venerdì 21 settembre 2012

La "Cronaca dal Midwest" di Gerardo Pedicini

Cronaca da Midwest è una recente breve piacevolissima silloge composta da Gerardo Pedicini, in cui si alterna la pregevole traduzione in inglese di Manuela Batul Giangrande.
Si tratta di versi che rievocano il grandioso paesaggio americano, con note riflessive sugli stati d'animo da esso suscitate, lungo il viaggio, e qualche nota di nostalgia. Un linguaggio, come sempre, solido nella costruzione e nel progredire, quello di Pedicini, che con piacere proponiamo nuovamente in questo blog, per altri interessanti e graditi commenti da parte dei lettori.


I.

Ad una svolta, improvvisa l’ansa del fiume.
“È il Mississippi”, disse James.
Il fiume pareva fermo come un lago.
Il bridge lungo più di un quarto di miglio.
Oltre il ponte
la strada riprese a correre
tra distese di soia e di granturco.

Si viaggiava in un continuo rombo
di motori. Le windmills segnavano
il passo del tempo. Erano una mandria di draghi
in fila lungo la linea dell’orizzonte. “Questa è l’America”. James,
il taciturno, parlò come mai aveva parlato.
Mi parlò delle aquile che rotano alte nel cielo,
degli antichi amerindi Iowa, del Mormon Trek
e di Cedar Rapids distesa come una donna
nel letto del fiume.

La sera avanzava col vento
che radeva le cime degli alberi
come una gigantesca mower.

Fu subito notte. E nel buio
si accesero a migliaia fuochi vicini lontani.
Viaggiavo come chiuso in un hangar volante,
sospeso in un nido di vespe
nel blu silenzioso della notte.

Fu allora che pensai al mio paese
e alla festa di S. Rocco che è come
uno scoppio di melograno maturo
nel cielo acceso di speranze.

I.

At a turn, sudden the bend of the river.
"It's the Mississippi," James said.
The river seemed as still as a lake.
 The bridge long more than a quarter of a mile.
 Over the bridge
 the road resumed to run
 among expanses of soybean and maize.

One travelled in a continuous roar
 of engines. The windmills marked
 the passage of time. They were a herd of dragons
 lined up along the horizon. "This is America." James,
 the taciturn, spoke as he had never spoken.
 He spoke to me of eagles that twirled high in the sky,
 of the ancient Iowa Amerindians, the Mormon Trek
 and of Cedar Rapids stretched like a woman
 in a river bed.

The evening advanced amid the wind
 that shaved the tree tops
 like a giant mower.

Soon it was night. And in the dark
lit thousands of fires near far.
I travelled like closed in a flying hangar,
suspended in a wasps' nest
in the blue silence of the night.

It was then that I thought of my country
and the feast of St. Rocco that is like
a burst of ripe pomegranate
in the sky lit up with hope.

II.

Al mattino fui nel Nuovo Mondo
“ove nessuno può entrare senza il permesso di Dio”
come ebbe a scrivere Cristoforo Colombo
nel diario del suo terzo viaggio.

Ero come disperso in una distesa di case e giardini,
perduto come rondine senza nido. Giravano
a frotte nell’aria in cerca di cibo.

“Sono due mesi che non piove”, disse Michael
seduto al volante come un comandante sulla tolda della nave.
Le roads salivano e scendevano dai dossi
come acquatiche anaconde.
L’aria era una apple freeze dried.
Il Capitol un peanut butter alzato al cielo.

D’improvviso il cielo diventò
una nera coperta bagnata 
e venne giù la pioggia battente.
La terra scivolò in un mare di foglie e fango.

Dietro i vetri della tipografia di Sara,
nel profumo d’inchiostro
e tra le rose del quadrante
del libro di Shakespeare,
io ero come a casa
e per me fu come un miracolo
specchiarmi nel fiume Iowa
con la luna che si alzava dietro il ponte.

(Luglio-agosto 2012)

II.

In the morning I was in the New World
"where no one can enter without the permission of God,"
 as Christopher Columbus wrote
 in the diary of his third voyage.

I was as if lost in a sea of houses and gardens,
astray as a dove without a nest. They turned
in flocks in the air in search of food.

“It’s two months that it doesn’t rain,” said Michael
 sitting behind the wheel as a commander on the deck of his ship.
 The roads ascended and descended from the mounds
 as aquatic anacondas.
 The air was an apple freeze dried.
 The Capitol a peanut butter raised to the sky.

Suddenly the sky became
a sodden black blanket
and down came the pouring rain.
The earth slid into a sea of mud and leaves.

Behind the windows of Sarah’s typography,
in the scent of ink
and among the roses of the face
of the book of Shakespeare,
I was like at home
and for me it was like a miracle
to be mirrored in the Iowa River
with the moon that was rising behind the bridge.

(July - August 2012)

III.

… e il giorno dopo e l’altro ancora 
le grafie dei rondoni nell’aria
e dal muro di piante all’orizzonte
tornò il vento a radere l’erba
come un’onda.

Il diluvio era passato,
ma non la paura.

Seduto sul deck
respiravo assorto
la luce del mattino
come le donne di Hopper.

Di colpo fui con Paul Austen
per le vie di New York:
ero un’ombra
nel fogliame dei palazzi
affacciati su Riverside Park.

“Questa è l’America,”
mi ripetevo come in sogno.
E nel sonno, assordante, mi giunse
il rombo di mille e mille aerei in volo
e il rumore sordo delle bombe a terra.

Piangevo come un bimbo
sperduto in mezzo a una nuova guerra.

Mi svegliai a mezzo il giorno
con l’odore del latte cagliato
che arrivava dalla farm degli Amish a Kalona.
“Anche questa è l’America,
forse più vera e migliore dell’altra”,
mi dissi scotendomi di dosso
le ombre del mattino.

Me ne andai allora
a rinfrescarmi alla fontana dello Sheraton
e all’ombra del Solar Marker ritornai
a essere me stesso.

III.

… and the day after and yet another
the writings of the swifts in the air
and from the wall of trees on the horizon
returned the wind to shave off the grass
like a wave.

The deluge had passed,
but not the fear.

Sitting on the deck,
I breathed immersed
the morning light
like Hopper’s women.

Suddenly I was with Paul Austen
along the streets of New York:
I was a shadow
in the foliage of the buildings
overlooking Riverside Park.

"This is America,"
 I repeated like in a dream.
 and in my sleep, deafening, came
 the roar of thousands and thousands aircrafts in flight
 and the thud of bombs on the ground.

I cried like a child
lost in the midst of a new war.

I woke up at half the day
with the smell of sour milk
that came from the Amish farm in Kalona.
"Even this is America,
perhaps truer and better than the other, "
I told myself shaking off
the shadows of the morning.

I went then
to freshen up at the Sheraton fountain
and in the shadow of the Solar Marker I reverted
to being myself.

IV.

Nel frastuono di lingue sconosciute
vado avanti e indietro come un pendolo:
Clinton Street 100 – Washington Street 10
Dubuque Street 100 – Iowa Avenue 10.

Mi sembra d’essere
tornato bambino
e di perdermi (nel gioco
dei quattro cantoni
son restato sempre fuori,
come adesso a Iowa city).

Altro non c’è che questo andare
nel girotondo delle strade
dove non sai se sei solo
anche se incontri
una fiumana di giovani
che con gioiosa cortesia
ti saluta festante
con sempre la stessa cantilena:
“Hi!” “Hi!” “Hi!”
a cui risponde
il mio stanco: “Hi!”

Come è lontano il tempo
quando il tempo era sempre uguale,
e come erano amari gli anni
che ho disseminato
nel campo di ulivi attorno casa!

(Iowa, 29 – 31 agosto 2012)

IV.

In the din of unfamiliar languages
I go back and forth like a pendulum:
Clinton Street  100 - Washington Street 10
Dubuque Street 100 - Iowa Avenue 10.

I feel as if I am
a child again
and that I get lost (in the game
of four corners
I always remained outside,
as now in Iowa city).

There is nothing else but this going
in the ring-a-ring-a-roses of roads
where you do not know if you're alone
even if you meet
a torrent of youngsters
that with joyful courtesy
greet you joyfully
with always the same chant:
"Hi" "Hi" "Hi!"
To which you respond
with your tired, "Hi!"

How far away is the time
when time was always the same,
and how bitter were the years
that I scattered
in the field of olive trees around the house!

(Iowa, 29 - 31 August 2012)

V.

Dopo il mio lungo girovagare
in questa Babele del Nuovo Mondo,
mi siedo sull’erba
all’ombra del Liberal Arts .

L’erba è arsa dalla pioggia
e odora di mele marce.

Mi distendo al sole
che mi piove addosso
come uno straccio consumato.

Nel sacco che mi porto dietro
ritrovo le mie poche cose:
un libro di James Thurber,
la vita che in un fiato se ne è andata,
l’aspro sapore dei ricordi fatti fango,
gli amici lasciati, gli amori perduti...

Che sia anche per me l’ora
di arrivare alla soglia
e dire addio alla vita
che è finita come un niente?

(3 settembre 2012)

V.

After my long wandering
in this Babel of the New World
I sit down on the grass
in the shadow of the Liberal Arts.

The grass is burnt by rain
and smells of rotten apples.

I lie under the sun
that rains down on me
like a worn-out rag.

In the sack that I carry around
I revive my few things:
a book by James Thurber
life that in one breath has gone,
the bitter taste of memories become mire,
friends left behind, lost loves...

Is it time for me as well
to reach the threshold
and say goodbye to life
which ended as a nil?

(September 3, 2012)

mercoledì 19 settembre 2012

Patrizia Cremona e i suoi "Sostantivi dell’inverno"


Un desiderio di apertura, di trovare spazi al di là della materialità quotidiana, di trovare o ritrovare sentimenti nell'"oro dello sguardo che sposta sole e cielo". Dare insomma una nuova sostanza allo scheletro della vita, che sia finalmente rivestito di autentica passione e non soltanto di "ombre" e di "nebbie" vaghe e informi. "Sostantivi dell'inverno" mi sembra titolo indovinatissimo per questa breve silloge inedita di Patrizia Cremona, salernitana, nuova rivelazione poetica che l'amico Mario Fresa ci ha sapientemente proposto, e per questo lo ringraziamo. Ci rivolgiamo ora ai nostri lettori per qualche altro gradito commento in proposito.

Sostantivi dell'inverno
(inediti)

*
Lo spazio ricama gli scontri, e la notte non esiste:
ritarda l’oro dello sguardo che sposta sole e cielo;
questa mia pelle, vedi, provoca pioggia
e disattenzione.

*
Sembra che piova e te lo immagini soltanto.
Così, se lo ricordi, il pensiero
del cielo si trasforma nel povero
inventario delle attese:
«qualcuno ci ha lasciato; neanche tu,
nemmeno io, ci siamo accorti mai di nulla…»
[…]
Le mani, perciò, si perdono
nella confusa
convenzione del mondo.
Qual è la vera forma di questa nebbia calda
che si ripete e poi scompare,
proprio adesso, davanti agli occhi tramortiti?

*
Le notizie degli ultimi istanti hanno ceduto,
rovinano nell’orma dei solenni
passi lunari.
La fiamma è ricaduta sul volto
di questa notte obliqua, e insieme sotterriamo
le segrete, le severe parole
dell’inverno.

*
E appunto nelle rose dell’aria tu mi perdi:
e nella lama dei nomi abbandonati
poi mi ritrovi.

*
L’ombra ci appare interminabile: qui, dietro di noi,
già lentamente vive l’idea finale di salutarci, di concludere l’attesa:
già si consuma nell’aria, e ci profila il suono opaco
delle gore invelenite, la povera promessa dei temporali
che sono così vicini, ascolta,
al nostro corpo.

*
La notte riempie la mia beatitudine e sono
imprigionata qui, senza rimedio.

Patrizia Cremona è nata a Salerno nel 1976. Ha pubblicato "La distanza dell’aria" (litografia di M. Vecchio, Edizioni d’arte L’Arca Felice, 2011).





lunedì 10 settembre 2012

Ninnj Di Stefano Busà su "Il ragazzo che io fui", di Sergio Zavoli


Un viaggio lungo la vita, quello di Sergio Zavoli, che nel narrare la sua avventura personale ed esistenziale coglie a 360° tutto il panorama attuale della nostra epoca: ribelle, fatua, dedita all’utile, all’interesse, contraddittoria, votata all’automazione visionaria di un vivere ai margini della vita stessa, non più all’interno, non da protagonisti, ma da controfigure di noi stessi.
Il nostro periodo storico riflette molte mancanze, dà segnali di uno scenario disabitato dalle coscienze, dalle emozioni, dai sussulti intimi.
Tutto è dilacerato e mercificato, ustionato, reso inagibile da una sorta di ridimensionamento frustrante, passivo, azionato da conflitti e da contraddizioni ineludibili, che spesso cancellano ogni traccia di umanità, di intelligenza e di bellezza.
Il mondo è in subbuglio, ma è un disorientamento, uno smarrimento da perdita di contatti reali, da amnesia, da abuso di stravaganze.
Il tempo dell’informatica, dei canali satellitari, dell’usa e getta, del superfluo, si è rivelato un “mostro” raccapricciante che ingoia i suoi cultori.
Camuffato da necessità vi è il “nulla”. La vita non è più irrorata da bellezza, da verità, dal sogno, ma è azionata da una sorta di idrovora che disattiva ogni ragione di “normalità” intesa come raziocinante. Tutto è eccesso, esaltazione dell’ego che dà e, in contemporanea, nega ogni sorta di bene.
“Una contraddizione in termini”, quasi letale, ha invaso le vie della nostra spiritualità, le condizioni morali più qualitative dell’uomo, quelle che portano all’intelletto e al cuore.
Così, l’amarcord di Sergio Zavoli è una riflessione mirata alla comparazione tra due mondi opposti che appaiono due "epoche", ma invece si riferiscono a “ieri”. La vita quotidiana, gli stili, le consuetudini, i sentimenti, tutti annullati nel breve volgere di una generazione, la “sua”: uno scempio di ciò che eravamo e quel che “siamo”.
Paradossale la distanza tra i due “modus”, perché risente di una nostalgia contenuta che riprende l’assenza quasi totale dell’emozione.
Un primo attacco ci viene dal razionalismo “ante litteram” del secolo scorso nel quale i valori venivano messi da parte, per dar spazio alla concezione nietzschiana del super-io. Una forte tendenza a porre in evidenza l’ego al posto del plurale “noi”.
“Il ragazzo che io fui” è un’opera che dovrebbe essere adottata nelle scuole.
Ha il tono didattico, non accademico né sentenziale, senza indottrinamento, scritta sul filo della continuità logica, si avverte il senso dell’umanità ferita e dolorante, la quale può mutare col “ravvedimento” il destino delle cose e del mondo.
Pensare con l’obiettivo dell”utile” è stato il modo meno ontologico e più irresponsabile di vivere.
Perciò, Zavoli vi affonda a piene mani e ci dà il responso del suo parere, che nel riflettere il senso del disordine morale e sociale ai quali siamo giunti, ci indica una via di riscatto, un ripensamento, forse una salvezza “possibile”.

"Il ragazzo che io fui", di Sergio Zavoli, Mondadori, 2011

Ninnj Di Stefano Busà

domenica 9 settembre 2012

Il poeta Nader Ghazvinizadeh in una nota di Narda Fattori

Con questo articolo iniziamo una nuova rubrica, intitolata "Gli Ospiti", dedicata appunto agli Autori che vorranno presentare commenti, osservazioni, note critiche, recensioni, su altri poeti.

Presentiamo dunque qui di seguito il poeta Nader Ghazvinizadeh, in una nota critica di Narda Fattori.


Nella città è sempre notte
scrosci di gente nera sotto le piogge
maschi da vaporiera femmine di stireria,
la città scotta, fucina di febbri
neoavanguardie e noi, nel parco urbano abbandonato
come l' abbraccio di un parente di secondo grado
noi siamo ricchi, vestiamo un po' bene
un po' male come i tartufi
sapendo di terra e di cane 

 
(da "Metropoli", poesie, di Nader Ghazvinizadeh, a cura di Sergio Covelli. Edizioni cfr - poiein)

E’ l’opera che ha vinto il 3° premio al concorso Fortini indetto da Gianmario Lucini e edito dalla sua nuova casa editrice. E’ una poesia compatta, sapiente e dura. Dura quanto sanno essere le metropoli con la gente che ospitano, immigrati per la maggior parte, contadini inurbati, ora operai, impiegati, una piccola borghesia che non ha più orizzonti, che ha smarrito i sogni di rivincita sociale e/o culturale, molta solitudine, lo squallore delle periferie, con i bar affollati dove l’alcool aiuta a sopportare la proterva fila dei giorni tutti uguali.
La metropoli ruba più di quello che non offra: ognuno è chiuso in una solitudine aspra e dolente dove anche i ricordi sbiadiscono e l’identità si assottiglia fino a scomparire quasi e allora si ha bisogno di gesti e comportamenti “forti”, deviati o devianti per recuperare un sé che scolora.
L’autore, malgrado il nome non proprio italiano, in realtà viva e lavora in Italia, a Bologna; si occupa di cinema, di musica e di urbanistica, di microcriminalità adolescenziale, di rapporti fra questa e i grandi casermoni urbani, i moderni falansteri.
Ne ha scritto su quotidiani e riviste, ne ha parlato per radio.
Ovviamente la materia dei suoi interessi intesse questa opera di poesia matura, dove l’ispirazione è sempre sorretta da uno sguardo lucido, ma anche pietoso, sulla moltitudine; infatti la scinde, ne estrae il singolo e sappiamo che l’uno è riconosciuto e riconoscibile, è unico e non assimilabile.
Di questo riconoscimento è fatta la pietas di Nader.
Il suo dettato scarno, molto vicino al parlato anche per le numerose ellissi, riproduce il linguaggio di coloro di cui parla, scabro, senza o di povera sintassi, povero di parole; le parole di questi inurbati sono quelli della sopravvivenza, di qualche ricordo frastagliato, di un dolore che fatica a chiamarsi tale.
Fra le parole che ricorrono più spesso ci sono, ovviamente, città, alcool, caffè, bar.
C’è l’illusione dei colti, di coloro che hanno studiat , si sono impegnati e si ritrovano inutili o a fare “letteratura”.
Le nostre città che gareggiano a dirsi e a farsi metropolitane, non ne escono troppo bene; tutti i mali sono nei suoi milioni di abitanti, stretti fra esasperazioni, vaghezze di suicidio, incapacità o impossibilità di relazione, pochezze sempre.
Fa rimpiangere la provincia questo libro di Nader, le sue piazze pettegole, i gruppetti dei giovani appollaiati sul monumento ai caduti, i bar affollati di vecchi che giocano a carte e di più giovani che parlano di sport o di donne.
Ma un poeta si misura sulla tenuta della sua poesia; qui il poeta c’è e tiene saldamente il ritmo e il tono della voce, mai un grido, mai un lamento.
La lingua e la parola (in fondo la poesia è parola che si riempie di senso, che contiene una significanza ampia ma condivisibile o proprio per questo condivisibile), dicevo la lingua e la parola si piegano alla signoria del suo dettato e fanno di questa silloge un piccolo capolavoro di poesia.

Narda Fattori

Metropoli

Livido e plumbeo è, invece, il nostro vestire in città
umido, che viene voglia di mettere le mani in tasca e stringere le spalle
e addormentarsi
nella cesta, come dormono le bestie
grattacieli come i sottomarini
città piromani, vetri rotti
slavate dalla pioggia, città, sfumate nella nebbia 

***

Stanno costruendo il nuovo quartiere
i geometri nel monolocale guarderanno l'orizzonte ortogonale
dove l'angoscia si scioglie in inquietudine
e si risolve prendendo da bere
nel bar vuoto
sarà il barista nuovo che viene da lontano
a cucinare per gli impiegati
e sarà mezzogiorno a Febbraio
nei caseggiati nuovi, ancora con la sabbia
ed in fondo la cifra vuota
quella luce delle fotografie
del pomeriggio delle ombre lunghe
ci hanno visti la prima volta
nel seminterrato dove tremano i passi
non so perche ogni giorno vai nella stanza vuota
da una finestra la cifra da immaginare
dall' altra parte il mare 





 
***

Al ramo morto, dei barconi insabbiati
noi non volevamo andare al mare,
ma risalire il fiume al primo campanile
in mezzo al fiume c'e il paese con le piazze al vento
quando si perde l'argine maestro,
Lì si esce nel mare muto, che è già mare aperto
si perde anche il fiato, viene paura ascoltare la radio
che parla delle navi e degli altri mari
viene voglia di tornare indietro
come per cena, e noi ci perdiamo nei bicchieri d'acqua 

***

Porterò mia figlia in piscina
ascolterò dalla grande vetrata le voci ovattate
pensando ogni tanto alla sua voce
il tuffo la inghiotte
la figlia fa finta di niente
penso che ho avuto una femmina
e sembra di guardare un passato
la figlia non sa che andrà a Roma senza un pensiero
qui finisce il futuro 

***

Si beveva il vino nelle pause pranzo
nell'orlo del mezzogiorno
nella trattoria dei capomastri, degli impiegati
mentre i colleghi nei giardini pubblici intrattengono le amanti
le cuoche nei refettori, e dietro i muri,
i  cortili dei collegi deserti per le mense
dei bambini profumati di amido da stiro
e noi vestiti da lavoro, è bello pagare. 


***

In fondo alle strade tonde
c'era il nero d'Avola, c'era il mal di gala
sono vestiti anche bene e bevono
han come già detto tutto
"Questo posto porta indietro il cuore a dove 1o hanno fatto"
le parole sono tonde
un posto di ombrelli, pochi coperti, grandi dessert
ottocento / occidente
c'era il tabacco morbido, c'era il vino torbido
insonnia/ amnesia
han lasciato tutto com'era
immensa la cultura degli abiti da sera. 



***

Nei caffè, lontano dai prati
pensavamo per ore
pensavamo, fumavamo quando si poteva
dopo l'ultima città, soltanto neve
chi parla alla radio in Germania
sembra un uomo solo in una stanza
siamo emigranti, siamo colti
sappiamo il mal di testa di non farsi capire
di essere eleganti, di vestire male
e di bere caldo. 

***

L'uomo solo che vive nella casa al mare
la casa aperta, di calce
sul viale per Pomezia un progetto di lungomare
viene in città una volta al mese
e attento a non portare la sabbia in casa
la casa senza porta
dorme il giorno sul letto sfatto
a guardare il mare con il rasoio in mano 

ci sono bottiglie sulla credenza
l'estate la notte e come il giorno
il mare annoia, e sempre uguale
il discorso che fa sulla riva
il mare è come il cielo grigio
non c'e voglia di tuffarsi
l'uomo si tuffa con muto coraggio, nuota male
esce nel mare
lontano dalla riva, dove sono le boe
i pesci ed il silenzio sott'acqua
torna sempre come un'angoscia
io osservo il suo muto tornare
il passo del nuoto sempre uguale

***

Si risale la terra dei monumenti gelati
arcani come carri armati i municipi
siamo venuti via con la ghiaia in tasca:
Valle Bembo, Valle Bormida il sigaro fa l'acqua vite torbida
riconosci la tua marcia nella città contraria
i tagli di falce, i cambi di guardia
gli amici di scuola miete la mitraglia
la morte è in campagna. 





Alda Merini vista da Ninnj Di Stefano Busà

PUNTO, Almanacco della poesia italiana

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