domenica 13 settembre 2020

La sovrapposizione dei termini poetici in "Bestia divina", di Mario Fresa


È sempre un viaggio interessante, quello che si compie attraversando il mondo poetico di Mario Fresa, un poeta che certamente si distacca molto, per certe sue caratteristiche originali di scrittura poetica, dall’usuale seppur interessante e valido assieme di protagonisti che vivono, attuano e frequentano gli ambiti letterari di questo primo scorcio di secolo. Si tratta certamente di una voce autorevole, forse non molto presente sui “social”, ma seria, competente e anche prolifica, sia nella produzione di proprie opere letterarie, sia attraverso la cura e la gestione di alcuni blog specifici, di alto livello culturale (come ad esempio “Il Re pescatore”). Le sue competenze letterarie spaziano infatti dalla scrittura poetica alla traduzione di testi latini e francesi, alla critica letteraria attenta e affinata. Insomma, un poeta militante, come suol dirsi, ma con una “militanza” attiva ed esemplare, che è in grado di produrre ottime opere ma anche di provocare nel lettore una sorta di “scossone” intellettivo (ed anche emozionale) che lo induca a meditare e riflettere in profondità, partendo dal contenuto, dalla forma e dalla efficacia dei testi ideati e scritti dal nostro autore. Perché, in fondo, la Poesia deve proprio far questo, altrimenti i versi scivolerebbero sulla superficie della nostra pelle senza produrre alcun effetto valido, senza “penetrare” nell’anima, senza mettere “in crisi” il lettore, crisi che dovrebbe poi coinvolgere la sfera intellettiva ed emozionale del lettore, aprendogli nuovi orizzonti, proponendogli nuove domande, nuove possibilità e tanto altro…
Di certo Mario Fresa appartiene a questa schiera di letterati e poeti che lasciano una traccia profonda e significativa nel lettore, prova ne è la copiosa produzione poetica fin qui realizzata, ed ancor di più questo recente volumetto dal titolo davvero emblematico: Bestia divina.
Con Bestia divina entriamo subito, a mio avviso, in un mondo fortemente ossimorico, che inizia già dal titolo, dove il sostantivo bestia è aggettivato con la parola divina, chiaramente, o forse anche in modo latente, in contrasto tra di loro. Ma questa è una interessante prerogativa del nostro autore, che predilige gli estremi sia nelle narrazioni e sia nelle figurazioni; versi come “Avete visto com’è spettro e bicchiere, questo corpo?” (pag. 34), o anche: “Vivendo, ci si rovescia per terra. Angiola / sta legata per terra – ha detto; … “ (pag. 52), denotano infatti un vistoso e interessante ampliamento del significato complessivo, da una sorta di “polo” positivo, ad un altro che non è inferiore, negativo, meno importante, ma certamente opposto.
Del resto anche l’ottimo prefatore Andrea Corona, afferma che Mario Fresa ha l’”esigenza di andare oltre la superficie del testo, a tener conto dei gangli che tengono unita la testura nel suo complesso”. Questo allargamento, o meglio slargamento, del dire poetico produce un mosaico di figurazioni addirittura tridimensionale, in quanto i vari tasselli non solo si incastrano l’uno con l’altro sul piano discorsivo, ma si sovrappongono, elevandosi l’uno sull’altro senza peraltro occultare o trascurare il sottostante.
Il risultato di questa operazione è piuttosto evidente: Mario Fresa, in Bestia divina, dilunga, sovrapponendo parzialmente i termini e le parole, la sintassi della proposizione nel verso, spiazzando il lettore in un modo inaspettato e inconsueto, come qui ad esempio: “Si dimostra d’accordo quando gli viene / dato un insistente cinema odore.” (Il marito condimento, pag. 22), dove già si nota quella scorciatoia cinema-odore, o anche, nello stesso titolo del brano, marito-condimento, che integra due sostantivi con l’effetto di ampliare, elevare, con soltanto due parole, un concetto, uno stato, una figurazione, a livelli superiori, che raccordano in qualche modo due estremità di significato diverso (cinema, odore. Marito, condimento).
Per tutto questo, per l’originalità del dettato, per la forma stilistica (notevole l’utilizzo dell’enjambement), per la scrittura in versi e per alcuni brani in prosa poetica, Bestia divina di Mario Fresa si colloca tra i migliori testi poetici dell’attuale produzione nazionale.
Il libro meriterebbe ulteriori considerazioni, ma lasciamo ai nostri lettori il gradevole compito di aggiungere riflessioni e commenti, dopo aver letto il libro o anche i pochi versi che qui riportiamo.


Sparirà


Dice che usciamo insieme, carnivori e infelici:
così ci scontano gli anni a metà.
Siamo lo sguardo e il pescecane.

“Questa morte mi è costata sette chili.

Per respirare, dunque, lo consolo; la lascia un po’
di giorni dietro di noi, e clic.

Poi, di sicuro, sparirà.


***

Il marito condimento

Si dimostra d’accordo quando gli viene
dato un insistente cinema odore.
Non si può lasciarla andare ma
la vede precipitarsi, a dir poco,
in un sonno macellaio.

Chi l’ha capito? Si aprono i congiuntivi della testa,
sì da farmi cadere nella fretta somiglianza.
I piedi uguali al resto. Albicocche e pagelle.
Anzi un solo compenso pediatra,
come il mostro di un corpo vivo
che ha perduto la speranza di restare…

Allora, non entrò. Né vide spina mortale ma
un architetto dalla solita bocca più che longeva,
né mangiare né facchino;
e Agnese è colma di sale e fa un incendio
di severità. Ma quanto terrore sta
nel tuo infinito corpo-trasloco?


***

Disertore

Noi stiamo con un ultimo ferito che sta intero
e che gli viene addosso: vero soldato
pronto a morire per una lingua che non passa
più mercato; e se ritorna, c’è una pesante corte
delle imprese che a suo modo
cerca di vivere, lo guarda a lungo
e poi gli chiede: che guerra è questa, se in effetti
proviene dalle gambe che diventano,
come per sbaglio, niente?
Che fa questo regalo da testa lavatrice?

Soldato che diventa puro crollare,
colla di ballerina; una sonora mente
di balbuzie!


***

Nella casa

L’amica del vento magro si chiama
con due nomi di silenzio; un po’ fune
(domani le avrei detto: giusto un po’ meno)
e, per esempio, il colmo del destino.
Ed è per questo che lei delira di anarchia.
La fissa dolce con gli ultimi, sottili rotoli
notturni sopra di sé; e sta bene sulle ossa
che si credono, quasi, un miracolo
di carne. Appena entrati nella testa delle parole
siamo mercurio, intimità.


*** 

Parole della morte a sua madre

Vivendo, ci si rovescia per terra. Angiola
sta legata per terra – ha detto; è pronta almeno
quanto una testa impazzita a causa
dei ricordi. Di nuovo, poi, l’azzurro esortativo.
Diventiamo una balbuzie mondiale.

Che fare allora, di questi verbi? Il nome c’è,
così allarmato da venirgli addosso. Ma credo proprio
che sia di un altro.

Uno straccio, le ripeto,
dipinto per sventura. Il salto dal balcone.


(Testi tratti da “Bestia divina”, di Mario Fresa, La scuola di Pitagora Editrice, Napoli, 2020; prefazione di Andrea Corona).


Mario Fresa è nato a Salerno nel 1973. Tra i suoi libri di poesia: Uno stupore quieto (Stampa2009, con prefazione di Maurizio Cucchi, 2012; menzione speciale al Premio Internazionale di Letteratura Città di Como); Svenimenti a distanza (Il Melangolo, 2018, con una riflessione critica di Eugenio Lucrezi; Premio Internazionale Cumani Quasimodo). Ha tradotto poeti latini e francesi e ha collaborato a “Paragone”, “Caffè Michelangiolo”, “Il verri”, “Nuovi Argomenti”, la “Revue des Archers”, “L’Almanacco dello Specchio”, “Recours au Poème”, “Nazione Indiana” e “Poesia”.



domenica 23 agosto 2020

Le "Indiscrezioni dal fortilizio", di Sergio Carlacchiani


È straordinario come i poeti, nel produrre e pubblicare una loro raccolta, riescano molto spesso a indovinarne il titolo. Nel senso che il titolo è senz'altro l'indizio principale, una sorta di passepartout, che aiuta il lettore a situare tutta la costruzione, l'idea, il progetto poetico dell'autore in un determinato ambito significativo. Una sintesi essenziale, dunque, che forse soltanto i poeti più "profondi" e impegnati hanno. Non è da meno sicuramente Sergio Carlacchiani, che sorprende tutti con questo titolo che è tutto un fitto programma, è il caso di dire: "Indiscrezioni dal fortilizio", edito recentemente da RPlibri di Rita Pacilio.
Dicevo sorprende, in quanto Sergio Carlacchiani non è affatto un nome nuovo nella poesia: artista poliedrico di grande talento, attore, performer, lo abbiamo ascoltato tantissime volte recitare alla perfezione poesie di grandi autori e di autori meno noti, con quel suo timbro dolce-grave, da attore esperto e consapevole della sua maestria e professionalità. Quindi, è certo che il nostro Sergio sappia che la poesia, quella sua come quella degli altri, va trattata con delicatezza e rispetto, va interiorizzata nel proprio spirito o anima o cuore che dir si voglia, cioè con la consapevolezza che si sta trattando un insieme di parole, di pause, di sfumature, di echi, che complessivamente ri-costruiscono una forte verità emotiva, un senso nuovo da dare a ciò che si avverte normalmente nella fretta del vivere quotidiano. Sergio Carlacchiani ne è doppiamente consapevole perché oltre ad essere poeta produttore di versi, è poeta nell'interpretare i versi degli altri, nel tradurli, nel commentarli, nel fotografarli e nel dipingerli.
Ma è poeta soprattutto per se stesso, quando esplode, ma in modo controllato e coerente, nella sua arte complessiva, integrando perfettamente le parole con le immagini e con i suoni della sua stessa voce, forze creative innate nella sua spiccata personalità d'artista completo.
Dal "fortilizio" egli osserva attentamente il mondo e l'umanità. Non è un trincerarsi velleitario e asettico dietro una metafora di paravento per uscirne con anatemi e frasi fatte sulla disgregazione del mondo, ma è un effettivo contaminarsi e integrarsi con la realtà esteriore, pur tentando di schermarsi all'interno di un presidio ritenuto, almeno in certi momenti, punto di base per riflettere con serenità.
E il tutto può riassumersi nel titolo del primo brano che ho scelto per questa discussione sulla poesia del nostro Sergio: "Siamo poesia matasse di nuvole da disbrogliare". Ahimé!, compito assai arduo, per il poeta e per noi tutti, che cerchiamo una realtà facile e diritta, sfrondata da tutte le inutili e deleterie sovrastrutture, pregiudizi, distorsioni e negatività con le quali di solito ci accompagna lungo la vita.
Sergio Carlacchiani utilizza ogni canone creativo per esprimere questa realtà sfrangiata o addirittura distopica: versi, immagini, suoni sottintesi. La parola all'interno del verso si autosostiene, slegata eppure tassello indispensabile di un mosaico più grande e percepibile con attenta lettura. Poesie libere, come libero è l'afflato che le collega tutte verso un mondo dove regni una maggiore schiettezza e semplicità di sentimenti e di rapporti umani. Una poesia che diventa a volte discorsiva, propositiva, indicatrice, ma mai dichiarativa: sempre coerente con la linea del disordine esistenziale contingente, pur denunciandone la complessità e la pericolisità.
E in effetti, le sue sono solo "indiscrezioni", con le quali, umilmente ma con grande sagacia poetica, il nostro Sergio Carlacchiani, dal suo "fortilizio", riesce a indicarci una possibile redenzione.
Lasciamo ora ai nostri cari lettori la possibilità di aggiungere ulteriori gradite riflessioni, dopo avere letto i brani seguenti, tratti da "Indiscrezioni dal fortilizio", di Sergio Carlacchiani.


Testi tratti da "Indiscrezioni dal fortilizio", di Sergio Carlacchiani, RPlibri, 2020


Siamo poesia matasse di nuvole da disbrogliare

Anime belle siamo fantasia incontri casuali velati di malinconia
ottime scelte marionette senza fili preghiere diventate musica
conforto che l’esistenza propone nello smarrimento quando
il tempo è sospeso tenuto vivo dalla parola indefinibile salvata
dal manicomiale chiacchiericcio anestetizzante d’un pedante
niente borghese che tutto vuole inghiottire siamo strani ritratti
scontornati dal vento parliamo ai silenzi di tesori chiusi dentro
imperscrutabili solitudini siamo come voli sospesi leggeri sacri
chiamati dalla bellezza al sacrificio di schiudere ostili oscurità
colme di sofferenza che nell’aldilà accompagnano e resistono
con lo sguardo imperturbabile aperto rivolto a un cielo di vita
che sbroglia matasse di nuvole per farne poesia a Dio gradita.


***

Dio fluisce gioioso

M’inoltro in un sentiero di campagna
so di regalarmi un tempo incantato
rapisce una qualsivoglia apparizione
straordinaria ogni volta come dorata
la luce mossa da un vento spensierato
la corsa a perdifiato sopra l’erba viva
mi riporta indietro alla fanciullezza
immutabile carezza come fosse
la prima volta d’un epoca lontana
la vita a volte segue un rimpianto
ti lascia muto a invocare un affetto
in un silenzio che non è solitudine
ma in-canto gioioso respiro vitale
che scorre invisibile inafferrabile
dalla terra all’aria è il benevolo Dio
che ogni rio peccato e colpa sperde
il cielo svaria sulle selvose montagne
le nuvole inseguono scrutano il verde.


***

Angelico inconsentibile!

In questa specie di gelido deserto
mi sento un preambolo imbrigliato
libero dal fuoco delle apparenze
incessantemente nello stupore
osservatore umile servo creativo
differenziabile instabile mobile
che si lascia calpestare dal sole
interrogare stravolgere dal caso
accidente metafisico della creazione
essere dal cuore tatuato colorato
una fioriera autentica di sorprese
atto diretto di/segno incomprensibile
dal mero punto di vista umano terreno
persino vocale astrale angelico divino
indicibile inascoltabile inconsentibile!


*** 

Il poeta e i suoi crimini

Non volevi scomparire per sempre
accennasti alla trascendenza agli
spiragli di luce sussurravi piani altri
volevi rovesciare il poetare costituito
hai perduto sconfitto dalle parole vane
hai scommesso su errori troppo facili
c’era un via umile alla comprensione
nella verità della propria autenticità
ora perché poeta le scrivi sconnesse?
Quale recondito speciale significato
cerchi non sarebbe meglio silenziarti?
Adesso non piangere crepuscolare sei
nel reclusorio nessuno ti vede né ti sente
ti sei indebitato hai dilapidato un patrimonio
di versi ti verranno a pignorare tutti i libri
questo ora è pentiti almeno o vergognati
molti avrebbero scommesso sulla tua verità
ormai tutto ciò che scriverai sarà ingiustificabile
l’oscurità ti regalerà quell’intervallo che ti spetta
adesso ricomponiti insignificante non sei più vivo
i giorni dell’abbandono saranno la tua produzione
più interessante nel disagio troverai un anelito vero
d’appartenenza l’ineluttabile decadenza ti divorerà.


***

Scandagli

Mi lascio vivere da ogni crocefissione che appare
affacciato alla finestra d’una libertà senza significato
ferito d’ansia processo l’ingenuità del resistere
il mondo s’è scambiato i vestiti non si appressa
l’ora è perduta irreale nell’infinita sottrazione
l’ombra se ne va sola sciolta da ogni legame
inabissata in una malinconia ormai incorniciata
continuano i malintesi col sonno fuori di ragione
sono come il giorno intrappolato nella notte
seduto al tavolo della cucina attendo gli avanzi
della mattina per fare smunta colazione di luce.


Nato a Macerata nel 1959, Sergio Carlacchiani (pseudonimi: Karl Esse - Sergio Pitti - sergio e Basta!) è performer, attore, doppiatore, poeta e pittore. Direttore artistico di varie rassegne teatrali tra cui ricordiamo: “ Poeti e Poesie da Decl/Amare ; “Civitanovapoesia”, Festival Internazionale di Live Poetry ; “Poesia inVita”, Festival di Poesia Declamata e “Vitavita” Rassegna Internazionale di Arte Vivente. Si è occupato di poesia lineare, visiva, concreta, sonora e di mail art. Ha pubblicato nel 1979, “Poesie”, per la Collana Poeti D’oggi, Gabrielli Editore, Roma; nel 1983, “Quadri di Parole”, a cura dell’Associazione per le Ricerche sulla Scrittura, Grafi che Cardarelli & Casarola Editore, Monte San Giusto, Macerata; nel 1987, con lo stesso Editore ha pubblicato Quadri di parole 2. Dal 2016, dopo un lungo periodo d’inattività ha ripreso a scrivere e nel 2020 è prevista una nuova pubblicazione di sue poesie. Si è formato come attore, presso la scuola del Minimo Teatro di Macerata. Ha seguito diversi corsi di perfezionamento e specializzazione. Ha conseguito a Roma il diploma d’impostazione e uso della voce e tecnica del doppiaggio cinematografico, sotto la guida del maestro Renato. La foto “Indiscrezioni dal fortilizio” è opera di Gianfranco Mancini Cortesi. Da molti anni si occupa di porgere la poesia in maniera multimediale e spettacolare. Tra i tanti recital tenuti, da ricordare in assoluto quelli a Recanati, presso il Colle dell’Infi nito, il 29 Giugno 2010, e 2014 in occasione delle Celebrazioni Leopardiane (prima di lui Gassman, Bene, Albertazzi, Lavia, Giannini, Bucci...) Visto il grande consenso e favore di pubblico e di critica Casa Leopardi gli ha chiesto d’interpretare, in sala d’incisione, una selezione di Canti leopardiani. Nel 2011 la Giacomo & Giacomo SRL li ha poi editati in un cd “O graziosa luna, io mi rammento...” che si trova in vendita con il fi lm di Martone “il giovane favoloso” nel Museum shop di Casa Leopardi. Sergio Carlacchiani ha un canale su YouTube, una sorta di Biblioteca Sonora ad Alta Voce che può contare più di 15.000 sue interpretazioni, registrate dal vivo o in studio, che danno voce a poeti, scrittori, fi losofi , dall’origine dell’umanità ad oggi, di tutti i paesi del mondo. Affatto di secondo piano è la sua attività di pittore. Artista interdisciplinare, attraversa le ragioni del proprio operare servendosi di linguaggi, forme e materiali, sempre diversi, aff ermando così la sua identità come entità complessa e frammentata, secondo i modi di una sorta di eclettismo che non si preoccupa tanto della “coerenza stilistica”, quanto dell’intimo legame, ogni volta da inventare e scoprire, tra idea e materia, tra la forma e la sua ragion d’essere. Numerose sono le sue mostre personali e collettive di pittura, scultura e poesia, altrettante sono le performances, gli happening e i vernissages realizzati in diverse città italiane ed estere. Le sue opere, recensite da quotidiani e riviste specializzate, sono state esposte in tutto il mondo e sono presenti in alcuni tra i musei, gallerie, biblioteche ed istituti tra più importanti d’Italia e d’Europa.



mercoledì 5 agosto 2020

Michela Zanarella e la sua "Filosofia del sole"


Luce – sole – cielo – amore… Su queste quattro parole Michela Zanarella fonda la sua "Filosofia" poetica, riunendo in un pregevole testo i suoi versi che parlano liricamente, dicendoci di una realtà interiore in fermento, pronta ad offrirci e a proporci lacerti di verità assolute, quelle che noi tutti mettiamo in sott'ordine ritenendole non adatte o addirittura inutili alla vita cosiddetta razionale di tutti i giorni!
Con "La filosofia del sole", Michela Zanarella, poetessa romana di spessore, propone con un'opera in versi compatta e fluida, le innumerevoli verità della vita e dell'uomo, fondando il suo dire poetico, per l'appunto, principalmente su quei quattro termini e costruendo su di essi e tramite essi, un progetto filosofico-poetico completo ed eccezionalmente convincente e appagante.
La ricerca di una linea esistenziale libera e svincolata da ogni compromesso, da ogni legame costrittivo, anche per necessità sociale, lavorativa, comportamentale, è sempre stata una prerogativa degli spiriti liberi, e in particolare degli artisti e dei poeti. Il contrasto tra vita reale e vita desiderata è evidente, e in Michela Zanarella questo contrasto si esplicita attraverso i suoi versi de "La filosofia del sole": "Guardare quello che resta del sole / mentre la luce si aggrappa alla sera / e chiedersi quanto ci sia di noi / fuori dal corpo", afferma la nostra autrice (pag. 23). È la riflessione consapevole su un'esistenza altra, diversa da questa materiale e corporale, dove le leggi fisiche e anche quelle del vivere sociale, impongono restrizioni e legami (al di là di ogni retorica o morale o etica, nel bene e nel male): una esistenza che sta oltre, non parallela a quella attuale, dove la verità, la luce, il cuore, il sole, siano gli elementi primevi, fondamentali, in grado di liberare l'uomo dal fardello materiale e razionale della corporeità.
Non è una ricerca del trascendente, o anche dal punto di vista religioso la speranza di una "vita migliore" che l'anima buona guadagna dopo la morte. Michela Zanarella aspira adesso, e non "dopo", a questa libertà, inneggiando al sole e all'amore, e come tutti gli eccellenti poeti, anche lei si prodiga con i suoi versi ad indicare e a suggerirci una possibilità di riscatto dalle ombre e dal peccato, una sorta di redenzione dalla materialità delle cose, che si rispecchia nella purezza del cielo e "gioca" con quei quattro termini, ricostruendo un mosaico di autenticità di vita, quale in effetti dovrebbe essere il nostro arduo percorso su questa terra.
A volte si realizza un libro di poesie mettendo insieme vari testi slegati tra di loro, magari rispondenti esclusivamente ad un percorso temporale dell'autore. Michela Zanarella dimostra invece, con "La filosofia del sole", ma certamente anche con la sua produzione poetica precedente, di possedere un progetto chiaro e costruttivo da proporre,  con contenuti e forma stilistica di grande pregio ed efficacia.
Proponiamo ora ai nostri lettori alcuni brani tratti dal libro di Michela Zanarella, invitandoli ad esprimere ulteriori graditi commenti.


Restituire alla vita
lo stesso amore
che ci è stato dato dal cielo
raccoglierlo da terra
come se ci fosse luce
che cresce sotto l'erba.
E se occorre rimediare
farlo tornare questo amore
come un giorno pieno di sole
prima nell'anima e poi nel corpo
perché a volte serve riprendersi il tempo
di una scintilla sulla pelle
l'idea di un bacio che non muore
per scoprirsi prossimi all'infinito.


***

Sistemarsi l'anima
con un segno di luce
un vociare di sole sceso alla finestra
e dirsi disarmati che l'amore
è aria silenzio e viaggio
di un respiro accennato
alla sera.
Il cuore impugna la luna
all'improvviso
fa diventare nettare
l'eco negli occhi.


***

L'idea che ci sia altro oltre il cielo
non soltanto una somma di anime
in mezzo alle nuvole
non un'infinità di luce che ridiventa luce
magari è lassù il tempo per giurare verità
a cuore nudo
per mettere la vita al sicuro
e afferrare il sole con le ossa
magari la luna ci potrebbe dire
se si pronuncia ancora in silenzio
l'amore eterno.


***

Il cielo era luce prima di noi
ha conosciuto le nostre vite precedenti
sa che siamo stati il tiglio e la quercia
sa che non esiste tempo che ci allontani
fu così anche nel mito di Filemone e Bauci
a radici nude nel sole eterno
l'anima sciolta nel vento
pronti a gocciolare amore come polline
e a rinascere tutte le volte
che un fiore s'avvera sulla terra.


*** 

 Dall'altra parte del cielo
saremo sempre gli stessi
con l'anima meno carica di croci
avremo tutto il tempo
per perdonare il corpo
che pensavamo nostro
e per toccare benignamente la luce.
Con il cuore sollevato da terra
ciecamente rinati a nuvola
ci chiameranno i vivi
a farci esili sparsi all'invisibile.


(Testi tratti da "La filosofia del sole", di Michela Zanarella, Edizioni Ensemble, Roma, 2020; prefazione di Dante Maffia)

Michela Zanarella, nata a Cittadella in provincia di Padova nel 1980, è autrice prolifica ed è tra le voci più interessanti della sua generazione. Ha pubblicato le raccolte poetiche Credo (2006), Risvegli (2008), Vita, infinito, paradisi (2009), Sensualità (2011), Meditazioni al femminile (2012), L'estetica dell'oltre (2013), Le identità del cielo (2013), Tragicamente rosso (2015), Le parole accanto (2017), L'esigenza del silenzio (2018), L'istinto altrove (2019).
Le sue poesie sono state tradotte in inglese, francese, arabo, spagnolo, rumeno, serbo, greco, portoghese, hindi e giapponese.
Ha ottenuto il Creativity Prize al Premio Internazionale Naji Naaman's 2016.



venerdì 31 luglio 2020

Filippo D'Eliso: "Lì un tempo fioriva il mio cuore"


Una sorta di stupore reverenziale nei confronti della natura e, soprattutto, un senso di rispetto profondo verso l'uomo e il suo relazionarsi con gli altri, muove la poesia di Filippo D'Eliso, colmandola di visioni, storie ed emozioni che vibrano fortemente nell'animo del lettore. Questo, ad un primo rapido ed immediato giudizio, emerge sostanzialmente e formalmente nel progetto poetico dell'autore, il primo esperimento, ben riuscito, di una lunga proposizione letteraria di un vero artista ed affinato e sensibile intenditore e amante, nonché protagonista, dell'attività letteraria e poetica quale è il nostro Filippo D'Eliso.
Beninteso, l'essere predisposto a più di una disciplina artistica, come ad esempio la musica e la poesia, come avviene nel caso di Filippo D'Eliso, discipline che si integrano in modo magnifico, non significa che, automaticamente, la frequentazione dell'una possa contribuire al buon esito dell'altra. Ma nel caso del nostro autore, direi che non solo questa integrazione si avvera in modo sublime, ma si esalta addirittura, fino al punto che diventa quasi indistinguibile l'armonia che aleggia intrinsecamente nei versi, dall'armonia, ritmo, musicalità e liricità che avvolge l'intero dettato poetico dell'autore.
Del resto è lo stesso Filippo D'Eliso che, nella sua "poetica" presentazione, afferma che l'amore nei confronti della poesia è innato in lui e fin dalla tenera età egli ha considerato la poesia come un tramite per descrivere, ascoltando e osservando, il mondo e la natura: "Sulle mani, solchi musicali,
consumati a quattro anni con corde di chitarra rosso fuoco prometeico. Percezione della bellezza. Ascoltare, ascoltarsi. Suoni e assonanze, rime dell’infanzia…" Questa introduzione, che già di per sé è una bellissima dichiarazione di poetica, racchiude in effetti tutto il progetto artistico-letterario del nostro autore, indicandocene, quale cartina al tornasole, gli elementi essenziali e rivelatori della sua sensibilità e del suo potenziale creativo, sia nella ricerca musicale, sia nella ricerca poetica.
E' dunque con una vena di celato rammarico, nella constatazione di un mondo che sfugge ai suoi giusti equilibri, per le deviazioni che provoca in esso l'uomo, che il poeta Filippo D'Eliso narra le sue visioni, con un canto a volte mesto, a volte luminoso, ma sempre supportato da quella liricità e ampiezza di respiro che contraddistingue la sua poetica: "Lì un tempo fioriva il mio cuore" è il titolo del libro ma anche la sintesi, malinconica, nostalgica, appassionata, di un osservatore attento e sensibile quale è il nostro autore.
Di Filippo D'Eliso proponiamo qui di seguito alcuni suoi testi tratti dal recente libro "Lì un tempo fioriva il mio cuore" edito dalla RPlibri di Rita Pacilio, marchio editoriale ormai rinomato e pregevole per le scelte operate, soprattutto in campo poetico, e per la cura riposta nelle sue pubblicazioni.
Gli amici lettori che si seguono sono invitati ad esprimere ulteriori interessanti commenti o riflessioni in merito.




Stelle del cielo

Stelle del cielo
erranti
nell’immenso spazio
indifferenti
al mondo umano
logorato dal tempo
viziato
dai miseri mortali
bramosi di basso potere
mostratemi la via che porta alla pace.
Io con audace sforzo
cerco di lenire il dolore
di un destino crudele.
Stelle del cielo
spezzate
i sentimenti dell’odio.
Questo è quello che chiedo
nella speranza di amare la vita.


***


Vita

Il sole riscalda le mie visioni
e irradia i suoi bagliori
di fioche trasparenze.
Nella valle, persa
tra tenere illusioni, quei sentieri
di neve, toccati dal verde, invitano
al sogno. Lì, nella campagna
dove il lieve cinguettio sibila nel vento,
tra le cascine e la terra brulla
cammino e i passi
si perdono nell’aria soave.
Qui respiro profondamente
per dimenticare i rancori passati.
Qui, sotto un cielo mai azzurro,
sopra un mare mai verde,
la mia vita scorre lenta.
Il giorno ormai è andato
e domani, la pioggia
sarà battente.


***

Solitudine

Cammino per lande ignote.
Questo mondo che uccide la mia vita
si dissolve nella mente
e non trovo più il sentiero.
Mi perdo
come carta abbandonata al vento
e alla polvere della deserta distesa.
Nessuno volge il suo sguardo
a cogliere un fiore spezzato.
Così trabocca l’ultima goccia
di linfa nell’infinito.


*** 

Coscienza

Cosa potrei raccontare
a me stesso se non potessi sentire
più il tormento?
Questo brusio di foglie
che fanno ombra alla luce del sole
tramontata svanisce a poco a poco.
Non vedo più dove si perdono
le urla: certo non oltre l’azzurro.
E voi, impavide nubi
perché il vostro silenzio
è così mortale? Possano
le vostre acque bagnarmi l’anima
deserta.
Non rimane che la fioca luce
di uno sguardo tra monti e distese,
lì un tempo fioriva il mio cuore.


***

L’attesa

Nell’attesa della nuova luce
trascorre insonne la notte.
Sono un uomo che sogna oltre la siepe
un ritorno alla terra
vissuta in un altro corpo
guardata con altri occhi.
Credo ancora nella freschezza dei campi
di grano, nelle corse sfrenate
attraverso le pozzanghere,
caderci dentro per poi soffermarsi al sole
a ridere di noi compagni di gioco
sotto la pioggia e nella gioia
con i sorrisi di chi si ferma ancora a sognare.


*** 

Nascita

Quando un albero lascerà cadere
l’ultimo seme dalle sue radici
e niente avrà più dentro di sé
tu avvertirai
l’avventarsi di una possente
presenza asfittica,
l’infiammarsi del freddo
volto di donna,
il coagularsi del lontano
disegno amorfo, il nutrirsi
di una esile bolla d’aria,
e ancora una volta,
nascerai.


***

Il suolo natio

In me la gioia, in me il dolore.
La valle, il fiume
tra le alture infuocate.
L’aurora riversa
amore su ogni ferita,
ma il canto funebre
dell’infanzia sradica i sogni.
Se dai miei occhi
sgorgasse un sorriso,
di una speranza
sarei almeno ricco:
ritornare fra le braccia
della bella, serena ed eterna
madre.




Filippo D’Eliso è compositore esperto degli aspetti interdisciplinari della Composizione Musicale in Ambiente Informatico per i Laboratori del Conservatorio “San Pietro a Majella” di Napoli. All’età di otto anni inizia lo studio del pianoforte (S.Carella, I.Kirgis) e in seguito lo studio della composizione (F.Palazzo, Scuola di A.Di Martino). Si diploma in Musica Corale e Direzione di Coro (Napoli 1991, C.Pagliuca), Composizione (Bari 1998, F.d’Avalos) e Musica Elettronica (Napoli Feb. 2004, R.Doati, F.Galante, A. Di Scipio). Si specializza in Musica e Spettacolo (2003, Università Federico II di Napoli). Consegue con lode il Diploma di Laurea di II livello in Teoria e Tecniche della Composizione Musicale (2006, E.Renna) presso il Conservatorio di Musica “San Pietro a Majella” di Napoli. Segue alcuni insegnamenti del corso di laurea in Fisica Elettronica (1983-1991) con particolare riferimento alla Computer Music e alla Psicoacustica. Elabora musica della tradizione per il teatro. Opera con consulenze e assistenze musicali, ed elabora orchestrazioni, arrangiamenti, digitalizzazioni, programmazioni al computer e composizioni originali per importanti realizzazioni discografiche e cinematografiche quali Ferdinando e Carolina di Lina Wertmüller (1999). Dal 2002 inizia la collaborazione come sound programmer con Louis Siciliano in numerosi lavori, come “Barilla formati blu” (2003) tra gli spot televisivi, “Il bambino della domenica”, tra le miniserie televisive, 55 regia di Maurizio Zaccaro (2008), “Principessa”, regia di Giorgio Arcelli Fontana (2008), “I mostri oggi”, regia di Enrico Oldoini (2009), “Due vite per caso”, regia di Alessandro Aronadio (2010), unico film italiano in concorso al festival di Berlino 2010, tra i film. Tra le numerose colonne sonore composte, quella per l’opera di Alessio Di Benedetto “I figli della Sfinge” (Bastogi Ed., 2008) e il lavoro discografico, in collaborazione con la Dott.ssa Maria Cristina Piras, di ricerca applicata in medicina frequenziale e fisica vibrazionale “2012 Oltre i Confini” (Prismablu, Ed., 2012). Presenta articoli e ricerche musicali partecipando a vari convegni e tenendo seminari su musica ed emozione, musica e olismo. Sue trascrizioni e composizioni di musica contemporanea sono eseguite in numerose rassegne concertistiche nazionali e internazionali. Un suo profilo è stato inserito nell’opera in due volumi “Enciclopedia Italiana dei Compositori Contemporanei” edita nel Novembre 1999 presso la Flavio Pagano Editore e a cura di Renzo Cresti. Svolge attività di ricerca.



Alda Merini vista da Ninnj Di Stefano Busà

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