venerdì 18 settembre 2026
L'appello del Piccolo Museo della Poesia contro le armi
sabato 5 settembre 2026
"Sulla terra rotta" di Antonella Sica
Non si sottrae a questo nobile compito Antonella Sica, nel realizzare un vero e proprio poema, premiato alla undicesima edizione del Premio “Arcipelago itaca” e quindi pubblicato dalla stessa Casa editrice, con una dotta motivazione di Carlo Giacobbi. Il titolo, essenziale e significativo, Sulla terra rotta, è già incipit di denuncia e di degrado dei valori umani, se vogliamo eufemisticamente riferirci al decadimento generale di ogni traguardo etico e morale faticosamente guadagnato in secoli di dure lotte sociali per la libertà, la (vera) democrazia, il benessere di tutti i popoli. In particolare la situazione in Medio Oriente e più specificamente a Gaza è a dir poco apocalittica, disumana, infernale. La terra rotta rende bene l’idea, e d’altronde la poesia è un metodo diretto per proclamare la verità, senza retoriche e senza “distinguo”: la terra è rotta, insanguinata, assassinata, vilipesa, tradita, là come in tante altre parti del mondo e come in tante altre epoche.
Ma è lì che ora l’occhio e il cuore del poeta è rivolto. I reportage, quando arrivano, narrano i puri fatti; la poesia invece ne estrae il cuore adornandolo e circondandolo di quella pietà, di quella compassione, di quella rabbia e di quel dolore immenso, con una potenza e una incisività che solo lei può esprimere. Pochi versi, ma parole come lance, come pietre che colpiscono ognuno di noi, versi brevi adeguati alla brevità e alla precarietà della vita quotidiana in quei luoghi. Un linguaggio scarno, essenziale, come scarne ed essenziali sono le ore di un bambino che non sa se potrà mai vedere l’alba di domani. Poche parole, versi epigrammatici come giustamente commenta Carlo Giacobbi; ma versi che grondano amore e giustizia, valori che in filigrana ancora sembrano evidenziarsi, perché l’umanità calpestata risorge sempre, prima o poi. E la Poesia, come questa di Antonella Sica, pur nella denuncia, ne anticipa sempre il nuovo orizzonte di luce.
Deflagra la luce sul campo
coi bimbi salta la palla
il sorriso minato
in pezzi nel cielo con gli arti
in volo i piedini, le mani.
La madre sui corpi
gli occhi divaricati
gli uomini intonano
il nome di dio
allineano i sacchi bianchi
sulla terra rotta
in fila come crisalidi
di pietra.
Sfugge alla lingua
un frammento tenace di cibo
tra i denti, un tormento
dallo schermo
una sirena
antiaerea
trascina
tremori
lungo i vetri
un fastidio da niente
che non vuole andare via.
Nel flusso di notizie
voci gonfie d’acqua
i bambini
camminano sulla faglia
che divide lo sguardo
ogni giorno più piccoli
più lontani.
Antonella Sica, genovese, laureata in Lettere
Moderne, è regista e manager culturale nel settore audiovisivo e
cinematografico. Ha pubblicato Fragile al mondo (Prospero Editore,
2015), La memoria nel corpo (Rayuela Edizioni, 2018), L’ira notturna
di Penelope (Prospero Editore, 2022) e Corpi estranei (Arcipelago
itaca, 2025), con cui ha vinto il Pre-mio “InediTO - Colline di Torino”. È
presente nelle antologie Singolare, molteplice (Puntoacapo, 2022) e Settimo
repertorio di poesia italiana contemporanea (Arcipelago itaca, 2023). Suoi
testi sono stati selezionati e premiati in diversi festival e pubblicati su
riviste e blog letterari.
mercoledì 2 settembre 2026
Intervista della poetessa Muhsine Arda al curatore d'arte Walter L. Meyer (traduzione in italiano di Lucilla Trapazzo)
ARTE E LETTERATURA NEL CUORE DELLA GUERRA
La storia di 1001
Nights Retold, una mostra d'arte
Propongo volentieri questa conversazione tra la poeta turca Muhsine Arda e Walter L. Meyer, curatore d’arte, perché racconta di un incontro particolare, quello tra il curatore americano e l’artista iraniana Noushin Vedaei, che, nel pieno della guerra, hanno dato vita a un progetto a distanza, 1001 Nights Retold, una mostra ispirata a Le mille e una notte.
A farmi conoscere questa storia è stata proprio Muhsine,
che segue il lavoro di Walter fin dal suo trasferimento a Istanbul nel 2019. Mi ha raccontato quanto l’avesse
colpita questo suo ultimo progetto: da una parte, un americano e un’artista
iraniana che continuano a lavorare insieme mentre il Paese di lui bombarda
quello di lei; dall’altra, la possibilità di sottrarre il loro dialogo alla
cornice della politica e di mostrare che l’arte può oltrepassare i confini
nazionali. E poi c’era la letteratura. Quando Muhsine ha scoperto che il tema
della mostra era Le mille e
una notte, una delle opere più affascinanti della letteratura mondiale, ha
voluto saperne di più.
È così che abbiamo
deciso di raccontare questa storia. Le sculture di Noushin, accompagnate dalle
sue personali riletture dei racconti, restituiscono alla letteratura la sua
natura originaria di spazio condiviso tra culture ed epoche. Il progetto è nato
dall’arte, ma finisce inevitabilmente per interrogare anche la possibilità di
costruire un dialogo oltre le barriere erette dalla politica.
Questa conversazione racconta la genesi
della mostra.
Muhsine Arda (MA) Walter, tu vivi a
Istanbul, in Turchia, mentre l'artista Noushin Vedaei vive a Isfahan, in Iran.
Come è nata 1001 Nights Retold, la mostra ospitata
dalla tua galleria d'arte online (AWB)?
Walter L. Meyer (WLM) Cerco spesso in rete e sui social artisti che potrebbero essere interessanti da esporre. Quando ho visto per la prima volta le sculture in cartapesta di Noushin, ne sono rimasto completamente affascinato. Le ho immediatamente inviato il mio consueto primo messaggio: «Parli inglese?». Quando mi ha risposto affermativamente, ne sono stato felicissimo. Era il 18 febbraio 2026 (ricordate questa data).
MA – Che cosa ti ha colpito particolarmente delle sculture di Noushin?
WLM – In realtà, la risposta è triplice. Innanzitutto, trovo singolare che queste opere – alte da 11 a 43 centimetri – rappresentino per lo più animali e non esseri umani. In secondo luogo, mi incuriosisce il fatto che siano esposte in gruppi anziché singolarmente. Infine, è interessante che raffigurino i personaggi di Le mille e una notte, opera letteraria che apprezzo e che è conosciuta in tutto il mondo, talvolta anche come Le notti arabe.
MA – Perché l’artista ha deciso di rielaborare questi racconti attraverso la sua arte?
WLM – Noushin mi ha spiegato che questa serie di sculture rappresenta la continuazione della sua esplorazione artistica di miti, rituali e racconti antichi, temi che rimandano alla sua formazione sia nella pittura sia nella scultura. Per lei, queste storie raccontano l'eterna lotta tra il bene e il male.
MA – Avevi già familiarità con Le mille e una notte?
WLM – Sì, ma come la maggior parte degli occidentali conoscevo soprattutto le avventure di Sinbad il marinaio, Aladino, Ali Baba e i quaranta ladroni, tutte storie rese immortali dal cinema, soprattutto dai film di Walt Disney. Mi aspettava però una sorpresa!
MA – Cosa intendi?
WLM – Facendo qualche ricerca ho scoperto che le storie che ho appena nominato furono tra le ultime a essere aggiunte alla raccolta, addirittura nel XVIII secolo. La maggior parte delle altre storie de Le mille e una notte, invece, è molto più antica. Tramandate oralmente per secoli, hanno per lo più origini nell'antica Persia e in India, anche se nel corso degli anni furono aggiunti racconti provenienti da altri luoghi. La prima raccolta a stampa conosciuta in Occidente fu scritta in arabo. Da qui il nome alternativo Le notti arabe.
MA – Come si è sviluppata la mostra 1001 Nights Retold?
WLM – Per prima cosa ho spiegato a Noushin come strutturo le mostre di AWB: volevo che scrivesse una dichiarazione d’artista e, cosa per me ancora più importante, un commento per ciascuna delle opere esposte – una caratteristica peculiare del mio stile curatoriale.
Fin dalla prima storia che Noushin mi ha
inviato, ho capito che avrebbe raccontato il retroterra di ciascuna opera.
Questo significava spiegare perché avesse scelto di rappresentare proprio
quella storia, quali fossero le sue fonti storiche, la sua versione del
racconto e, infine, quale fosse la morale o l'insegnamento che ne traeva.
MA – Prima mi hai chiesto di ricordare la data in cui tu e Noushin avete iniziato a collaborare…
WLM – Abbiamo intrapreso questo progetto il 18 febbraio. Solo dieci giorni dopo, gli Stati Uniti e Israele hanno iniziato a bombardare l'Iran. Improvvisamente tutto si è fermato. Per mesi non ho avuto notizie di Noushin perché il governo iraniano aveva oscurato Internet. Non sapevo neanche se fosse ancora viva.
Così come il progetto si era interrotto,
altrettanto improvvisamente è ripreso. Noushin mi ha spiegato che lavorare con
me a 1001 Nights Retold l'ha aiutata a rimanere concentrata su
qualcosa di positivo. Alla fine, abbiamo completato le dodici storie illustrate
dalle sculture della mostra.
MA – Puoi raccontarci un paio delle tue storie preferite?
WLM – Con piacere. Vorrei sottolineare che Noushin desidera che tutti comprendano che le sue versioni di queste storie non sono riscritture letterali. Sono adattamenti personali, concepiti per evocare un'atmosfera di magia e meraviglia. Queste sono le tre che preferisco...
Il giovane re e i pesci colorati è una storia di tradimento, stregoneria, punizione collettiva e di un re giusto che rimette le cose a posto. A causa della sua infedeltà, un giovane re viene trasformato in pietra e i suoi sudditi in pesci.
Per Noushin, i sudditi-pesce
rappresentano una società multiculturale nella quale la differenza genera
unità, non divisione.
Il messaggero della Luna può essere letto come un monito alle società autoritarie: con strategia e intelligenza, i deboli possono sconfiggere chi sembra avere un potere assoluto.
Fingendosi la Luna, il coniglio
messaggero Pirouz riesce a ingannare il Re degli Elefanti e a salvare la fonte
d'acqua dei conigli.
Il Jinn e il mercante mostra la capacità di questa creatura temibile di essere misericordiosa, arrivando infine a perdonare persino l'uomo responsabile della morte di suo figlio.
MA – Interessante.
WLM – Sono sempre stato affascinato dall'idea del jinn, una figura potente della mitologia orientale, capace tanto di fare del bene quanto del male.
MA – Grazie, Walter, per aver aggiunto un capitolo artistico alla lunga storia de Le mille e una notte.
WLM – È stato un piacere. Per chi volesse approfondire, 1001 Nights Retold è disponibile sulla galleria online Art Without Boundaries: www.artwithoutboundaries.art.
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| Djinn |
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| Il pesce |
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| Il giovane re |
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| Pirouz, il coniglio messaggero |
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| Noushin Vedaei circondata da alcuni dei personaggi di 1001 Nights Retold |
Muhsine Arda è poeta, romanziera, saggista e traduttrice; vive a Bursa, in Turchia.
Walter L. Meyer è un curatore americano e collezionista d'arte «per caso»; vive a Istanbul, in Turchia.
Traduzione e revisione italiana:
Lucilla Trapazzo
giovedì 6 agosto 2026
Rita Pacilio, la parola, la ferita, la preghiera: saggio critico di Vincenzo Guarracino
L'autore, Vincenzo Guarracino, è poeta e critico letterario di grande talento, noto e stimato per la sua intensa produzione letteraria, e per la sua attività di promozione culturale.
«La lingua, ampia e mobile, si distende in ondulazioni continue: Pacilio lavora per accumulo, per progressione, affidando alla ripetizione un valore meditativo. Le immagini sono dense (si vedano, ad esempio, le campane antropologiche, la striscia verde sull’anima, le ginocchia moltiplicate in galoppo) e conducono il lettore in una dimensione che ha il passo dell’invocazione. La prima parola è così la tappa momentaneamente conclusiva, quasi una summa di motivi e stilemi, di un viaggio che non approda a una risposta, ma a una presenza: quella di una voce che cerca la sua verità nel movimento, nella “ferita”, nella luce che insiste e resiste. È per questo che il suo, come suggerisce in postfazione la poetessa Eliza Macadan, è davvero un poema di rivelazione, in cui l’umano e il divino si sfiorano senza mai confondersi, lasciando sul lettore la traccia di un’esistenza che continua a nascere ogni volta che una parola, la parola adeguata, si volge e torna al suo principio. »
Vincenzo Guarracino, Rita Pacilio La parola, La ferita, La preghiera –
Ritratto di una voce mistica contemporanea. Arsenio Editore, 2026. (pag. 112)
lunedì 3 agosto 2026
Michael Micci e la sua "Epica dell'abbandono"
Qui il discorso è un po’ diverso: in Epica dell’abbandono (RPlibri, 2026), l’autore, il giovane poeta faentino Michael Micci, sperimenta in questa sua interessante e originale raccolta un complesso stato d’animo incline all’abbandono, al distacco da una società che, come effettivamente è quella attuale, tende a suddividere, a frazionare e a disperdere ricchezze e valori fondamentali, memorie, culture e ricordi, a scapito di una esistenza prevalentemente dedita alla materialità e all’urgenza delle cose.
Orbene, l’epica dell’abbandono può essere intesa qui come un resoconto, un’attenta indagine, anche introspettiva, su una società che va, in generale, verso la dispersione e il minimalismo delle cose e dei valori. Il poeta, qui, è coraggiosamente consapevole di questa lenta discesa, e ne fa canto ed epopea lirica, utilizzando magistralmente la parola poetica, laddove è proprio la poesia, la sua poesia, a redimere, a rivalutare in qualche modo, tale negatività. Si tratta dunque di partire dal basso, dalle minuzie della quotidianità, dai ricordi, dalle ferite, dai dubbi, per poi risalire la china, o almeno indicare velatamente una possibilità di riscatto, dopo aver sperimentato l’”abbandono”, il disagio, le perdite e le frammentazioni di una realtà scolorita e svalutata: "Ma se non frequento la morte / non posso salvarmi la vita, / non ho orizzonte limpido / da far sperare a questa zattera / in viaggio verso Itaca. / Io non conosco altra epica / che l’abbandono."...
Come sempre, anche qui la poesia lascia comunque una luce accesa (Itaca) lungo il difficile cammino, anzi ritorno, della vita.
Per anni
ho posseduto
parole poi
perse.
Tanta prosa
poche rime
poesie quasi sempre
per il perduto
amore.
Poi un giorno
a passeggio
per la Tate Modern:
una timida fitta violenta
di dolore.
Non appena la penna
sbava sul foglio
tu lo dai in pasto al camino
e ne afferri un altro,
bianco immacolato
spaventato
dal timore di sbavare ancora.
Nel diventare fiamma e fumo
lui realizza
una liberazione inaspettata:
era schiavo prima
della tua misura
e ora vola.
La mia stanza è un labirinto
possono emergere da dietro l’angolo
diapositive del nostro passato,
come mostri spettrali
come attori appostati
in una casa degli orrori.
Ma se non frequento la morte
non posso salvarmi la vita,
non ho orizzonte limpido
da far sperare a questa zattera
in viaggio verso Itaca.
Io non conosco altra epica
che l’abbandono.
Dolore cronico
delle anime
eterne.
Dietro l’angolo
di ogni sorriso
c’è sempre una fine.
Che inaspettata ricchezza
la fine.
Oltre la vita
l’abissale non sapere
che ci rende ridicoli
impauriti,
grotteschi,
umani.
Forse mi salverà
un principio d’estate;
l’accoppiamento dei passeri sui coppi
o le api sensali dei fiori.
Forse mi salverà solo
arrendermi
al volteggiare della vite
al gioco buffo delle margherite
di amare e
un attimo dopo
non amare più.
Brani tratti da Epica dell'abbandono, di Michael Micci, RPlibri, 2026
Michael Micci nasce a Faenza nel 1990. Dopo il diploma classico, studia lingue straniere e letterature comparate all’Università di Bologna. Trascorre poi diversi anni in Islanda, dove insegna lingua italiana e consegue un dottorato in Letteratura medievale. Ha insegnato in diversi atenei italiani ed è attualmente docente di Filologia germanica all’Università degli studi di Bergamo. È autore di numerose pubblicazioni accademiche, tra cui La saga di Nitida (Carocci). Questa raccolta segna il suo esordio poetico.
mercoledì 22 luglio 2026
"Il volto del sentimento" nella poesia di Francesca Castellano
I poeti non nascondono la verità, la loro verità, che è poi la verità di tutti e che tutti non hanno il tempo né la voglia di dire, presi come sono dal travaglio materiale quotidiano, o da altre pressanti preoccupazioni esistenziali.
Epperò i poeti hanno la consapevolezza del dire “pane al pane e vino al vino”: lo fanno, e lo possono fare, ben consapevoli della loro esperienza e della loro buona tecnica espressiva, della loro capacità di tradurre in versi il sentimento generale, le emozioni, ma anche le immagini, gli stati d’animo, le storie e le riflessioni che proprio la realtà esterna, oggi così frastagliata, può indurre o suggerire alla loro vena creativa. Ci vuole maestria e competenza, padronanza della materia e del dettato poetico, naturalmente, per aggirarsi nei vicoli strani e bui del sentimento e delle emozioni, altrimenti si può cadere, e spesso succede!, nella melensaggine e nella banalità della costruzione poetica.
Francesca Castellano, giovane ma già esperta e matura poetessa, è sicuramente ben lontana da questo rischio, e affronta la materia del sentimento con la sicurezza e l’impulso creativo necessari, riuscendo pienamente nell’intento: e cioè, con la sua silloge Il volto del mio sentimento, compendia, mettendo in ordine, come in un grande ricamo o addirittura in un grande mosaico, le infinite angolazioni, punti di vista, riflessioni e situazioni, che il mondo del “sentimento” le mostra. Riesce ad analizzare e distinguere le varie modulazioni, ma si lascia anche trasportare oltre, perché questa realtà sentimentale non ha confini né limitazioni di generi e di forme.
L’immedesimazione nel tema, da parte della nostra autrice, è totale: la sua poesia, ordinata in tre sezioni, esplora in modo minuzioso, dettagliato e profondo tutti gli aspetti, statici e dinamici, della realtà emotiva quotidiana, ponendosi al centro di questa (in “L’io singolare”), avvertendo una sorta di disagio e di disappunto di fronte alle sofferenze e ai patimenti (in “Il fuoco sacro del dolore”), e infine affermando la propria vera identità nella completezza dell’amore, sentimento che non permette più alcun mascheramento (in “Amore e disamore”).
Si tratta dunque di una poesia che riecheggia l’essenzialità profonda della parte emotiva dell’autrice, attraverso un dettato poetico fluido e diretto, non privo di una buona musicalità e di immagini morbide e significative, a volte allusive, prerogativa di ogni buon testo poetico.
IO SONO
Io sono
un sonno che non riesce a dormire,
un fuoco che brucia senza fiamma,
un grido assordante senza voce,
un mare agitato senza vento.
Sono
una città caotica completamente disabitata,
il ticchettio di un orologio che si è fermato,
l’ora esatta di un tempo che non puoi misurare.
Sono
la rincorsa di un aereo che non decolla,
il salto su di un’asta posta troppo in basso,
il segreto di un abisso scavato in profondità.
La punta di un coltello di plastica,
le lame di un rasoio che non funziona più,
un boccone appetitoso per uno stomaco già sazio.
Io sono.
Assomiglio a tutto questo
o è tutto questo a somigliarmi.
GUERRA
Proiettili,
missili
e bombe
da soli non fanno la guerra
ma insieme squarciano la terra.
Come quella devastata del mio cuore
che è morta a suon di carezze
dopo la vendetta di un fiore.
MI PERDEREI
Mi perderei
per ritrovarmi nel duro
della roccia che
dal vento
non si lascia scalfire.
Mi perderei
per diventare schiuma
di mare
che svanisce e poi risorge
sulla riva.
Mi perderei
per ingabbiare
l’immensità dell’eterno sentire
e con una corda
poterlo zittire.
(dalla sezione "l’Io singolare")
DOVE SI PIANGE?
Dove si piange?
Se non nella trappola di quattro mura domestiche
che ti stracciano i vestiti
mentre nuda
ti guardi allo specchio
e nemmeno ti riconosci.
E poi afferri quei pezzi
che di te avevi ignorato
e che gentilmente
le quattro mura domestiche
hanno riesumato.
(dalla sezione "Il fuoco sacro del dolore")
***
Il VOLTO DEL MIO SENTIMENTO
Non voglio imparare a ballare.
Voglio imparare a camminare,
con la stessa cadenza della pioggia
nel turbolento temporale.
Fradicia e spoglia da ogni mascheramento
immagino una goccia scendere,
che danzando sul petto rivela il mistero:
eccolo, il volto del mio sentimento.
(dalla sezione "Amore e disamore")
Francesca Castellano nasce nel 1996 in provincia di Napoli.
Laureata in Lettere e specializzata con lode in Filologia Moderna all’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, intraprende da subito la sua carriera da docente. Insegna latino, italiano e storia al liceo.
Nel 2023 esordisce con la pubblicazione della sua prima raccolta poetica, Il volto del mio sentimento.
domenica 5 luglio 2026
Emanuela Federica Iasevoli e il suo oscillare "Tra il buio e la mia voce"
Emanuela Federica Iasevoli fa certamente eccezione, e sono certo che la nostra giovane poetessa è consapevole, sì, del fatto che gli strumenti mediatici attuali possono rendere la vita più fluida e facile, ma è consapevole anche che il proprio talento creativo, le proprie capacità espressive, la propria luce interiore, possa essere motivo di realizzazione e di acquisizione di una esperienza di vita e di saggezza sempre più ampie, a partire già dalla sua giovanissima età.
Detto questo, per la nostra talentuosa Emanuela è evidente che sia la Poesia il suo principale ambito espressivo, dopo aver appreso dalle sue note curriculari gli altri interessanti e lodevoli interessi artistici, come la musica, la danza e il disegno.
Ma venendo alla sua poesia, è senz’altro da sottolineare questo suo progetto, coraggioso e lodevole, che si è concretizzato nella pubblicazione della sua prima raccolta poetica, intitolata Tra il buio e la mia voce, edita da “Il Quaderno” nel corrente anno, con prefazione della sua "Maestra", l’insegnante Rossana Coppola, e presentato in anteprima nell’Aula Consiliare del Comune di Sant’Anastasia (Na) il 2 luglio scorso, alla presenza del Sindaco e della moderatrice Stefania Spisto.
Dicevo coraggioso, tra l’altro, perché la poesia è soprattutto immagine nascosta e poi svelata di sé stessi, senza ambiguità e senza infingimenti: certo, c’è sempre il lavorìo di aggiustamento delle parole e dei versi, ma il cuore autentico di ciò che il contesto poetico esprime, è senza dubbio la schiettezza, l’originalità e la genuinità della propria anima, nel coinvolgimento a volte anche burrascoso delle emozioni e dei sentimenti, nell’indagine accurata del proprio sentire e del proprio rapportarsi con il mondo esterno.
E in effetti Emanuela ha saputo convogliare tutto il suo mondo interiore all’esterno, attraverso l’uso di una parola poetica condivisibile e aggraziata, anche se a tratti nervosa e indispettita, ma questo linguaggio è assolutamente consono in un contesto di disagio, di fronte a riflessioni inerenti alla precarietà e all’instabilità dell’esistenza, in una fase della vita in cui ci si interroga continuamente, si cerca un equilibrio soddisfacente tra il buio e la propria anima (voce!).
Il dettato poetico è infatti diretto, sciolto, fluido, mirante a far emergere i dubbi e le incertezze, i desideri e i sogni, e quella volontà di gestire il bene e il male (il proprio demone) mediante l’arte e la poesia soprattutto.
Direi che con questa raccolta poetica la nostra giovane Emanuela abbia già maturato una buona esperienza, sia per la parte contenutistica e significativa dei suoi versi, e sia per la buona tecnica espressiva, di forma e di stile. Le auguriamo pertanto di proseguire questo suo percorso artistico, non tralasciando di acquisire ulteriori esperienze poetiche attraverso la frequentazione di questo genere letterario, con incontri e altri eventi che possano ampliare ancora la sua conoscenza in questo ambito.
Proponiamo ai nostri lettori, qui di seguito, alcuni brani tratti dal suo libro.
1.
È questa la realtà?
Sembra così surreale,
un insulso gioco di luci,
un inutile gioco di ombre.
Vedere la luce solo per un momento
per poi risprofondare nel baratro.
Sentirti importante
e poi sentirti nessuno,
un puntino in un mondo infinito,
un puntino in un mondo di nessuno
che giocano a essere qualcuno.
Ma chi si ricorderà di noi quando tutto sparirà?
Quando non resterà che cenere?
Quando neanche le pagine sbiadite,
scritte frettolosamente, potranno fare da testimone?
È un gioco sadico, questa realtà,
non la capirò mai.
24.
Svegliati, mio demone,
tempo è di rifiorire.
Ti ho legato,
relegato negli inferi,
sperando che spesse catene potessero trattenerti,
ma non avrei mai creduto di poter aver bisogno di te.
Ho pensato di potercela fare da sola,
ma di te necessitavo.
La mia pelle non sopporta le ferite,
non tollera le cicatrici,
i lividi.
Ho bisogno di te,
alzati,
svegliati,
proteggimi,
fammi da scudo come un tempo.
Non permettere al dolore di assediarmi,
non permettergli di distruggermi.
30.
Cercavo di costruire la me stessa del futuro
mentre riparavo la me stessa del passato,
e provateci voi
a vivere con da un lato un pennello
e dall’altro la colla,
quando ogni pezzo che incolli
sembra sempre distaccarsi dal resto
ed ogni pennellata che fai
sembra sempre uscire dai margini.
Il passato è un mosaico che non s’incastra più
ed il futuro è un disegno che non trovo
mai abbastanza chiaro.
75.
Certe volte ho bisogno di scrivere
per ricordarmi chi sono,
per ricordarmi che sono reale,
per ricordarmi che non sono solo una marionetta
che svolge il suo ruolo nel mondo.
80.
Finirà mai questa mia eterna ricerca?
Questo mio vagare senza sosta
senza conoscere la meta,
senza avere una bussola.
Sempre proiettata in avanti,
per avere il controllo,
per non essere ferita,
ma cosa cerco esattamente?
Cos’è che mi manca?
Questo qualcosa senza spiegazione,
senza un nome.
Cos’è questo tesoro che tanto idealizzo,
questo qualcosa composto di idee,
sentimenti,
emozioni?
Cos’è questo grande ignoto
a cui attribuisco una probabile futura pace?
Cosa sei, stella ricercata da mille uomini
ancor prima della mia venuta?
Cosa sei, angelo nero,
oscuro,
sconosciuto,
che gli uomini, a me postumi,
continueranno a cercare?
Cosa sei?
Emanuela Federica Iasevoli, Tra il buio e la mia voce, Il
Quaderno Edizioni, 2026; prefazione di Rossana Coppola
Emanuela Federica Iasevoli è nata a Massa di Somma (Na) nel 2001. Ha conseguito il diploma al Liceo Scientifico “Vittorio Imbriani” di Pomigliano d’Arco (Na). Ha intrapreso il percorso universitario laureandosi in Scienze e Tecniche Psicologiche. Attualmente sta proseguendo gli studi frequentando un corso di laurea in Psicologia Giuridica. Ha conseguito il diploma in danza classica, contemporanea e moderna, interpretando il ruolo di Odile, il celebre Cigno Nero, nel terzo atto del balletto “Il lago dei Cigni”.
Oltre alla danza, attività che ha iniziato alla giovanissima età di tre anni, Emanuela ha sempre avuto una forte passione per la musica. Ha studiato violino dai 12 ai 16 anni e successivamente ha continuato da autodidatta lo studio di chitarra, tastiera e armonica.
Sin da piccola ha sempre amato leggere e scrivere; nutre anche una passione per il disegno, altra forma di espressione creativa che coltiva nel tempo libero.
Tra il buio e la mia voce è la sua prima raccolta di poesie, edita da “Il quaderno edizioni”.
venerdì 26 giugno 2026
L'esame dell'inverno nella poesia di Barbara Mastroviti
In ultima analisi si tratta di un vero e proprio esame, e il titolo della raccolta è quanto di meglio l’autrice possa aver ideato: L’esame dell’inverno, laddove l’inverno, stagione triste per antonomasia, può benissimo rappresentare quella stagione umana disseminata da dubbi, incertezze e persino negatività, una metafora insomma dell’attuale consesso civile in cui i valori positivi, l’amore, la fratellanza , l’accoglienza, la pace, la giustizia, non sono certo ai primi posti! “Il campo di battaglia ritrae antenne / respingenti dal monte, / si protraggono verso i satelliti che /ormai confondiamo con Venere e le stelle…”
E allora l’esame dell’inverno chiede aiuto a un vomere, / pratica tagli abbondanti / sull’accumulo delle domande cruciali…”: c’è bisogno dunque di un severo test, per rimettere ordine e pace nella natura, in questa natura troppo spesso offuscata dalle nebbie negligenti di una umanità ignara o addirittura indolente. E la poesia è il tramite valido, come questa poesia di Barbara Mastroviti, che è messaggio importante, giudizio, denuncia, ma anche suggerimento e mediazione.
L’esame dell’inverno chiede aiuto a
un vomere,
pratica tagli abbondanti
sull’accumulo delle domande cruciali
e cerco di sbirciare le risposte
tra le zolle - bandiere strappate
che muovono all’inconsistenza,
addolorate.
Il giorno inizia in salita
non mi va questa fatica, quasi fosse
lo studio di un profeta,
credo di prendere tra le mani ciò che sarà
- il mondo per cambiarlo
salvando l’adatto… sicura di migliorare
quella pietra su cui appoggio la vita.
Il paradosso è che lei leviga
Si piange per l’altro,
deboli al sacro, in un astro estremo.
Dietro la staccionata
una giuria di esseri rigogliosi
ci scruta nell’inerzia dell’espediente
di temperature sahariane.
L’afa appiccica una macina di aria grossa
alla pelle, si muove tra balcone e casa
e noi si paga il prezzo del panorama
dritti sui contrasti luminosi.
Il campo di battaglia ritrae antenne
respingenti dal monte,
si protraggono verso i satelliti che
ormai confondiamo con Venere e le stelle.
Teatro di premure
Ci guardano mentre parliamo d’amore,
siamo fonte d’ispirazione o forse
di compassione per similitudine umana.
Quanta saggezza compensa
l’assenza e schiaccia il demone che
ostenta sfavillante la vittoria.
Eppure, le parole sono querce
- restano secolari - tra chi le sospende
e chi le ascolta con pudore.
le parole intimidazione, dati, militari, mari,
stellari, cavi, elezioni, crimini, umanità,
nucleari, mondiali, confini… continuare
a cercare termini che anche presi
da soli scaturiscono una enormità
anche in questa epoca, pare che
Cristo non è mai arrivato qui,
né vi è arrivato il tempo, né l’anima
individuale,
né la speranza, né il legame tra le cause
e gli effetti, la ragione e la Storia*
l’ininterrotto convoglio di allerte mette ansia,
terrore di essere incapaci
a fronteggiare il pericolo imminente
con le braccia.
l’informazione sul campo sorveglia
costante dall’alto da terra di fianco
passa ovunque lancia allarmi, dispera
la gente, sveglia di soprassalto
la vita semplice
sporca di tamtam psichedelico,
lancia frecce di tattica
tout court
prolifera il fuoco sulla poca carta
rimasta, annebbia le nazioni coi dibattiti,
la guerra sul pezzo - di schiavi e morti –
e non testimonia mai il coraggio
del dietro frónt dai venditori.
*Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli, Einaudi
2014 71
Non sarà mai possibile raggiungere
l’età, arriva tardi in quel
pensiero sopportabile sul divano il paragone
tra il tempo e quello che è successo, stretti
un po’ troppo nella pretesa
dei desideri, usciti fuori campo
i movimenti di occhi
“sarà in compagnia, è l’ora di
fare la spesa, starà bene o
sarà stanco, come fa a fare tutto…”
cose così importanti vanno via, lo capisci
è un’eternità - veloci argomenti
il cielo nasconde dentro la forza contraria
e attraversa un po’ di sole.
Barbara Mastroviti, L'esame dell'inverno, Interno Libri Edizioni, 2026. Prefazione di
Alessandro Moscè
Barbara Mastroviti – nata a Chiusi (Si) nel 1970, vive e lavora a Città della Pieve (Pg). Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesie: Tempo reale (2012), La costanza del colore (2020), Dominio della Terra Società Editrice Fiorentina (2024), Appunti sulla Poesia (verso libero) Il Convivio Editore (2024), Ti darei gli occhi (Ți-aș da ochii) silloge di poesie tradotta in romeno coedita da Eikon-Cosmopoli (2025), L’esame dell’inverno Interno Libri (2026).
Sue poesie compaiono in riviste online e cartacee nazionali e internazionali.
lunedì 22 giugno 2026
Il vacillare dell'umanità in "Rimango fedele alla terra", di Mario Saccomanno
“Composte in movimento, le poesie restano pur sempre in divenire, mai del tutto paghe della loro consistenza.” Così afferma Mario Saccomanno nella sua breve ma significativa presentazione della sua recente raccolta poetica intitolata Rimango fedele alla terra, edita da Interno Libri nel corrente anno. Ed è una verità assolutamente condivisibile, laddove il lavoro, o meglio il lavorìo, del poeta è un continuo ripescare e riaggiustare in itinere qua e là espressioni, parole e perfino concetti, e tutto quanto concerne quel famoso labor limae di oraziana memoria, che ogni autore sa e deve necessariamente operare, per rendere la sua opera rifinita al meglio.
Dunque, Mario Saccomanno si accinge ad esporre il suo pensiero poetico, la sua filosofia di vita, in questa raccolta dal titolo veramente significativo e indicativo di tutto un programma etico e persino morale, del vissuto quotidiano nell’ambito di una società ormai distaccata dalla realtà emozionale e sentimentale, scevra da ogni tipo di impulso creativo e in balia solo di quelli nefasti e addirittura disumani.
Il suo è un raccontare la vita, la natura, il sogno e il rapporto che l’uomo ha, o dovrebbe avere, nei confronti di essi: “Sopraggiunto su un campo di grano, / l’urto furente delle cavallette / lascia non più / che una vuota distesa, / un vizzo terreno ormai spoglio…”: è la desolante constatazione di un abbandono della fertilità e dello splendore di un mondo autentico ormai tramontato dietro i sipari asciutti e inconcludenti di una tecnologia che va contro la ricerca del trascendente e della libertà, del sentimento quanto della spiritualità.
Per questo la poesia di Mario Saccomanno, come del resto tutti i progetti poetici di un certo spessore, è di raccordo, quasi di intermediazione tra un mondo a volte aberrante e l’intimo desiderio di una meta escatologica di equilibrio e di comprensione universale. Pertanto il “rimanere fedele alla terra” è una dichiarazione non solo di poetica, ma di comportamento esistenziale sano, autentico e omnicomprensivo di tutte le virtù che effettivamente animano l’uomo nonostante l’abbandono o la trascuratezza di molte di queste da parte di quella società dedita esclusivamente all’accumulo di beni materiali, all’egoismo e alla prevaricazione: “Gli ingorghi umani / velano le stelle…”
E in questo vacillare dell’umanità tra inferno e paradiso, metaforicamente parlando, giunge il pensiero edificante del nostro autore, rimasto fedele alla terra (intesa qui come madre creatrice e protettrice, come creato in cui l’uomo sia completo e integrato in materia e spirito…): “io, negli urti e negli assalti, / fra avvelenati e moribondi / o in ogni forma di intesa, / rimango fedele alla terra.”
Sopraggiunto su un campo di grano,
l’urto furente delle cavallette
lascia non più
che una vuota distesa,
un vizzo terreno ormai spoglio.
Quanto profuso in superficie
in un nonnulla
è divorato –
e per molti la notte è nient’altro
che incubi e insonnia.
Così si mostra a me il sapore
dell’umano assordante zillare,
che si posa sugli spazi
col suo carico di non finito
e col cemento
di mille grigie abitazioni –
e per molti la notte è nient’altro
che incubi e insonnia.
Gli ingorghi umani
velano le stelle.
Mi affido
alle strade accidentate
che sfiorano i vicoli consueti –
e ancora mi sorprende
come il mesto mio latrato
s’accordi al carnato
di questo cielo.
Certo, può pure una vita
stemperare a suo modo
i graffi subiti
sotto la sola
luce lunare.
Ovunque vada,
io resto trafitto
dagli stessi miei versi
che uccidono ancora,
riportandole indietro,
le note incorporee distanze.
Potrà mai davvero una parola
nominare il peso
dei vuoti irriducibili
delle mancanze?
Per mia madre e per Marilena
Si sgretola
l’eco accigliato
del mio canto –
ma vi so da qualche parte
a calpestare questa stessa notte
e si ricompongono le crepe
e ogni sforzo
si fa aurora.
Che venga pure dopo tutto il resto.
Nessuna cancrena umana
adesso si frapponga
fra me e l’azzurro manto crespato del mare.
Si contrarrà il pensiero
e inquieto tornerà a bussare
il benessere deficitario
capace di saziare
lo scorrere imperterrito
del nastro trasportatore.
Sentirò a suo tempo il peso
dell’ombra lunga del rientro –
ma nessuna cancrena umana
adesso si frapponga
fra me e l’azzurro manto crespato del mare.
io, negli urti e negli assalti,
fra avvelenati e moribondi
o in ogni forma di intesa,
rimango fedele alla terra.
Brani tratti da Rimango fedele alla terra, di Mario Saccomanno, Interno Libri Edizioni, 2026
Mario Saccomanno (Cosenza, 1993). Ha conseguito la
laurea triennale in Filosofia e Storia, discutendo una tesi sulla filosofia
eretica di Giordano Bruno, e due lauree magistrali: in Scienze Filosofiche, cum
laude, con un elaborato finale dedicato al rapporto tra scienza e fede
nell’opera artistico-filosofica di Lev N. Tolstoj, e in Letteratura, Lingua e
Cultura italiana, con una tesi sulla storia e sulla storiografia
quattro-cinquecentesca. È cofondatore di Aculei Edizioni, collabora come
editor e promoter con Bottega editoriale, è direttore editoriale dei
periodici DireFareScrivere e Bottega Scriptamanent e contribuisce
ad Alma Poesia. Ha maturato esperienze come insegnante, editor freelance
e copywriter. Giornalista e scrittore, ha pubblicato articoli e interventi su
vari quotidiani e riviste; suoi racconti e poesie sono apparsi in blog,
periodici e antologie letterarie e hanno ricevuto premi e riconoscimenti. Ha
pubblicato il carnet poetico Tragitto ricurvo di sogni e d’amore e le
sillogi Tanto vero da farsi utopico e Lembi edificabili.













