martedì 1 ottobre 2019

L'immediatezza poetica di Francesca Coppola in "Non togliermi il vestito"


Se il titolo di una raccolta di poesie deve dare subito l'idea di quanto l'autore intenda comunicare, ma in modo immediato e singolare, questo "Non togliermi il vestito", della giovane poetessa napoletana Francesca Coppola, supera senz'altro ogni aspettativa, spiazzando ma anche incuriosendo il lettore che voglia, finalmente, gustare e approfondire un po' di buona poesia al di fuori degli usuali schemi classici. LietoColle è peraltro un Editore serio, che accoglie nelle sue varie collane, in particolar modo la "gialla" e la "gialla oro", autori di spicco dell'attuale panorama poetico italiano, dando visibilità anche a giovani emergenti come lo è, appunto, la nostra Francesca Coppola.
Ma torniamo al libro. Il titolo, audace ed esplicativo, come dicevamo prima vuole già fornirci una buona chiave di lettura. che si concentra essenzialmente nel testo omonimo "Non togliermi il vestito".  Traspare, in questa composizione ma anche in molte altre, un senso di riscossa, conseguente ad una visione amara della realtà, supportata però da una buona dose di ironia. L'autrice vuole mantenere la sua identità integra, di fronte alla quotidianità e alla storia della vita che si dipana tra mille impegni e incombenze, a volte anche futili; e questa visione si evidenzia anche attraverso un linguaggio espositivo minimalista, che sta ad indicare, da parte della nostra brava autrice, la volontà di quella "riscossa", di quella riconquista della dignità e della persona, insita nei suoi versi.
Una consapevolezza del dolore del mondo che può mitigarsi solo attraverso l'accettazione stoica delle parti assegnati a ciascuno nel teatro della vita: l'osservazione attenta, stando "fermi al centro" delle cose, quasi indifferenti a ciò che accade fuori, conservando e proteggendo l'integrità intima, il proprio bene, il proprio "tesoro dei Maya", per poter poi "risorgere", sbloccarsi e ripartire, aprirsi indenni al cielo. Questo, il nocciolo del discorso poetico di Francesca Coppola, a mio avviso; uno schema poetico ben preciso, delineato sull'attesa dell'essenzialità, in cui il "vestito" da non togliere rappresenta quell'integrità della persona, anima e cuore, capace di intravedere il vero senso della vita oltre la banalità delle cose, minime e abitudinarie, che ci appesantiscono.
Un elemento importante della poesia di Francesca Coppola, almeno in questa sua raccolta, è l'uso sapiente delle parole in un gioco fantasmagorico di suoni e di interconnessioni, di salti e di rimandi davvero arditi, a volte, e che contribuiscono a vivificare l'immagine che scaturisce forte dalla lettura dei versi. Versi che si susseguono per lo più in quartine sfalsate tra di loro, il che rende la composizione ancor più elegante e gradevole dal punto di vista figurativo ed estetico.
Francesca Coppola dimostra con questa sua opera di avere un ottimo talento poetico, distinguendosi per il suo stile e per il suo dettato poetico dai toni decisi e sorprendenti: una poesia che coinvolge e che induce ad ulteriori riflessioni. Riflessioni ed eventuali commenti che ci aspettiamo, ancora una volta, dai nostri cari lettori dopo aver letto i testi che qui di seguito proponiamo.


Fermi al centro


il centro è dolore, arteria
poi niente, bufala e squallore
questo eleggersi smeraldo a fine giornata

tutto qui, il tesoro dei Maya
dire “Ciao” al solito passante
destinare l’immenso ai fiori

risorgerai, lo so
proprio dalle mie parti
– volevo le tue paure –

ti faccio vedere come muore
un airone,
tu come stai?


*** 

In nome di un’assenza

metti un giorno senza l’ombra
tutto afa e genziana
senza i lasciti a mani di sera

e una macchia poi alla mattina
di quante scatole ferme a marcire
e i sorrisi aspettano ancora di sapere

se i mari hanno bisbigliato promesse
e se tu hai preferito scambiare le carte
bello stringere assi e sentirsi invincibile

poi ritirarsi come statua a piangere
aver più di vent’anni e scordarsi
di srotolare le maniche


***

Non togliermi il vestito

avrei voluto solo vivere un po’ di più
ieri in giardino, dietro una formica stesa al sole
godermi la terra delle isole vergini
e non girare splendidi asfalti lastricati di code chiuse

avrei scelto l’inquadratura migliore
se solo avessi potuto evitare il faro in stand by

scoprire i monti e per una volta non ostacolarli

capire le altitudini per le diverse generazioni
e non scrivere l’imbarazzo, pentirsi del risveglio

Il folle vira sempre ad est
l’I–phone come identità speculare
il grazie in tutta fretta
e non mi guardare, ti prego


*** 

Vita

quante volte lì ad ispirarmi ai tuoi occhi
quel colore che neanche miscelando
il segreto dei goblin puoi respirare

io l’ho promesso sai quando ancora
nel grembo materno ho voluto fiducia
come la più testarda delle vittorie

mentre soffocavo quel desiderio
spostavo il limite: tua sorella/tua amica
indossavo le scarpe basse per non dolere i tempi

e un peso sul davanti – sipario aperto
di burattini – io e il camicione, tu
col pianto dell’attesa, pronto a esplodere vita


***

E perché nella parola odio, compare dio nel finale?

mi sorprese più d’una mano che sfiora l’oblio
un tuffo nei viadotti più ripidi
la sensazione di scuotere la marmaglia
e costringere le redini al mio cospetto

perché l’odio conosce prima l’amore?
poi si accuccia stretto fra i seni

odio che non è amore, ma compare dio nel finale
come attore non protagonista e pare
un’invocazione a non lasciarsi trasportare
da un fiume che ha il sapore di una madre


 ***

Come poesia

sa aprire bocche senza riuscire mai
a riempirle, lei che spia gli ingressi
conta gli aghi riposti male nel cassetto
mi prende in contropiede anche quando
non ho voglia di uscire

lei non indossa l’abito lucido e rifugge
lo scorrere implacabile, si aggira nuda
in una stanza vuota e dietro l’armadio
l’ennesima speranza non accetta il muro

solo lei mi disprezza ma ritorna
non si convince e straripa in rabbia
mi ragiona sul comò – senza propositi –
insolita storia di rulli ed emozioni,
lei che non esiste se non in un manto di dolori


***

Qualcuno diceva

qualcuno diceva che è
il dolore
a dirci che siamo reali

la felicità è un gioco
talmente imprevedibile da assomigliare
di più ad una visione

il nervoso/ansia/impazienza
ci sosta su un confine
posto da messaggeri e demoni

è che la tristezza mi punge
da vivo
– non può farlo da morto –

Testi poetici tratti dal libro "Non togliermi il vestito", di Francesca Coppola, LietoColle, 2017

Francesca Coppola è nata a San Giorgio a Cremano nel 1982. Si è laureata in Cultura e amministrazione dei beni culturali alla Federico II di Napoli, città nella quale ora risiede.
La sua opera prima è Non togliermi il vestito, raccolta di poesie edita da LietoColle, 2017.
Ha vinto il concorso Pensare scrivere amare nel 2017.  Nello stesso anno è stata inserita, in qualità di finalista del concorso nazionale di poesia ermetica, nella ambiziosa agenda Nuovi poeti ermetici 2017, Book Sprint edizioni. È stata selezionata in diverse edizioni del poetico diario Il Segreto delle Fragole. È stata inoltre segnalata al Premio Internazionale di poesia Piero Alinari nel 2011 e, nello stesso anno, al Concorso nazionale di poesia Città di Sant’Anastasia. Suoi testi sono stati pubblicati sulla rivista Italian Poetry Review e numerose sono le sue partecipazioni in antologie letterarie di prestigio. Ha fatto parte della redazione dei Giovin/astri di Kolibris.
In uscita per Esemble la sua seconda raccolta poetica, Ultimatum dall’inverno.





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