mercoledì 27 dicembre 2023

"Sonder", la recente raccolta poetica di Marco Aragno


Ciò che maggiormente preme ad un poeta, ad un creativo, è quello di capire bene i messaggi provenienti dalla propria sfera esistenziale, comprenderli per quanto sia possibile con la maggiore predisposizione non solo dell’intelletto ma anche dell’intuito; per farne poi cosa? La seconda fase è allora quella di utilizzare questi messaggi, tradurli in “arte”, in modo che possano diventare materia comune di riflessioni, di considerazioni, di punti di riferimento e di partenza, quali bagaglio emotivo necessario per proseguire il viaggio della vita.
Ascoltare, ascoltarsi. Cogliere nel silenzio del proprio io le mille domande, i mille interrogativi, ma anche saper osservare i quadri che la natura ci dipinge giorno per giorno, per poter poi costruire una visione dell’esistenza basata, appunto, su queste sensazioni.
È il lavoro di ogni creativo, di ogni poeta. E Marco Aragno non se ne sottrae, anzi lo conferma e lo consolida, addirittura intitolando questa sua recente raccolta “Sonder”, alludendo direttamente a questo lavoro incessante di ricerca a tutto campo, di indagine introspettiva ma anche della realtà che ci circonda: sonder, sonda, scandaglio.
Ma qual è, volendo entrare più nel dettaglio, la forma più efficace che può assumere questa sorta di scandaglio, per un poeta? Sicuramente la capacità di tradurre in parole e versi la realtà osservata, o meglio, “tastata”. Si tratta dunque di un tentativo di traduzione della realtà attraverso l’arte in genere, e nel nostro caso tramite la parola poetica, cercando di raccogliere quanti più aspetti, àmbiti e articolazioni possibili, stante la vastità quasi infinita, e pure frastagliata e fumosa, di questa. Per questo motivo, Aragno ha voluto compartimentare, in un certo senso, il suo universo in questa sua raccolta poetica, in sei capitoli (“E noi siamo qui”, “Vicende naturali”, “Primordi”, “Altri mondi”, “Malva” e “Viaggi binari”), affidando ad ognuno di questi una sua particolare modalità di osservazione e di riflessione sul mondo.
Ne emerge un quadro d’insieme rilevante, il cui filo conduttore è prevalentemente costituito da una sorta di ricerca di una vera umanità, in un mondo che sembra vada alla deriva, in una società che sembra abbia perso il vero senso della propria esistenza, lacerata non solo da conflitti e ingiustizie continue, ma anche dalle banalità e dalle superficialità quotidiane: “Abbandonati gli ultimi carrelli / dai clienti del centro commerciale / restano solo le insegne / ad accendersi intermittenti / sull’asfalto bagnato della sera”.
La raccolta si mostra omogenea e sempre aderente al tema di fondo che l’Autore si è proposto di seguire, naturalmente con i molteplici àmbiti descritti, soprattutto quello relativo ad un cosmo da riconsiderare con maggiore serietà e sacralità: un cosmo che include anche il mistero della nostra formazione mentale e della nostra evoluzione: (“E forse sei tu / anche adesso che è sera / e il cosmo intorno si espande / in millenni di oscurità / a oscillare come una sfumatura / un tremore alla finestra, / indecisa se farti materia / o restare fumo – idea / ferma a un passo dal mondo”).
Elegante ed efficace il lessico, nei versi non manca un buon ritmo e la potenza allusiva e metaforica delle espressioni. Un testo interessante, propositivo e gradevole.

Proponiamo qui di seguito alcuni brani tratti dalla raccolta.


Tieni a mente le notizie sparse

gli avvenimenti minimi

i fatti relegati ai margini del viaggio.

Tieni a mente l’insetto che annega

nella goccia del finestrino

e scivola agli angoli della visuale

corpo affiorato mentre fissi il paesaggio

smarrito in un giorno di pioggia

 

 ***

 

Ti cercano nelle circonvoluzioni

cerebrali, nel cranio aperto

sul banco delle sale operatorie

anomalia da esaminare

sotto lampade chirurgiche

da camici bianchi riuniti in cerchio.

E ogni volta resisti, mio cerebro

coscienza sfuggita

a ogni formula anatomica

universo annidato in millimetri

di materia, fine viluppo di cellule

che fa accadere negli occhi

la forma del nostro viso

traduce in racconto l’evento

della strada alla finestra

il verde degli alberi, le auto immerse

nel flusso del traffico – invisibile

scossa alla tempia

frazione elettrica o sinapsi

che ci fa presente a questo momento

ci fa dire – sorridendo – che è giorno

il cielo sopra la città è limpido

un fuoco scalda l’interno della stanza

e noi siamo qui

 

 ***

 

Abbandonati gli ultimi carrelli

dai clienti del centro commerciale

restano solo le insegne

ad accendersi intermittenti

sull’asfalto bagnato della sera.

I piccioni radunati nel parcheggio

entrano nel teatro dei consumi

riportano in scena l’istinto

avventandosi a capofitto

sul cartoccio lanciato dal finestrino

 

*** 

 

Salto evolutivo

 

Fu quando pronunciò il “tu”

al culmine dello scambio, nel suono

salito dal fondo della gola

che l’altro cominciò a esistere,

a significare

in uno spazio bianco, mentale

spostato dal calco del visibile

a un livello più profondo della materia

 

 ***

 

A volte mi parli ancora

e lo fai dal cuore

freddo di una stella

un astro caduto fuori dall’orbita

non più visitato dal tempo;

ti aspetterò come il bagliore

che sfugge ai telescopi

raggio che attraversa

meteoriti e inverni di galassie

per rompere nell’atmosfera

nella calma di un giorno terreste.

E forse sei tu

anche adesso che è sera

e il cosmo intorno si espande

in millenni di oscurità

a oscillare come una sfumatura

un tremore alla finestra,

indecisa se farti materia

o restare fumo – idea

ferma a un passo dal mondo

 

***

 

Sarà come rifiorire dalle ossa

forse malva, o forse rosa

non avendo gli occhi ma linfa

con cui dal buio

provare a immaginare il mondo;

sarà come piegarsi alla corsa

dei bambini che attraversano le piazze

per morire sotto i piedi

e lasciare sul dorso degli insetti

un seme da portare altrove


Marco Aragno, Sonder; peQuod Edizioni, 2023

Marco Aragno è nato in provincia di Napoli nel 1986. Lavora come giornalista professionista presso l’emittente televisiva campana Teleclubitalia, canale 77. Esordisce in poesia nel 2010 con Zugunruhe (Lietocolle), a cui segue Terra di Mezzo per Raffaelli editore (finalista al premio Rimini 2015). Suoi testi poetici sono apparsi sulla rivista “Poeti e Poesia”, sulla rivista “Italian Poetry Review” della Columbia University, su “Nuovi Argomenti”, su “Nazione Indiana”, su "Poetarum Silva" e sul trimestrale di Poesia “Atelier”. Ha pubblicato due romanzi: Absolute (Confine edizioni, 2015) e Cancellare la città (Transeuropa, 2018).

sabato 23 dicembre 2023

I confini umani, di Fabio Barissano

Nel vasto mare della produzione poetica attuale, e mi riferisco ovviamente agli autori nazionali, è possibile, e certamente gratificante, incontrare un’opera davvero consistente e rilevante, direi anche completa e talmente ricca di suggerimenti, di riflessioni e di rimandi, da ritenerla senz’altro una sorta di vero e proprio “manuale” della poesia italiana contemporanea.
Parliamo dunque di Fabio Barissano, e in particolare la sua opera poetica, intensa e propositiva, rappresentata in un volume apparentemente sobrio, modesto, ma che è un autentico gioiello della poesia attuale: I confini umani, libro pubblicato recentemente da Homo Scrivens di Aldo Putignano, rinomato editore napoletano che pone molta cura e  attenzione nei confronti dei suoi autori, sia di poesia che di narrativa e di altri generi letterari.
Libro importante e completo, questa raccolta di Fabio Barissano, dunque, per vari motivi, fra i quali sicuramente, in primis, le tematiche e le modalità espressive, e poi l’evidenza di un lavoro di architettura particolarmente complesso ma necessario per la trasmissione dei messaggi insiti nel testo.
Sinteticamente, il progetto poetico di Fabio Barissano evidente in questo lavoro, è il progressivo avvicinamento, attraverso soglie sempre più specifiche e profonde, a vari e articolati aspetti della realtà circostante e ai vari modi di rapportarsi con questa. Si tratta dunque di un lungo e difficoltoso viaggio introspettivo ma anche descrittivo della realtà, dove la poesia è lo strumento necessario e più idoneo a ricercare, indagare, comprendere, far riemergere, quei temi primari dell’esistenza che possono qui essere riassunti in: desiderio di rinnovamento, di rinascita, di apertura verso l’infinito; la consapevolezza e l’accettazione della realtà; il viaggio, e non solo virtuale, verso altre conoscenze, allontanandosi sempre di più dalla propria origine. Ciò è quanto Fabio Barissano sottintende nelle tre sezioni del libro, rispettivamente “Secondogenitura”, “I confini umani” e “Periferie”. E ognuna di queste sezioni è affrontata con una doppia soglia di introspezione e di indagine, quale, appunto, metodo di approccio progressivo ai tre filoni esistenziali, per poi tradurli in un linguaggio poetico davvero ricco, colto e appropriato, pregno di simbolismi e di rimandi metaforici. Si veda ad esempio l’uso di termini quali paraklausithyron, titolo dei testi con i quali Barissano introduce le prime soglie delle tre sezioni, ad indicare, suggerire, una sorta di preghiera lamentosa atta a perorare l’ingresso nella conoscenza della realtà di quella particolare condizione, cui si accennava più su.
E a questo proposito, interessante è anche il cantami o musa iniziale, una sorta di proemio a tutto il lavoro, certamente molto impegnativo e complesso, del nostro Fabio Barissano.
Un libro impegnativo e complesso, dunque, anche perché Fabio non si è limitato a realizzare una mera raccolta poetica, per quanto ben ordinata e basata su un progetto costruttivo e propositivo ben delineato nelle tre sezioni, ed inoltre arricchito da un’illuminata prefazione di Francesco Terracciano; ma anche perché il libro riporta alla fine una sorta di manuale della poesia, certamente del tutto personale ma sicuramente condivisibile: in appendice troviamo infatti uno “zibaldone”, dove il nostro autore annota sapientemente riflessioni, commenti, interviste e altri pensieri sulla poesia attuale e in particolare sulla sua idea di poesia, con interessanti riferimenti e accostamenti ai suoi principali poeti che in qualche modo hanno interessato e stuzzicato la sua inclinazione poetica: da Montale a Raboni, a Quasimodo, Ungaretti, ma anche Gatto e Garcia Lorca. 
Una poesia, anzi una poetica, quella di Fabio Barissano, veramente degna di attenzione, che pur rimanendo fedele alle modalità odierne del fare poesia, anzi essendone uno dei principali e più originali protagonisti, non disdegna tuttavia il recupero e l’ampliamento di un lessico colto quale quello classico.


Paraklausithyron I

 

Guardo con la coda dell’occhio

un braccio arrugginito allo specchio

del lago irto come un cavaliere.

Ma volto le spalle alle case

a un’algebra azzurra di comignoli

e guardo me stesso, bifronte:

la bocca deserta di un dio,

il buio a una nuca di fiato.

 

S’è fatta sera, più vera la luce

quando a sua curva discende

il cielo prostrato da trireme.

E le veloci ombre dei gabbiani

compongono un volo da requie,

gli allori portando nel becco

a un riflesso di ponti, i suoi due occhi,

ed altre sostanze marginali.

 

 

***

 

Secondogenitura,

resta la fame degli occhi ma lucida

indovina a che quote di fiato.

 

Sento la lingua, tempesta che oscilla

alle orecchie buie dei gabbiani

e quale vita rema sull’orlo delle foglie, respiri

che oggi si rifiutano di stare,

quale voce di madre

mi ricuce al verbo della grazia

la stella che batte a tutti gli usci del sangue.

 

In dono ne ho avuto le voci degli uomini

i simboli che raccolsi sulla costa dei mesi

per farsi quiete, sistema di pietre e tramortito

tramonto.

 

Fino a sera, quando cerco le figure

che fremono a indizio della stirpe

la perentoria opera del mondo.

 

 

***

 

Eliografia

a mio padre

 

Come in foto, la tua giacca di spalle

nello spigato grigio, impiegatizio,

sfoca soli, pietre, negativi di paese.

 

Seguo la tua ombra, lungo muri, a fare guida

ad aquiloni sbandati, quando approdi

alla riva degli occhi la tua umanità

consegni il pegno amaro

se il mondo è pieno e non s’incarna.

 

Mi distraggo in questa mia

eliografia e quasi rischio il patto con l’asfalto

ai polsi un grigio di tempesta

mi lasci e un traffico di api per le vene,

se penso al tuo sguardo dov’è un lampo

di mio, uguale cielo

dei voli in fame obliqua.

 

La tua immagine condanna

tutti e ci fa vili di splendidi rimorsi.

Almeno finiamo di morire,

padre, come Dio comanda.

 

 

***

 

 

Un dettaglio la mano sul volante

e i picchi del tuo volto. La vena

centrale s’ingrossava in fronte,

mi lasci in petto la tua ira.

 

Fuori, sulla spiaggia, il basso

volo degli uccelli era un presagio,

dicevano la morte a venire

liberatoria quanto può far male.

 

Era tagliato in due stagioni il mare

dal finestrino in velocità e nube

cicatrice del paesaggio.

 

Ma tutti i segni mutarono verso,

tutti gli strumenti indicarono

che il sole era spento e freddo.

 

Ci troveremo ancora

sulla scacchiera dove

il re manda i pedoni nella nebbia.

 

 

***

 

Paraklausithyron II

 

Il cielo che abbracci

coi tuoi maglioni d’aria almeno un nome

dai alla fame, mi vieni a medicare

da una nazione straniera non vuoi nemmeno bussare.

 

S’inarca un temporale nei boccioli

un’acqua scalza di luna

sul cortile quadrato delle sei.

 

Al tuo dire non cambiano le ore

chi schioda l’alfabeto dei santi

va arreso in questa selva d’uomini,

essi immemori, essi infelici,

ascolta, la terra non dimentica.

 

 

***

 

Chiusa la finestra lasci alle spalle

un caldo di bimbi e levatrici. Guardi

scheggiata brina da uno stipite

la folla e tutti i divertimenti della sete,

finché a un angolo vedi – metallico

e incerto – un lume di Madonna.

 

Te ne vai, nelle dita il tuo fiato

fa opaco lo specchio. Sai le spine

dure al ricordo non daranno fiore

se ti scalda la visione, l’incendio

nella mano del giorno è perché Sali

il lato sbagliato degli anni.

 

Così ti inoltri nel ventre, tra gli altri

tuo padre girato di luna:

è il purgatorio che ciascuno

porta in petto, il mai più visto

tabaccaio tra portici di nebbia.

 

 

***

 


Senti il mare, risale

con un tuono di grilli, spruzzi dalla spiaggia,

è il vento che rapina

una moschea diffusa di gabbiani

nell’occhio di madre nevoso, un maltempo

di grammofoni spenti

e ristoranti chiusi.

 

Oggi piove sugli indirizzi degli amici

una tristezza invade il quartiere

lascia un velo sulla curva dei portoni,

dico i pesci che stanno tutta una vita

muti in cattedrali di piombo

o gli uccelli che sanno

dare una gioia in volo e poi morire.

 

Sono uomini, sulle barche, al basso

profilo di Madonna portuale

coi marinai affrontano l’ignoto:

la farfalla-promessa-di-luce

naviga sperduta contro

il buio aperto a forbice.

 

 

***

 

Stazione VII

 

Le palpebre dell’alba

assonnate minavano il sonetto

alle radici,

sestine si afflosciavano schiantate,

la cancrena si mangiava i madrigali.

Ci vuole altro canto. Il treno s’inoltra

nel tunnel in un traballare di lampi, lo

scanto negli occhi di paura, non so

che mi fate pensare, allo sterrato

dove pupille recuperano dolcezze, scamiciati

per sere rosse di Castellammare.

Diretti a Sorrento, lo scarico, l’invaso

internazionale, non perderli ora

li guidi li guardi commossa dal cielo

nella norma ventoso di nostra ecumene.

Tu stella del mare

di ruggine precipite a inchiodarsi

qui nella mente, ho ancora in bocca

un palazzo di febbre: voce

che a cantare i relitti del giorno

mi hai pure chiamato.


Brani tratti da:

Fabio Barissano, I confini umani, Homo Scrivens, 2023; prefazione di Francesco Terracciano.

Fabio Barissano nasce a Napoli, dove vive e lavora. Ha conseguito la laurea in Filologia moderna presso l’università Federico II e l’abilitazione all’insegnamento delle materie letterarie nel 2015. Dal 2013 ha insegnato in diversi istituti scolastici e nel 2016 vince il concorso per l’insegnamento delle materie letterarie. Dal settembre 2017 è docente a tempo indeterminato presso la scuola media statale I.C. “Nicolini-Di Giacomo” in Napoli. Attualmente redige un blog sulla storia di Napoli: www.fabiobari.wordpress.com.



domenica 17 dicembre 2023

Una nota critica di Valeria Serofilli per "Alla luce del sole", di Mariafrancesca Mela

Per la rubrica "Le note degli Ospiti" pubblichiamo qui di seguito una lettura critica di Valeria Serofilli sulla recente raccolta di Mariafrancesca Mela, Alla luce del sole, RPlibri 2023.

La luce come archetipo di vita, di nascita, di crescita, di evoluzione e di fine. La luce ha senso e misura solo se si concepisce il suo contrario, il buio. Le poesie di Mariafrancesca Mela sono scritte con la cura, l’attenzione e direi la devozione che si riserva a ciò che riveste un ruolo sacrale, in virtù di una presenza costante nelle varie fasi, nelle stagioni del tempo, del mondo e dell’uomo. A fianco all’evoluzione del pianeta che lo ospita, la luce accompagna la crescita di ogni individuo, dallo stato di feto fino alla maturità e oltre, in un ciclo che tutto comprende, non solo dal punto di vista materiale ma anche con tutte le implicazioni affettive e psicologiche ivi connesse. Mente e cuore vivono di luce e delle varie sfumature e chiaroscuri che le passioni umane, in particolar modo l’amore, sanno generare.
Una costante in tutte le poesie di questa raccolta e in tutte le sezioni che la compongono è l’umano errare.
Errare è un verbo che, in modo significativo e simbolico, si può leggere in due accezioni diverse: vagare e sbagliare. Quella più naturale e immediata è la prima, il viaggio dalla nascita alla morte, dalla luce al tramonto. Ma anche l’errore è un momento in cui si perde la luce della ragione e si arriva ad un momento di crisi, di negazione del sé che solo il ritorno del chiarore, della nitidezza, del coraggio, possono restituire.
Una raccolta intensa, forte e suggestiva, dolce e vivida, questa di Maria Francesca Mela. Il suo stile e le sue fonti di ispirazione affondano le radici nel mondo classico ma trovano nel presente l’urgenza del dire che conduce ad un dettato assolutamente coinvolgente e ricco di spunti di riflessione e suggestione.

Valeria Serofilli
“Autori allo specchio” presso SMS Biblio di Pisa, 
15.12.2023

sabato 16 dicembre 2023

Ti abbraccio, Teheran

Volentieri segnaliamo in questo spazio letterario l’interessante opera di Doris Bellomusto e Tiziana Tosi, edita da “Le Pecore Nere” nel corrente anno, dedicata alle ragazze iraniane vittime delle atrocità che ormai purtroppo tutti conosciamo. Non ci sono parole, ma la poesia e l’arte, come sempre, quali simboli di assoluta libertà, possono essere strumenti di conoscenza e di denuncia civile. Ti abbraccio, Teheran a questo proposito è una plaquette significativa che riflette in pieno questa piaga, con una doppia narrazione diaristica e figurativa che pone in risalto il dolore, la rabbia ma anche il coraggio estremo di queste ragazze e delle loro famiglie,

 

 



Talvolta di sera

mescolo al mio tempo

il passato remoto delle donne

che mio padre e mia madre

hanno nascosto

in ogni mia cellula.

 

Alla doppia elica del mio DNA

si aggrappano gli amori e i disamori

la distratta gioia del sapermi viva,

la mancata volontà di mantenermi intera.

 

Io mi frantumo.

 

Somiglia al muto mormorio del mare

il battito spezzato del mio cuore sordo.

Serpeggia nel mio sangue

una preghiera.

 

***


Venerdì, svegliati Teheran!

 

Si chiamava Masha Amini, era giovane e bella, è stata arrestata tre giorni fa dalla polizia

religiosa, indossava l’hijab in modo sbagliato, è morta oggi, 16 Settembre 2022, dopo tre

giorni di coma. Io sto male, ho un nodo in gola e rabbia addosso, ho voglia di scendere

in piazza e protestare, urlare, rischiare la mia vita in nome della VITA.

Io mi chiamo Nika, ho 16 anni, a vivere sto imparando poco a poco; la vita si impara

continuamente e non ci si può sottrarre alla lezione. È uno specchio sporco o uno

specchio deformante, in ogni caso, io quando vedo la mia immagine riflessa mi vedo

nuda, anche se non lo sono e non conosco pudore.

 

 ***

 

Sabato, un altro giorno di coraggio

 

Io non mi tiro indietro, oggi sono salita sul tetto di un’auto e mi sono tolta il velo per

strada. Senza accorgermene sono diventata una leader, ma so che al regime le leader

non piacciono. Potrebbe essere questa l’ultima pagina di diario e voglio credere che ogni

parola saprà resistere alla violenza e sopravvivere alla mia stessa morte. Le parole hanno

ali e possono raggiungere cuori attenti e vivi, donne giovani o in là negli anni, stanche

di vivere così, questo non è vivere, questo è morire ogni giorno, rafforzando un sistema

malvagio, io non ho paura di morire lottando per la libertà, ho paura di sopravvivere alle

proteste e accorgermi che non è cambiato niente.

 

Ti abbraccio Teheran, se io muoio, tu continua a cantare: “Una parte del mio cuore mi

dice di andare, andare…”


Ti abbraccio Teheran, Le Pecore Nere 2023. Testi di Doris Bellomusto, illustrazioni di Tiziana Tosi. Postfazione di Teresa Rossano.


DORIS BELLOMUSTO si è laureata in lettere classiche presso l’Università della Calabria, insegna materie letterarie presso il “Liceo G. Pascoli” di Barga (LU), dove vive dal 2011. Non ha mai dimenticato né i suoi studi classici né le sue radici meridionali. Dalle sue inestinguibili nostalgie sono nate le raccolte di poesie Come le rondini al cielo (edizioni Tracce, Marzo 2020); Fra l’Olimpo e il Sud (Poetica edizioni, Luglio 2021); Nuda (Ladolfi editore, Giugno 2022).

TIZIANA TOSI, insegnante di italiano e arte nella fascia d'età 6-10 anni. Laureata in Scienze dell’Educazione. Un'unica grande passione: l'illustrazione e l'ideazione di storie per bambini e adulti. Ha illustrato per la casa editrice "Indomiti pensieri differenti" il testo Orso Palloncino. Pubblicato dalla casa editrice "La strada per Babilonia" Nalin e le cinque saggezze di cui è coautrice e illustratrice. Con "Voglino" editrice è uscito il testo per le scuole Alfi e Betta, gemelli ribelli a spasso per l’alfabeto. Nel 2023 Il pescatore di nuvole in italiano e inglese con "La strada per Babilonia" e La mamma è mia per la casa editrice "La fabbrica dei segni".

giovedì 14 dicembre 2023

"Il piede sulla luna", poesie 1980 - 2023 di Michele Arcangelo Firinu

C’è qualcosa che lega le stelle alle cicale / quel grido siderale / che ci attraversa l’anima. Così esordisce Michele Arcangelo Firinu, imprimendo in questi tre versi d’esergo tutta la sua energia poetica che va poi alimentando e significando la sua complessa e interessantissima raccolta Il piede sulla luna.

Ne riportiamo qui di seguito solo alcuni testi, cercando di trarne, per quanto sia possibile, per la necessaria brevità della nota, qualche sommaria riflessione su quanto il poeta voglia esprimere.

Intanto, penso sia interessante questo legame piuttosto diretto tra le cicale e lo spazio sidereo. Ambedue hanno in sé un mistero indecifrabile e nello stesso tempo stupefacente, che ci sconvolge. L’una, pur nella sua piccolezza terrestre, sembra in qualche modo emulare con il suo continuo e insistente frinire, il canto silenzioso delle stelle, rievocando così quel senso di abissale smarrimento che risuona nella nostra anima.

Ma allora, a che tanto (generalmente imperfetto) costruire, elaborando spesso falsità e friabili castelli in aria, su questa terra, quando c’è una Verità ineluttabile e infinita che ci sovrasta?... La luna par che rida, ci sberleffa, nonostante la nostra impronta arrogante su di essa, indifferente alle nostre beghe e alle nostre preoccupazioni di quaggiù!

Si dice spesso che il poeta è tale perché cammina sulle nuvole, che si perde nel cielo, alludendo a quella sua leggerezza e alla incapacità di considerare le cose serie della vita. Nulla di più inesatto, ovviamente, in quanto è proprio il poeta con la sua grande sensibilità e il suo intuito, ad accorgersi guardando dall’alto, dei tanti problemi che investono l’umanità. In Michele Arcangelo Firinu questa considerazione è ancora più consistente, perché riesce a mostrarci, con i suoi versi, le banalità delle cose umane, terrestri, la loro precarietà e la loro inadeguatezza di fronte all’infinito, al cosmo intero, ai suoi valori eterni e fondamentali, come la stessa natura dell’uomo, che per quanto si affanni a costruire aggeggi tecnologici per migliorare il suo stato, non riuscirà mai a raggiungere la piena realizzazione di sé, se non si convince che l’effimero e l’abbaglio transitorio non sono che aspetti secondari dell’esistenza. Ascoltare il canto delle cicale, stare attenti a come queste si legano e si collegano con l’infinito, questo è il messaggio, il sottile ma robusto filo conduttore che tiene insieme tutta la poetica di Firinu in questo libro. “Oggi conviene ricordare agli sciocchi / che nel cosmo lontano / si spengono tante stelle una a una”… È così grande, così prevalentemente considerevole, il cosmo, tanto da far apparire inutili e sciocche ogni velleità di raggiungerlo e di eguagliarlo: “Tale da fare apparire soavemente puerile / il fantastico sogno di poterlo solcare / con qualche navicella da un Ulisse novello”…

È dunque presente in questa complessa e ben articolata raccolta del Firinu, che si pregia anche di una approfondita nota introduttiva di Marcello Carlino, un velato canto di denuncia contro gli stereotipi e contro ogni formalismo che svesta di autenticità e di perfezione la realtà del cosmo e dell’esistenza. Il poeta, e Firinu è Poeta, si colloca nel punto di osservazione più autentico e genuino, per osservare e riflettere, per capire in un certo modo com’è e come va veramente il mondo, prestando attenzione ai silenzi e alle meraviglie: “Come usignolo che becchetta il globo / va razzolando chiccoli di grano / così i miei occhi tremano inesausti / su troppi temi e testi / e mi avveleno delle carte sparse / e plastiche e fosfeni”.

E per affermare queste verità, Firinu utilizza un linguaggio veramente consono e aderente al tema, con un procedere a volte lirico a volte canzonatorio, persino dissacrante, contro ogni ipocrisia e formalismo di qualsiasi natura. Un libro che dice verità, luce e amore sincero per il creato e tutte le sue creature.

 

Chissà cosa trasmette la cicala

telegrafista stridula

forse lancia messaggi ad altri mondi

o forse solo inganni e stordimenti

alla sua stessa morte che s’avanza

 

 ***

 

Bosco sacro di Bomarzo

(Per la figlia Eleonora)

 

Più che le umane amai

le chiacchiere dei venti

che ridono dei templi sgretolando

coi trapani dei grilli

nelle statue i sorrisi labbri e nasi

e i muschi si sommano ai licheni tra le scaglie

di pinne bicaudate

mirabile monstrum

si va su ali di sirena

e tra castagni e querci

dorme un dono di bimba

e partorisce un sogno

due leoni di pietra

che van cantando me che son

Passato

 

 ***

 

Il piede sulla luna

 

Ora che un’orma di caucciù campeggia

intatta impronta arrogante

sul suolo polveroso immobile

senza un filo di vento che sussurri

una promessa flebile di mutamento alcuno

candeggia il suo pallore intatto

l’evanescente luna e par che rida

di notte in notte di quest’ansia

di dominio e d’Eterno

degli umani progetti

da sempre contraddetti dalla furia dei venti

tra le porose mura di città rovinose

commovente ricordo di antiche civiltà

quanto le nostre allora altrettanto boriose

e ora austere pietose sepolture diroccate

di eccentriche ambizioni

 

Oggi conviene ricordare agli sciocchi

che nel cosmo lontano

si spengono tante stelle una a una

tanto per dire buona notte

ciascuna al proprio sistema solare

così distante dal nostro ma simile talmente

da poterlo chiaramente comparare

alla nostra minuscola presenza

nell’infinito cosmo

 

Tale da fare apparire soavemente puerile

il fantastico sogno di poterlo solcare

con qualche navicella da un Ulisse novello

ibernato magari per poter traghettare

tra qualche moltitudine di tempi

qualche augusto campione

della nobile stirpe umana

per scamparla alla morte del nostro sole

che anch’esso è stella e come tale vita

e pertanto mortale

 

 ***

 

L’angelo non verrà

 

L’angelo non verrà e i paraocchi

distribuiti dai chierici ai mortali

non apriranno ai torbidi

sguardi dei morenti

varchi d’Eternità e la beatifica

visione d’Iddio

luce che sfolgora

panna montata

intronata su un trono di luce d’oro

svanirà con un rutto

flebile dentro l’ultimo rantolo

 

Poi s’inscatoleranno le carni

e si manderà a disfarle

velocemente

lentamente

fiammeggiando

o verminando

 

 ***

 

Usignolo

 

Come usignolo che becchetta il globo

va razzolando chiccoli di grano

così i miei occhi tremano inesausti

su troppi temi e testi

e mi avveleno delle carte sparse

e plastiche e fosfeni

il mondo è troppo ricco e misero

ma io vorrei licheni

sulle palpebre che ormai si fanno pietra

e io statua di sale

granito

nel deserto

 

 ***

 

Vale l’eterno un attimo

 

Vale l’eterno un attimo

ambiguo

in quest’ordine

che rimischia le carte

 

Il tempo

sbalzato sulle cose

si riverbera chiaro

 

smozzica rintocchi

e la roccia che sgrana

l’animo sciorinato

 

sbulinato

a oro

 

Brani tratti da: 

Michele Arcangelo Firinu, Il piede sulla luna, poesie 1980 – 2023. Fermenti Ediz., 2023. Nota introduttiva di Marcello Carlino

Michele Arcangelo Firinu, di origini sarde, è nato nel 1945 e vive a Roma. Negli anni ’80 a Milano, è stato redattore del periodico letterario “Il bagordo”. Negli stessi anni, con il gruppo Orfeo80, è stato tra i promotori di alcuni tra i primi laboratori di scrittura creativa in Italia. Ha organizzato e curato svariate attività culturali. Nel 2008 e nel 2014 nel suo paese, Santulussurgiu (OR), ha curato la direzione artistica di A libro aperto, uno degli 8 festival letterari della Sardegna. Ha pubblicato poesie su riviste e blog, ed è presente in diverse antologie. Un unico suo librino, prima di questo, era venuto alle stampe: Luminescenze, con sette disegni di Luigi Dragoni, il 174 della Collana dei Numeri, Editrice Signum d’Arte diretta dal pittore Claudio Granaroli.

Alda Merini vista da Ninnj Di Stefano Busà