mercoledì 31 gennaio 2024

La poesia de "L'altra mano" in Asia Torreggiani

La consapevolezza di una sottile linea di demarcazione tra la realtà circostante e il mondo visto con gli occhi del cuore, così come si vorrebbe che fosse, si connota in modo accentuato nei creativi, negli artisti, nei poeti, i quali giungono ad esprimere con la propria arte questo disagio interiore, questa intima sofferenza nel dover comunque condividere comportamenti e quotidianità che non aderiscono mai perfettamente alla propria natura, al proprio avvertire il vero senso delle cose e della società.
È il caso di Asia Torreggiani, giovane artista, ballerina e poetessa di origini marchigiane ma residente ora a Parigi, che con questa sua silloge d’esordio, L’altra mano, edita da Interno Libri nel 2023, rimodula profondamente questa interna dicotomia tra i propri sentimenti, il proprio mondo, e la realtà esterna; una realtà che vede lontana, distaccata, indifferente ai moti propulsivi e rigeneratrici dell’amore e degli affetti: “Due voci lontane dagli spazi, / delle bussole fisse, / non si spostano…”. È indovinatissima qui la metafora della bussola, ad indicare posizioni (leggi: comportamenti) stereotipati, standardizzati da una società, come quella odierna, che persegue un andamento esistenziale monotono, ciclico, quasi ritualistico.
Ne deriva un desiderio di distacco, di isolamento, un voler riportarsi in quest’altra parte, nel proprio intimo, nel proprio mondo di verità e di originalità: è "l’altra mano”, che rimane lontana ma che comunque fa parte di noi e deve essere considerata e integrata, per una comprensione più profonda della realtà e della vita: “Non sapevo, / che non si può / imparare / a sapersi tenere, / senza curarsi / dell’altra mano, / lontana, / dal cuore inquieta”…
L’amore, inteso in tutte le sue espressioni, ma soprattutto quello di coppia, passionale ed intenso, può essere il giusto collegamento, anzi il giusto collante, necessario a tenere insieme i due estremi, ad unire con un vincolo robusto la realtà esterna a questo nostro mondo ideale, a considerare tutto il creato come un unico corpo che si serve anche dell’”altra mano”, spesso sconosciuta, lontana, dimenticata. L’amore è tale da far conciliare ogni cosa e ogni persona: “Accettami / con i capelli sciolti, / senza raccogliere / parrucche da portare, / con il viso sporco / del mattino…” Questi versi, inclusi nel primo brano della raccolta, denotano dunque la forte volontà, il desiderio d’un amore possente e inclusivo che affermi e confermi la propria autenticità (Accettami come sono…) in un rapporto tra sé stessi, la propria vera natura, e la società esterna, indifferente e conformista.
Un dettato poetico suadente, scorrevole e ricco di rimandi e metafore: un inizio eccellente per la nostra giovane autrice, di cui riportiamo qui di seguito alcuni brani.


Due voci. Lontane dagli spazi

 

Due voci lontane dagli spazi,

delle bussole fisse,

non si spostano. I passi, nemmeno

ad accompagnarli.

Sono due voci di una casa

dove vissi immobile

all’amore spento

dalle mani fredde, come stanche

di darsi mattina da sistemare,

coi cuscini arrotondati,

sento una voce che lasciai.

Parole alle stanze dei ricordi,

tu, nuovo usato,

parabola da raccontare.

Verbo nuovo, solita

inquieta porta, che accogli

mesta e scarna; le lucciole

in cerca di antri spenti

per farsi ritrovare.

Suonano accordi d’altezze

centrali, l’Appennino non rimbomba,

mancano tanti passi per le Alpi.

Quattro scarpe per vincere

l’amore, alto, freddo

il suo nome. Principessa,

fu lei e la montagna, i principi

dormono muti

dove le onde non possono rinchiudersi

alle sponde. Indietro, il corso

avanza.

 

 ***

 

Madre,

fa freddo oggi, mentre taglio il broccolo

del pranzo. Fa freddo

anche al ricordo di qualche abbraccio

chiesto come il pane

del primo angolo,

dell’ultimo minuto.

Soffiami le tue solitudini,

dimmi che non sono sola,

mentre piango nella folla

che si sfiora fino al sesso,

vuota al cuore. Dimmi

Mamma, fa ancora freddo,

ho bisogno d’altro fra le steppe,

il pesco,

e l’ultimo tulipano innamorato.

 

 ***

 

Ma parlami

 

Parlami ancora di come si

toglie una lacrima,

di come si coccolano

gli orsi in montagna,

di come la mamma

è diventata figlia;

parlami delle rose viola,

delle federe senza pieghe,

delle uova vendute

con il pulcino morto.

 

Parlami delle cose che

ancora racconti,

dimmi che non cambi,

lasciami stare meglio.

 

*** 

 

L’altra mano

 

Non trovo la pace

tra le foto

dei mesi passati,

c’era l’incontro

di corpi intensi,

e solo un cuore

a ballare,

un cuore a mancare,

a nuotare a vuoto,

inquieto.

Volevo insegnargli

la luce libera,

non sapevo,

che non si può

imparare

a sapersi tenere,

senza curarsi

dell’altra mano,

lontana,

dal cuore inquieta.

 

*** 

 

Portami il vento

con le rondini unite, la curva

dell’infinito lasciata in cielo.

Portami le luci

di tutte le albe che conosco,

materia pura,

giorno lasciato sgombro,

grembo delle ore scure

e il germoglio ormai nato.

 

 ***

 

Articolami le labbra

morte, come se dovessi

succhiare spicchi d’arancio

e prendere l’amaro

di un succo falso,

per noi,

per entrambe

le piante seccate,

in un campo siculo

nudo alle nebbie

alte.


Asia Torreggiani, L’altra mano, Interno Libri Edizioni, 2923

Asia Torreggiani, nata in provincia di Pesaro-Urbino (1994), ballerina-interprete professionista, oggi vive a Parigi. Le formazioni di danza, a Siena prima, a Parigi poi, si uniscono agli studi accademici (Università di Bologna, Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne, Université Jules Verne d’Amiens). Con questo bagaglio poliedrico, Asia si consacra oggi alla danza e alla scrittura. L’altra mano è la sua prima raccolta.




sabato 27 gennaio 2024

Anna Martinenghi: "Faccio cose del secolo scorso"

È compito, anzi missione, dei creativi e in particolare dei poeti, cogliere bene i messaggi di sottofondo, i “rumori” e i disturbi che provengono dalla realtà circostante nella quale siamo immersi e dalla quale ci facciamo condizionare. Di conseguenza, la poesia cerca di sistemare in qualche modo, dando un senso ai quadri, alle cose, alle vicissitudini, ai comportamenti, alle abitudini. Cavalcare la classica tigre adeguandosi al contingente non è sempre una soluzione, per il poeta, ben sapendo che, volendo, si può correggere la rotta della propria nave lungo la traversata esistenziale, per raggiungere l’obiettivo/sogno o almeno una propria idea di cosa buona e giusta. A volte si rimpiange la storia trascorsa, a volte si vorrebbero ripristinare gli antichi aspetti di una vita che ormai figura soltanto in vecchi diari, stinte foto, racconti della nonna. Come eravamo belli e giusti!
Anna Martinenghi, in Faccio cose del secolo scorso, edito da Controluna nel 2023, sensibile più che mai a queste differenze, sembra voglia mettere a confronto due realtà, due modi diversi di considerare la vita e i comportamenti, le logiche e tutto quanto ha differenziato un’epoca passata, ma neanche tanto lontana, da quella attuale in cui viviamo: una società che va degradandosi e banalizzandosi in cose futili e superflue e che non ha più il succo né la pienezza né il sapore delle cose semplici e dirette. L’Autrice, così, con un dettato poetico vivace e divertito, quasi scherzoso, ma in cui non manca una celata amarezza e una certa ironia, cerca di recuperare dal passato questi valori per attualizzarli nel presente: “Sono figlia della carta / della plastica / della Vinavil sulle mani”. Il valore della sua poetica è nel porre in risalto azioni e stati d’animo, comportamenti che avevano in sé una ricchezza creativa notevole, atti che stimolavano l’intelligenza e la manualità, come scrivere sulla carta o usare la colla per riparare oggetti. Cose che attualmente nessuno fa più. Un recupero di un senso dell’esistenza che, attualmente, nessun “algoritmo” è in grado di ristabilire e che soltanto la poesia, la parola poetica, ha la potenzialità e la capacità di rievocare, eternando l’essenzialità dell’uomo e del creato.

Proponiamo qui di seguito alcuni brani tratti dal libro 
Anna Martinenghi, Faccio cose del secolo scorso, Controluna Edizioni, 2023; prefazione di Dorinda Di Prossimo.

Faccio cose del secolo scorso

 

Faccio cose del secolo scorso

non fotografo il cibo

dimentico di filmare il concerto

ho un’agenda nella borsa

e scrivo cartoline che non arrivano

 

Sono figlia della carta

della plastica

della Vinavil sulle mani

di Amazon su Postalmarket

e dei lavoretti col Das

ma non ho sposato Simon Le Bon

 

Ho visto i televisori crescere

i telefoni rimpicciolire

con molti soldi

potrei comperare un biglietto per lo spazio

 

Nella collana del tempo

sono un anello del mezzo

stringo una mano

a chi è passato attraverso le guerre

e l’altra a chi vedrà la fine

di questi cento anni

 

 ***

 

Serve spazio per la poesia

 

Serve spazio per la poesia

vuoti di pensiero

sgombero di parole

serve rastrellare le foglie

ascoltare i silenzi

serve il bianco fra le parole

come neve a cambiare il paesaggio

serve ogni dolore inutile

e ciascun abbraccio che lo consola

serve essere caduti molte volte

e molte volte aver ricominciato

serve rabbia e dolcezza

tutte le emozioni di cui siamo fatti

servono paura e coraggio

in misure sempre sbagliate

serve tracciare cerchi

per capire il dentro e il fuori

serve ridere tanto e tantissimo amare

anche quando è un errore

anche quando fa male

la poesia è lì

nello spazio che insegna

ciò che davvero siamo

 

 ***

 

Cose che l’algoritmo non sa

 

Ci sono cose che l’algoritmo non sa (vivaddio!)

il profumo delle lenzuola pulite

il primo bagno della stagione nuova

le alzatacce per le vacanze

le lucette di Natale

il sonno dei neonati

i campi di papaveri e girasoli

 

Se sai tutto algoritmo

proponimi di andare a funghi

un viaggio low cost per le lumache

il nero delle noci sulle mani

fammi un pacchetto perfetto

un biglietto con la calligrafia di chi amo

spediscimi una fornitura di profumo di pane

un abbraccio di chi è andato avanti

 

Inscatolami

standardizzami

profilami

suggeriscimi

il miglior baracchino sul fiume

la piazza che amo

le gonne che fanno frush frush

la bancarella di collane pattone

la nostalgia delle macchine vecchie

 

(Oh! La Ritmo caro algoritmo!)

 

 ***

 

La vita è troppo breve per moltissime cose

 

La vita è troppo breve

per moltissime cose

le scarpe brutte

la pessima musica

le persone moleste e noiose

le sale d’attesa di muri grigi

 

A coltivar dolori

pensa già il destino

così noi apparecchiamo a festa

pranzi di ceramiche belle

piccole gioie radunate

giri di cucchiai

nello scuro del caffè

 

La vita è troppo breve

per moltissime cose

da far sparire

conta imparare a vivere

per ciò che vale

 

Siamo qui per la luce

altrimenti a cosa servirebbe

girare intorno al sole?

 

*** 

 

Faccio poesia con ciò che posso

 

Faccio poesia con ciò che posso

acqua e farina/matite e carboncino

le ombre stese alla finestra

il posarsi lieve del pettirosso

 

Faccio poesia col passo dei vecchi

col canto delle monete nelle tasche

i bottoni lenti a staccare

le pieghe della sottoveste

i promemoria sul calendario

 

Faccio poesia

di bestemmie al bar

di mani callose e giornate storte

con la fame di vivere dei ragazzini a stormi

 

Faccio poesia con ciò che curo

persone/amori/piante da rinvasare

procuro un po’ di spazio

due lacrime a innaffiare

una riga di luce giù dagli occhi

 

Faccio poesia con ciò che posso

non ne faccio affatto

conta ciò che lei fa a me


Anna Martinenghi è nata a Soncino (Cr) nel 1972.
Nel 2007 ha vinto il concorso indetto dalla Casa Editrice Cinquemarzo di Viareggio, pubblicando la sua prima raccolta in versi liberi Didascalie a cui sono seguite la silloge Nuda (2009) e Parole povere (2010). Nel 2010 a seguito della vittoria della XXI edizione del concorso letterario organizzato dall'associazione culturale "Il paese che non c'è" di Bergamo ha pubblicato la silloge Fotosensibile con l'editore Franco Colacello di Bergamo.
Nel 2011 la nuova raccolta di poesie Il cielo di scorta e altre offerte della settimana è stata segnalata al Premio nazionale "Scrivere donna 2011" presieduto dalla poetessa Maria Luisa Spaziani; tale raccolta è stata poi pubblicata nel maggio 2013 da Linee Infinite Ediz. di Lodi. Nel 2013 con il testo teatrale Habla con Eva ha vinto il premio “Portale sipario” nel Concorso “Autori Italiani” organizzato dalla Fondazione Teatro Italiano Carlo Terron di Milano in collaborazione con la rivista “Sipario”. Nel 2017 ha pubblicato la raccolta di racconti Sei troppo grande per capire certe cose, Edizioni del Gattaccio, Milano. Nel 2020 con Giorgia Ferrari e Chiara Nobilia ha curato l'antologia poetica Con-tatto in risposta al Covid19. Nel 2021 ha vinto il premio Bukowski nella Sezione poesia con la raccolta O2. Ossigeno pubblicata da Giovane Holden Edizioni. Nel 2022 la stessa raccolta ha vinto il Contropremio Carver per la poesia edita.
Nel 2023 ha pubblicato la raccolta Faccio cose del secolo scorso con Controluna Edizioni di Poesia.






lunedì 22 gennaio 2024

La poesia graffiante in "Sabbia aspra" di Francesco Randazzo

 

Spiazza e sorprende il lettore l’avvertimento che Francesco Randazzo pone all’inizio della sua raccolta poetica: “Questo libro è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono frutto dell’inventiva dell’autore e vengono usati in modo fittizio. Qualsiasi somiglianza con persone reali, vive o defunte, fatti o luoghi è assolutamente casuale.” Di solito ci aspettiamo di trovare una nota introduttiva, una prefazione o al limite una citazione. Ma ben ci sta questa precisazione, in Sabbia aspra, ed è in perfetta linea con il progetto poetico del nostro Autore, in quanto con grande intuito e arguzia descrive lacerti di realtà abnorme, spigolosa, annaspante (“Ansimano a volte le case, come gole strette, rauche, / irritate da vite costrette / e le mura si stringono / in lenti singulti rasposi…”). Il Poeta è sensibile osservatore ed è consapevole degli schemi ripetitivi e abitudinari, dei rituali che segnano la quotidianità, del falso perbenismo e dell’ipocrisia che spesso connotano i comportamenti in questa nostra società non del tutto schietta, appesantita e ingrigita da inutili stereotipi. Perciò l’avvertimento. È un modo di dire che l’Autore non ci sta, che vuole divincolarsi, denunciando il quadro negativo complessivo della storia attuale, accentuando nei suoi versi non privi di una certa ironia, quegli atteggiamenti, quelle pulsioni in giù, nel fosco e nel torbido. Non è la realtà distorta e maligna, ma è in fondo l’uomo che l’accoglie e la vive malamente, perversamente, perciò “A volte vado a letto vestito, / di tutto punto, giacca compresa…” Un agire per contrappasso, a dispetto delle solite normali maniere, o abitudini rituali, un comportarsi quasi al contrario, per riportare in vita l’originalità della persona, la schiettezza dei sentimenti e per essere aderenti e coerenti alla propria dignità umana, in questa realtà. È quanto emerge da questa sabbia aspra, in un contrasto quasi ossimorico tra il candore del creato e l’amarezza, l’asprezza dei tempi che corrono.

Proponiamo qui di seguito alcuni brani tratti dal libro "Sabbia aspra", di Francesco Randazzo, PortoSeguro Edizioni, 2022


Silenzio

 

Albeggi, tendaggi e sàgole,

pianto di rosmarino in bilico,

mentre sulla torre smemora

ogni sapienza esatta.

 

Dietro lo specchio opaco

ride la sfinge isterica

e con le mani stringe la cornice.

 

E poi silenzio, silenzio senza enigmi.

 

 ***

 

Ben vestito

 

A volte vado a letto vestito,

di tutto punto, giacca compresa,

ci fosse un terremoto fuggirei dignitosamente,

ci fosse un trapasso sarei già pronto,

ci fosse, come poi è, per lo più,

che semplicemente dormo,

me ne vado in giro ben vestito

nei miei sogni e al mattino

mi alzo ed esco così come sono,

con gli abiti stropicciati dal sonno,

e gli occhi furbi di chi va

continuamente tra due mondi,

senza andate e ritorni,

sempre in giro, altro dove,

altro quando, ben vestito,

spiegazzato di vita e di sogno.

 

 ***

 

Ai primi di novembre

 

Non mi piace venirvi a trovare, laggiù,

messi in fila, inscatolati nel cemento,

piantati nell’asfalto, freddati dal marmo,

con le date d’inizio e fine, perentorie.

Preferisco incontrarvi, come siete per me,

straordinariamente vivi e guariti dal male,

dagli errori e i rimpianti, bellissimi per sempre,

come forse non speravate o non avete saputo,

ma adesso e per sempre lo siete, in questo

enorme palazzo della memoria, il mio,

il nostro, che abitate con me, dentro stanze perfette.

Non ci sono rintocchi, né grida, né lacrime,

nessuno può disturbarci, persino ridere possiamo,

dimenticarci di tutto, rivivere solo il bene, sempre.

 

A qualcuno dovrò lasciare le chiavi,

ma questo palazzo non sparirà.

 

 ***

 

Chi resta

 

Chi resta, su strade di fumo,

tra pietre accatastate con cura,

alle finestre infrante e soleggiate.

Chi resta e fluttua, mosca bianca

sbattuta dal vento assurdo di Patmos

che soffia sulle tangenziali crivellate.

Chi resta e canta, come se volesse

andarsene ma resta ancora adesso

e nell’ora dell’assenza, carbonio,

sale, orchidea, cemento e pomice.

Chi resta e nessuno se n’accorge,

finché manca, rimpianto rasposo,

dentro qualcun altro che resta

e tutto si trascina senza coscienza,

come un sasso che rotola pigro

dalla roccia al mare, senza scampo.

 

 ***

 

Misura della fine

 

Racchiusi nel mobile antico, dolori di conforto,

raffinate porcellane, pianti dorati di Sèvres,

mascherine imprigionate nel Capodimonte,

argenti e cristalli di rimpianti e promesse,

traspaiono speranze, trasudano santità sprecate,

tutte le bambole dormono sognando risvegli,

cadono gocce di silenzio, un elegante vaso

racchiude tutto il vuoto e la perdita, azzurro

vibra su un diapason flebile, che subito smorza.

Non c’è nessuno, solo la polvere ha memoria

ormai inconsistente, spietatamente uguale

su tutto, su questo niente, su ogni piccola cosa

che ostinatamente permane senza più senso,

né dolci baci, né languide carezze, né sguardi,

né respiri, né pianti, né allegrie, resta soltanto,

questo svanire d’ambra liquida, misura della fine.

 

 ***

 

 Saliremo

 

Saliremo quelle scale senza fatica,

vorrei dirti, ma non so mentirti,

non sarà facile, questa è la verità.

Vorrei dirti che possiamo fermarci,

tutto sommato potrebbe andar bene,

ma sarebbe un errore sai, bisogna andare.

Perché questo è il bello di noi due,

quest’ostinato salire, inciampare,

rialzarsi, continuare, senza quasi

rendersi conto. Tranne poi, quando,

per un attimo sospeso, ci guardiamo

intorno, sorpresi e sgomenti, sempre

in bilico, tutto il mondo intorno a noi,

sollevati, con le mani strette insieme

e un capogiro che ci spinge ancora più su.

Non lo so dove arriveremo, che importa?

L’importante è questo andare, io e te.

 

 ***

 

 

Sabbia aspra

 

Ansimano a volte le case,

come gole strette, rauche,

irritate da vite costrette

e le mura si stringono

in lenti singulti rasposi,

persino l’aria s’indura,

e noi come sabbia aspra

bloccata dentro un orologio.

 

Vibrano a volte le finestre,

con un tremito strano, occhi

che sussultano paure e ansie,

e il vetro s’addensa opaco,

niente traspare, accecato,

silice ferita, stasi turbata,

e noi come sabbia aspra

mista a un pane raffermo.

 

Abbaiano a volte le porte,

ringhiano, ululano rabbia,

i chiavistelli sghignazzano,

le maniglie si nascondono,

gli stipiti reggono ottusi,

si sente un sordo masticare

che divora ecosistemi morti,

e noi come sabbia aspra

dentro un frullatore rotto.

Crollano a volte i tetti

stanchi di rinchiudere,

s’aprono al cielo spietato,

accolgono sarabande d’aria,

e noi come sabbia aspra

in una clessidra infranta.

 

Perché gli specchi sono indifferenti?

Perché gli ascensori non dicono la verità?

Perché gli armadi ci detestano?

 

Sabbia aspra, vetrosa, che bisbiglia

 

Francesco Randazzo, siciliano, ha pubblicato, con vari editori, testi teatrali, poesie, racconti e due romanzi; ha ottenuto numerosi riconoscimenti in premi di drammaturgia e festival nazionali e internazionali. Le sue opere teatrali sono tradotte e rappresentate all’estero (Francia, Belgio, Spagna, Croazia, Slovenia, Usa, Canada, Cile).






giovedì 18 gennaio 2024

L'intensa spiritualità nella poetica di Vera Mocella in "In questa immagine avrò vissuto"

Cosa resterà delle nostre anime unite l’una all’altra, cosa dei nostri corpi, dei nostri sospiri. Quando ci incontrammo in quel bacio, le nostre anime trasmigrarono l’una nel corpo dell’altro.
È in questa profonda riflessione, a mio parere, il nocciolo del lavoro letterario di Vera Mocella, e non soltanto in questa sua recente pubblicazione intitolata In questa immagine avrò vissuto, edita da RPlibri lo scorso 2023. Vera Mocella, giornalista, docente ma soprattutto poetessa sensibilissima, è infatti da sempre alla ricerca di una spiritualità pura che non rimanga confinata oltre le barriere della materialità, ma che comprenda e integri completamente la nostra realtà nella quotidianità e nella mera ovvietà corporea della vita, con tutte le sue pene, dolori, sogni, superficialità, pochezze ma anche negli slanci di gioia e dei sentimenti più forti. Una spiritualità che ancora di più in questo suo libro si caratterizza essenzialmente come amore, amore puro e completo, in tutte le sue declinazioni. È un amore che permea tutta la realtà, un sentimento che lega, anzi collega, la materia allo spirito universale, che sia Dio nello specifico o anche quella progressione verso un bene universale che ci renda veramente fratelli e consapevoli di una realtà sacra ed escatologicamente salvifica.
E per esprimere questo suo desiderio, che è quasi una necessità interiore, di impregnare tutta la realtà di questo forte e fondamentale sentimento d’amore, Vera Nocella si affida alla parola poetica, ben consapevole che questa, come anche certe altre espressioni artistiche di grande impatto emotivo, può contribuire ad una maggiore comprensione dell’ambito spirituale dell’esistenza umana, del grande mistero del trascendente che comunque tormenta e stimola l’uomo, al di là di ogni credo o religione.
Ma a Vera Mocella non basta la ristretta modalità poetica che si struttura normalmente in versi: in questa pregevole raccolta, troviamo infatti anche brevi testi in prosa, sempre nel rispetto dell’unico grande tema di fondo, che è appunto l’amore, la sensibilità nei confronti della spiritualità. Direi che le due modalità, testo poetico e testo in prosa, si integrano e si completano perfettamente, in quanto vi è “poesia” in entrambe, come del resto afferma anche la prefatrice Claudia Iandolo. Vera Mocella ha infatti il buon talento di saper esprimere con un ottimo dettato poetico sia in versi che in prosa, l’autenticità, la semplicità, la chiarezza e la luminosità del suo pensiero, che evidentemente travalica ogni schema prefissato, per potersi specificare in maniera più capillare, laddove il brano in prosa offre effettivamente un quadro narrativo più disteso, più ampio, più dettagliato, fermo restando il sottofondo squisitamente poetico di tutta la sua scrittura.
E in questa immagine di amore, di spiritualità, di delicatezza e di luce, Vera Mocella trova la sua dimensione, la sua principale e fondamentale ragione d’essere, come il titolo del libro suggerisce e sottolinea.

Non potendo riportare brani in prosa per motivi di lunghezza, proponiamo qui solo alcuni versi tratti dal libro.


Fulgore estremo

 

Fulgore estremo della giovinezza

mi incalza.

Ramoscelli appuntiti di nostalgia

nel giardino dell’anima.

Il mio amore

è come l’eternità del maggio.

 

*** 

 

Il Dono delle lacrime

 

Non so

nella non conoscenza vivo.

Il dono delle lacrime,

cristalli incandescenti del cuore.

Sono atroce destino,

sono meraviglioso destino/

sono fango e polvere sui piedi stanchi.

Più mi avvicino a me stessa

più il cuore trema,

si spaura.

Vorrei rinascere in nuovi giorni,

vorrei rinascere in giorni perduti,

essere uccello o fredda pietra.

Mi appartiene solo l’unicità dell’essere.

Pesante fardello.

Sono di creta le mani,

ragnatele di parole i capelli.

In tutto questo

sconosciuta parola,

tre lettere di fuoco: Dio.

 

 ***

 

Odo il tuo nome ovunque

 

Odo il suono del tuo nome ovunque,

e tutto reca i segni del tuo passaggio,

tutto parla di te.

Persino il sole, oggi,

si è levato in alto per parlarmi di te,

e la fontana del villaggio

cantava a squarciagola il mio amore per te,

anche la cinciallegra ha riso,

e gli alberi

si sono inchinati

al tuo passo

 

 ***

 

Eterno battito d’ali

 

Quel che poteva essere

e che non è stato.

Il fuggire veloce dell’anima

l’eterno battito d’ali

degli uccelli nell’aria.

Eterno il battito del cuore

nel mio cuore.

Forza infinita

della giovinezza

nell’approssimarsi dell’estate.

 

 ***

 

Il tempo è un segmento

 

Il tempo è un segmento

in bilico, inquiete, si esercitano

le anime sul filo del destino.

Raggiungere l’attimo,

quell’attimo in cui tutto è chiaro

dovevamo allontanarci

dovevamo perderci

per conoscere e per sapere.

Ora so

di cose sconosciute

prendo il mio cuore

pugnetto di neve e di cenere

e lo mangio.

 

 ***

 

Fiore della solitudine

 

Fiore della solitudine

sei sbocciato

anche stamattina.

Speranza dolce,

nel deserto

che incombe.

 

Vera Mocella, In questa immagine avrò vissuto, RPlibri, 2023; prefazione di Claudia Iandolo

Vera Mocella, giornalista professionista dal 2006, ha collaborato con “La Repubblica” e “la Nuova Sardegna”, attualmente lavora e collabora per riviste e quotidiani locali, e si occupa prevalentemente di giornalismo culturale e sociale. È impegnata nell’attività di docente, in Piemonte. È presente nella Storia della poesia irpina (dal primo Novecento ad oggi), scritta dal critico Paolo Saggese, Elio Sellino Editore. Ha pubblicato Destini di luce, Libro italiano World (2008). Nel 2012 ha pubblicato Tra pietre troppo dure, Edizioni L’Autore Libri Firenze, che ha riscosso pareri postivi dai media e dalla critica e che è stato recensito nel sito di poesia della Rai, di Luigia Sorrentino. Ha partecipato a numerose manifestazioni letterarie, tra cui: “Il vizio ineluttabile della scrittura” organizzato da Scuderi Editrice. Ha realizzato, nell’aprile 2013, ad Avellino, la manifestazione: “Nel giardino segreto”, letture di Emily Dickinson, accompagnate da musica jazz, in sinergia con Scuderi Editrice. Ha partecipato a numerosi eventi culturali. È presente in riviste specializzate e antologie poetiche. Sue poesie sono raccolte nel periodico culturale “Narrazioni”, in blog come “Fara poesia” e in altri giornali online.



lunedì 15 gennaio 2024

"Come fosse luce", poesie e antologia critica, di Rita Pacilio

E' da poco uscito per i tipi di Macabor Editore di Bonifacio Vincenzi, il volume Come fosse luce, di Rita Pacilio. Si tratta di una pregevole e interessante opera letteraria che racchiude un'ampia selezione di testi tratti dalle sue recenti e numerose pubblicazioni di poesia, e di una nutrita antologia critica composta da vari e illustri critici, poeti e personalità importanti del mondo letterario contemporaneo (Davide Rondoni, Piero Marelli, Giorgio Barberi Squarotti, Giampiero Neri, Sebastiano Aglieco, Marco Bellini, Luigi Cannillo, per citarne solo qualcuno, ma i contributi sono davvero tantissimi e significativi).
Il libro è impreziosito da un ottimo e dettagliato saggio introduttivo di Mara Venuto.



Come fosse luce, di Rita Pacilio, Poesie e antologia critica. Macabor Editore, 2023. Saggio introduttivo di Mara Venuto.

domenica 14 gennaio 2024

Il "Poco più di niente" nella poesia di Marco Masciovecchio

Alle ombre che mi fanno compagnia”, questa la citazione lapidaria che Marco Masciovecchio ha voluto inserire come dedica nella sua raccolta d’esordio, Poco più di niente, edita da Ensamble nel 2023. Nulla di più consono, letteralmente in riga con il contenuto significante del libro. E se una personalità creativa e sensibile non è mai distratta né indifferente alle cose del mondo, in Marco Masciovecchio poeta lo è ancor di più: attratto dalle superficialità, banalità e stereotipi della moderna società, l’autore ne coglie i segnali, ne osserva le contraddizioni, cerca di indagare nel torbido delle anime, di studiarne i segreti impulsi che vi si originano dall’ormai assuefatto comportamento distopico di questa nostra attuale martoriata umanità. Un leit-motive oscuro e tragico che collega segretamente i cuori di tutti e li addolora, ma non li redime, dacché il destino è ormai segnato e va purtroppo verso la frastagliatura di tutti i valori fondanti dell’esistenza.

La sensibilità del poeta, e in particolare quella di Marco Masciovecchio, è tale da saper cogliere, individuare i messaggi negativi che provengono dalla realtà, già in anticipo: “già conoscevi la tua fine / avevi gettato il cuore oltre il confine / del moralismo d’una società perbene.”… Ma qui il poeta non è né giudice né arbitro, non soltanto un “osservatore esterno” che, munito di un buon impermeabile, attraversa indenne la tempesta della quotidianità; è, piuttosto, anima integrata in essa, consapevole di esserne comunque influenzato: “ho smarrito me stesso / perdendo il passo, durante il ballo, / per non sprofondare nel vuoto / fuggo nel bosco e sono lupo / sbrano carne fino all’osso…”

La raccolta di Marco Masciovecchio è in definitiva un viaggio nelle inquietudini e nei disagi che la vita lavorativa, affettiva e sociale ci mostra quotidianamente, e che ciascuno patisce e sopporta più o meno consapevolmente, oppure adeguandosi ad essi, come sovente accade per l’attuale generazione e ancora meglio dettagliato dal prefatore Renzo Paris.

Una constatazione amara sulla realtà sovente amorfa, negligente e accidiosa che coinvolge gran parte della società giovane odierna. Ma la poesia, oltre ad essere giusta cartina al tornasole per la denuncia di certi fenomeni sociali, è nello stesso tempo anche suggerimento, indicazione di un processo di redenzione che riporti l’uomo sulla retta via: un tentativo, almeno, ma che si legge benissimo tra le righe, anzi tra i versi, pregni di latenti metafore, del nostro autore: “adesso la notte muore / conto i secondi di separazione / dal giorno che in quell’istante nasce…” Una sorta di rifiuto del grigionero, di riscatto della luce. E i versi di Marco Masciovecchio, in fondo, con quel loro andamento aspro e a volte drammatico, vogliono dire che il poco o più di niente di quello che resta di noi, è in fondo ancora una luce preziosa.


già conoscevi la tua fine

avevi gettato il cuore oltre il confine

del moralismo d’una società perbene.

 

bruciavi il tempo bruciando nel suo fuoco

come il sacerdote brucia nel turibolo l’incenso

tradito dall’amore, un lupo che brama sesso.

 

macellato fino all’osso, messo in croce,

dal Golgota all’Idroscalo morto ammazzato

il corpo amato senza resurrezione

 

e poi l’ultimo respiro: liberazione.

 

 ***

 

l’insonnia è la mia badante

di notte pulisce la mia bocca

sporca d’infetto sangue

veleno ingoiato durante il giorno

dagli orifizi spurgo.

lei è qui, ascolta silenziosa il mio delirio

mi sbatte in faccia i miei peccati

viaggio con lei nel pozzo dei ricordi,

stringe la mia mano fino al mattino,

al sorgere dell’alba finisce il turno

tornerà la prossima notte, puntuale,

timbrando il cartellino.

 

 ***

 

ho smarrito me stesso

perdendo il passo, durante il ballo,

per non sprofondare nel vuoto

fuggo nel bosco e sono lupo

sbrano carne fino all’osso

 

la notte è il nero

 

affondo dentro al fango

della moralità del mondo

ho terrore dello spettro

ascolterò in silenzio

il suo muto lamento

una radice afferro

m’isso fino al bordo

 

è bianco il giorno.

 

*** 

 

adesso la notte muore

conto i secondi di separazione

dal giorno che in quell’istante nasce,

l’occhio osserva attentamente

tirano le somme, testa e cuore,

annotano ciò che devo fare

schiacciato dal senso del dovere,

vorrei poterlo spegnere il cervello

leggero, volare libero come un uccello,

vedere dall’alto le macerie

di questa civiltà morente

schiacciata tra consumi e niente

trascinata dall’inerzia verso la fine

senza nessun valore, senza amore,

confessare tutto senza pudore.

 

 ***

 

abbiamo solo questo niente

ci siamo accorti tardi

viaggio di sola andata

non c’è ritorno

abbiamo buttato i giorni

in attesa del domani

come se tutto non avesse fine

fosse tutto permesso, tutto concesso,

illusi come struzzi

la testa nascosta nella sabbia

il piede in aria

come una bandiera, senza vento,

chiusa.

 

*** 

 

domenica, la chiesa piena,

la coscienza va smacchiata

una volta a settimana

c’è chi si confessa

chi sbadiglia una preghiera

la pace sussurrata sulle labbra

in fila per la salvezza,

infine la benedizione

un amen dopo la croce

intanto i vecchi dormono

per terra alla stazione.


Marco Masciovecchio, Poco più di niente, Edizioni Ensamble, 2023. Prefazione di Renzo Paris, Nota introduttiva di Giuseppe Cerbino.

Marco Masciovecchio, nato a Roma nel 1967, è impiegato in una multinazionale con sede a Roma. Poco più di niente è il suo esordio poetico.

lunedì 8 gennaio 2024

Errore cronologico: il recente volume di poesie di Irene Sabetta

Malinconica ricerca dell’io / in un pugno di polvere” (dal brano “errore cronologico”): direi che è concentrato in questi due versi lapidari il nucleo fondamentale della recente ricerca poetica (e filosofica!) di Irene Sabetta, sviluppata nella raccolta che volentieri segnaliamo qui ai nostri lettori. Errore cronologico, titolo che ritroviamo pure nel testo di pagina 45, come accennavo più su, edito nel 2023 da “Il Convivio” di Giuseppe Manitta, con una arguta postfazione di Franco Falasca, è dunque l’interessante raccolta che, dopo Inconcludendo, Il mondo visto da vicino e Nella cenere dei giochi, riconferma la bontà e lo spessore del mondo poetico della nostra autrice, nell’attuale panorama letterario italiano.
Anche in questa raccolta, Irene Sabetta rivolge il suo sguardo al mondo circostante e agli aspetti di carattere esistenziale, filosofico e sociologico, ampliando e approfondendo ulteriormente le sue riflessioni fino a ricercare, nei dati geo-sociali, quel punto d’inizio dell’umanità dove questa avrebbe potuto svilupparsi in modo più armonioso, giusto ed equilibrato (“avremmo potuto inventare un’altra rotta / spostare di lato l’asse terrestre / e dormire nei fossi”…). Si tratta di una profonda indagine su quanto l’uomo ha costruito finora, paragonando in parallelo questa realtà a quella che l’occhio e il cuore dell’autrice (e in fin dei conti di tutta la buona Umanità!...) avrebbe desiderato che fosse. E il desiderio di un mondo diverso, scevro da innervature maligne e stereotipi ingombranti, da falsità e sopraffazioni, si evidenzia in prima persona con la consapevolezza di poter agire da protagonista (“sono forse io il prescelto? / quello nato per archiviare i misfatti della storia / e decretare l’avvento di un destino giusto?”…).
La sua visione della realtà, nel suo complesso umano, sociale e persino politico, non è quindi distaccata, bensì pienamente partecipata, rimanendone coinvolta in prima persona ancora di più che, ad esempio, ne Il mondo visto da vicino. Irene Sabetta infatti in questa raccolta densa di un grande potenziale propositivo per un cambiamento di rotta, a partire da quell’errore cronologico che ha determinato l’inizio del degrado tuttora in corso, esprime con tutta la sua accattivante veemenza poetica tutto ciò che non dovrebbe essere. Purtuttavia, come fa notare intelligentemente Franco Falasca, questa sua impronta poetica appare delicata, quasi dietro le quinte, in un continuo, incessante e sofferto dialogo interiore vòlto a spiegare (ma non a giustificare) l’attualità.
E come è possibile questa impronta che, mentre calca la storia cercando di condizionarla, di riportarla nella giusta dimensione dopo l’errore cronologico, dall’altra parte rimane sospesa e indeterminata?... Quasi a voler applicare al mondo intero la famosa legge di indeterminazione di Heisenberg in base alla quale non è possibile precisare contemporaneamente posizione e velocità di una particella, perché le due qualità si condizionano a vicenda. È possibile con la poesia. La conciliazione tra le due vedute, prima e dopo l’errore cronologico, avviene tramite la poesia: “la poesia non è cibo / ma se ti nutre / deve essere buona / poesia biologica a filiera corta / dall’idea alla parola / materia prima e ultima / dell’unico confronto possibile”…
Poesia dunque come unico mezzo, discreto ma sottilmente efficace, in grado di raggiungere direttamente, ma con delicatezza, le sfere più intime dell’animo umano per coinvolgerlo e sconvolgerlo. Irene Sabetta ne è consapevole, perché la sua è buona poesia, a filiera corta, diretta, senza ostacoli di punteggiature o distrazioni di pause e lettere maiuscole, ma perfettamente aderente allo scopo, alla funzione che in queste parole altamente poetiche l’autrice si era imposta: una dolorosa ricerca del (vero) io, in un mondo che ha sbagliato direzione umana e sociale da ormai troppo tempo.

A seguire, per i nostri lettori, alcuni brani tratti dal libro.

ore 18.00

 

la risoluzione magnetica

registra aumento e diminuzione

e il compito di dire accende la corteccia

ma lo sforzo involontario che corruga la fronte

accompagna la necessità

ed il superfluo distruggendo insegna

 

il metodo è essenziale alla parola

 

epilessia bloccata di inalterabili funzioni

per aiutare medico e malato

ad ascoltare la voce di un neurone

frequenze variabili segnali fluttuanti

dal cuore al cervello alla balaustra

 

 ***

 

amleto in patagonia

 

nel dissesto della misura

il grande orologio batte un tempo tardivo

che al limite dell’intervallo

torna in voluta d’incenso

e schiva la punta della spada avvelenata

 

sono forse io il prescelto?

quello nato per archiviare i misfatti della storia

e decretare l’avvento di un destino giusto?

 

le mie azioni sono senza guida

e marciscono le risoluzioni

assieme ai fiori sulle tombe

 

troppe trame da dipanare

troppi occhi dovrei avere

per sondare il grembo buio di tutti i mali

 

eppure resto in questa landa squassata

a misurare i passi silenziosi

di uno spettro che vorrebbe dirci qualcosa

 

 ***

 

aerei

 

non è linea riconoscibile

che separa un mondo dal suo doppio

 

nel tramonto sfumato

al largo dei secoli in numeri romani

strati di ricchezza non allineati

si ammucchiano su un versante solo

 

per effetto ottico della distanza e dell’altezza

un mondo sembra l’altro

e tra africa ed europa solo acqua

 

 ***

 

campo minato

 

l’architetto del labirinto

è un idolo che avanza

con i serpenti nelle mani

e innesca tagliole

lungo la strada buia dei desideri

 

non sono mai stata qui

e so che la saggezza appartiene ai morti

 

non potrò fare altro

che giocare a nascondino

con il santo patrono delle cause perse

 

la poesia non è cibo

ma se ti nutre

deve essere buona

poesia biologica a filiera corta

dall’idea alla parola

materia prima e ultima

dell’unico confronto possibile

 

nessuna indicazione

molte trappole

un unico sospetto

che questa nave sia stata costruita

per naufragare

 

*** 

 

eclittica

 

il fato non è al di sopra delle cose

e i funerali non sono tutti uguali

 

quando i pezzi tutti d’oro

luccicheranno nell’erba

del gioco di scacchi interrotto

i piedi dei figli degli uccisi

correranno al ritmo del cosmo

e ogni treno arriverà puntuale

 

scienza e realtà occuperanno la stessa pagina

e coincideranno i peccati e le virtù

sul filo teso dell’orbita aurorale

 

sarà il giorno del pentagramma perfetto

in cui la mente si muoverà con i pianeti

a ricalcare la vita con precisione prima della scrittura

 

 ***

 

ripensamenti

 

seimila anni fa e oltre

quando le costellazioni

erano l’alfabeto del cielo

avremmo potuto inventare un’altra rotta

spostare di lato l’asse terrestre

e dormire nei fossi

 

nel solco della scrittura

si perdono le tracce di un misticismo

senza spargimento di sangue

dell’armonia muta dei corpi

l’immaginazione regala secondi pensieri

che la ragione non riconosce

 

il giudizio riposto nell’ovest

cancella i fiumi volanti dell’amazzonia

e i disegni sui volti dei guerrieri diventano macchie

hegel ha scritto che non può che essere così

‒ e gli hanno creduto

ma il rumore di fondo

che agita i mari e le giornate bianche

è l’eco del possibile che grugnisce in cattività

 

 ***

 

errore cronologico

 

oltre l’ordine morale delle cose

nello spazio anacronistico

dell’azione incerta

l’alone dell’errore assorbe

lo spessore della luce

e incrosta di vita l’intenzione

 

malinconica ricerca dell’io

in un pugno di polvere

 

discorso diluito nel sonno

tra un tradimento e l’altro

una cena e l’altra

 

dove il volto e la maschera non si toccano

tra le labbra e il bicchiere

tra la chiave non trovata

e la tasca bucata

inizia una spirale infinita

la retta via di fuga

dei pensieri latitanti

sulla curva

che euclide non vide

la lancetta spezzata dei minuti

annulla ogni racconto

e si fa giorno


Irene Sabetta, Errore cronologico, Il Convivio Editore, 2023. Postfazione di Franco Falasca. Foto di copertina di Sandro Figliozzi.

Irene Sabetta vive ad Alatri (Fr), dove insegna lingua e letteratura inglese al liceo. Suoi testi sono presenti su diversi blog, in antologie curate da vari editori, in “poemi collettivi” e riviste letterarie online e cartacee. Dal 2019 collabora con la rivista “Formafluens – International Literary Magazine”. Nel 2021 è stata finalista al premio “Arcipelago Itaca” e ha ottenuto il secondo posto al premio “Antica Pyrgos”. Nel 2022 suoi testi inediti sono stati finalisti al Premio “Lorenzo Montano” di Verona e al Premio “I Murazzi” di Torino. Nel 2023 è risultata vincitrice, nella sezione “silloge inedita”, al concorso “Carlo Bo – Giovanni De Scalzo” di Sestri Levante. Ha pubblicato i volumi di poesia Inconcludendo (EscaMontage 2018), Il mondo visto da vicino (Il Convivio Editore 2020), Nella cenere dei giochi (La Vita Felice, 2022). Errore cronologico (opera tra le vincitrici del premio per silloge inedita “Pietro Carrera” 2023) è la sua quarta raccolta.





 

 

 

Alda Merini vista da Ninnj Di Stefano Busà