martedì 22 novembre 2011

Francesco Iannone e le sue "Poesie della fame e della sete"

Come in una corsa a staffetta, nuove generazioni di poeti afferrano il testimone e continuano il difficile ma entusiasmante percorso della poesia, ricalcando con più vigore e lucidità le orme delle precedenti, o trovando magari altri e più interessanti modelli espressivi. E' il caso del ventiseienne Francesco Iannone, salernitano, che con la poesia ha davvero un'ottima dimestichezza, dimostrando di aver raggiunto un considerevole livello sia per stile che per contenuti. A volte i giovani sono troppo precipitosi e diretti, implosivi o distruttivi, crudi. Invece, il dettato poetico di Iannone è tutt'altro: riflessivo, profondo, carezzevole.
Proponiamo qui alcuni suoi testi, per i quali i lettori che ci seguono potranno lasciare graditissimi commenti.

Da "Poesie della fame e della sete" (Giuliano Ladolfi editore, 2011):


Perché solo non morire conta
in quest’aria provvisoria d’autunno
che accarezza gli alberi e poi li spoglia
come fossero una donna bella.

La resistenza al nulla è una lotta
che lascia ferite e tagli
è un labbro squarciato da un pugno
è un figlio espulso da un utero contuso.

Ci sono case che accolgono chiunque
e finestre che restano chiuse per sempre

*
Imito il crollo
di un tetto sconfitto dal peso
il laccio del vento stretto
intorno al collo delle foglie
imito il sole disceso
a far meno freddo l’inverno
a vegliarlo in silenzio nel sonno.

Tremare è utile, dici, conviene,
lo documentano le cose
tutte contratte in attesa dell’estate.

*
Dall'Antologia "La generazione entrante-Poeti nati negli anni ottanta (Giuliano Ladolfi editore, 2011, nota introduttiva di Massimo Marasso):

PIETRA LAVICA

Mi piace starmene in silenzio a guardare
l’alba venire su dal nulla, un velo sottile
portato in volo da un uccello
quel cinguettio che filtra appena dalla finestra
e fa più lieto il sonno.
Mi piace questo venticello
che arruffa la tenda creando minuscole onde
e le mie carte inutili si sparpagliano
capovolte sul pavimento.
Mi piace guardare l’ordine spettacolare del mondo
chi dice che segreto non c’è né mistero
è un uomo con le gambe convinto d’esser monco:

non c’è senso non c’è senso
e intanto che lo dice
trema e piange.

*
D’estate la vegetazione ha voglia
di inghiottire la mia casa
è come subire un assalto
oltre il perimetro dei muri di tufo
una massa esuberante e selvaggia
vuole per sempre legarsi alle inferriate
che difendono la mia casa
neutralizzando in cima le lance
di colore oro antico.

Però pure mi accorgo
di come anche la montagna
per ogni scossa d’aria trema e si spaventa
di come pure lei urla e aspetta
poi si calma e canta.

*
INEDITI

I tuoi piedi nudi ricoperti dall’incrosto
esposti mentre dormi
su una panchina in piazza Vittorio Veneto.

Per cuscino hai un cappotto vecchio
un cartone sul fondo lurido e unto
poi un odore cattivo ti gravita intorno
e un cane insolente ti urina accanto.

Che pietà dell’aria ora ti circola addosso
il peso del giorno a premere sul petto
a chiedere che il dolore sia risolto
e più chiaro si faccia il segreto che ti accerchia
il corpo smunto, il viso rotto.

*
Piccoli mulinelli agli angoli
le cose fluttuano senza ganci, schiodate
da un vento violento che decide.

Lo dici tu
sgusciata subito dopo la vittoria
con la finestra alleata all’energia dei vortici:
entra, entra se vuoi durare,
non preferire la mia compagnia al vento
il niente al mio Amore.

I testi Perchè solo non morire conta e  Imito il crollo sono contenuti in Poesie della fame e della sete (Giuliano Ladolfi editore, 2011); i testi Mi piace starmene in silenzio a guardare e D’estate la vegetazione ha voglia sono contenuti nell’antologia La generazione entrante-Poeti nati negli anni ottanta (Giuliano Ladolfi editore, 2011, nota introduttiva di Massimo Marasso).

Francesco Iannone è nato nel 1985 a Salerno. Suoi testi sono apparsi sulle riviste Semicerchio, Clandestino, Gradiva,  Le voci della luna... E' risultato finalista del premio "Piero Alinari" ( i testi proposti saranno pertanto pubblicati sulla rivista Italian Poetry Review) e "Lerici Pea sez. Giovani".
Suoi testi sono inclusi nell'antologia "La generazione entrante- Poeti nati negli anni ottanta" (Giuliano Ladolfi editore, 2011, a cura di Matteo Fantuzzi).
Poesie della fame e della sete (Giuliano Ladolfi editore, 2011) è il suo primo libro.

lunedì 14 novembre 2011

Il "Canto della terra" in otto Poetesse

Instancabile nella sua ricerca e pubblicazione di testi poetici di qualità, Samuele Editore mi ha inviato ultimamente uno stralcio tratto dall'Antologia "Il canto della terra", edita nel 2011 nella collana Scilla e curata da Maria Inversi, con prefazione di Wilhelm Pfestlinger.
Il libro comprende i testi di otto note e importanti poetesse dell'attuale panorama letterario: Maria Grazia Calandrone, Carla De Bellis, Gabriela Fantato, Sonia Gentili, Maria Inversi, Gabriella Musetti, Rossella Renzi e Isabella Vincentini.
Proponiamo qui di seguito un testo per ciascuna Autrice, la dettagliata prefazione di Wilhelm Pfestlinger e una interessante nota di Luca Benassi.
Come sempre, ci affidiamo alla competenza ed alla stima dei molti amici poeti che ci seguono su questo blog, per un loro gradito commento o riflessione sui testi proposti.

La prefazione di Wilhelm Pfestlinger

Canto e terra. Verbo e totalità. Maschile e femminile. Poesia e mondo. Musica e cosmo. Gustav Mahler e otto poete italiane...
Dall'inizio alla fine? “No!” dice/canta Gustav Mahler: non più soltanto il canto e la terra io aggiungo, lei aggiunga, aggiungete! Che aggiungano l’amore! E invece de Il canto e la terra ci sarà Il canto della terra. Ci sarà il verbo della totalità, la poesia del mondo, la musica del cosmo, ci sarà il maschile del femminile e il femminile del maschile, perché l’amore in sé coniuga e ricongiunge ambedue i sessi. Esso rende possibile rimodulazioni: la terra del canto, la totalità del verbo, il mondo della poesia, il cosmo della musica.
La semplice ma ardita proposta del compositore austriaco è accettabile o è ingannevole? Proviamo a comprenderla. Già la frase il canto della terra supera le segregazioni delle differenziazioni, la separazione di soggetto ed oggetto, persino relativizza la rigidezza della distinzione grammatica tra nominativo e genitivo nella realtà donante del Dativo.  La frase il canto della terra può significare che la terra canta o ugualmente che è cantata o –tertium datur– che la terra canta ed è cantata, vuol dire che la terra canta se stessa. Il canto e la terra si rinviano mutuamente. La verità della lingua, pero, è la lingua della verità. Il canto della terra, scritto con le lettere minuscole della lingua, e il Canto della Terra, scritto con le lettere maiuscole di ciò che si fa reale, rinviano costantemente: si mutuano. Il canto e la terra non sono la stessa cosa, ma si offrono e si danno l’un l’altro con una pienezza che li rende inseparabili. Inseparabili nella totalità di una doppia realtà: quella linguistica e quella ontologica. Il Canto della Terra canta due canzoni complementari, domanda imperativa ed eco di risposta, la canzone del canto che canta “Sii” e l’eco di risposta dell’esistenza che canta “Si!”. Questa concordanza vocale è la voce dell’amore, unisona e polifonia che cantando dice: “Sono”.
Dopo la controprova ci dedichiamo alle prove vitali. La prima che ci aspetta nell’opera di Gustav Mahler è nella proposta della sua composizione sinfonica che ci sollecita la domanda: ma essa corrisponde al contenuto? Canto e terra: spesso sembrano opporsi, contraddirsi, racchiudersi in se stessi; sembrano insistere sulla differenziazione fra realtà e poesia, o fra noi e gli altri, fra maschio e femmina. A volte la terra esausta non sa più cantare, a volte urla, singhiozza, piange, implora, squilla, sussurra e tace. E il canto tante volte ci sembra un suono irreale, un soffio inudibile e insopportabile perché ingannatore, un fantasma senza carne e vita. Canto e terra possono essere congiunti come due amanti o essere così lontani che solo l'amore potrebbe colmarne la distanza. La visione geniale di Mahler non nega, ma ci insegna sempre più che canto e terra sono due figure, due entità diverse. La geniale intuizione di Mahler, che lo inoltra ancor più nella profondità del suo genio creativo, gli offre l'opportunità di sentire con tutti i sensi che il canto non finisce ai confini della parola, e neppure a quelli della canzone e della musica, ci dice che l’urlo, il pianto, il singhiozzo non sono altro che altre forme di canto; eppure il canto esaltato dal silenzio ci ricorda cos'è la perdita-assenza del suono e che la terra non finisce ai confini terrestri. Canto e terra sono due aspetti dell’infinito. Ne Il Canto della Terra Mahler e i suoi poeti cinesi ci dicono che canto e terra sono da un lato gemelli inseparabili e dell’altro fratellastro e sorellastra dell’eternità. Nei sei Lieder del ciclo la terra e il canto si interconnettono pienamente e radicalmente, crescono insieme, si fecondano mutuamente, si estendono e si oscurano insieme. “Cupa è la vita, è la morte” sa cantare il tenore nel primo Lied riassumendo il suo brindisi del dolore della terra. La terra cantante come la terra cantata, il canto atterrato e quello atterrante non si proteggono dalla tragedia né dalla contingenza né dalla malinconia, né dal vuoto dell’uomo che si desta; non fuggono la solitudine dell’autunno per poi andare via con esso ma tornano in primavera nell’estasi dell'ubriaco;  non rifiutano la superficialità delle chiacchiere degli adolescenti nel padiglione, non si difendono contro il profondo Eternamente dell'Addio, non si nascondono dal mondo selvaggio nella luce lunaria, ma al contrario si uniscono al suo gridare verso il dolce profumo della vita e, due Lieder più avanti, non rinunciano alla gioia auditiva ascoltando il cantare dell'uccello nell'albero.
Il canto della terra di Mahler è infine comprensivo: non sa chiudere, si estende all’urlo e si riduce al tacere, bacia il cielo e abbraccia l’abisso, penetra la natura e non ha paura dell’uomo e così Lied dopo Lied si trasforma in terra del canto. Non c’è terra non cantata e non c’è canto senza terra. Nella separazione muoiono. Nell’identificazione muoiono. Nell’amore fioriscono. Il canto e la terra sono sempre canto della terra.  Forse si può dire o parlare di “tras-amare”. La terra e il canto tras-amati formano la totalità. In questa totalità si trova tutto e s’incontra tutto.
Sappiamo che Mahler viveva due vite: da settembre a giugno la vita esterna del manager culturale, del direttore del teatro dell’opera e del direttore d’orchestra. In luglio e agosto si ritirava (in totale isolamento) nella sua  “Komponierhäuschen” (la casetta del comporre). Egli riusciva in ambedue le professioni. Mahler viveva quello che scriveva e scriveva quello che viveva: due vite – la vita del canto e la vita della terra che nella sua vita si sposano e, a partire da queste nozze, hanno un solo cognome: Canto della Terra. Non è puro caso che Mahler disse a Bruno Walter di tale opera: “è la mia opera più personale”. E oggi possiamo dire che essa è l’opera più cosmica della sua produzione artistica poiché esprime più fortemente che in altre opere l'amore, l'amore cosmico, appunto.
Il Canto della terra, come ogni creazione artistica importante, conferma la definizione che lo stesso Mahler diede delle sue opere sinfoniche: “Scrivere una sinfonia vuol dire costruire un mondo.” Questo libro mi sembra il tentativo di otto valenti poete italiane di aprirsi nel loro cantare al cantare della terra. Realizzano l'intenzione al dialogo con un lavoro avvincente che si misura anche con il passato. Cercano il linguaggio, il suono definitivo, vero, eterno, utilizzando la musica di un compositore austriaco dell’inizio del novecento. Scrivono se stesse incontrando, parlando, sentendo, vedendo, litigando, familiarizzando con questo compositore. Il compositore austriaco necessariamente diventa il “Gustav Mahler di otto poete italiane”, così come Li-Po e Wang-Wei si sono trasformati attraverso pessime traduzioni romanticizzanti  nel Li-Po e Wang-Wei di Gustav Mahler e poi ancora negli autori cinesi dei testi modificati dell’opera Mahleriana Il Canto della Terra. Ma tale è il destino di ogni storia di ricezione. Ritrovare e ricantare una melodia del Gran Canto della Grande Terra - non è questa l’ambizione comune di ogni creazione e attuazione artistica?
Il libro mi suggerisce un'ulteriore riflessione circa il carattere dei contenuti espressi da ogni poeta. Esse, pur nella loro universalità, attingono alla soggettività femminile a quell'esistere ed esprimersi nel mondo che definisce, nel genere, un approccio argomentativo che ci indica la strada della diversità e della differenza della diversità. Differenza di cui anch'io cantante lirico, diplomatico e scrittore sento di dover ascoltare con particolare attenzione poiché, su una sensibilità maschile (Mahler-Li Po) si inserisce e si amplia la ridefinizione di Terra, mentre si conferma il valore del canto benché, nella voce femminile, canto e terra risultino, qui, più coesi. L'articolo di Luca Benassi su NoidonneIn epoche antiche la divisione di poesia e musica, come forme d’arte diverse e separate, era cosa difficilmente comprensibile. Chi si accingeva a comporre versi doveva necessariamente avere competenze tecniche e musicali, e l’ascolto dei versi era prima di tutto un ascolto di suoni, melodie e ritmi che accompagnavano la poesia. Questo sodalizio, continuato nei secoli, sembra oggi essersi rotto definitivamente: salvo qualche sperimentazione performativa, chi mette insieme parola e musica è il cantautore, soggetto distante e non più assimilabile a quello del poeta. E se le due arti non si cercano più, in tale divorzio si è persa quella ricerca dell’unità, di quel luogo misterioso e palpitante dove senso e suono sono una cosa sola. Queste brevi riflessioni introduttive non possono non aver albeggiato nella mente delle 8 poetesse raccolte ne “Il Canto della terra” (a cura di Maria Inversi, Samuele Editore, Pordenone 2011), un’antologia costruita sottotraccia all’omonima sinfonia per mezzosoprano, tenore e orchestra di Gustav Mahler (composta nel 1908). E se Mahler, nel comporre questa sorta di sinfonia di 6 Lieder, si era ispirato alle traduzioni romantiche e approssimative di altrettante liriche antiche cinesi di Li-Po e Wang-Wei, le contemporanee Maria Grazia Calandrone, Carla De Bellis, Gabriela Fantato, Sonia Gentili, Maria Inversi, Gabriella Musetti, Rossella Renzi, Isabella Vicentini riscrivono Mahler, i suoi versi e le sonorità, le sue movenze polifoniche dissolte in una prosa musicale ormai vicina all’espressionismo. “Cercano il linguaggio” come sottolinea Wilhelm Pfestlinger “il suono definitivo, vero, eterno, utilizzando la musica […]. Scrivono se stesse incontrando, parlando, sentendo, vedendo, litigando, familiarizzando con questo autore.” In questo sistema di vasi comunicanti, dalla poesia cinese alla musica romantica ai versi contemporanei, si tendono i fili, i nessi, gli incastri le chiavi di volta di un universo, un cosmo fatto di ordine e tempesta. “Scrivere una sinfonia vuol dire costruire un mondo” diceva Mahler, entrare in una sinfonia con i versi vuol dire implodervi dentro deflagrando come una granata, mirando alla “totalità del verbo”, rimodulando ancora e ancora il canto sommesso e gorgogliante della terra. Si tratta di un canto fatto di bellezza, giovinezza, solitudine, dolore, il canto dell’ubriaco, della nascita e dell’addio. Temi che travalicano i secoli e i continenti, ma che le otto poetesse interpretano con una percezione contemporanea e palpitante della realtà, innestando su una sensibilità maschile (di Mahler e Li-Po) quella femminile, conciliando opposti e differenze, ricercando “il maschile del femminile e il femminile del maschile” (Wilhelm Pfestlinger), in un’inedita, coraggiosa polifonia nella quale i singoli io lirici si sgranano a favore di una compattezza musicale e poetica.


*
Se veramente i presagi
ovvero Introduzione della scimmia
di Maria Grazia Calandrone

Nell’alba tutto si prepara
completamente privo
e calmo. Un così leggero legame
con gli oggetti. Così leggero.
È stata molto felice. Poi come una cosa
ha fatto il vuoto
e una completa solitudine, ha lasciato
che soltanto la luce.
Increscioso e bellissimo è il mondo
con l’argine a quest’ora.
I corpi hanno pensieri
simili a uno schiarire
di allodole tra i cavi del grano in erba. Dice
“resurrezione”
e “fioritura”. Nessun canto
proviene dagli alberi. La voce
fiorisce da terra.

Nel fluoro
del sole sul profilo del monte
le strisce larghe delle carreggiate
qualche lampione ancora
sulla terra tirata
dagli aratri e pronta
a una rilevanza di ferri
bacati dalla ruggine,
a una dominazione di paranchi sugli scavi fluviali.

Ho goduto di una libertà consenziente
come un grande pensiero.
Sono stata felice sulla terra, tutta
corolle e argani.
Infine, farne scempio.
Finita l’abbondanza.
Così poche parole.


*
Nebbia
di Carla De Bellis

Specchio brunito senza moto e luce
(che l'acqua - più profonda - si oscurasse
e fermasse il tremore del suo flusso)
il cammino cercava a suo riposo...
Quando la foglia tremula del pioppo
dallo sguardo dorato
e l'acuta favilla di una cuspide
il volo improvviso degli uccelli
un grande drappo nero sollevando  
ha divelto dal ramo maculato
e dalla fonda foresta di cristallo,
mentre quell'uno
sulla punta dell'albero più spoglio
immobile sorveglia che la nebbia
scavi arando il verde della terra
e che l'alito torbido del fiume
spezzi uno ad uno gli aghi del chiarore.

La mano che temendo si tende
un velo d'aria soltanto
dalla foglia separa,
e gli occhi che attorno si volgono
la nebbia adorna di bacche
dalla dolce ferita divide.


*

Storia di due

di Gabriela Fantato

Nel cercare un appiglio, nel dire
- l’addio, ha lasciato la traccia del suo mondo,
un perimetro inciso nella pietra
tra memoria e sogno.
Ora lei chiede esatta la parola, 
la sua legge muta
dove il silenzio è stato anni di fughe,
unghie dentro  la stanza e solo
l’alfabeto per la cima, solo le fiabe per la notte
a dire - albero dentro l’abbraccio.
Sigillata la memoria, enorme
sino al soffitto.


*

Il fiore
di Sonia Gentili

Se un orologiaio ha fatto il mondo, ha smesso presto
l’arte che ha iniziato:
ha guardato le nuvole andare
e si è seduto. Ha preso a bere, a piangere
e a pensare. Adesso è l’ubriaco
che vedo ogni notte disteso lungo il lago: incantato
a contemplare due lune. Questo ho pensato vedendoti
svettare, doppio fiore
altissimo, dall’agave contorta. Sul bordo delle foglie, prima
delle spine, la pianta che aspetta la sua sorte
all’ombra del fiore che ha creato
è gialla e regale come un’infanta
morta: l’oro della corona sul pallore
verdastro della fronte assorta
nell’intuizione della propria fine.
In questa fronte, sotto la sua volta
stellata, nelle sue sale di incubi policromi
e fissi come cicli affrescati 
pende, sospesa a catene come un quadro
o un ritratto regale, l’antica decisione
di far fiorire la propria dannazione. Ma cosa è poi la mente? Un cielo interno
che è come quello vero: un’indaco infranto
dalle piogge, dove smuoiono i colori dell’estate. Un cielo rotto
dall’acqua che lo specchia schiumando
nelle rogge da cui scorre il fiotto
delle gioie andate: il verde del germoglio è luce
che ingiallisce e muore. Quest’acqua
gonfia il mare delle cose, ci sale fino al bordo delle ciglia
e noi restiamo al fondo, nell’abisso
dei mostri che la nostra mente sogna
issata su un’alta palafitta.
Passiamo la vita sotto fiori
issati su steli altissimi; i loro petali che brillano
nel sole sono rostri, insegne vittoriose
del dio che ci ha sconfitto.


*

Senza titolo
di Maria Inversi.

Il rosso sera scivola
e divora la roccia - il basso -
che scosta dalla terra il mare e lo ammannisce

nel vuoto di conchiglia
l'eco delle membra s'addolcisce
e svampa il colore affusolato all'orizzonte

lo posseggo io, pur se solo mi lambisce
il suo canto traditore.


*

A primavera
di Gabriella Musetti

Ho pensato ai campi di primavera
alle case senza finestre
ai giardini rimasti incolti
quando il verde rapido irrompe
tra ogni sasso - così temerario
e l’aria sembra impazzire.
Ho ascoltato una voce che racconta
la madre gli occhi chiari
tremano appena sul divano bianco
ricorda la guerra passata – Lei era là –
dice in sorriso - un diario trovato
dopo la morte. Ho visto immagini
verdi cadenti – strisce filanti
sopra lo schermo – notte stellata
dentro una stanza e luci a scoppio
frammenti visivi come bagliori s’aprono
fiori giganti bordati di nero.
Ogni violenza remota o vicina sempre
affatica un respiro di terra un alito
tace si sperde in frantumi.
Ho voglia di piangere ma le mie lacrime
rompono bolle di fiato amaro come uccelli
che stridono in cielo. Chi potrà dimenticare
la voce fresca del vento la sera
dei sussurri amorosi il buio amico
dei bambini gli scherzi le risa
e quella fragranza odorosa
di vita che invade le strade
le case i cantucci nascosti?

*

Io ti sposo ogni volta che ti vedo
di Rossella Renzi

Stavi al buio, eri tana della volpe
saliva e odore buono
vedevi nell’ombra dell’occhio dove
ci saremmo uniti
in una pace solitaria e nostra
di giovani prede assetate
che ridono e si rincorrono
sapendo della morte
segreta dimenticanza del mondo.

Le nostre bocche sanno un canto nuovo
riflesso di luce fiera.
Non useremo la lingua dei ladri
teniamoci alla pietra
alla solidità del tempio.
Non sono impure le nostre labbra,
vino rosso verseremo alla festa. 

Così si chiuderà la notte
sulla primavera del nostro nido.
.

*

Samotracia 1922
per Le Spose di Pandelìs Voulgaris
di Isabella Vincentini.

Il mare è livido. Ulivi, fichi, carrubi
cespugli di mirto e rosmarino
ma, l’alloro è amaro e
il rosmarino è il fiore del lutto.

Eleni, Charò,
un dio vi protegge,
gli déi ci guidano per mano e scrivono destini
con punte a secco.

Eleni, Charò,
dove è ora il cedro del sud, la piazza veneziana,
l’enorme platano e la fontana,
le strade impervie e i vicoli lastricati?

Qui le ninfe sono le spose
anime leggere,
Eleni Charò Aristea Stilianì,
Odissei e Penelopi
Penelopi e Circi.

La sposa traccia una croce sull’architrave
e la casa è benedetta.

Aristea, Stilianì,
le spose vestite di bianco
ora viaggiano in terza classe, e hanno foto e speranze.

Il tempo non ha rotta
domani è già l’alba.
Il tempo resta chiuso in cabina
e il mare moltiplica la fine del viaggio.
Ricette e sorrisi
singhiozzi e speranze.
Ma la Grecia dei cinque mari
e dei tre continenti
vi circonda le spalle.

Benedetta è la liturgia del mare,
la liturgia delle conchiglie
delle piccole lucerne,

la nave si chiama Iasson
la stirpe ha un solo luogo
e la terra è inviolabile.

La lingua è la vostra geografia
nella terra dei cinque mari e dei tre continenti.

Forse è vero che gli Eteocretesi
parlavano lingue semitiche
e che immigrati erano i Greci e i Cidoni,
ma
finché le donne di Lemno
educheranno i figli alla maniera attica,

finché con il vento i Borea, in un solo giorno,
Milziade compirà il viaggio,

le spose vestite di bianco
saranno ninfe
e millenni dopo i viaggi della necessità
i viaggi della speranza,
il mare,
parola antichissima, preellenica,
si chiamerà ancora
                                            Thàlassa..


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Nota su Maria Grazia Calandrone
Maria Grazia Calandrone vive a Roma: poeta, autrice teatrale, performer, autrice e conduttrice per Radio 3, critica letteraria per “Poesia” e “Il manifesto”. Libri di poesia: Pietra di paragone (Tracce, 1998), La scimmia randagia (Crocetti, 2003 – premio Pasolini opera prima), Come per mezzo di una briglia ardente (Atelier, 2005) La macchina responsabile (Crocetti, 2007), Sulla bocca di tutti (Crocetti, 2010 – premio Città di Sassari) e Atto di vita nascente (LietoColle, 2010). Ha scritto testi teatrali su Chopin e Schumann per Sonia Bergamasco e un poema sulla Guerra Civile Spagnola per la compagnia internazionale "Théatre en vol" e per Radio 3, emittente per la quale scrive e conduce programmi culturali. Cura le introduzioni critiche di Cantiere Poesia per il mensile internazionale “Poesia”. Compare in antologie e riviste di numerosi Paesi Europei e delle due Americhe. Porta in scena in Italia e in Europa con il compositore S. Savi Scarponi il videoconcerto Senza bagaglio, finalista al Roma Europa Festival. Sono in uscita per sossella lo pseudoromanzo L'infinito mélo e Vivavox, il primo cd di sue letture dei propri testi.

Nota su Carla De Bellis
Nata ad Arpino nel 1948, Carla De Bellis vive a Roma, dove insegna Letteratura italiana e Critica letteraria presso l’Università “La Sapienza”. Pubblica saggi sulla letteratura del Cinquecento e del Settecento e si occupa inoltre di alcuni poeti e narratori contemporanei.
Con il poemetto Gli antri, le alture, la preda e l’armi (Roma, Empirìa, 1991) vince il premio “Alfonso Gatto”. Porta il testo in scena nel 1995 a Roma presso il teatro “Furio Camillo” con il titolo: Gli antri, le alture, la preda e l’armi. Partitura  poetica per due voci e lo recita in dialogo con il liuto rinascimentale nel 2009 alla Biblioteca Vallicelliana.
Nel 1996 e nel 2006 è tra i vincitori del premio letterario nazionale di Haiku, patrocinato dall’Istituto giapponese di Cultura a Roma. Nel 1999 pubblica Esercizi di pieno e di vuoto (Roma, Empirìa), poesie in forma di haiku, e nel 2008 Le perle di Endimione (Roma, Empirìa), una nuova raccolta di versi in forma di haiku  che viene musicata e recitata in dialogo con i suoni del dulcimer. Varie sue poesie sono state tradotte  in Inghilterra, in Albania e in Giappone.

Nota su Gabriella Fantato
Gabriela Fantato, poeta, critica, saggista. Ha vinto diversi premi poetici, tra cui: Gozzano (2003 e 2009, inedito); Montale Europa (2004, inedito), Città di Tortona (edito, 2008); Lorenzo Montano (inedito, 2009).
Raccolte poetiche: A distanze  minime, in “Almanacco de Lo Specchio” (Mondadori, 2009); Codice terrestre (La Vita Felice, Milano, 2008); Il tempo dovuto, poe­sie 1996-2005 (editoria&spettacolo, 2005); Northern Geography, trad. E. Di Pasquale (Gradiva Publications, New York, 2002); Moltitudine, in Set­timo Quaderno di Po­esia Italiana, a cura di F.Buffoni (Marcos y Marcos, 2001); Enig­ma (DIALOGOlibri, 2000) e Fugando (Book editore, 1996).
In uscita The form of life, trad. E. Di Pasquale (Chelsea Edition, New York, 2011).  è presente in varie antologie, tra cui: Bona Vox, la poesia torna in scena , a cura di R. Mussapi (Jaca Book, Milano, 20101) e Meglio qui che in ufficio, aforismi – epigrafi, a cura di A.Schatz e M. Vaglieri (Rizzoli, 2009). Ha curato con L.Cannillo La Biblioteca delle voci. Interviste a 25 poeti ita­liani (Joker, 2006). Dirige la rivista di poesia, arte e fi­losofia: “La Mosca di Milano”. Per il teatro ha scritto i libretti in versi: Messer Lievesogno e la Porta Chiusa; La bella Melusina; L’elefante di Annibale; Enigma e Ghost Cafè andati in scena nei maggiori teatri italiani.

Nota su Sonia Gentili
Sonia Gentili, docente di Letteratura Italiana (Università di Roma "La Sapienza), ha pubblicato studi sulla letteratura italiana delle Origini L'uomo aristotelico alle origini della letteratura italiana (Roma, Carocci 2005) e del Novecento Cultura della razza e cultura letteraria nell'Italia del Novecento (Carocci 2010). È caporedattrice del "Bollettino di Italianistica" diretto da A. Asor Rosa e traduttrice letteraria dal francese (Donzelli; Einaudi, Fazi). Ha pubblicato una raccolta di poesie L'impero e la Gorgone, introduzione di Giorgio Patrizi, (Giulio Perrone editore, Roma 2007); recensioni: R. Gigliucci in "L'immaginazione"; G. Crimi, "L'Unità", 1 settembre 2008 (volume selezionato per il premio Tassoni e giunto in finale al premio Brancati), ed altre poesie in rivista (“Poeti e poesia”, dir. Elio Pecora, marzo/aprile 2008); sue poesie in francese sono state pubblicate nella rivista “N4728” (Angers), diretta da Antoine Emaz; sue poesie in italiano, francese e latino sono state pubblicate in”Formafluens”, diretta a Tiziana Colusso. Nel giugno 2009 ha ottenuto dall’Accademia dei Lincei il premio per la letteratura Angiolo Silvio Novaro; nell’ottobre 2010 ha partecipato al festival “Romapoesia”.

Nota su Maria Inversi
Maria Inversi: interprete, scrittrice e regista teatrale, di origine pugliese, dopo aver girovagato o vissuto in alcune città italiane e straniere, da molti anni è residente a Roma. Ha ideato e diretto spettacoli in cui ha fatto confluire linguaggi quali: danza contemporanea, arte visiva, fotografia, musica in testi di:  Ingeborg Bachmann, (1994); Jean Cocteau, Marguerite Duras (1996), Maria Zambrano (1996); Elfriede Jelinek, Ludovica Ripa di Meana.  Suoi testi e drammaturgie hanno raccontato: Camille Claudel, Ingeborg Bachmann, Amelia Pincherle Moravia Rosselli, Milena Jesenska, Marianne Golz-Goldlust, Sabina Spielrein, Sylvia Plath e vari personaggi d'invenzione. In altri spettacoli, la parola poetica ha giocato in interdipendenza con note o frasi musicali come: "Quest'è l'amante mio" (operina rock su testi di "petrarchiste" ove ha ricostruito il rinascimento italiano). Ha pubblicato Corri amore corri racconti -Ed. Iacobelli) e testi teatrali premiati (Ed. Borgia). Inoltre saggi quali: Antigone e il sapere femminile dell'anima; Medea memorie di sangue, riscrivere l'archetipo attraverso il mito; Anna Freud e Andreas Lou Salomé – più che sorellanza. Nel 1887-88 ha tenuto un corso di trenta ore su: "Artaud e il teatro contemporaneo". Nel 2010 ha pubblicato: Io e l'Altra (ideazione e cura testi poetici-tetrali ed. Joker) e nel 2011 con Aracne: Jelinek e le pièce teatrali che non si misurano col gioco (collettaneo a cura di Lia Secci). Ha pubblicato poche poesie. E' recensita su quotidiani e riviste specializzate. http://www.teatroedonne-inversi.it/

Nota su Gabriella Musetti
Gabriella Musetti, nata a Genova è vissuta in molte città italiane e all’estero. Attualmente vive a Trieste. Dal 2000 organizza “Residenze Estive” Incontri internazionali di poeti e scrittori a Trieste e nel Friuli Venezia Giulia. Dirige la Rivista “Almanacco del Ramo d’Oro”, semestrale di poesia e cultura; le collane “Sillabario in versi” e “Elicriso” Il Ramo d’Oro Editore, Trieste. Pubblicazioni: G.Musetti, M.L. Pinna, G. Zappu, Creatività nell'analisi del testo poetico (La Nuova Italia, Firenze 1994); G. Musetti, La creatività nella scrittura dei testi in lingua italiana, in AAVV, Educare alla scrittura (La Nuova Italia, Firenze (1994); G. Musetti, R. Melis. Dentro la scrittura (Loescher, Torino 1997); Tre civette sul comò. Narrazioni biografiche a cura di G. Musetti (Il Ramo d'Oro Editore, Trieste 2000); Donne di frontiera. Vita società cultura lotta politica nel territorio del confine orientale italiano nei racconti delle protagoniste(1914-2006), a cura di G. Musetti, S. Rosei, M. Rossi, D. Nanut (Il Ramo d’Oro Editore, Trieste (2007); Sconfinamenti. Confini passaggi soglie nella scrittura delle donne, a cura di A. Chemello, G. Musetti (Il Ramo d’Oro Editore, Trieste 2008).
In poesia: Divergenze, (En Plein Officina, Milano 2002); Mie care (Campanotto Editore, Udine 2002); Obliquo resta il tempo (Lietocolle, Faloppio 2005); A chi di dovere (La Fenice, Senigallia 2007, Premio Senigallia Spiaggia di Velluto); Beli Andjeo (Il Ramo d’Oro Editore, Trieste 2009).
Nota su Rossella Renzi
Rossella Renzi vive a Conselice (Ra). Sue poesie sono apparse su riviste e antologie, tra cui Pro/Testo (Fara Editore, 2009), Calpestare l’oblio (Collana Argo, Cattedrale, 2010); Salvezza e impegno, a cura di Alessandro Ramberti (Fara Editore, 2010). I giorni dell’acqua è il suo primo libro di poesie, uscito nel 2009 per la Casa Editrice L’arcolaio (Forlì).
Dal 2003 è redattrice di “Argo, Rivista d’esplorazione” (Cattedrale, Ancona), per la quale coordina la Rubrica di poesia e la sezione poetica Pezzi di vetro sul sito web della rivista http://www.argonline.it/. Per la Casa Editrice Kolibris (diretta da Chiara De Luca), cura il blog “Donne in poesia” (http://donneinpoesia.wordpress.com/) e collabora al blog Giovin/Astri, dedicato alle voci emergenti. Numerose sono le collaborazioni con riviste di letteratura e poesia, quali: “Atelier”, “clanDestino”, “Farepoesia”, “La Mosca di Milano”, “land”.
In dialogo col musicista Mirco Mungari ha ideato un progetto di contaminazione tra parola e suono intitolato mousikè techne, presentato in diverse rassegne in Emilia Romagna. E’ tra gli ideatori e organizzatori del Festival di poesia itinerante Luoghi DiVersi.
Si è laureata in Lettere Moderne all’Università di Bologna, con una tesi sull’ultima produzione poetica di Montale.

Nota su Isabella Vincentini
Isabella Vincentini (Rieti, 1954), vive e lavora a Roma.  Saggista e critico letterario, si è laureata in Lettere classiche con una tesi  su “Nietzsche e i Greci” e si è poi perfezionata in Filologia Moderna. Autrice di programmi culturali della RAI, ha collaborato con quotidiani e riviste. Di recente il romanzo Lettere a un Guaritore non ferito (Milano, La Vita Felice, 2009), è stato rappresentato, per la drammaturgia di Milo De Angelis (regia di Sofia Pelczer, con Viviana Nicodemo e Vincenzo Giordano) presso lo spazio Mil a Milano.
Ha pubblicato saggi sulla poesia e l’estetica contemporanea in rivista e in volumi collettivi ed i libri: Atene. Tra i muscoli dei Ciclopi (Unicopli, 2002); Varianti da un naufragio. Il viaggio marino dai simbolisti ai post-ermetici (Mursia, 1994); Colloqui  sulla  poesia: Le ultime tendenze (Nuova ERI Edizioni RAI, 1991) e La pratica del desiderio. I giovani poeti negli anni Ottanta (Salvatore Sciascia Editore, 1986).
In poesia: Le ore e i giorni (La Vita Felice, Milano 2008, finalista al premio Lerici-Pea) e Diario di bordo (I Quaderni del Battello Ebbro, 1998, vincitore del premio Alpi Apuane); e nei volumi collettivi Le Avventure della Bellezza 1988-2008; Poesia e Sciamanesimo. Poetry & Shamanism (2004); Donneinpoesia, oggi (2003); Lune gemelle. Dodici poeti italiani degli anni Novanta, 1998 e nelle riviste “Poeti e Poesia”, “Inchiostri”, “La clessidra” “Quaderno”, “Astolfo”, “L’Ulisse”  e “Galleria”.
Ha curato il libro di interviste di Milo De Angelis Colloqui sulla poesia, La Vita Felice, 2008.

Alda Merini vista da Ninnj Di Stefano Busà

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