lunedì 22 giugno 2026

Il vacillare dell'umanità in "Rimango fedele alla terra", di Mario Saccomanno


Composte in movimento, le poesie restano pur sem­pre in divenire, mai del tutto paghe della loro consistenza.” Così afferma Mario Saccomanno nella sua breve ma significativa presentazione della sua recente raccolta poetica intitolata Rimango fedele alla terra, edita da Interno Libri nel corrente anno. Ed è una verità assolutamente condivisibile, laddove il lavoro, o meglio il lavorìo, del poeta è un continuo ripescare e riaggiustare in itinere qua e là espressioni, parole e perfino concetti, e tutto quanto concerne quel famoso labor limae di oraziana memoria, che ogni autore sa e deve necessariamente operare, per rendere la sua opera rifinita al meglio.
Dunque, Mario Saccomanno si accinge ad esporre il suo pensiero poetico, la sua filosofia di vita, in questa raccolta dal titolo veramente significativo e indicativo di tutto un programma etico e persino morale, del vissuto quotidiano nell’ambito di una società ormai distaccata dalla realtà emozionale e sentimentale, scevra da ogni tipo di impulso creativo e in balia solo di quelli nefasti e addirittura disumani.
Il suo è un raccontare la vita, la natura, il sogno e il rapporto che l’uomo ha, o dovrebbe avere, nei confronti di essi: “Sopraggiunto su un campo di grano, / l’urto furente delle cavallette / lascia non più / che una vuota distesa, / un vizzo terreno ormai spoglio…”: è la desolante constatazione di un abbandono della fertilità e dello splendore di un mondo autentico ormai tramontato dietro i sipari asciutti e inconcludenti di una tecnologia che va contro la ricerca del trascendente e della libertà, del sentimento quanto della spiritualità.
Per questo la poesia di Mario Saccomanno, come del resto tutti i progetti poetici di un certo spessore, è di raccordo, quasi di intermediazione tra un mondo a volte aberrante e l’intimo desiderio di una meta escatologica di equilibrio e di comprensione universale. Pertanto il “rimanere fedele alla terra” è una dichiarazione non solo di poetica, ma di comportamento esistenziale sano, autentico e omnicomprensivo di tutte le virtù che effettivamente animano l’uomo nonostante l’abbandono o la trascuratezza di molte di queste da parte di quella società dedita esclusivamente all’accumulo di beni materiali, all’egoismo e alla prevaricazione: “Gli ingorghi umani / velano le stelle…”
E in questo vacillare dell’umanità tra inferno e paradiso, metaforicamente parlando, giunge il pensiero edificante del nostro autore, rimasto fedele alla terra (intesa qui come madre creatrice e protettrice, come creato in cui l’uomo sia completo e integrato in materia e spirito…): “io, negli urti e negli assalti, / fra avvelenati e moribondi / o in ogni forma di intesa, / rimango fedele alla terra.


 

Sopraggiunto su un campo di grano,

l’urto furente delle cavallette

lascia non più

che una vuota distesa,

un vizzo terreno ormai spoglio.

 

Quanto profuso in superficie

in un nonnulla

è divorato –

 

e per molti la notte è nient’altro

che incubi e insonnia.

 

Così si mostra a me il sapore

dell’umano assordante zillare,

che si posa sugli spazi

col suo carico di non finito

e col cemento

di mille grigie abitazioni –

 

e per molti la notte è nient’altro

che incubi e insonnia.

 

 ***

 

 

Gli ingorghi umani

velano le stelle.

 

Mi affido

alle strade accidentate

che sfiorano i vicoli consueti –

 

e ancora mi sorprende

come il mesto mio latrato

s’accordi al carnato

di questo cielo.

 

*** 

 

Certo, può pure una vita

stemperare a suo modo

i graffi subiti

sotto la sola

luce lunare.

 

Ovunque vada,

io resto trafitto

dagli stessi miei versi

che uccidono ancora,

riportandole indietro,

le note incorporee distanze.

 

Potrà mai davvero una parola

nominare il peso

dei vuoti irriducibili

delle mancanze?

 

 ***

 

 

Per mia madre e per Marilena

 

Si sgretola

l’eco accigliato

del mio canto –

 

ma vi so da qualche parte

a calpestare questa stessa notte

e si ricompongono le crepe

 

e ogni sforzo

si fa aurora.

 

 ***

 

Che venga pure dopo tutto il resto.

 

Nessuna cancrena umana

adesso si frapponga

fra me e l’azzurro manto crespato del mare.

 

Si contrarrà il pensiero

e inquieto tornerà a bussare

il benessere deficitario

capace di saziare

lo scorrere imperterrito

del nastro trasportatore.

 

Sentirò a suo tempo il peso

dell’ombra lunga del rientro –

 

ma nessuna cancrena umana

adesso si frapponga

fra me e l’azzurro manto crespato del mare.

 

 ***


io, negli urti e negli assalti,

fra avvelenati e moribondi

o in ogni forma di intesa,

 

rimango fedele alla terra.


Brani tratti da Rimango fedele alla terra, di Mario Saccomanno, Interno Libri Edizioni, 2026

Mario Saccomanno (Cosenza, 1993). Ha conseguito la laurea trien­nale in Filosofia e Storia, discutendo una tesi sulla filosofia eretica di Giordano Bruno, e due lauree magistrali: in Scienze Filosofiche, cum laude, con un elaborato finale dedicato al rapporto tra scienza e fede nell’opera artistico-filosofica di Lev N. Tolstoj, e in Letteratura, Lingua e Cultura italiana, con una tesi sulla storia e sulla storiografia quattro-cinquecentesca. È cofondatore di Aculei Edizioni, collabora come editor e promoter con Bottega editoriale, è direttore editoriale dei periodici DireFareScrivere e Bottega Scriptamanent e contribuisce ad Alma Poesia. Ha maturato esperienze come insegnante, editor freelance e copywriter. Giornalista e scrittore, ha pubblicato articoli e interventi su vari quotidiani e riviste; suoi racconti e poesie sono apparsi in blog, periodici e antologie letterarie e hanno ricevuto premi e riconosci­menti. Ha pubblicato il carnet poetico Tragitto ricurvo di sogni e d’amore e le sillogi Tanto vero da farsi utopico e Lembi edificabili.


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