortella – grata agli Walton

scrivo versi e sorseggio tè

 

***

 

ninfee al tempio del sole – allo stagno del coccodrillo

alle fontane ai ruscelli – dracene

sterlizie agapanthus tra Epomeo e Citara

screziate carnose le orchidee

 

alla pagoda il roseo fiore del loto – masticare i petali

decantare vivere credere

 

***


il viaggio di nozze di mio padre e mia madre

luci e ombre capresi en noir et blanc

il libro di Axel Munthe – San Michele –

trafugato alla mamma da bambina

 

schiude ricordi la torta al limone – di madeleine

odore e sapore – memorie d’Anjou

 

***

 

al Castello d’Aragona pietre ruderi – dal terrazzo dell’Immacolata

inghiotte l’infinito – luccica il mare

da Ischia Ponte a Sant’Anna – verso Epomeo

cielo turchino sovrasta

 

vide saccheggi sangue battaglie

Visigoti Vandali Ostrogoti Arabi Normanni Svevi

 

***

 

imponente il Maschio – ginestre bougainvillee

gelsomini lantane – sul sentiero del Sole

carrubi allori nespoli fichi d’india melograni

sospiri di Clarisse – nenie di ergastolani

 

dal terrazzo degli Ulivi nitida cattura l’occhio Procida

sfuma lieve nell’azzurro Capri

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                                                     ELEONORA RIMOLO



Quando oltre al talento creativo si aggiunge anche la profonda conoscenza e competenza della materia, allora si può parlare di una personalità artistica completa, nella fattispecie di una letterata che, nonostante la giovane età, ha già raggiunto posizioni considerevoli nell'ambito poetico nazionale. Parliamo di Eleonora Rimolo, di Nocera Inferiore, in provincia di Salerno, poetessa e critico esperta, attivissima non solo per quanto concerne la sua produzione, ma anche nella ricerca letteraria e poetica. La contraddistingue un dettato robusto, con versi che ricostruiscono sapientemente lacerti di vita e rimandi di nostalgica naturalità delle cose.

 

(da La terra originale, pordenonelegge – Lietocolle, 2018)

 

Rispondendo sempre ad una sete

mi attardavo, era il tuo l'ultimo profilo

inarrestabile, mentre ad uno ad uno

si spegnevano i vicoli e moriva

l'autofficina. Pochi ragazzi e alcuni

operai si nascondevano nelle cucine,

idratavano la gola, poi si concedevano

ore di fantasia, annegavano al telefono

e fuori un altro secolo, un'altra storia,

la preistoria delle voci senza lingua,

senza bugia, la destra immacolata.

 

***


Perché i giorni dobbiamo viverli tutti

anche quelli in cui ci si chiede

cosa ci faccio qui, adesso?

 

e poi una sera finalmente la senti

anche tu questa sete

che ha martoriato i campi:

ora puoi berne, puoi bere

stanotte ogni nostro

imperativo senza temere

l’aceto, davvero ogni cosa

secondo natura, tesa

alla vertigine carezzata

dalla benedetta salvezza.


***


Come scende la vita queste scale

come si sottrae all’incontro, come

affonda dentro la ferita cava, pulsante

quando terminato il giorno guaisce

il cane disperato col seme in eccesso.

Vorrei che fossi tu, vorrei

che nulla restasse inviolato,

bere quanto trabocca ed infine

 

ubriachi, prossimi alla partenza

con le code che salutano e le lingue

asciutte, noi educati viaggiatori noi

bestie turbate, incontaminate.


***


Nebbia


Prego la terra, questa nostra terra

che trafiggo coi pugni chiusi per possederla,

lei che di esili rami spoglia le campagne

mentre i tronchi proni da lontano

 – anime penitenti in paziente attesa – 

perdono i contorni, le cime nello sforzo

della definizione. Percepisco

intorno una strana abbondanza

orizzontale, per questo piego anch’io

lo sguardo, mi rivedo attraverso

il vetro sporco, fantasma specchiato.

 

***


Dagli ovali dentro i corridoi deformati

i profili delle rocce tagliano in due

la regione, strappano i fogli che tieni

nascosti dentro un cassetto, in pendenza:

qui c’è tutto, pensavi, perché andare via,

non devo vedere troppo, non devo

crescere. E adesso che l’agave

fa ombra su ogni segreto e che ripulita

la costa accoglie l’estate cerchi

l’immagine chiave, quell’apparire

della natura originaria dentro

un destino, la confessione e la difesa

della tua ultima creatura.

 

***

Accade. Senza rimedio come in un quadro

dalla finestra l'uomo seduto ricurvo sul letto

è una macchia di colore, una scala di grigi,

tono su tono dentro questa cornice di pioggia.

Qualcun altro se ne va senza essersi rialzato:

non si dura molto fuori dai propri ospedali.

Il Levante ha portato ai miei piedi

un torsolo di mela, fradici scarti che dovrò

ripulire con la tua voce annodata alla porta,

quando la vecchiaia era un debito

da saldare, e cadendo ogni volta non cercavi

soccorso, solo più tardi domandavi un sorso

d'acqua e con le labbra tumide chiedevi

ancora.

 

***

I ciliegi in Via Tufara si gonfiano di petali,

riempiono di latte le pance dei contadini,

spezzati nella schiena ad ogni solco.

C’è un punto dietro la curva a picco sul golfo

dove si tengono stretti gli amanti di vecchia data,

i buoni amici, le volpi affamate: lì deve bagnarsi

anche la vegetazione, la recinzione scompare quando

il calore batte i tetti e finalmente riesci

a sederti, guardare crescere da soli i tuoi frutti,

riposare nel silenzio di un nuovo raccolto.

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                                                    IRENE VALLONE


Poetessa molto impegnata nella promozione culturale e di eventi letterari sul territorio, collaborando anche con le iniziative organizzate da "La stanza del poeta", Irene Vallore, originaria di Zurigo ma residente a Formia, ha avuto diversi importanti riconoscimenti ed ha all'attivo alcune interessanti pubblicazioni di versi. La sua poesia si caratterizza per uno spiccato sentimento del tempo, del flusso dell'esistenza che la spinge a meditare e riflettere sul senso dell'esistenza.

(da Nuovo Raccolto, Volturnia Edizioni, 2019)

  

Non ha confini il tempo

 

Di ciascuno il limite

segna il confine del tempo

proiettato all’infinito

 

I

Essenze impercettibili

del non senso vorticoso

attraversati dal nulla

vaghiamo nella spirale siderale

del tempo che non ci appartiene


Né mai avrà padroni

tranne la discesa imprevista

su fermate non richieste

su aperture senza fine né principio


Ciò che prima regnava

al tempo delle stagioni

erba brulicante appassita

giace su selciati muschiosi

 

II

In un abbraccio imperituro

vorrei chiudere

amori poesia e stima

che mi videro anima di vita

 

e rinnovarli questi incontri

fin dove, se ci sarà

un confine

di questo tempo immemore

 

III

Con tempi diversi

stanno pronti sulla linea di partenza

a vivere lo stesso tempo

Nessun maestro potrà orchestrare

la sinfonia dell’umano sentire

Ognuno a modo suo va

formica impazzita

al limite del proprio confine

con le tasche vuote del tempo


IV

Molto tempo fa

partii

sulla scia di un destino illuminato

alla ricerca di tempi gloriosi


Camminando vado

alla luce di una candela

inseguendo ancora sogni luminosi

e ritrovando lo stupore

inarrestabile

nei solchi del mio tempo


V

Sulla metropolitana del tempo

si viaggia fino al capolinea.


Chi scende prima

                         chi dopo

chi sale in corsa

chi non mi conosce più

e chi non sa più chi è

vagheggiando va

su binari sconosciuti


Non ha confini il tempo

che tutto avvolge

risucchiando all’infinito

ogni essenza passione e gloria


Traccia il segno del suo scorrere

          sul mio viso il tempo

senza se e senza ma

         tutto rimesta

disseminandolo di vuoto

 

***


Telo


Mi chiudo dentro e della maglia

i fili a rete stringo


voglio farne una trama velata

leggera alle onde del tempo


e che i tempi li tessa tutti

avvolgendomeli addosso


che si spieghi al respiro

di vibranti sensazioni


che offra rifugio alle insidie

placebo di un momento


che venga a lenire

le ferite di una vita

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                                                     ALEXANDRA ZAMBA'

 



Poetessa e scrittrice di origine cipriota, Alexandra Zambà risiede a Roma ma la sua intensa attività letteraria, anche in veste di regista teatrale, di operatrice culturale e di organizzatrice di incontri ed eventi interculturali tra le realtà italiane, greche e cipriote, la porta a viaggiare molto sia in Italia che all'estero. Alexandra è una persona coltissima, sempre disponibile e impegnata negli ambiti letterari e di costume. La sua poesia, dai toni lirici e classici, tocca essenzialmente motivi e temi storici e sociali importanti e attuali, quali l'emancipazione femminile e i problemi legati alle migrazioni.

 

Attese

 

A

Come nell’attesa

 

le ore crescono in fretta

il cieco indovino Tiresia 

entra in agitazione

il plancton scuro della notte

palpabile carnoso

si mette in movimento

Le sonorità si assottigliano

si aggrappano ai rami

vengono di corsa giù

si aggrovigliano

riempiono le buche dell'asfalto

Si diramano nell’oscurità

giubbotti di pelle orecchini al naso

tacchi alti gonne corte moto veloci occhiate sudate

 

Si mettono i profumi e vanno ad incontrare la notte

i giovani

 

 

B

L’attesa è di marmo

 

rocciosa cristallizzazione d’immagini

persistenza ossessiva di parole.

 

L’attesa porta l'elmo militare

 

Silenziosa resta incisa

sull’anta dell’armadio

avvolta nella propria gravità

di un pipistrello radar

 

tragicamente immobile

 


C

L’attesa del giorno

 

pietra su pietra hanno alzato il muro

ferri attorcigliati parole di filo spinato

barili su barili di sabbia bollente

pallottole che fanno scorrere parole

la notte catrame che non può schiarire

la voce rauca di corde tagliate

Inganna l’attesa

 


D

Anatomia dell’attesa

 

Il tempo

sovrapposto stringe

supera le resistenze

Le adulte sottigliezze

bucano le logore connessioni

oramai l’attitudine morale

al taglio

gesto singolo disincanto

veloce profondo istintivo

senza pensiero s’insinua

anabasi di perdute emozioni

 

oltre la ferita freme il mandorlo

fiorito

 

E

Ormai l’attesa

 

quando la gioia straripa

appare nell’ombra insiste

prende forma e affonda nella

nella memoria luccica e nelle

nelle notti buie fulmina, no

no, no, non era un sogno!

 

F

Nell’attesa

 

il cuore si perde va e va

si lacera nel tempo cercandoti

mi duole il petto tanta felicità

che su di me passò tanta

misteriosa feroce scossa

della promessa

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                                                  MICHELA ZANARELLA




Michela Zanarella, di origini padovane ma residente da lungo tempo a Roma, dove svolge la sua attività letteraria, è poetessa stimata e organizzatrice di importanti eventi e rassegne culturali. Frequentazioni con realtà letterarie estere le hanno dato la possibilità di pubblicare anche testi in lingua inglese, ed inoltre la sua vasta produzione poetica è stata tradotta in diverse lingue. Giornalista, scrittrice, la sua poesia si connota per una ricerca e per una affermazione del sentimento e dell'amore nel teatro del mondo.

 

(Inediti)

 

Dell'infinito dolore

 

Che il tempo non ci ferisca più del dovuto

che il buio non inarchi troppo le sopracciglia

tutto il cielo che tace in mezzo ai rami

sa dell’infinito dolore

che attraversa i corpi e le cose d’aprile.

Verranno a dirci presto

che il pianto che abbiamo sentito nel vento

è finito

staremo alla pari dei glicini

penduli all’ombra su uno sciame gemmato

a gremire le mura di primavera

come fanno gli amori in punta di luce.


***

Riscattare un ricordo

riprodurre lo schiamazzo dell’estate

trascuravamo l’orologio e non pensavamo che ad amarci

inesistente la coscienza del tempo

credevamo non sarebbe finito mai il mare

nei nostri sguardi

qualcosa si è perso con la velocità degli anni

qualcos’altro ha il sentore di un cielo lontano

che sporge a voce bassa dalla memoria.

 

***

Verso un rifugio di luce


Sapevamo dove il tempo ci avrebbe portati

verso un rifugio di luce

un luogo in cui ripararsi dal dolore (alla mite memoria)

non era un silenzio qualsiasi

quello che avevamo imparato

dalle distanze salvate

piuttosto un bene che non si lascia piegare da niente.

Mettere il cuore davanti – esporlo in prima fila

e tenersi stretti all’assenza permanente

a quel mancarsi che fa avvicinare i corpi nei sogni

e allineare al sole tutti gli orizzonti ancora da vivere.

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                                                   GIUSEPPE VETROMILE



A sera

un laconico senso di riscossa mi agita la biro

e sdrucciola sul foglio

 

il nero inchiostro traccia vie di fuga

dal deserto piatto e senza macchie della carta

 

questa pagina - oasi transitoria - ospita la mano

che scrive a più non posso sull'orlo dell'inventario

rimuovendo fonemi dal dimenticatoio

 

la parola poi viene dall'angolo della scrivania

e risale piste di polvere fino al bordo del taccuino

dove s'intravede in vicinanza il rigo fidato

 

percorre sentieri inauditi e impercettibili

scava sovrana tesori sepolti

da cui zampilla la fresca cascata

della libera poesia

 

(Da Percorsi alternativi, Marcus Edizioni, 2013)

 

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NOTE SUGLI AUTORI

Carlo Di Legge

Carlo Di Legge (Salerno 1948), dopo il contributo al volume La polifonia estetica (Milano, 1996), ha pubblicato i saggi filosofici Il signore delle due vie (Salerno, 1999); Eros e paradosso (Napoli, 2007); la seconda edizione di Eros e paradosso (Napoli, 2014), e il nuovo saggio Ontologia. Elenchi della terra e una specie di oceano (Napoli, 2014).

Di poesia, la plaquette Momenti d’amore (Angri, 2002) e i libri Il candore e il vento (Napoli, 2008) e Multiverso. Di quel colore che soccorre, a volte (Alessandria, 2018). Sull’esperienza del tango, ha pubblicato il libro, a carattere letterario - epistolare, Sentire il tango argentino (Napoli, 2011).

La rivista “Secondo Tempo” (Marcus Edizioni) pubblica suoi scritti brevi di filosofia. Su Internet, la maggior parte delle poesie fino al 2018 sono sul sito www.orientexpress.na.it. Sue poesie e interventi sono pubblicati, sempre online, su Levania, Frequenze Poetiche, Atelier, Versante Ripido e Poetarum Silva.

Organizza, da solo o con altri, rassegne di poesia. L’ultima, in attesa di terza edizione, "I poeti al Borgo di Nocera Inferiore".

 

Eugenio Lucrezi

Eugenio Lucrezi (1952), leccese, vive a Napoli. Giornalista pubblicista, medico epidemiologo, musicista blues, poetapatamusico dell’Institutum Pataphisicum Parthenopeium. Titoli recenti: Bamboo Blues, nottetempo, Milano 2018; La canzone del guarracino, ilfilodipartenope, Napoli 2019. In via di pubblicazione: Autoritrarsi. 40 fotografie di Marco de Gemmis e 40 poesie di e.l. + 1 fotografia di e.l. e 1 poesia di m.d.g, Oèdipus, Salerno.


Nefeli Misuraca

Nefeli Misuraca (1972) è nata a Roma dove insegna letteratura e arte alla John Cabot, alla Temple e alla Loyola University. Scrittrice e traduttrice, ha conseguito un dottorato alla Yale University. Lavora saltuariamente alla regia e al montaggio di opere di cinema indipendente.


Paola Nasti

Paola  Nasti è nata a Napoli nel 1965, dove vive e insegna filosofia nei licei. È redattrice della rivista di poesia Levania. I suoi testi, poesie e racconti brevi, sono pubblicati in antologie, riviste e blog.

Finalista nella XXXI edizione (2017) e nella XXXIII (2019) del Premio Lorenzo Montano.

Ha pubblicato il libro di poesia Cronache dell’Antiterra, Oédipus, Salerno 2018, e la plaquette Poesie dello yak impigliato per un pelo della coda nella collana Centodautore delle edizioni Eureka, Corato, Bari 2019. 

È in corso di pubblicazione per l’editore Aragno una silloge intitolata Contro l’Angelo, vincitrice del Premio Subiaco 2019.


Lorenzo Poggi

Lorenzo Poggi è un “giovane” poeta romano (ma tanto vecchio d’anni) esploso come un vulcano da troppo tempo dormiente. La lava dei suoi versi (con oltre 2500 poesie) scorre ininterrottamente da 10 anni. è stato per oltre 20 anni capo redattore della “Guida delle Regioni d’Italia”, annuario d’informazioni anagrafiche sulle principali strutture regionali e statali in tre volumi e oltre 4000 pagine. Successivamente per oltre 10 anni è stato direttore responsabile della “Guida ai Governi locali”, un semestrale di aggiornamento sulle giunte e consigli di regioni, province e comuni. È tornato alla poesia, a cui si era dedicato in gioventù, nel 2010. Ha pubblicato con la “Grafica Elettronica” (collana autori inediti) Sassi sparsi (2010), Sussurri e grida (febbraio 2011), Il cielo che aspetta (settembre 2011), La luna nel pozzo (febbraio 2012). Nel maggio 2014 è uscita la raccolta Mentre cammino per le Edizioni Tracce. Per le Ediz. Progetto Cultura nel 2015 è stato pubblicato Versi cor(ro)sivi e nel 2016 Quel ragazzo che provava a volare. Nel 2017 è stata pubblicata Stretti sentieri: una raccolta di haiku e tanka per le edizioni “Escamontage” e, nel 2018 per le edizioni Controluna, è uscito Se questo è canto. A fine 2019 per le edizioni La Vita Felice ha pubblicato La nauseatudine. Le sue poesie sono presenti in molte antologie sia online che cartacee, ed è stato segnalato con premi speciali della giuria in diversi concorsi letterari.


Laura Ricci

Laureata in lingue e letterature straniere, scrittrice, traduttrice, giornalista, Laura Ricci ha viaggiato in molti luoghi e abitato in diverse città. Attualmente vive a Orvieto e frequenta con assiduità Trieste, dove collabora per la traduzione e l'editing con la casa editrice Vita Activa. Contribuisce con articoli e saggi ad alcune riviste letterarie, fa parte della Società Italiana delle Letterate e ha pubblicato varie opere in poesia e prosa. Tra le pubblicazioni più recenti: i racconti di Dodecapoli (LietoColle, 2010) e, in poesia, La strega poeta (LietoColle, 2008), le traduzioni poetiche di e Io sono una Rosa (LietoColle, 2013) e di Percorsi di-versi (Casa della Poesia di Monza, EXPO 2015), il poema bilingue in italiano e inglese In viaggio. Grani di Saudade - Travelling. Beads of Saudade (La Vita Felice, 2015), la silloge di poesia civile Rose di pianto (La Vita Felice, 2017). Ha curato la pubblicazione collettanea Guida sentimentale di Orvieto (Vita Activa Edizioni, 2018), scaturita dal laboratorio di scrittura creativa che tiene presso l'Unitre della città. La sua opera più recente è il saggio letterario Sempre altrove fuggendo. Protagoniste di frontiera in Claudio Magris, Orhan Pamuk, Melania G. Mazzucco (Vita Activa Edizioni, 2019). Per maggiori notizie www.lauraricci.it.


Eleonora Rimolo

Eleonora Rimolo (Salerno, 1991) è Dottore di Ricerca in Studi Letterari presso l’Università di Salerno. Ha pubblicato il romanzo epistolare Amare le parole (Lite Editions, 2013) e le raccolte poetiche Dell’assenza e della presenza (Matisklo, 2013), La resa dei giorni (Alter Ego, 2015, Premio Giovani Europa in Versi), Temeraria gioia (Ladolfi, 2017, Premio Pascoli “L’ora di Barga”, Premio Civetta di Minerva, Finalista Premio Fiumicino, Finalista Premio Fogazzaro), e La terra originale (pordenonelegge – Lietocolle, 2018, Premio Achille Marazza, Premio “I poeti di vent'anni. Premio Pordenonelegge Poesia”, Premio Minturnae, Finalista Premio Fogazzaro, Finalista Premio Bologna In Lettere, Premio Speciale della Giuria “Tra Secchia e Panaro”, Segnalazione Premio “Under35 Terre di Castelli”). Suoi inediti sono stati pubblicati su “Gradiva”, “Atelier”, “Poetarumsilva”, “Poesiadelnostrotempo”, “Poesia2punto0” “Perigeion”, e tradotti in diverse lingue (spagnolo, arabo, russo, francese, inglese, portoghese, macedone, rumeno). Con alcuni inediti ha vinto il Primo Premio “Ossi di seppia” (Taggia, 2017) e il Primo Premio Poesia “Città di Conza” (Conza, 2018). È Direttore per la sezione online della rivista Atelier.


Irene Vallone

Irene Vallone è nata a Zurigo (dicembre 1968) e vive a Formia. Laureata in Economia, ha sempre avuto interesse per l’arte. il teatro e la letteratura in generale, coltivando in particolare la poesia. Al “Premio Sant’Elia” del 1998 ha ottenuto il primo riconoscimento per la poesia, seguito da vari apprezzamenti di critici e da un crescente impegno come organizzatrice di eventi nel Sud-pontino, specie nell’ambito dell’Associazione culturale La stanza del poeta

Del 2009 è la prima pubblicazione, Attraverso (raccolta di testi di un ampio arco temporale), nella collana "La stanza del poeta". Nel 2010 è uscito il secondo libro: Un niente di tre, accompagnato anche da un esperimento di videopoesia. Del 2014 il terzo libro, sempre nella Collana "La stanza del poeta": Negli occhi degli altri. Recentissima la pubblicazione di Nuovo raccolto, Volturnia Edizioni.

È presente in alcune antologie (pubblicate anche all'estero: è stata tradotta in albanese, arabo, armeno, esperanto, francese, inglese, spagnolo).

Ha tradotto dal francese piccole raccolte di Nicole Stamberg, Enan Burgos e Georges Drano.


Alexandra Zambà

Alexandra Zambà, cipriota di nascita, da molti anni vive e lavora a Roma. Operatrice culturale tra Italia, Grecia e Cipro, produttrice di Cinema e di TV, autrice e regista teatrale, disegnatrice d’interni, ideatrice del Festival del Teatro delle Ombre-Skies a Roma, scrittrice di libri di poesia, di racconti, testi teatrali, traduttrice dalla lingua italiana alla lingua greca e viceversa, ha partecipato a seminari e convegni su temi riguardanti la salute mentale, la violenza sulle donne, la lingua e la sua traducibilità. Scrive in italiano e greco. Sue poesie si trovano in libri e Antologie internazionali. Tra gli altri ha scritto nel 2019 il libro di racconti in greco e turco in collaborazione con Umit Inatci Tracce di memoria. Nel 2017 in collaborazione con Claudia Camicia ha scritto un manuale universitario sulla letteratura per l’infanzia di Cipro: Cipro e il fascino dei suoi percorsi narrativi. Dirige per le edizioni VITA ACTIVA la collana di letteratura per l’infanzia e giovanile; è fondatrice del laboratorio “Poesia e Ombre” al Centro Diurno per la salute mentale a Roma. Ha scritto con gli utenti del Centro il libro Poesie di frontiera.


Michela Zanarella

Michela Zanarella è nata a Cittadella (PD) nel 1980. Dal 2007 vive e lavora a Roma. Ha pubblicato tredici libri. Negli Stati Uniti è uscita in edizione inglese la raccolta tradotta da Leanne Hoppe Meditations in the Feminine, edita da Bordighera Press (2018). Giornalista, autrice di libri di narrativa e testi per il teatro, è redattrice di Periodico italiano Magazine e Laici.it. Le sue poesie sono state tradotte in inglese, francese, arabo, spagnolo, rumeno, serbo, greco, portoghese, hindi e giapponese. È tra gli otto co-autori del romanzo di Federico Moccia La ragazza di Roma Nord, edito da SEM.


16 maggio 2020

 


Alda Merini vista da Ninnj Di Stefano Busà

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