sabato 9 dicembre 2017

Rosa Salvia e il suo "Giardino dell'attesa"

Dell'ottimo Samuele Editore, sempre attento nella selezione di opere letterarie e in particolare poetiche di sicuro interesse, proponiamo qui di seguito alcune poesie tratte dal libro "Il giardino dell'attesa", della poetessa romana, ma di origini lucane, Rosa Salvia.
Qualche breve riflessione su questa gradevolissima pubblicazione è d'uopo, ma soltanto per contribuire ad una maggiore diffusione del libro e della sua Autrice nel mondo letterario attuale, se mai ce ne fosse davvero bisogno, constatata la notorietà, la bravura e la qualità indubbie della poetessa.
Ciò che principalmente ci ha colpito, nella lettura della raccolta, è stato il progetto creativo fondato essenzialmente sulla figura del "giardino", anche se poi il libro si completa con ulteriori idee poetiche, non ultime la sezione "Intermezzo" con versi brevissimi, quasi degli aforismi o addirittura haiku, che esulano, almeno in apparenza, dal filo conduttore principale, che resta il "giardino" con tutti i suoi corollari e collegamenti metaforici e allegorici più o meno forti.
Ognuno ha dunque un proprio "luogo" dove incentrare, o meglio proiettare, tutto ciò che è positivamente complementare alla propria quotidianità, al proprio vissuto. Si tratta evidentemente di un luogo, di uno stato, piuttosto "segreto", personale, intimo, coltivato e amato proprio in virtù del fatto che in questo luogo, e da questo luogo, acquisiscono ricchezza e significato gli aneliti e i misteri della vita, le emozioni e, insomma, tutta la sfera sentimentale e spirituale dell'uomo. I Poeti in modo particolare, ma tutte le menti e i cuori creativi, si relazionano a questo "luogo" interiore/esteriore fatto di verità e di valori ineccepibili, basilari, a questo "angolo" del loro mondo quotidiano. Rosa Salvia esplicita questo "locus" nel "Giardino dell'attesa", dove la nostra Autrice colloca e fonda la sua filosofia e il suo credo artistico, traendone esiti di alto lirismo e di grande condivisione da parte del lettore attento e sensibile, che sa leggere oltre la filigrana del dettato poetico, peraltro accattivante e fluido, pur nella giusta sobrietà ed essenzialità dei versi.
Il "giardino" di Rosa Salvia è in effetti una sorta di mondo ideale, una visione propria della vita, tendente alla bontà della Natura e della terra, con i suoi frutti e le sue creature, e con un forte senso escatologico. È un mondo "rovesciato", con le radici dell'albero nel cielo: "il giardino sopra la casa è un punto, un paese, il locus dove si trova il seme e lo spazio che accoglie quel seme". Il giardino è dunque il ricettacolo della verità propria e dell'uomo, di tutti gli uomini, perché è posto al di fuori di un mondo che contamina e comprime, ma è anche la proiezione dell'anima, quella parte di noi che non si lascia corrompere né sviare.
Il libro prosegue, come dicevamo, con altre costruzioni poetiche, sempre di ottima qualità e preservando lo stile e la forma personalissimi, consoni ad un progetto poetico complesso ma uniforme, con testi che trattano largamente ricordi (per esempio "Monte Lifoi") ma anche la natura e le sue creature.

Un testo davvero interessante, che offre spunti di riflessione ulteriori, come proponiamo ai nostri amici che ci seguono su questo sito, dopo aver letto e gradito la selezione dei testi presentati.

Il giardino dell'attesa

Il giardino sopra la tua casa
è un punto, un paese,
il locus in cui si trova
il seme e lo spazio che accoglie
quel seme.

Il giardino è un albero e la terra in cui
quell'albero mette radici.

Il giardino è un albero di noci
il terreno a cui esso fa ombra
e sul quale lascia cadere i suoi semi.

Il giardino è un punto
a cui il campanile coi suoi rintocchi
unisce in un unico cerchio
la musica empedoclea dello sfero.

Il giardino è una frenetica linfa
è un filo di ragno
un sentimento e un pensiero
come il respiro di Saffo.

***

Risvegli

Il giardino stremato comincia a sottrarsi
alla morsa del gelo.

I rami nudi degli alberi, non più pietrificati,
paiono scorrere nell'aria come capelli.
Rigagnoli neri corrono fra cuscini di neve sporca.
Tra i tetti di ruggine e acqua scivola un gatto.

Il tuo corpo assapora lo sboccio dei fiori
e si scioglie con loro
sotto un sole ancor fresco di sonno.

La sua danza stupisce la terra.


Il giardino è paziente
nei suoi piani e denso
accanto a una spina di rosa
si sviluppa e ferisce,

accanto all'improvvisa svolta
nell'ora degli scavi,

si ramifica
in compagnia di ricordi,
è il gioco della pentola
e il dondolio dell'altalena,

la pelliccetta rossa
e i fagioli per la tombola.

Tutto scorre,
ma uno solo è il corso delle cose.

***

Monte Lifoi

Fra le sue buche e le sue gole
mentre incalza l'impervia salita
più leggero si fa il peso
del vivere più lungo il raggio
del pensare –

Sulla cima appena un fiato
che imbruna –

Nella valle il paese fuma –
la torre normanna attende pensosa
nella screpolatura dei tempi
un'aurora di storia.

Scendendo la china
riprendi la gravità del corpo
un osso sbiancato
dal nuvolo grigio dei camini.

Li vedesti tutti.
Sedevano con i loro abiti scuri
sulle sedie a raggiera
attorno al feretro.

C'era Bianca, Tarulli, Tituccio il ferroviere,
Fifì, Salvatore il farmacista, Vitantonio.
C'erano altri vicini di casa…
I nomi li ha con sé il vento.
Parlottavano fra loro in sordina
o tacevano con l'aria compunta –

Pareva che dormisse satollo
come non lo era da anni
tuo padre.

Tituccio s'alzò di scatto;
incerto ti fissò a lungo.
Gli tremava, debole, la bocca
un poco, poi tentennò il capo.
<<Con quale treno sei venuta da Roma, Rosa?>>

***

I resti del castello

Un raggio abbracciava in una nuvola
i resti del castello
e un minuto dopo era una pioggia
    sottile
che si scioglieva sulle pietre.

In una calma stupita fatta di foglie
e di nulla
sentivi come una scia di presenze
che mormoravano sottovoce
le loro misteriose preghiere.

Sul diario fissavi un nome,
una stella,

e dell'eterna immagine
                           il senso e il dolore.

***

La civetta

Poetessa dell'aria, invero, è la civetta
su quell'angolo di tetto del campanile
in cui all'alba apprende, assorta, la
lezione del silenzio.
Sta zitta, guarda in giù sporgendo e
stravolgendo il capo al giorno che si
apre in una sfumatura, in un filo d'erba,
in un sorso d'acqua. In un saluto.
Il tocco dell'orologio segna le sette e
tinge di rosso il suo petto. Il tempo si dilata,
teme che qualcuno rapisca i suoi pensieri.
e quando dalla strada s'odono schiamazzi
replica a gran voce nella sua lingua
simile a Musa sdegnosa e rabbiosetta.

***

Un bruco qualunque

Un bruco qualunque andava a passeggio
alla sua goffa maniera,
lordandosi di polvere.

Si trascinava dietro le tenui vibrazioni
del respiro
vedendole riflesse lungo i muri,
in ritmi, disegni, forme
d'una sintassi che produce
cose aeree come il vento e la luce.

***

Bisogna pensare alla madre

Bisogna pensare alla madre come terra inerte
e al tempo stesso bramosa di frutti
perché, nel gioco fra passività e desiderio,
lo spirito maschile compia la sua riproduzione,
a distanza,
come si addice al sole che, con l'energia dei suoi raggi,
scalda la materia e causa la vita –

Là dove non sei sicuro di sapere se esisti.

Testi tratti da: "Il giardino dell'attesa", di Rosa Salvia, Samuele Editore, 2017; prefazione di Pasquale Di Palmo.

Rosa Salvia è nata a Picerno, in provincia di Potenza; vive a Roma dal 1986. Docente di Storia e Filosofia nei Licei, ha esordito nel 1991 con il romanzo breve La parola di Elsa. Tra le sue successive pubblicazioni in versi: Intermittenze (Aletti, 2003), Luce e polvere (Aletti, 2005), Le parole del mare (LietoColle, 2007, Premio Internazionale di Poesia e Narrativa "Cinque Terre – Siro Guerrieri" e Premio Nazionale di Arti Letterarie, Torino), Mi sta a cuore la trasparenza dell'aria (La Vita Felice, 2012), Dolore dei Sassi (Puntoacapo, 2015). Ha meritato diversi riconoscimenti letterari, fra cui la menzione speciale al Premio Montano 2016. Testi editi o inediti sono stati pubblicati in diverse antologie. Per la critica letteraria, il saggio narrativo Frammenti di un discorso poetico, è stato segnalato al Premio Montano 2015 (sezione prosa inedita).


domenica 22 ottobre 2017

Transiti Poetici: Cinzia Marulli e la sua "Casa delle fate"

Transiti Poetici: Cinzia Marulli e la sua "Casa delle fate": " Un libro crudo e duro ": così esordisce Marco Antonio Campos, poeta messicano di grande talento, nella sua postfazione a &quo...

Cinzia Marulli e la sua "Casa delle fate"

"Un libro crudo e duro": così esordisce Marco Antonio Campos, poeta messicano di grande talento, nella sua postfazione a "La casa delle fate", recente raccolta poetica di Cinzia Marulli. Può in effetti, in qualche modo, scuotere gli animi del lettore questa affermazione così impegnativa e profonda, all'inizio della sua accurata nota critica su questo bellissimo e intenso lavoro della nostra Autrice romana. Ma la poesia, si sa, non è tale se non sconvolge, se non investe il lettore e lo pungola esortandolo a confrontarsi con la realtà interiore e soprattutto esterna, distogliendolo da una sorta di torpore quotidiano che appiattisce la vita e tende a sottovalutare se non proprio a dimenticare o ignorare che esistono dei problemi, delle problematiche, delle situazioni anche scabrose e in un certo senso antipatiche, accanto al sole, alla luce, alle piccole gioie della vita di tutti i giorni.
Ma il grande pregio, il grande fascino e, oserei dire, miracolo, della poesia, della vera poesia, è quello di trattare, proporre, raccontare le difficoltà, le sofferenze, i patimenti e in genere le mestizie umane, anche e persino le cose più orrende, con la delicatezza e la compostezza necessaria, rendendo le cose "brutte" persino accettabili, persino "luminose" e gradevoli, laddove la lirica, la resa poetica e lo stile superano largamente l'entità dei problemi trattati; non si tratta, beninteso, di superficialità o di scarsa considerazione o addirittura di ipocrita visione della vita, ma, tutt'altro, di una sorta di "accarezzamento" e di accoglimento dei patimenti in una sfera di redenzione che sta al di sopra di noi e di tutti.
"La casa delle fate", poema intenso e umanamente pregno di una compostezza pacata ma non rassegnata, è pienamente aderente a questa linea della poesia del sociale che affronta i problemi di tutti i giorni, qui, nella fattispecie, i problemi degli anziani, madri e padri, "abbandonati" nelle case di riposo per motivi sociali e lavorativi quasi inderogabili.
Il libro di Cinzia Marulli è incentrato sulla madre, ospitata negli ultimi anni della sua vita, in una di queste case di riposo, per antonomasia detta casa delle fate, perché la mamma, le signore anziane che dimorano lì, ormai ultima destinazione, sono "fate" per il loro candore, per la loro semplicità, per la loro austera bellezza, per la loro dignità che mai viene meno.
È un problema che Cinzia, parlando della vita che vi si svolge, parlando persino del percorso (il libro è infatti suddiviso in tre parti: "L'entrata", "L'uscita", "Il dopo"), pone sotto gli occhi di tutti, mostrandoci come può sentirsi una madre "fata" consapevole che dovrà trascorere l'ultima parte della sua vita affrontando un ciclo ripetitivo e insapore (la colazione, le signorine / infermiere che l'assistono, la cena, l'andare a letto metodicamente alla stessa ora…), e come può sentirsi una figlia "costretta" ad affidare a queste strutture la propria cara mamma, con i sensi di colpa che galoppano nel suo cuore.
Cinzia Marulli descrive questa vita, questa quotidianità monotona e opaca nella "casa delle fate", ma lo fa con un dettato lirico delicato e nello stesso tempo struggente, mai abbandonandosi alla disperazione o ad eccessive lamentazioni: i suoi versi colgono altresì la profondità dei sentimenti, esprimono liricamente le cose più semplici e genuine, i gesti usuali e ripetitivi che ogni madre / figlia / donna fa nella sua dimora.
Un libro piacevole da leggere, commovente, che offre al lettore molti spunti di riflessione su un argomento così delicato e serio; una poesia che riesce a superare il difficile ostacolo dell'ovvietà che questo aspetto sociale può mostrare, indice della bravura e della comprovata esperienza poetica della nostra Autrice.

Proponiamo qui di seguito alcuni brani tratti dal suo libro, invitando i nostri lettori e gli amicvi che ci seguono su questo blog, ad esprimere graditi ulteriori commenti.


Si ferma il tempo
nel percorso che m'avvicina
in questo luogo risiedi
qui – dove la vita passa nell'attesa.

Il candore della tua pelle m'accarezza
quella pelle tornata bambina
ora che invochi me
come fossi io tua madre.

***

C'erano anche i giorni belli
nella casa delle fate
i giorni dove il sole entrava dalle finestre
e i sorrisi delle bambine diventavano perfino
veri

anche le ossa smettevano di dolere
e i ricordi sembravano quasi inutili

erano i giorni delle visite
delle passeggiate corte un metro
delle pastarelle
e dei <<mangiane poche ché altrimenti ti fanno male>>
ma tu lo sai che a ottant'anni non ti importa del
diabete
ti vuoi bere la vita, tutta quella che ti rimane
e goderti ogni cosa
ché poi si torna a letto, in mezzo all'urina che esce
dall'incerata.

***

Non lo sapevi fata mia
che quel giorno
sarebbe stato l'ultimo tra le tue cose

tra i mobili lucidati a cera
e le scarpe riposte con la carta del giornale

me le chiedi sempre queste cose
ora che sei nel luogo del finire.

So che ti ho ucciso prima della morte
vorrei tenerti a casa con me
e starti accanto invece di andare a lavorare

ma sono sola
e non ho soluzione
solo il tuo perdono.

***

L'ultimo saluto prima di chiudere la bara
poi il corteo
la gente, gli abbracci, i fiori
la chiesa
e mentre il prete parlava
ti ho vista seduta in fondo
finalmente libera

mi hai dato la mano
e siamo andate insieme
a chiudere in un loculo il tuo corpo
ti è piaciuta tanto la lapide
la foto era la tua preferita

alla sera siamo tornate a casa
a farci quattro chiacchiere in segreto.

***

Ho preso il tuo corredo
quello che conservavi come un tesoro
nel baule della nonna

l'ho lavato tutto
col sapone profumato
che usavi tu per le cose buone

l'ho steso al sole
e ho atteso che si asciugasse
come quando andavamo al mare
con gli asciugamani zuppi di sale

poi mi sono chiusa in casa per giorni
e ho stirato ogni cosa lentamente
come si gusta un dolce speciale
ché tu lo sai che sono golosa

ogni volta che passavo il ferro
sui tuoi tessuti
era come accarezzarti di nuovo

quando ho terminato
ho rilavato tutto da capo.

***

Ora basta ricordarti
morta
è la tua vita quella che voglio

non si chiude tutto in una bara
quelle ossa non mi dicono niente

rimettiamoci a parlare sul serio
e facciamocela ancora
qualche litigata
ché non siamo mai andate d'accordo io e te

con questa fissa dell'aspirapolvere
l'ho buttata sai?
ma ho conservato i  tuoi libri
e i nostri sogni.

***

Non manca molto
a quando anche io mi ritroverò
vecchia
con le mani inutili e le gambe finte

dove sarà la mia casa delle fate
e chi mi darà la bacchetta magica della fine?

Testi tratti da: "La casa delle fate", di Cinzia Marulli, Edizioni La Vita Felice, Milano, 2017
Postfazione di Marco Antonio Campos.

Cinzia Marulli è nata a Roma dove tuttora risiede. Ha studiato all'Università "La Sapienza" di Roma Sino-Indologia e sta traducendo alcuni tra i principali poeti cinesi contemporanei e in particolare i poeti brumosi (Bei Dao, Mang Ke e altri).
È curatrice della collezione di quaderni di poesia Le gemme (Ed. Progetto Cultura) e promotrice culturale di rassegne di poesia. Ha partecipato a vari festival internazionali di poesia in Italia e all'estero; le sue poesie sono state tradotte in cinese, francese, greco, inglese e spagnolo e pubblicate in Cina, Bolivia, Colombia, Ecuador, Honduras, Messico e Spagna.
In collaborazione con il Gatestudio Records, ha realizzato progetti di video arte.
Nel 2016 ha vinto la prima edizione del Premio di Poesia "Casa Museo Alda Merini" con la silloge inedita La casa delle fate.
Ha pubblicato: Agave (LietoColle, 2011,  con prefazione di Maria Grazia Calandrone); Las mantas de Dios – Le coperte di Dio (Ed. Progetto Cultura, 2013,  in edizione bilingue italiano–spagnolo con traduzione di Emilio Coco e prefazione di Mario Meléndez); Percorsi (La Vita Felice, 2016, con prefazione di Jean Portante).


venerdì 6 ottobre 2017

"La parola detta", di Stefania Di Lino

Stefania Di Lino è un'artista e poetessa romana di grande valore, una persona sensibile e affabile, che ho avuto modo di conoscere in questi ultimi anni in ambienti letterari di comune frequentazione, sia a Roma che qui a Napoli; la sua possente vena artistica e poetica mi ha subito affascinato e coinvolto, e tra di noi è andato vieppiù consolidandosi quel rapporto di intesa letteraria e di amicizia che ci ha permesso di collaborare insieme nella realizzazione di diversi eventi, con entusiasmo e slanci creativi.
Diciamo subito che la sua poetica è molto particolare. Dal primo volumetto "Percorsi di vetro" (deComporre Edizioni, 2012), la nostra brava Autrice approda a questo recente lavoro dal titolo veramente emblematico: "La parola detta", pubblicato nel giugno di quest'anno per i tipi della Casa Editrice La Vita Felice di Milano, con prefazione di Cinzia Marulli. Da una poesia di tipo "classico" o se vogliamo "standard" nella forma (versi liberi, ma comunque brani senza titolo e punteggiatura ridotta all'essenziale), Stefania Di Lino, in "La parola detta" sperimenta con successo una propria originalissima forma di scrittura poetica, con testi che hanno, sì, forma narrativa, ma nel cui interno i versi vengono sezionati da una barra obliqua ( / ) o anche una doppia barra ( // ) riprendendo in tal modo l'anima della poesia. E in effetti di alta poesia si tratta, dove la "parola detta" è coraggiosamente e liricamente espressa fin nel suo profondo significato, basandosi su una genuinità di sentimento e su un profondo sentire il mondo interiore (la madre, la famiglia, gli amici) e il contesto sociale che la circonda.
È una poesia che ha un "continuum", quella di Stefania Di Lino in "La parola detta", quasi un poema unitario, in cui i vari brani, tutti senza titolo, costituiscono ciascuno un tassello fondamentale di un mosaico poetico compatto eppure dalle argomentazioni multiple e distinte; sovente i brani cominciano con una "e" che ha lo scopo di continuare il discorso precedente, di legare insieme i vari afflati poetici per renderli una espressione quasi unica e propria del pensiero lirico della nostra Autrice.
Ogni Poeta cerca la sua modalità più congeniale per esprimere con le parole il suo pensiero, la sua filosofia di vita, i suoi sentimenti. Stefania Di Lino ha intrapreso una strada artistica e letteraria che certamente la contraddistingue, nel panorama attuale della poesia italiana, per l'incisività del suo discorso, oltre che per la modalità espressiva e per lo stile tutto proprio, e per l'intensità delle emozioni che riesce a suscitare con le sue autentiche "parole dette".
Abbiamo selezionato dal suo libro alcuni brani, con una certa difficoltà perché sono tutti veramente interessanti, ma per comprensibili motivi di spazio non è stato possibile aggiugerne altri, anche per non togliere al lettore affezionato il gusto di acquistare e leggere tutta la sua raccolta, cosa che consigliamo caldamente.
In tutti i modi, saremo grati agli amici che ci seguono se vorranno lasciare qualche ulteriore interessante commento.


[e s'apre una notte intera nello spazio della fronte]

Il poeta conserva in sé / un'antica tragedia / di cui
ancora non conosce i versi.

***

le distanze i perimetri / le angolazioni / il goniometro
giusto per la misurazione / e poi il metro lineare /
quadro o cubico / il rapporto in scala / (di Policleto la
proporzione) / la sezione aurea e non ultima / l'ispira-
zione. // La distanza utopica che avanza all'orizzonte /
con quel punto di fuga a latere o a fronte //

tutto mi disorienta / tutto è mancanza,

***

e noi / per quanto dicessimo / mai fummo ascoltati // e
allora / ci facemmo vento / grumo di sangue rappreso /
appena sotto il ginocchio / ci facemmo sasso forbice
cesoia / perché forse credemmo / in quella via al cielo
celata / tra anfratti di ramoscelli e foglie / una tana
un rifugio / un sentiero nascosto / calpestato / solo da
zampine veloci / ed erano musi pelosi / silenziosi / ad
indicarne la strada // e le foglie tremavano / e il lupo
taceva / e la luna muta si lasciava oscurare // sapevano
bene / gli occhi aperti / brillanti nella notte / sapevano
bene / di quel nero amico che tutto copriva,

***

viviamo noi / per asportazione / e transitori siamo /
persino nell'assenza / conducimi dunque nei luoghi /
dove la luna / non conti più i giorni / dove il cielo al
mattino si affacci / di promesse carico / alla finestra /

[poeti / voi che cantate / sappiate: / io amo la vostra voce /
io ascolto il vostro canto]

***

ho visto mia madre invecchiare / consumarsi / nel
sempre più ristretto ambito delle sue clavicole / e curve
le scapole ossute pesare / sulle vertrebe schiacciate //
la pancia pendula / certo per vecchiezza / ma anche per
via dei figli avuti / e di quelli strappati – non avuti /
– mia madre è stata una donna del Novecento – /
era ormai quasi vuota dentro / per asportazione / via
cistifellea / via utero e tube di Falloppio / le trombe
di Eustachio più non sentivano / via anche il lobo
del polmone sinistro / lei andava via a pezzi / semmai
un giorno fosse stata intera / presa come era da una
lacerazione profonda / da un inguaribile dolore / che
la rendeva distante / anche quando rideva / e sembrava
ci fosse / ma non c'era / e sembrava felice / sembrava //
ma non lo era / una volta mi disse: / <<Ti voglio bene,
non te l'ho mai detto / io ti voglio bene / ma eri così
diversa da me / e io non ce l'ho fatta / non te l'ho mai
detto.>> Mia madre ora è una donna cava / con le sue
ossa cave / su zampette di uccellino,

***

solo ieri parlavo col mare / e un segno dal cielo / un
gabbiano / interloquiva al passaggio / <<Cambierai>>
– diceva – <<Cambierai / e lo farai attraversando lo
specchio / spinta dal vento / e da una carezza di parole
buone>>,

(anche così la vita accade / tra il fiore svettante d'aloe /
e del nespolo il lento maturare / l'aprirsi notturno di un
fiore / e di un corvo l'improvviso volo / un gracchiare
amoroso),

il cielo viaggia /
spinto verso il mare /
alte nuvole 

***

l'esercizio transitorio di chi rimane / è parlare con i
morti / e allora escono dalle labbra appena mosse /
sillabe sfiorate / bisbigli fruscii / alfabeti contrari e
ritorti / e nidi d'api a ronzare nelle orecchie / quel
suono di continua allerta / e allora girano gli occhi
bianchi rivolti dentro / stridio acuto / stiramento /
è l'urlo abnorme di un legamento lento 7 che lascia
rotolare / in ordine di apparizione le ossa / e allora
chiami a raccolta / i nomi precedi / chiedi a voce alta
se c'è qualcuno,

***

di marcata solitudine / si nasce già tristi nel corpo // le
ferite passano / di madre in madre / passano / di figlia
in figlio / le ferite passano in ogni carezza / tra le dita,

ascolteremo la notte / che porta con sé rumori antichi /
sentirai! sarà fragore di corpi / schiocchi di baci
disperati / annodati forte con la lingua / sarà colla /
saliva adesiva / sarà tenersi stretti abbracciati / a non
perdere le ossa / saranno le parole strette a legare /
a raccontare la dolce materia / nell'ora primaria
scambiata,

***

ora si tratta / malgrado / di conservare il fervore sudato
del bambino che gioca / e lentamente da solo svela
il mistero / e in quel gioco crede / di quel bambino
conservarne l'entusiasmo / la fede,

Testi tratti da "La parola detta", di Stefania Di Lino, Edizioni La Vita Felice, Milano, 2017. Prefazione di Cinzia Marulli.

Stefania Di Lino, scultrice e poetessa, è nata e vive a Roma. Allieva dello scultore Pericle Fazzini e del poeta Cesare Vivaldi, presso l'Accademia di Belle Arti di Roma, si specializza in Educazione visiva e Discipline Plastiche per l'insegnamento nei licei. Autrice di racconti per bambini, da sempre si dedica alla poesia con particolare riguardo, negli ultimi anni, alla Visual poetry, con reading poetici pubblici e poetry slam. Aderisce al progetto "World Poetry Movement", la parola nel Mondo. Attualmente collabora con altri artisti per la realizzazione di progetti legati all'arte visuale e alla poesia.
Nel 2012 ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie "Percorsi di vetro", per deComporre Edizioni.
È presente in numerose antologie e riviste letterarie, tra cui I fiori del male (2016).
Con un suo testo critico partecipa al X Festival Mondiale di Poesia, Caracas, in Venezuela. Nel 2014 alcuni suoi testi vengono selezionati dall'UNESCO di Torino, per la Giornata "Etica Globale e Pari Opportunità: il contributo delle donne allo sviluppo dell'Europa e del Mediterraneo", pubblicati e tradotti in diverse lingue.

Nel 2015, nell'ambito del programma dedicato alla rassegna Poetica, presso la Galleria Biffi di Piacenza, partecipa con una sua performance denominata Dialoghi poetici.


Alda Merini vista da Ninnj Di Stefano Busà

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