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giovedì 9 ottobre 2025

I "Tratteggi nascosti" di Carmelina Di Iorio

È prerogativa di ogni buon poeta l’approfondimento delle sensazioni e dei messaggi, anche quelli apparentemente più flebili, per poi poterne scrivere seguendo la modulazione poetica più consona al proprio sentire, alla propria esperienza e alla propria cultura. In un mondo, come quello attuale, dove tutto è dominato dall’impellenza, dalla fretta di raggiungere al più presto gli obiettivi, dove gli impegni in ambito lavorativo e sociale si sono moltiplicati a causa dell’ampliarsi delle relazioni e delle comunicazioni a livello globale, rimane sempre poco tempo per soffermarsi un attimo e per esplorare all’interno di sé stessi cosa veramente ci suggerisce il mondo esterno, quale ruolo veramente noi abbiamo in questo creato, e perché siamo qui. Domande enormi, che spesso sottovalutiamo o ignoriamo del tutto, presi appunto dalle solite incombenze quotidiane. Ma per fortuna c’è un angolo di umana curiosità in ciascuno di noi, in molti di noi, che preme, che sollecita, che urge. I creativi sono questi, gli artisti, i musicisti, i pittori. E i poeti. E proprio i poeti sembra che vivano in una situazione ossimorica: da una parte la razionalità, la precisione, l’incastro logico di ogni incombenza quotidiana, dove è primaria la mente catalogante e consequenziale, per dedicarsi al lavoro, alle relazioni con gli altri, persino al relax e al divertimento, ove possibile. Dall’altra c’è questa evanescenza, questa incertezza, questa insicurezza, il vago sentire e a malapena accorgersi che fuori c’è, ancora, tutto un mondo da scoprire, che potrebbe meravigliarci ancora, destarci dal sopore dell’abitudine e della consuetudine. Il poeta vive continuamente questo stato d’animo bifronte: e non è che abbia la testa fra le nuvole, come spesso si usa dire. È piuttosto uno stato di grazia che gli permette di fermarsi e di ascoltare la realtà circostante, leggerne i profondi messaggi, intuire ciò che sta dietro le cose, dentro le cose, dentro l’anima. Carmelina Di Iorio è senz’altro una di questi: una poetessa attenta e viscerale, perché, sedendosi sulla pancia del mondo, ne ascolta i profondi vagiti, come una madre può ascoltare il suo nascituro che scalpita nel suo grembo. Una poetessa viscerale, certo, perché accoglie l’interiorità in fermento, ma poi riesce con il suo ottimo dettato a mettere ordine nel marasma e produrre così versi consistenti e significativi. Tratteggi nascosti è dunque da considerarsi sicuramente un progetto poetico significativo, in quanto esprime appieno tutto il quadro del mondo, celato nelle visuali più recondite e che solo i poeti, i creativi, sono in grado di raccogliere. Si tratta infatti, qui, di riportare in versi quei “tratteggi nascosti”, come lo stesso titolo suggerisce, che la realtà evidenzia solo se si rimane attenti ad osservarla e a tradurla: questo il pregio dei poeti, che con la loro sensibilità riescono a captare sia il vissuto quotidiano, sia la natura, leggendo in essi quella luce, quei colori e quei suoni, quelle emozioni, che la quotidianità relega in dimensioni secondarie, meno appariscenti. È un tratteggio nascosto, il suo dire poetico, in quanto riesce appunto a ricostruire, a far riemergere dal tessuto profondo della realtà, tratti e lacerti di verità e luce, come a voler ricostruire, con quei tratti e quei tasselli, il mondo di valori che sovente viene trascurato se non addirittura ignorato nel daffare e nelle incombenze usuali.
La poetica di Carmelina Di Iorio, in questa silloge, si svolge aprendosi ai temi fondamentali dell’amore, inteso nel suo significato più ampio e quindi anche nei riguardi della natura, del mondo, laddove le immagini e i panorami sono fortemente soffusi da una entusiastica e partecipata ecologia, colorata e intensa, con afflati emotivi che ne riportano profumi, suoni, colori e luci, tale è la potenzialità espressiva delle sue liriche: “Profumo di vento! / Mirto inebriante di canterini uccelli, / sparsi nei riflessi…”, e ancora: “La notte / ha la voce di un sogno…”.
Un altro punto interessante della raccolta è quello di aver raggruppato diverse liriche sotto lo stesso titolo, quasi a voler comporre un quadro più esaustivo del suo pensiero poetico, considerando l’argomento sotto diverse angolature e situazioni. Un modo davvero originale per completare il mosaico poetico che la nostra autrice aveva progettato, esprimendo proprio in quei “tratteggi nascosti” il suo dettato, alternando i vari temi e riuscendo in tal modo a comporre un tessuto poetico vario ma nello stesso tempo senza smarrire il filo conduttore importante, che è appunto l’amore e l’ammirazione nei confronti dell’umanità e della natura.
Un libro senz’altro interessante, dove la poesia assume toni lirici di evidente spessore, e quindi armonioso e denso di contenuti e di delicati quadri di natura e di sentimento.


Poesie girovaghe

 

Profumo di vento!

Mirto inebriante di canterini uccelli,

sparsi nei riflessi

sono ombre fluttuanti.

Profumo di vento!

Ti adagi lento

su corpi tramortiti

in un clamoroso silenzio.

Sono attimi di brividi e carezze,

ineguagliabile il momento.

Son dee bianche

le nuvole a passeggio

nel giardino tinto dell'azzurro

decantare di umane storie

vicine e lontane.

Dee bianche

le nuvole si stringono

in ciarle scherzose

nel freddo di un giorno

sereno d'autore.

D'improvviso l'eco

di un suono irrompe

è la voce vestita di grigio

il pianto di una Dea

non più sognante.

Dee bianche

danzano al suo fianco

nel giardino tinto dell'azzurro

decantare lo schiamazzare

gioioso di uccelli

di un pianto ladri...

 

 ***

 

 

La notte

ha la voce di un sogno.

Ascolto

come l'eco di un urlo dal monte ad occhi chiusi

quel suono di brevi parole. Intrecciano nell'aria

lunghi istanti vissuti, inventati, dimenticati.

Malinconico

il tuo volto da Pierrot nel battere

di cuori impavidi nutre il suo respiro.

La notte

geme nascosta nella mente di un sogno

attore di ogni dove...

 

 ***

 

Tratteggi nascosti

 

Sorprendimi amore.

Basta uno sguardo

muto e vivo nel solo tuo respiro

a fermare l’irresistibile fremito del dire.

Prendimi i fianchi

stringili forte e toglimi di dosso

la voglia di sfuggire

a quell’insaziabile voglia di amarti.

Poggiati al mio corpo,

ti sostengo mi sento forte

anche se tremo come una foglia al vento.

Indaga nella mia mente

tu puoi,

conosci gli spazi dove entrare

e sai bene come far ridere il pulsare del mio cuore.

Non dire mai più

nel freddo razionale agire

di un ossequiato lavoro:

“Non si vive di solo amore”

Non ascoltare

queste tue leggere parole,

sono solo fugaci pensieri

vogliono succhiare il tuo sangue

che corre veloce lungo le arterie impazzite

perché vogliono il tuo cuore.

Non conosco ancora

la maniera di fermare i nostri intensi attimi,

ho così paura che un giorno

il tempo possa rubarceli…

 

 ***

 

Carillion di parole

 

Il mondo dei ricordi

è un mondo di treni

che ansimano all’arrivo

di giorno e di notte…

Orme giganti

di lenti passi

costeggiano i binari

e illustrano strade permesse

ma mai percorse…

I fischii brevi

annunciano la partenza

su binari di sola andata…

Non è dato un tempo

la percorrenza è breve o lunga

solo un sogno

ne segnerà la meta…

 

 ***


Tratteggi nascosti

 

Chiudo gli occhi

seduta sulla pancia del mondo

e con esso mi giro intorno.

Ci sostengono corde di suoni

è quasi impercettibile la stretta,

sono quasi impercettibili i suoni

se non si ascoltano.

Chiudo gli occhi

le mie gambe non ci sono

cammino nei passi dei miei bambini

così veloci raggiungeremo galassie sconosciute

e con esse ci gireremo intorno

al giorno e alla notte.

Chiudo gli occhi

il buio non mi acceca.

Miliardi di piccole lanterne

rimangono sempre accese…

 

Carmelina Di Iorio - Tratteggi nascosti – Seduta sulla pancia del mondo, Delta3 Edizioni, 2025.

Carmelina Di Iorio è nata a Lapio, in provincia di Avellino; è residente a Montemiletto (Av).
Tratteggi nascosti è stato pubblicato da Delta3 Edizioni nel 2025, in quanto opera terza classificata al Premio Nazionale "L'Inedito - sulle tracce del De Sanctis", XVII edizione, sezione poesia.

Dall'intervento di Giuseppe Vetromile nell'ambito della presentazione del libro a Lapio il 27/9/25



 


 


sabato 22 febbraio 2025

Margherita Parrelli a "Poesia è... Rinascenza". Pollena, 21 febbraio 2025

La sensibilità e l’emotività per un poeta possono costituire un’arma a doppio taglio. Certamente sono qualità personali necessarie di base con le quali cominciare a costruire le proprie strutture poetiche, per indagare e riflettere su argomenti e situazioni diverse… Ma poi il tutto deve essere rielaborato, riformato e proposto in modo più ampio e generalizzato, e soprattutto con una propria originale impronta poetica. Altrimenti si rischia di cadere nel già detto mille volte, nell’ovvietà delle figurazioni e delle oggettivazioni descritte nei versi.
Non è certamente il caso di Margherita Parrelli, poeta di grande talento, con esperienze di viaggio e di soggiorni in altre nazioni (Germania, Inghilterra, Francia) che le hanno permesso di accrescere le sue conoscenze di vita sociale e culturale di quelle realtà.
E dunque non basta la sensibilità e il primo impeto creativo. Margherita Parrelli ne è pienamente consapevole, esprimendo infatti una poesia che attinge dal cuore dell’umanità, intesa qui come dimensione primaria e sacra, che ci contiene e ci unisce tutti, indipendentemente dal tempo e dalla geografia. È una poesia universale, dove il canto è il medesimo fluire del vento di giustizia sulle vicende dell’uomo. E perciò, sia che si tratti di tematiche inerenti la delicata e intricata situazione della donna attuale nella società, sia che si tratti del mai rassegnato problema della pace (come nella raccolta Tieni la pace in mano), e sia che si tratti di problemi affettivi più personali (come in A mani vuote), Margherita Parrelli ha il grande dono di sublimare il tema, elevandolo al di sopra del contingente e rendendolo così un valore da considerare universalmente. Con una narrazione poetica che è sempre adeguata all’argomento, epica, stentorea, o addirittura intima, a seconda del palpito emotivo che modula il tema.
Sensibilità e attenzione: prerogative importanti dunque, ma non sufficienti per un poeta che si rispetti. La delicatezza e la dolcezza di certe immagini, o anche viceversa le oscurità e i dolori, possono generare versi superficiali e ovvi non suggerendo nulla di nuovo. Margherita Parrelli supera questa generalizzazione omologante, scavando con coraggio e con assoluta consapevolezza del suo talento, nel groviglio informe della coscienza e del cuore, traendone le motivazioni più profonde, ma anche le verità negate, i dubbi, i fallimenti. A mani vuote si rimane alla fine, dopo aver percorso questo sentiero di memoria che avrebbe avuto altre possibilità di contatti affettivi – parliamo delle relazioni tra la nostra autrice e sua madre – ma che adesso sono ineluttabilmente perduti. Ed è qui che il coraggio e la determinazione nella ricerca della verità nei propri rapporti affettivi, superano la mera sensibilità del poeta, in qualche modo rasserenandoli e offrendoli al mondo come viatico per un possibile rinnovato sentimento d’amore.
Non ci rimane nulla, a mani vuote: così sembrerebbe. Ma in realtà la poesia, e quella di Margherita Parrelli è Poesia, lascia sempre una luce accesa dentro l’umanità, anche dopo una verità deludente e vuota: sono le stesse parole del poeta che rivivono in noi e alimentano i nuovi fuochi dell’essere.


È tanto che non prendo un treno

ne ho dimenticato il suono ritmato

le distanze d’amore che devo coprire

sono troppo ampie e il luogo da raggiungere

non ha rotaie. Mano nella mano

una lunga fila di saluti alcune fotografie

il passo incerto l’incontro del tuo sorriso.

Sono nata il giorno in cui tu sei nata

mi hai avuta in un intervallo

all’ombra del firmamento.

 

 

 

Nessun altro luogo è stato

così stralunato e silente

come la tua casa nell’ora meridiana.

I tanti quadri a guardare immobili

verso il riposo dei divani

i libri ben disposti sui tavolini

e i fiori finti i fiori secchi i fiori

di vaso in vaso di stanza in stanza.

Tu minuta rimpicciolita

incurvata lumaca sbucciavi il pensiero.

Nel raggio di sole che attraversa le finestre

incerti voli di polvere cittadina.


Brani tratti da A mani vuote, Macabor 2024, primo premio Vincenzo Pistocchi 2024 per la silloge inedita.

Il libro è stato presentato in occasione dell'incontro con Margherita Parrelli nell'ambito della Rassegna "Poesia è... Rinascenza" curata e condotta da Nelania Mollo e Giuseppe Vetromile, il 21 febbraio 2025 nella Congrega del SS. Sacramento, Pollena Trocchia (Na)



mercoledì 29 gennaio 2025

La presentazione del libro "Repertorio del perdurare" di Ketti Martino. Libreria Mancini, Napoli

Ketti Martino è voce poetica possente, riconosciuta in ambito nazionale e meritevole di essere annoverata tra i poeti più importanti e significativi, in quanto ha una sua propria originale linea di dettato poetico, sia per contenuti che per forma espressiva.
Dopo la pubblicazione di notevoli raccolte poetiche, con case editrici ben note come La Vita Felice e Oedipus, ora giunge a questa interessante raccolta dal titolo emblematico, Repertorio del perdurare, con la quale, a mio parere, riprende in qualche modo il suo discorso filosofico ed esistenziale sulle difficoltà, i disagi e i compromessi che la vita, nell’odierna società, ci mostra.
Ovunque noi siamo, è il sottotitolo della raccolta, che bene individua e sottolinea queste forze negative che in qualche modo sembrano condizionare l’ego, costringendolo a ritornare sui suoi passi, a riconsiderare pedissequamente l’esistenza, a cercare disperatamente nuove strade e nuove soluzioni di vita. La felicità e la realizzazione di sé non sembra siano proprio dietro l’angolo. Questa sofferenza, questo disagio, ovunque noi siamo, è iscritto nel nostro diario quotidiano, nel nostro repertorio di vita, e perdurano all’infinito, senza accennare a un disvelamento, ad una chiarità all’orizzonte.
Abbiamo mandato a mente tutti i doveri: / la commozione per la voce che ci chiama / la condanna dell’età crudele / il disordine della mutevolezza. Così afferma la nostra autrice in una sua poesia iniziale, ed è qui, a mio parere, che si concentra il suo progetto poetico che poi prende man mano forma e significato in tutta la raccolta. Noi viviamo incasellati in una società che, per vari motivi ma soprattutto per ordinare e regolare i nostri comportamenti e il nostro agire in seno al consesso civile, inevitabilmente ci condiziona e ci limita; ciò naturalmente è necessario e accettabile, dal punto di vista del vivere in comunità e nel rispetto dei regolamenti e delle leggi, ma a volte contrasta l’intima aspirazione del tutto personale ad uscire fuori, ad evadere da questi inscatolamenti. È possibile questa fuga dalla monotonia e dalla ripetitività dell’esistenza, con l’esplicitazione della poesia, che qui è indicazione, denuncia e confutazione allo stesso tempo, di uno stato d’essere incompleto, limitato, circoscritto. La poesia di Ketti Martino è qui cartina al tornasole di questo stato: è consapevolezza delle negatività che ci affliggono ogni giorno, nel loro incessante perdurare. Ma è anche un invito ad una possibile redenzione, laddove la sincerità e la schiettezza dell’uomo, veicolate necessariamente dall’arte e dalla poesia, potranno liberarlo da ogni schema prefissato, da ogni falso stereotipo.
In effetti, la poetica di Ketti Martino in questa raccolta, è l’amara constatazione che l’uomo rivolge principalmente le sue attenzioni alle cose minime e routinarie della quotidianità, in un repertorio di azioni e di comportamenti fin troppo aderenti ad una schematizzazione omologata e stereotipata che la società impone, trascurando o sottovalutando invece le meraviglie della vita e del creato, tutto ciò che può emozionarci e che ci possa ricondurre alla nostra vera umanità!
Il libro di Ketti Martino, suddiviso in tre sezioni, è anche un viaggio nei ricordi e nei sentimenti, nelle impressioni suscitate da altri panorami, altre realtà sociali e dai viaggi compiuti in altre città.
Un repertorio dove permane, perdura e si evidenzia, il suo grande afflato per la vita e per la poesia che ne è portavoce perenne!


 

Abbiamo mandato a mente tutti i doveri:

la commozione per la voce che ci chiama

la condanna dell’età crudele

il disordine della mutevolezza.

Abbiamo visto quanto è umiliante

stare in piedi, soli,

senza ripari

e quanto convenga invece ripensarsi

in una tranquilla ombra, con la gente

che ci scorre accanto

(i passi come un gioco):

in una piazza grigia

i piccioni in ritirata

e nessuno a godere di questa amputata vita

in cui manca sempre una voce a ricordarci

che non amiamo inutilmente

anche quando ce ne andiamo

 

 ***

 

Fingiamo di parlare di fioriture,

di galassie e di metafore.

Non ci accorgiamo delle città dorate

che affondano come irrisolti enigmi

non ci accorgiamo che non c’è ferocia più possente

della parola dimezzata che ci attraversa

che ci ricrea fragili, disarmati eroi di fronte alle rovine

col filo di saliva che riluce sulle labbra.

E anche ora, sventrati nei sogni e in ogni fibra,

non chiediamo dell’inciampo, del vortice senza confine,

del crepaccio che non riusciamo a risalire.

 

(senza merce di scambio che non noi stessi

non esiste assoluzione: in terra nuova si vive

senza grazia e conoscenza)

 

*** 

 

 

Stamattina una voce di novembre

innaturale

è arrivata a dire lo sconforto.

Dagli occhi di una finestra vuota

anche le foglie - in manto - mi hanno ricordato

che non ci rivedremo

che non risorgeremo più

tra i libri

sotto la pioggia

sotto un ponte illuminato a neve

a commentare la luce che tra le crepe sbianca.

Nel frastuono della stanza, l’attesa

si raccoglie dietro i denti e nella gola

dove la lingua avvolge il nome

mentre io muoio

ancora una volta

infinite volte

muoio.

 

 ***

 

È arrivata la luce e ha bucato le pesanti tende;

i rumori della strada non ci hanno mai lasciati;

in bilico, dove il mare è dimenticata traccia

e il fiume è fedele alla paura,

accade che si pratichi un esercizio antico,

un’arte del fare veloci le cose

veloci quel tanto ché ognuno si salvi

a un passo dal vuoto.

 

La pace, qui, è onda di oceano,

azzardo in un cimitero di notte

in un parco senza gioia

in un taxi qualunque dove si tace

per discrezione

per disinteresse

per abitudine.

 

Londra

 

Ketti Martino, Repertorio del perdurare, Controluna Edizioni, 2024

Il libro è stato presentato nella Cartolibreria Mancini di Napoli, il 27 gennaio 2025, nell'ambito della Rassegna "Un caffè da Mancini", ideata e condotta da Gennaro Guaccio e Giuseppe Vetromile.

Ketti Martino è nata a Napoli. Laureata in Filosofia e abilitata in Psicologia Sociale, ha insegnato nella scuola pubblica. Ha pubblicato raccolte poetiche tra cui ricordiamo I poeti hanno unghie luride; Del distacco e altre impermanenze; Il ramo più preciso del tempo. Ha curato l’antologia poetica La poesia è una città. Suoi testi sono stati tradotti in inglese e spagnolo e inseriti in riviste internazionali.

 


 


sabato 25 gennaio 2025

Presentazione del libro "La luce degli osceni" di Cesare Cuscianna

 

L’introspezione conduce ciascuno di noi nei più reconditi angoli della coscienza, per un tentativo di dare un senso al groviglio di sensazioni, di emozioni, di pensieri che urgono e non ci danno pace. La scienza medica, la psicologia e la psicoanalisi certamente aiutano e guidano questo processo di auto-interrogazione, ma a volte anche l’attività creativa, e in particolare la poesia, può essere utile strumento. Il poeta, con la sua sensibilità, può infatti immergersi nella propria intimità, sondare il buio dell’anima e cercare di far emergere alla superficie quei lacerti di disagio interiore che adombrano la quotidianità: una sorta di terapia o un processo di filtraggio e addirittura di confutazione delle negatività che ci portiamo dentro. Confutare la morte, confutare il male, confutare le oscenità.

Ma cosa sono queste oscenità che il nostro autore, poeta e scrittore Cesare Cuscianna, va elencando, diciamo così, in questa sua nuova raccolta dal titolo veramente singolare? La luce degli osceni. In verità sappiamo tutti che le oscenità, volendo dare una definizione superficiale del termine per semplificare le cose, sono quelle che in qualche modo offendono il nostro senso di pudore, quelle cose o quei fatti che deviano dalla normale etica quotidiana, del bene, del bello e del buono che generalmente tutti condividiamo.

Ma Cesare Cuscianna va oltre. La sua poesia scava in profondità, fino a ricercare quelle oscenità che vanno ben al di là dei meri comportamenti scandalosi o delle mere apparenze superficiali delle persone che possano turbare il nostro senso di perbenismo, di normalità e di formalità. La poesia di Cesare Cuscianna individua l’oscenità della morte, l’oscenità dell’ineluttabilità della morte, l’oscenità della rassegnazione e della consapevolezza che il viaggio della vita è breve, che la morte è un tuono e che la luce del sole è arrogante perché pretende di durare oltre la notte, cioè di sovrastare l’oscurità metaforica della morte. Cosa impossibile, naturalmente. Ma la poesia è indovinato viatico per procedere in queste oscenità, è luce sugli osceni, dove osceni diventiamo noi stessi, l’umanità, sottoposta alle leggi della natura che pretendono la nostra fine al termine del giro della vita.

La poesia è coraggio e determinazione. È opera d’arte che non teme di sembrare spietata, inflessibile, perché dice la verità. La verità che l’uomo nella sua quotidianità cerca di sottovalutare, di ignorare, preso da altri mille impegni. Ma un senso da dare all’esistenza è latente in ciascuno di noi, e la poesia è utile strumento di scavo per questo, è luce sugli osceni, per meglio capire e chiarire. E la poesia di Cesare Cuscianna è adeguata a questo scopo, è necessariamente incisiva, stentorea, non dà tregua, utilizza termini forti e sconvolgenti. È una poesia che aiuta a meditare sulle vere questioni esistenziali e a comprenderne, in qualche modo, le negatività, o meglio le oscenità, che ci adombrano e ci avviliscono.

 

Ogni morte è tuono

 

poi, il primo sole

rullo suadente

d’acciaio nel cielo

 

e arriva la sua folle luce

la pretesa di durare oltre la notte.

 

 ***

 

Si muore come si piange

da bambini il capo chino

il braccio levato a nascondersi

 

quanto vi ho amato

non lo saprà nessuno

al riparo dai vostri occhi

 

fin nell’acqua fonda

il verde ci illumini

tu, luce degli osceni

 

parli come parlano i morti

col rumore dei sassi

spianati dalle parole.

 

*** 

 

Anch’io ho ucciso

senza colpa, senza sangue

il cadavere interrato in me

nel fianco della coscienza

dente di drago crudamente duole

la pagherò così

 

legacci ai polsi, ferri alle caviglie

nelle vene maldestre moltitudini

la trasparente rassegnazione

del pesce issato a bordo

l’occhio a fissare il pescatore

finalmente scorgendo Iddio.

 

 ***

 

Poesia all’inizio

è sempre uno spurgo di caos

una macchia di vomito giallastro

nel linguaggio denso degli schiavi

 

poi costruisco una geometria d’acciaio

la massa fremente del convoglio

arrestato in piena corsa sui binari

 

e prima che precipiti nel vuoto

stringo forte i denti,

così che il mondo scricchioli.

 

 ***

 

Sono un abito a rovescio

vesto deliqui, mancamenti della ragione

la fuga dei pensieri da ogni appiglio

 

molte voci abitano la mia bocce

ma quanto amo quelle linfe rattrappite

pronte a svanire come fantasmi

 

nel linguaggio dello sguardo

inutilmente chiedo

una bruma evidente aspiro

 

così vivo di me stesso

pianta di frutti rivolti all’interno

per meglio tenersi viva, o marcire.


Cesare Cuscianna, La luce degli osceni, Edizioni Montag, 2024

(Dalla presentazione del 24 gennaio 2025, nell'ambito della rassegna "Sulla rotta del mito", Biblioteca Comunale di Bacoli).





Alda Merini vista da Ninnj Di Stefano Busà