giovedì 14 giugno 2018

Carlo Di Legge e il suo "Multiverso"


"Sei vivo, dunque, nel mondo di tutti i mondi dei viventi: il multiverso". Così afferma Carlo Di Legge in un brevissimo testo, quasi un aforisma, incluso nel suo recente libro "Multiverso", Puntoacapo Edizioni.
Un titolo che è davvero significativo, emblematico, evocativo addirittura: infatti, al di là del richiamo, quasi ovvio e immediato, al mondo della fisica e forse anche della metafisica, volendo riferirsi ad un sistema cosmologico che proprio in questi anni si sta via via sviluppando grazie alle ricerche e agli studi di fisici, astrofisici e matematici, e che riguarda la complessità di un universo dalle dimensioni multiple o forse infinite (universo di universi), il "Multiverso" poetico di Carlo Di Legge è possibile, è accettabile, è immaginabile, proprio in virtù della poesia. Perché è proprio grazie alla poesia che è possibile ricreare situazioni verosimilmente ai limiti della normalità, della razionalità persino e del flusso abitudinario della quotidianità. Le stesse parole, infatti, molto spesso non si limitano a specificare e a individuare il significato, a circoscriverlo entro i confini del "voluto dire", ma hanno un'eco, una ridondanza che allude ad altro, che provoca nel lettore immagini e significati altri, seppur generati dalla parola e dal verso originari. Un multiverso poetico, dunque, nel vero senso della parola.
Ma qui il multiverso è inteso come una sorta di contemporaneità accidentale: è l'apparire, quello che ci riguarda, almeno ad una prima analisi della realtà, dice l'autore, e non la profondità autentica delle cose prese e considerate una alla volta: l'apparire del mondo è multiverso, perché è vario e variabile in continuazione, ed è verosimile in ogni istante, anche contemporaneamente. "E poi / cosa è questo che appare, e come / non dubitare delle cose che sfilano / nell'ordine del tempo? / Anche se l'apparire fosse tutto, / cose discontinue si presentano, / in luce d'esistenza, si oscurano, / compaiono e dispaiono come su scena di teatro, / roteano si disperdono come vortice di foglie." Sono questi i versi essenziali che connotano tutta la raccolta, tutto il progetto poetico dell'autore, il quale dimostra una particolare sensibilità e originalità di osservazione del mondo frammentato, apparente e superficialmente scollegato, in un certo senso, nelle sue multi-parti. La poesia, anche qui, aiuta a capire. Aiuta a indagare, a vedere oltre le cose e le apparenze, a scendere nel perché o perlomeno a collegare l'anima alle cose, emotivamente e senza l'obbligo di doverne spiegare o trovare i motivi!
Ma tornando al libro, vorrei ancora soffermarmi sul sottotitolo, davvero emblematico: "Di quel colore che soccorre, a volte", sottotitolo che è poi anche il titolo della quinta sezione del libro (il quale è infatti suddiviso in sei parti o sezioni: "Multiverso", "Noi siamo qui", "Versioni d'inverno", "Passaggi dell'incerta luce", "Di quel colore che soccorre, a volte", e "Conseguenze"). Avrebbe potuto scegliere come sottotitolo una sezione diversa, invece Carlo Di Legge ha preferito questo "Di quel colore che soccorre, a volte". Io credo che questa scelta sia stata peculiare e indicativa, in quanto compendia e completa in modo davvero esplicativo il progetto, l'idea originale che ha permesso all'autore di sviluppare poi l'intera raccolta. Il colore come elemento redentore, salvifico, in un mondo multiverso dove non è possibile la risposta certa alle domande profonde che ognuno di noi si pone, come dicevamo, perché assistiamo a delle apparenze, a delle immagini superficiali, specchi lontanissimi e opachi di una realtà ben più profonda; ma i colori della vita si stemperano nella visione delle apparenze, contornano di un alone di dolcezza e direi quasi di amore le cose, i fatti, le persone, il mondo: di quel colore che soccorre, a volte!
Concludiamo qui queste brevissime note di lettura dedicate ad un libro davvero singolare, proponendone una piccola selezione di testi e invitando i nostri lettori ad esprimere ulteriori graditi commenti.

Notte incantata


Notte incantata.
È il germogliare silenzioso dei ricordi,
a musica ferma,
ma più ancora l'incontro di cose sperate.
Voci senza corpo, menti attente, aperte.
E un vestito nuovo di luna.


***

Il passo successivo

I gatti nel garage
lasciano zampe di pioggia sul cofano dell'auto.
Remoto gira il motore del mondo
per te come per l'anima dei giusti.
Sta in attesa il passo successivo.


*** 

Cos'ero

Dunque, cos'ero? Intanto,
quel che non ero,
un vuoto che a sua volta guarda l'altro,
ma dalla prospettiva dell'assenza.
Quindi, ancor meglio, nulla,
paradosso dell'essere che sono,
come se, pur essendoci, non fossi:
un nulla traversato
da lampi secchi e silenziosi, nei viaggi
in auto e in treno, nei trasferimenti
di sentimenti.


***

A volte la memoria è come certa luce:
si riverbera in pace.


Nell'esperienza d'ogni giorno si tratta di circolazione
dal multiverso al qui e ora, e viceversa. È circolare an-
che quello scambio continuo dei piani, in poesia, per
cui il poeta, pur essendo partito e pur tornando ogni
volta ad una specie di salvataggio della propria sin-
golare esistenza, non è più solo se stesso, ma può
farsi cifra dell'intera umanità.


*** 

I viali senza fine del pomeriggio

Il pomeriggio è profondo e impraticabile,
ricco di fascino e spaventoso.
Non t'impedisca
la paura di perderti.

Possa tu, come allora,
ribellarti e fuggire
nello strepito rosso degli ulivi.

Per quanto guardi, non vedi la fine.
S'aprono viali di parola.
Poi
niente.


***

Fuoco

Quando esco per strada in questa città che s'apre
verso il mare:
è certo, non posso incontrarti.

Ma in tempi diversi, negli anni, parole come rizomi
sprofondarono nei vecchi muri.

Grani
precipitati a terra
da un disastro d'aria, vogliono vivere.

Fuoco sempre vivo, incendio, incenso che brucia
tra le ceneri del tempo.

(Testi tratti da "Multiverso", di Carlo Di Legge, puntoacapo edizioni, 2018)

Carlo Di Legge è nato a Salerno nel 1948. Vive ed opera a Nocera (Sa). Dopo il contributo al volume "La polifonia estetica" (Milano, 1996), ha pubblicato i saggi filosofici "Il signore delle due vie" (Salerno, 1999), "Eros e paradosso" (Napoli, 2007, 2014), e "Ontologia. Elenchi della terra e una specie di oceano (Napoli, 2014).
In poesia, i lavori più importanti sono: "Momenti d'amore" (Angri, 2002) e "Il candore e il vento" (Napoli, 2008). Un campione rappresentativo delle sue poesie si trova nel volume "Poeti e Pittori di Secondo Tempo" (Napoli, 2013, Marcus Edizioni).
Sull'esperienza del tango ha pubblicato il libro, a carattere letterario-epistolare, "Sentire il tango argentino" (Napoli, 2011).
Altre notizie sul suo sito: www.carlodilegge.it


sabato 5 maggio 2018

La Corte dei Miracoli, di Maria Elena Danelli


Ecco una nuova interessante raccolta di poesie pubblicata dalla prestigiosa RPlibri, da poco tempo attiva nel campo dell'editoria nazionale ma già con un catalogo ricchissimo di autori importanti e meritevoli di attenzione. Parliamo della milanese Maria Elena Danelli, autrice del libro "La corte dei Miracoli", edito per l'appunto da RPlibri recentemente, nel febbraio scorso. Ed è un'altra affermazione, questa pubblicazione, di una persona che è in effetti un'artista a tutto tondo, trovando spazio la sua creatività sia in poesia che nella pittura, nella scenografia e nella fotografia. "La Corte dei Miracoli", sottotitolo "ventidue fiammelle di cui due transiti" è il punto centrale dell'itinerario poetico dell'autrice, la quale, come ella stessa dichiara nella breve presentazione, si ispira ad un luogo reale della Milano del dopoguerra, sui Navigli: si trattava di un edificio dove abitavano poverissime persone senza gambe, che andavano in giro su carrozzelle trainate da cani: questo edificio era detto "Corte dei Miracoli".
Ora, dove trovare il punto di congiunzione tra l'idea poetica suggerita dal titolo e tutto il lavoro prodotto che scaturisce, deriva consequenzialmente da quell'immagine iniziale? Dice bene Danilo Blaiotta nella sua arguta prefazione: "La natura si fa portavoce del suo pensiero", ed è proprio da qui che potremmo partire, a mio modesto parere, per una breve riflessione su questo bel libro.
Le cose, la natura, gli animali, il mondo, si personificano nei versi dell'autrice, prendono vita propria, e la sua arte magica poetante riesce molto bene in questo compito, tanto che il lettore ha la forte impressione che sia proprio la "rosa in bottiglia" a parlargli, a raccontargli ciò che essa vede alla finestra: "Una rosa in bottiglia guarda / appassendo la finestra. / Da quel vetro, / maestosi uccelli…" Ma subito dopo l'autrice riprende il pieno possesso del quadro, immedesimandosi in esso, "cogliendone i petali come panni stesi ad asciugare". C'è pietà, amorevolezza, dolcezza e immedesimazione, in queste poesie della Danelli, nei confronti di un mondo delicato, lieve, da accudire e da amare, come quei cani preziosi che aiutavano i poveri con le gambe amputate trainandoli in giro sulle carrozzelle. Ecco dunque il punto di congiunzione, a mio avviso, tra l'idea illuminante di partenza e l'intera costruzione poetica della raccolta.
Un susseguirsi di versi fluidi, senza titoli che possano in un certo modo dare l'idea della sosta, del ripensamento; e quindi il dettato poetico scorre continuo e costante, come un fiume discreto, mai impetuoso. La parola, in queste poesie, è come il tratto di pennello di un quadro vivo, che si materializza sotto gli occhi del lettore o di chi osserva una natura che ha bisogno di essere considerata, rispettata, amata: "A volte penso agli angeli custodi / quando ombre mi sfrecciano sul capo. / Sono i migratori. / Volano maestosi e distanti / su formiche lontane"…
Ecco, in sintesi, ciò che a mio modesto parere può sortire da una prima attenta lettura di questo testo di Maria Elena Danelli, degna sicuramente di ulteriori considerazioni da parte del pubblico dei lettori e della critica, per averci offerto queste immagini intense e accorate. Ma gli amici che ci seguono potranno sicuramente aggiungere qualche altra gradita riflessione, leggendo i testi che seguono.


Una rosa in bottiglia guarda

appassendo la finestra.
Da quel vetro,
maestosi uccelli.
Con foglie rinsecchite abbozza il volo
nell'acqua intorpidita
voce minerale
acqua ferma che non va da nessuna parte.

Ho colto poi
quei petali
in panni stesi ad asciugare.


***

Ho visto il sole morire.
Si assottigliava su incurvature e finestrini
indugiando nelle foglie dei pioppi.
Ancora sorrideva
in nuvole precarie.
Le mani
nel mattino.


***

A volte penso agli angeli custodi
quando ombre mi sfrecciano sul capo.
Sono i migratori.
Volano maestosi e distanti
su formiche lontane.
Di loro non so molto
se non che a volte cadono
foglie-mani tremanti sferzate dai venti d'autunno
confusi planano
chiamati dalle spume
s'inabissano e spengono
i loro occhi luminosi,
come luci di città,
all'alba.


***

Verrà il giorno in cui
la neve
non avrà più innocenza
ma un sussurro
di lontananze nere
fluide pupille
di asino e bue
in cui s'inabissano
bagliori.
Dio plasma la notte
ogni notte
in forma di carne
nel fango e nel bianco
dove la terra non ha più luogo.

Entrando in una luce viola.


***

Hanno detto che è morto il sole
è morto il silenzio.
Abiti nudi e scarpe vuote
sono monti di niente
tra spettri di case e alberi d'osso.
Dio ha taciuto
ogni volta che un agnello ha vagito.


***

La vita
si sgretola in altro.
Lo vedo,
               lo vedo.
Ma continuo a far libri
tra le foglie

di un redivivo cortile.


(Testi tratti da "La Corte dei Miracoli", di Maria Elena Danelli, RPlibri, febbraio 2018)

Maria Elena Danelli è nata ad Arco di Trento ed è milanese d'adozione, avendo vissuto l'infanzia tra la Barona e i Navigli. Attualmente si dedica alla pittura e alla poesia. È scenografa teatrale, laureata a Brera; ha lavorato per quasi trent'anni presso le "Scenografie Ercole Sormani" di Milano, collaborando con Teatri di tutto il mondo e set cinematografici. Ha partecipato a mostre personali e numerose collettive. Sue pubblicazioni sono state inserite in Antologie poetiche, tra cui Novecento non più – Verso il Realismo Terminale con Guido Oldani, per La Vita Felice Edizioni, e Rise – Antology dell'Editore Vagabond di Los Angeles, sempre nel 2017. Partecipa a reading poetici, come quello avvenuto nel mese di maggio 2017 alla storica Libreria Bocca di Milano. Con la mano sinistra ha creato disegni per un testo di Sandro Sardella e una suite di Danilo Blaiotta con GaEle Edizioni dedicato al poeta Jack Hirschman.

È stata allieva di Franca Rame e dal 2013 ha seguito corsi di teatro con Dario e Jacopo Fo.


martedì 10 aprile 2018

FUOCO, TERRA, ARIA, ACQUA: l'Antologia del Progetto Poesia Portale Sud


L'atomo di Democrito era qualcosa che non poteva essere ulteriormente scomposto e suddiviso: l'ultimo mattone della materia. Così il mondo, la realtà, era pensata dal grande filosofo di Abdera, agli inizi del grande viaggio della Fisica che ci ha permesso, oggi, di conoscere orizzonti ben più ampi e complessi. Ma l'idea dei quattro elementi fondamentali che costituirebbero tutto il mondo, terra, aria, acqua, fuoco, fu di basilare importanza per poter poi porre le fondamenta della scienza e della ricerca scientifica. Quattro elementi, o "radici", come affermava Empedocle, il grande filosofo presocratico, che sono stati ripresi e riconsiderati in questa intelligente antologia curata da Edoardo Sant'Elia e di cui fanno parte i poeti: Giuseppina De Rienzo, Valerio Grutt, Rossella Tempesta e lo stesso Sant'Elia. Si tratta dunque di una prima realizzazione di un progetto poetico di ampio respiro, denominato "Poesia Portale Sud", che ha l'intento di "far emergere – oltre le secche dei modelli primo o tardo novecenteschi ed accettando in pieno la sfida del postmoderno – un diverso modo di 'sentire', di praticare la scrittura".
Idea geniale, quella di iniziare il progetto partendo, in modo quasi emblematico se non addirittura metaforico, dai quattro elementi empedoclei "Fuoco, Terra, Aria, Acqua", temi fondamentali che possono, e in effetti hanno potuto, generare, o meglio ri-generare, riflessioni e componimenti di alto contenuto poetico e anche filosofico. Quattro gli elementi e quattro i poeti che li hanno "richiamati", riconsiderati, ognuno prendendosi l'estro, l'ispirazione, lo studio e il dettato stilistico relativi a una delle "radici". Così, Giuseppina De Rienzo per Fuoco, Rossella Tempesta per Terra, Edoardo Sant'Elia per Aria, e Valerio Grutt per Acqua.
Con "Forse l'inferno salva", titolo della silloge che apre l'antologia, Giuseppina De Rienzo tenta, con successo, una sorta di redenzione del Fuoco, individuando in esso il segreto filo conduttore che evidenzia realtà a volte apocalittiche ma sicuramente scevre da ogni ombra di ipocrisia, con un linguaggio diretto e scintillante, narrando di galassie e di uccelli del paradiso, calati in una quotidianità sorprendente e mitica: "Chissà quali distanze / il gelo / buchi di emmenthal l'anima / restìa alla quiete, sanare l'arsura / perfino baci abbracci / affida ai sogni…". E ancora: "Ha ventre di brace l'ultima galassia / personale rogo l'occhio polifemo…". Lo stile della De Rienzo è, in questi testi, molto aderente al tema da lei scelto: un Fuoco che si agita e guizza, così i suoi versi magmatici, esplicitati in modo egregio e coerenti con la citazione della Cvetaeva in apertura: "Io (non) sono fatta per la vita, in me tutto è incendio".
Rossella Tempesta sceglie la Terra e la addolcisce con i suoi "21 haiku e una poesia", intitolando il suo intervento "Avvistamenti", similmente ad antichi marinai che dalla coffa scrutando l'infinito orizzonte all'improvviso esultano gridando "terra!". Introdotti da un brano di Kavafis che fa da esergo ai testi di Rossella Tempesta, il lettore può "navigare" attraverso i mari del mondo trovando isole-haiku o anche porti di solida certezza, dove la parola terra, che compare in tutti gli haiku, individua metaforicamente l'àncora cui affidare la propria esistenza terrena, in balia di nature vaghe e fluttuanti: "Sei la mia terra. / Nel tuo puro ascendente / sono allunata". "Lei mi ripara, / la terra è verità. / Lei mi genera". E poi la poesia finale, che conclude: "Tra lo spavento, il riso, / ti ascolto che rinasci dentro il petto", aprendo alla speranza di una ri-nascita, di un "avvistamento" duraturo che appaghi finalmente il senso della ricerca e della vita.
Con il poemetto "Una storia degli spiriti" Edoardo Sant'Elia sviluppa la sua idea lirica centrata sull'Aria, e prendendo spunto dall'indovinata citazione empedoclea che afferma: "e l'aria con lunghe radici dentro il terreno si immergeva", ci offre una sceneggiatura poetica ambientata in uno stabilimento balneare, dove gli "spiriti dell'aria" Lello, Aniello e Farfariello, di basiliana memoria, fanno da sfondo agli episodi di due bagnanti, una coppia di giovani ragazzi, in un susseguirsi di versi briosi e leggermente ironici: "Siamo gli spiriti del Mezzogiorno, / nascondi gli occhi tra le mani / se proprio non vuoi vederci attorno. / Se invece non ti stanchi di ascoltare, / se ti concedi al gusto del narrare, / se l'ansia t'attanaglia sul più bello, / pronuncia senza indugio i nostri nomi: / Lello, Aniello e Farfariello!".
Valerio Grutt ci sorprende con il suo poemetto "Mi investe il tuo mare", con un linguaggio poetico immediato e attuale, attualissimo, scorrevole come l'Acqua che è riferimento solidale con l'esergo scelto di Giordano Bruno. Si tratta qui di componimenti che si "immergono" letteralmente nel quotidiano, nelle cose minime e quasi abitudinarie che riempiono la giornata, ma accompagnate sempre da una leggera vena di autoironia, quasi a voler minimizzare un dramma esistenziale che, sovente, emerge dal vasto mare in abbandono: "Oggi non può morire nessuno / nascono pesci nella pancia del mondo. / I rubinetti, aprite i rubinetti / le porte, le finestre, / le ante degli armadi. / Il mio cane è tornato / in sogno a farmi le feste. / I surfisti non cadono più. / I rubinetti, le porte, i cuori, / le cose felici, apritele."
Un'opera di indubbio spessore poetico, da leggere ripetutamente onde poterne assaporare sempre di più il sottofondo mitico e filosofico, e, perché no?, per essere in grado, in una certa misura, di rispondere (positivamente, si spera) alla domanda, provocatoria e sottile, che si pone Edoardo Sant'Elia: "Esiste un pubblico per la poesia?"

(G.V.)

Giuseppina De Rienzo, Valerio Grutt, Edoardo Sant'Elia, Rossella Tempesta, FUOCO, TERRA, ARIA, ACQUA, a cura di Edoardo Sant'Elia; Terra d'ulivi edizioni, 2017.

lunedì 19 marzo 2018

Luigi Vallebona e il suo "Ritmo del mondo"


Dove si avverte il "ritmo del mondo"? O, meglio sarebbe da chiedersi: è ancora possibile ascoltare le segrete vibrazioni che provengono dalla natura circostante, dal mondo? La vita che conduciamo nell'attuale società convulsa e disordinata, in un degrado generalizzato di valori e di costumi, non permette quasi mai di soffermarsi a considerare il senso profondo dell'esistenza e a comprendere appieno il significato delle cose, ovemai fosse possibile trovare da qualche parte una spiegazione abbastanza soddisfacente del classico "perché, come e dove". Da qui la necessità avvertita, soprattutto dagli artisti e quindi anche dai poeti, di tradurre in qualche modo questo senso di inanità, questo smarrimento di fronte alle cose del mondo, che non "parlano" più all'uomo ma che soltanto aprendo di più le orecchie del cuore è possibile avvertire, come un lontano sottofondo.
Luigi Vallebona è uno di questi poeti sensibili, che avverte lo stridente contrasto tra l'armonia delle cose, della natura, del mondo, e il modo banale, superficiale, a volte persino deleterio, del vivere quotidiano, una quotidianità omologata, chiusa, imprigionata in regole e iter burocratici, una quotidianità meccanica e assolutamente dipendente dalle strutture e dalle strumentazioni tecnologiche.
Il nostro autore, in questa originale raccolta poetica, riesce benissimo a far combaciare l'armonia della natura, il dato direi "analogico" e genuino di cui è fondamentalmente costituito il mondo, con lo schema "digitale", amorfo, freddo, delle strutture impersonali che governano l'attuale civiltà, dalla burocrazia iper formale al dilagante utilizzo dell'informatica, sovente sopravvalutata. La cosa interessante che traspare in questa "cucitura" o conciliazione tra le due realtà, tra i due modi di vita, è che Luigi Vallebona utilizza un "tramite" poetico che risulta davvero efficace, facendo risaltare i contrasti e nello stesso tempo addolcendoli. Il suo linguaggio poetico è infatti diretto e non privo di una certa vena di ironia, quasi scherzosa, divertente, in molti dei suoi testi. E l'ironia, si sa, rende tutto più semplice, nel senso che è possibile la "denuncia", veicolandola in modo artistico, poetico, sagace.
Non è del resto difficile entrare nel mondo poetico di Luigi Vallebona, perché i termini da lui usati sono quelli del parlare tecnologico e burocratico di oggi. Excel, web, password, e poi ancora badante, INA-Casa, Legge 104, sono parole usualmente utilizzate nei contesti più vari, e in tutte le case. La genialità dell'autore sta nell'aver saputo amalgamare le due facce dell'esistenza, evidenziandone l'eccessiva superficialità e a volte la marcata indifferenza con le quali l'uomo tratta il mondo circostante, se stesso e la natura. Un invito quindi a considerare meglio la propria identità, la propria umanità, di fronte allo smarrimento e all'alienazione di un mondo falso e sconsolato, come giustamente fa intendere Antonio Bux nella sua dettagliata prefazione.
Ma altri spunti di riflessione aspettiamo che ci vengano proposti dai lettori che ci seguono su questo blog, ai quali va la nostra gratitudine; come grati siamo al bravo Luigi Vallebona per averci offerto questo particolare e originale testo poetico sulle discordanze del mondo e sulle sue inascoltate vibrazioni ritmiche.
Di seguito riportiamo alcuni brani poetici tratti dal suo libro "Il ritmo del mondo".


Fogli, foglie


Nei fogli excel
Nelle pagine web
Nei link, nei tweet
Disincarnata è la vita
Ci sconnette dal mondo
L'ultima offerta wireless.

Intanto il cinipide uccide
Lentamente i castagni
A uno a uno li sfoglia
Come pagine smorte.

Ma, nonostante tutto,
Sullo sfondo bruno del bosco
Marzo ci mostra ancora il filo
Che cuce in un'unica tela
La fioritura dei ciliegi e dei pruni
La fogliazione dei faggi e dei frassini.


***

Qualità totale

Dio dei monitoraggi
E degli schermi touch
Sia fatta la tua volontà
Non sfuggano al tuo database
Le nostre criticità.

Ma, se ti inviamo via PEC
Il rendiconto dei debiti
il PDM e il RAV,
Perdonaci il cheating della prova INVALSI
E dacci oggi il nostro test di ingresso quotidiano
La password per essere ammessi
Alla vita del mondo che verrà.


***

La voce del bocciolo

Madre la terra
Madre la lingua
Mi sono incarnato in loro
E loro in me
Dando la linfa con cui traccio
I solchi dei miei versi
Impregnati di fango
Radicati nelle nervature
Delle foglie e dei polsi.

Esprimo la clorofilla
Racchiusa nelle parole
La fame di luce della gemma
Pronta ad aprire la bocca
A sbocciare.


***

Marzo, marze

Il melo selvatico cresce
Al margine estremo del bosco
Dove la terra è scarna.
Il figlio dell'uomo raccoglie
Le marze spuntate sui rami
Del vecchio pruno gentile.

È tempo di fare gli innesti
È ora che crescano insieme
Il tutto e le parti, legati.

All'alba dell'equinozio
Il melo rinasce, impruna.


***

Il ritmo del mondo

È sul primo vagito
Sul secondo capezzolo
Sul penultimo e l'ultimo rantolo
È sui picchi di febbre
Sulle onde che increspano
Sulla terza e la sesta sillaba del verso
Che batte il ritmo del mondo.

Intermittenti
Sono i cicli di chemio e di quiete
La galaverna e lo sgelo
La rugiada e la brina
Il travaglio, il parto e la luce.

La cadenza del mondo
È in battere o in levare
Nel soffio di vento che muove
Le foglie del pioppo tremolo
Nella bocca del bimbo che tetta
Il latte dal seno.


***

Inno alla badante

Ave o Maria piena di cacca
Espulsa dal vecchio che muore
Svuotando la pancia dagli ultimi
Inutili farmaci
Nell'agonia e nel delirio
Prega per noi.

Tre volte respinta alla frontiera
Tra Kosovo e Albania
Tre volte impigliata nel filo spinato
Al confine tra Serbia e Ungheria
Altre tre volte entrata
Via mare nella pancia di uno scafo
Ma espulsa tre volte ancora
Col charter Linate-Tirana
Sei giunta lo stesso in volo
Angelo clandestino
A prenderti cura delle piaghe
Da decubito
E a pulire il vecchio come un bimbo
Sulla soglia della culla nera.


***

È più facile

Per partecipare alla messa
Del romano pontefice
Sia fatto a tutti obbligo
Di avere un codice a barre.

Passi pure il cammello
Per la cruna di un ago
Non chi ha fede sincera
Ma è sprovvisto di pass.

Testi tratti da "Il ritmo del mondo", di Luigi Vallebona, RPlibri, 2018. Collana "L'anello di Mobius", Sezione diretta da Antonio Bux. Prefazione di Antonio Bux. Nota di Giuseppe Conte.


Luigi Vallebona è nato a Savona nel 1961. Laureato in Lingue, si è dedicato per molti anni all'insegnamento del francese e dello spagnolo nei Licei, oltre che dell'italiano all'estero, come Lettore MAE presso l'Università Nazionale di Córdoba (Argentina). Dal 2012 è Preside di frontiera. Si batte per la difesa della biodiversità e della varietà linguistica. Si interessa di educazione interculturale, di letteratura comparata e di narrativa, con diverse pubblicazioni. Ha curato diverse traduzioni in spagnolo.

Alda Merini vista da Ninnj Di Stefano Busà

PUNTO, Almanacco della poesia italiana

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