Loriana d’Ari è poetessa profonda, che riesce a penetrare il segreto senso dell’esistenza, offrendoci dei versi che svelano delicatamente, ma anche con una certa determinazione, il mondo che sta al di là delle apparenze quotidiane, laddove la dimensionalità e lo spessore dell’esistenza non si fermano al mero trascorrere del tempo in azioni e luoghi e storie che fanno parte dell’abitudinaria routine di ognuno di noi: la poesia è questa cosa magica che riesce a interpretare la verità di tutti e di ciascuno, svelando ciò che veramente è dentro di noi e che, solo con essa (e, beninteso, con le altre espressioni artistiche), è possibile tradurre ed esternare.
Dei vivi e dei morti è un canto caleidoscopico, un mosaico spirituale, ma anche carneo, di ciò che è veramente la vita. Si va oltre il movimento e l’estensione dei corpi, oltre la loro energia materiale e spirituale, perché anche i morti, in questa raccolta, hanno da dire la loro, fanno parte integrante della complessa realtà del creato.
Partendo da alcuni riferimenti reali con i quali l’Autrice canta l’inanità della sovrabbondanza corporea, di fronte all’ineluttabile suo dissolvimento fino al regno della morte (“kangde”: Aisin Gioro Pu Yi, imperatore fantoccio; “gyokuon-hōsō”: Hirohito, atto di resa…), Loriana d’Ari lascia intendere che il confine tra la vita e la morte è sottilissimo: “e provo a dire, senza convinzione, perché anche il corpo è / nient’altro che questa soluzione tridimensionale / questo corpo che marcisce felice”. Così conclude la sua indagine su tale confine, dopo le attente, e non prive di una certa vena ironica, incursioni su queste realtà umane, con l’indovinato tentativo di unificarle, o perlomeno di renderle parimenti dignitose: “ognuno ritorna a sera, novembre d’umida carezza / nei rintocchi all’ora di cena. / rincasano gli ultimi, mentre curo la posa dei passi lungo / la scia di foglie cadute, un giallo ocra / che dilava all’avorio della luna.” Ed ancora: “ecco le povere cose, gli esili resti. / nel disarmo i coltelli feriscono / da ogni lato…” (qui risalta ancora di più l’inutilità delle violenze reciproche, dei dissidi, delle guerre… di fronte ad una realtà ben più complessa, misteriosa e assolutamente ineluttabile, quale è la morte, dove beffardamente anche il disarmo dei coltelli diventa ormai vano…).
Con questa raccolta Loriana d’Ari dimostra ancora la sua piena padronanza della materia poetica, la sua profonda capacità di indagine nel mondo delle cose e dell’animo umano, la sua competenza nel tradurre in versi significativi il senso dell’esistenza, sia dal punto di vista filosofico, storico, e sia da quello più prettamente umano, immediato e quotidiano.
Proponiamo ora alcuni brani tratti dal libro:
antigone, testamento
io donna nel mio ventre sottile
spezzerò questa catena micidiale
perché antigone è il mio nome
nata al posto di un altro.
fratello, levigherò questa crosta di
sangue e fango fino a restituirti un volto
e soffierò nei tuoi polmoni tanta vita
per quanta sciagurata colpa
è sopravvivere ai morti, portarli
come d’inverno nelle vene un canto
di passeri sepolti nella neve
kāngdé
c’è voluta intera la vita a divenire un uomo
appreso il peso del corpo perdere i fili uno
a uno. del fantoccio ammucchiato all’angolo
rimane il sorriso sghembo, lo slargo dell’occhio
scucito dalla luce. quanto tutto è reale
ora, che anche l’aria potresti toccarla
e nulla più a lungo trattenere.
la frana dei sensi cede calore alla terra
ne drena la linfa, non rimargina
(kāngdé: Aisin Gioro Pu Yi, imperatore fantoccio)
le altalene
*
ognuno ritorna a sera, novembre d’umida carezza
nei rintocchi all’ora di cena.
rincasano gli ultimi, mentre curo la posa dei passi lungo
la scia di foglie cadute, un giallo ocra
che dilava all’avorio della luna.
proprio qui, solo ieri, correvano i bambini.
delle altalene gemelle l’una sembra immobile da sempre
l’altra oscilla, come un pendolo, addolcisce
solo il cigolio, e continua
dondolando
(senza
suono)
mare io t’abbracciavo in un lampo
forse troppo azzurro quando
mi voltai e c’era lei al mio fianco.
un sobbalzo, non tanto
la morte quanto lo spavento che potesse
d’un tratto gli occhi fissi a un orizzonte
verticale che potesse finalmente
parlare da quest’altra dimensione che
sta qui, accanto. che se allungo la mano
anche l’ultima parete di cartone possa
crollare. basterebbe una parola
soltanto, quella che tace.
laggiù in fondo, se guardi bene
c’è un’aura di luce attorno a un lampione
spento
dei vivi e dei morti
*
ecco le povere cose, gli esili resti.
nel disarmo i coltelli feriscono
da ogni lato.
qui la colpa è uno scavo di rotule
nel fango, la spola
dei vivi tra gli opposti schieramenti.
quanto ai morti, indugiano
anche loro, da quando è slittata
la soglia non sanno più
dove cadere
poesia di chi resta
*
sorelle, cosa resta nella notte
che vi perde?
qui dove noi si raccoglie disordine a voi
disappartiene
il non ritorno e la conta dei resti
sulla massicciata.
non più vostri l’urto né il volo
le rotaie in fuga prospettica di schizzi
e primule.
dove non siete non si ode che il nulla
sferragliare
tace il fischio che strina l’orecchio
caduto sulla linea gialla
(Giulia e Alessia P., travolte da un treno alla stazione di
Riccione)
non lascia segni ciò che scorre senz’attrito
in questo solco
inapparente: l’elemento isolante
del raccordo, la colla del buio che ci tiene.
ciò che funziona si nasconde troppo bene
sostanza che assimila a sostanza.
non frugheresti il sangue non volendo
arrestarne la corsa. ma se premi la crosta
del pane puoi sentire
la danza crepitante delle spighe.
così suoniamo la forma
perduta a divenire
quel che siamo
Opera vincitrice XXIV edizione Premio InediTO - Colline di Torino
Loriana d’Ari vive a Genova, dove lavora come psicoterapeuta. Ha pubblicato su diverse riviste e blog letterari e ricevuto riconoscimenti in occasione di vari premi, tra cui “Bologna in Lettere”, “Poesia di Strada” e “Lorenzo Montano”. La sua raccolta d’esordio, silenzio soglia d’acqua, è risultata vincitrice della VI e-dizione del premio “Arcipelago itaca” (raccolta inedita, opera prima) e pubblicata nel maggio del 2021 per Arcipelago itaca Edizioni.
Dei vivi e dei morti è vincitrice della XXIV edizione del Premio InediTO - Colline di Torino.

Nessun commento:
Posta un commento