domenica 26 gennaio 2020

Il "Limite del vero" nella poesia di François Nédel Atèrre


Nella complessità di un mondo globalizzato, all'interno del quale cerchiamo di districarci tra le infinite maglie di una rete intricatissima di comunicazioni, ormai capita sovente di smarrirci e di perdere i necessari riferimenti valoriali per selezionare, vagliare, valutare, giudicare tutto ciò che ci viene proposto (o imposto), sia in immagini, sia in comunicati, sia anche più o meno indirettamente in procedure, usi, abitudini influenzanti e omologanti. In poche parole abbiamo forse perso il limite delle cose, la loro veridicità, la loro consistenza, il loro spessore. E non solo il limite delle cose, ma anche, purtroppo, la consistenza e l'importanza dell'altro, del nostro prossimo, del nostro coinquilino ma anche del nostro amico, amico che nella maggior parte dei casi è soltanto virtuale, come ormai suol dirsi, avendo perso molto di quella caratteristica emozionale e sensoriale che, nell'antichità ma anche fino a pochi decenni fa, rendeva l'amicizia vera, solida, sacra e profonda.
Francesco Terracciano, in arte François Nédel Atèrre, affronta questa caratteristica dell'uomo globalizzato e disperso, smarrito, nella sua recente raccolta poetica "Limite del vero", La Vita Felice Edizioni. Addentriamoci nel suo progetto poetico con alcune riflessioni.
La modalità poetica riesce sempre a precorrere i tempi e le epoche, quasi fosse cartina al tornasole adatta ad indicare lo stato delle cose contingenti, il pensiero e gli indirizzi socio-politici di una società in transito, quasi fosse una sorta di sentinella posta in avanguardia e capace di interpretare i segni di un futuro anteriore o di intuire come e dove si stia dirigendo l'uomo, la società.
La poesia di François ha proprio questa caratteristica: individua e circoscrive la storia esistenziale di ciascun uomo, e quindi di una società intera, la nostra attuale, entro il limite del vero, laddove per limite del vero possiamo intendere lo spazio psicologico ma anche materiale, entro il quale la confusione dei valori, il disordine morale e civile, l'opacità esistenziale, la sovrabbondanza di messaggi, possono apparire verosimili e importanti.  "Ma i libri vanno nel posto sbagliato / delle scansìe – gli amici malaccorti / mettono sempre il titolo a rovescio. / Così i rilievi all’arco del trionfo / i volti silenziosi tra le scritte / svelano a tutti l’onesta menzogna, /il sottinteso limite del vero."
Una verità non oggettiva, dunque, ma prevalentemente soggettiva. Punti di vista personali, ombrati e deviati forse da una ridondanza di comunicati e da mai verificati "sentito dire", ma presi per buoni così come l'infinita rete globalizzata ci vuole far intendere, intaccando e capovolgendo valori etici, emozioni, sentimenti, la stessa umanità.
Limite del vero è una raccolta complessa di versi in cui predomina un'anima di precarietà, una fuggevole apparenza, quasi una fretta dell'essere. L'uomo arriva in quella zona delimitata dalla propria verità, vi osserva la propria storia, la propria geografia, la propria morale, ma non vi rimane per molto: è costretto ad andare via, ad esiliarsi oltre il limite del vero, per cercare altrove spiragli di luce autentica, assoluti, che lo redimano o perlomeno che lo rassicurino.
Questo, in sintesi, il progetto poetico del nostro autore che appare evidente nella raccolta; si tratta di brani poetici compatti, bene organizzati e nei quali la misura del verso soddisfa il ritmo e la musicalità, pur mantenendo intatto il dettato essenziale dell'io narrante, preponderante quasi sempre ma necessario punto di vista da cui il lettore riceve il messaggio poetico di François, e cioè uno stare repentino all'interno delle cose, della quotidianità, un indicare di sfuggita le emozioni contingenti ma senza rimanerne compromesso, e poi un ritrarsi oltre, al di là del limite del vero.
Perché i nostri amici che ci seguono su questo spazio letterario, possano eventualmente continuare il discorso sul "limite del vero" di François Nédel Atèrre, con ulteriori graditi commenti o riflessioni in merito, riportiamo qui di seguito, come è ormai consuetudine, alcuni brani tratti dal libro.



***

Io ti ho onorato ogni giorno, il capo
chino, le spalle basse del guardiano
alla vestale, ciascun grappolo di bacche
ho cantato, vivifico e viola, nascosto
in un terreno incolto,
le foglie delle piante sconosciute,
il sole, l’ocra dei muri tra i rami,
la pioggia sull’intonaco scrostato
di vecchie case, le lance appuntite
chiuse intorno a giardini abbandonati.
Io ti ho seguito come nessun altro,
chioma ondulata delle siepi, amica
modesta, furia e vento in mezzo ai boschi,
argento e calcedonio, polsi d’oro,
àlbatra rossa buona da mangiare
lasciata ai merli ubriachi.
Io ti ho ascoltato, Musa dalle labbra
dolci e ricurve, sottili e serrate,
per ore intere al gelo dell’inverno,
occhi di brace, fianchi di conchiglia,
dita affilate tese e aperte al dono
di melograni lucidi di sangue
e datteri di miele e vino bruno.

Invocazione alla Musa

***

Che c’ero, era già noto. In calce ai righi
profondi, in mezzo all’indice dei nomi.
Nell’ora dell’eccidio, il sangue sparso
per terra, urlavo gli ordini ai soldati
o procuravo il pasto agli animali
in campi estremi, coperto di fango.
È capitato che avessi il mio ruolo,
i torti, le ragioni da imparare:
è scritto sulle pagine dei libri.
Ma i libri vanno nel posto sbagliato
delle scansìe – gli amici malaccorti
mettono sempre il titolo a rovescio.
Così i rilievi all’arco del trionfo
i volti silenziosi tra le scritte
svelano a tutti l’onesta menzogna,
il sottinteso limite del vero.
Anche la penna mi è sfuggita a volte
mentre tendevo la mano a qualcuno
come pugnale roncola o frustata
dal dorso, in senso opposto alla ferita.

Limite del vero

(dalla sezione "La strada, in quel momento")


***

Cortili è la parola, e tu sai dirla,

che rende il luogo com’era, com’è.
Manca, ma è irrilevante, una conferma.
Il marmo che non si può riparare
cede, mi appoggio ai muri con la mano.
Restare qui è fidarsi delle dita.
Porte serrate, quelle che sapevo
sopra le scale, e l’ombra ti allontana.
Grani dall’alto, è la pioggia che arriva
o è solo l’acqua caduta alle piante.
Mi accorgo, intanto, che guardare a lungo
è garantire l’esistenza in vita.

*** 

Mi dissero che c’eri. Oltre le tende
sottili, acquamarina, alzai lo sguardo.
Era già piena la strada di gente
disordinata. Un ragazzo cantava.
Niente a che fare con la neve e il vento,
il gelo sulle cime: eri in un luogo
che non ti apparteneva. Sole e segni
sui muri, anime buone di altre case.
Qualcuno volle chiederti qualcosa
che non sentivo, gli parlasti a lungo
senza interesse: era appena il valore
dato a un estraneo in mancanza di meglio.
Per pochi istanti, ti vidi arrivare.
Non ho saputo di quale animale
tu avessi il passo o trattenessi il volo.
Mi sei venuta incontro, non mi hai visto.

(dalla sezione "Il nome che ti ho dato")


***

L’ora è terribile, raggela il cuore.
C’è ancora il sole, sul vostro balcone.
Nel bosco sacro come nei giardini
pubblici, stanno riscrivendo il rito.
Soffia di più il vento, sembra che parli
(è solo una canzone, su, sta’ calmo.)
Il giovane ufficiale, il sacerdote
cancellano le formule e i registri.
Che velo aveva, era sicuro bianco?
il legno delle sedie era maturo
o scricchiolava? i grandi quadri accanto
erano alti, qualcuno li guardava?
Sui testimoni si addensa il sospetto,
le esitazioni nella voce, colpe.
Si bussa ai fianchi delle casse, è in dubbio
la buona fede di chi se n’è andato.

(dalla sezione "Una vena, un fiume")


***


Tu rimarrai, solo più spettinata

ai riccioli di qualche cornicione,
sopra l’intonaco. Il nero e il carminio
cadono un poco in alto, alle facciate.
Tra i brani delle lapidi sui muri
scritte in lingue perdute, misteriose.
Noi siamo stati a lungo qui, per strade
che all’improvviso ci sembrano estranee,
come di altra città. Tornando al centro
le nostre voci di un tempo, nell’aria
– confuse nel mattino con le grida
di gente nuova – sono solo un soffio.

(dalla sezione "La città – se c’è, se resta")


***

Ritorno. A cosa? Non lo so nemmeno
se quelli che conosco hanno altre vite
tra i denti, e non contemplano lo scarto,
l’innesto tra i binari. È quella fame
di frutti tra le spine – ed ero sazio
di luce già – che qualcuno coglieva,
la strada riparata dalle piante
verso la spiaggia, l’agile torrente
che cerco ancora. Ma è un tranello l’ombra
bassa sopra la darsena, è passato
tacendo qualche cosa un ambulante.
Mi chiedo se era vivo, se lo sono
io che ho certezza soltanto del sole
feroce e di ogni fiore folgorato.

(dalla sezione "Meccaniche, membrane della luce")

François Nédel Atèrre, "Limite del vero", La Vita Felice Edizioni, Milano, 2019; postfazione di Giulio Maffii 

François Nédel Atèrre (pseudonimo di Francesco Terraccia¬no) è nato a Napoli, dove vive e lavora, nel 1967. È laureato in Economia e Commercio. La letteratura, contrappunto alla formazione universitaria e professionale, è costantemente al centro dei suoi interessi: lo studio della poesia europea – del modello italiano, inglese e francese così come delle significative testimonianze russe del Novecento – ha motivato la sua partecipazione a numerose iniziative, mante¬nendo vivo il contatto con una realtà complessa e in continua evoluzione.
Ha pubblicato una raccolta di poesie, Phonè (1992) e un vo¬lume di racconti, Il Salice Bianco (1993), entrambi con lo pseudonimo di Francesco Miti. Numerose le sue collaborazioni con riviste letterarie e le par¬tecipazioni a progetti editoriali, rassegne e seminari.
Del 2018 è la raccolta poetica Mistica del quotidiano, Terra d’Ulivi edizioni.

Nel 2018 una sua poesia è risultata vincitrice al Concorso Nazionale di Poesia “Città di Sant’Anastasia XVI Edizione”.




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