“Composte in movimento, le poesie restano pur sempre in divenire, mai del tutto paghe della loro consistenza.” Così afferma Mario Saccomanno nella sua breve ma significativa presentazione della sua recente raccolta poetica intitolata Rimango fedele alla terra, edita da Interno Libri nel corrente anno. Ed è una verità assolutamente condivisibile, laddove il lavoro, o meglio il lavorìo, del poeta è un continuo ripescare e riaggiustare in itinere qua e là espressioni, parole e perfino concetti, e tutto quanto concerne quel famoso labor limae di oraziana memoria, che ogni autore sa e deve necessariamente operare, per rendere la sua opera rifinita al meglio.
Dunque, Mario Saccomanno si accinge ad esporre il suo pensiero poetico, la sua filosofia di vita, in questa raccolta dal titolo veramente significativo e indicativo di tutto un programma etico e persino morale, del vissuto quotidiano nell’ambito di una società ormai distaccata dalla realtà emozionale e sentimentale, scevra da ogni tipo di impulso creativo e in balia solo di quelli nefasti e addirittura disumani.
Il suo è un raccontare la vita, la natura, il sogno e il rapporto che l’uomo ha, o dovrebbe avere, nei confronti di essi: “Sopraggiunto su un campo di grano, / l’urto furente delle cavallette / lascia non più / che una vuota distesa, / un vizzo terreno ormai spoglio…”: è la desolante constatazione di un abbandono della fertilità e dello splendore di un mondo autentico ormai tramontato dietro i sipari asciutti e inconcludenti di una tecnologia che va contro la ricerca del trascendente e della libertà, del sentimento quanto della spiritualità.
Per questo la poesia di Mario Saccomanno, come del resto tutti i progetti poetici di un certo spessore, è di raccordo, quasi di intermediazione tra un mondo a volte aberrante e l’intimo desiderio di una meta escatologica di equilibrio e di comprensione universale. Pertanto il “rimanere fedele alla terra” è una dichiarazione non solo di poetica, ma di comportamento esistenziale sano, autentico e omnicomprensivo di tutte le virtù che effettivamente animano l’uomo nonostante l’abbandono o la trascuratezza di molte di queste da parte di quella società dedita esclusivamente all’accumulo di beni materiali, all’egoismo e alla prevaricazione: “Gli ingorghi umani / velano le stelle…”
E in questo vacillare dell’umanità tra inferno e paradiso, metaforicamente parlando, giunge il pensiero edificante del nostro autore, rimasto fedele alla terra (intesa qui come madre creatrice e protettrice, come creato in cui l’uomo sia completo e integrato in materia e spirito…): “io, negli urti e negli assalti, / fra avvelenati e moribondi / o in ogni forma di intesa, / rimango fedele alla terra.”
Sopraggiunto su un campo di grano,
l’urto furente delle cavallette
lascia non più
che una vuota distesa,
un vizzo terreno ormai spoglio.
Quanto profuso in superficie
in un nonnulla
è divorato –
e per molti la notte è nient’altro
che incubi e insonnia.
Così si mostra a me il sapore
dell’umano assordante zillare,
che si posa sugli spazi
col suo carico di non finito
e col cemento
di mille grigie abitazioni –
e per molti la notte è nient’altro
che incubi e insonnia.
Gli ingorghi umani
velano le stelle.
Mi affido
alle strade accidentate
che sfiorano i vicoli consueti –
e ancora mi sorprende
come il mesto mio latrato
s’accordi al carnato
di questo cielo.
Certo, può pure una vita
stemperare a suo modo
i graffi subiti
sotto la sola
luce lunare.
Ovunque vada,
io resto trafitto
dagli stessi miei versi
che uccidono ancora,
riportandole indietro,
le note incorporee distanze.
Potrà mai davvero una parola
nominare il peso
dei vuoti irriducibili
delle mancanze?
Per mia madre e per Marilena
Si sgretola
l’eco accigliato
del mio canto –
ma vi so da qualche parte
a calpestare questa stessa notte
e si ricompongono le crepe
e ogni sforzo
si fa aurora.
Che venga pure dopo tutto il resto.
Nessuna cancrena umana
adesso si frapponga
fra me e l’azzurro manto crespato del mare.
Si contrarrà il pensiero
e inquieto tornerà a bussare
il benessere deficitario
capace di saziare
lo scorrere imperterrito
del nastro trasportatore.
Sentirò a suo tempo il peso
dell’ombra lunga del rientro –
ma nessuna cancrena umana
adesso si frapponga
fra me e l’azzurro manto crespato del mare.
io, negli urti e negli assalti,
fra avvelenati e moribondi
o in ogni forma di intesa,
rimango fedele alla terra.
Brani tratti da Rimango fedele alla terra, di Mario Saccomanno, Interno Libri Edizioni, 2026
Mario Saccomanno (Cosenza, 1993). Ha conseguito la
laurea triennale in Filosofia e Storia, discutendo una tesi sulla filosofia
eretica di Giordano Bruno, e due lauree magistrali: in Scienze Filosofiche, cum
laude, con un elaborato finale dedicato al rapporto tra scienza e fede
nell’opera artistico-filosofica di Lev N. Tolstoj, e in Letteratura, Lingua e
Cultura italiana, con una tesi sulla storia e sulla storiografia
quattro-cinquecentesca. È cofondatore di Aculei Edizioni, collabora come
editor e promoter con Bottega editoriale, è direttore editoriale dei
periodici DireFareScrivere e Bottega Scriptamanent e contribuisce
ad Alma Poesia. Ha maturato esperienze come insegnante, editor freelance
e copywriter. Giornalista e scrittore, ha pubblicato articoli e interventi su
vari quotidiani e riviste; suoi racconti e poesie sono apparsi in blog,
periodici e antologie letterarie e hanno ricevuto premi e riconoscimenti. Ha
pubblicato il carnet poetico Tragitto ricurvo di sogni e d’amore e le
sillogi Tanto vero da farsi utopico e Lembi edificabili.

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