sabato 26 febbraio 2022

"Il cielo davanti alle nuvole", di Nicola Guarino

Mai come in questo triste periodo storico il senso di appartenenza alla terra, alle proprie radici, sembra essere più veemente, forse più disperato. Le nubi che si stanno delineando all’orizzonte sono scure e cariche di pioggia, se vogliamo usare una metafora leggera, e non sono affatto le nuvole di speranza che si nascondono birichine dietro il cielo, come ci decanta il nostro caro amico poeta e pittore Nicola Guarino nella sua recente raccolta intitolata, appunto, Il cielo davanti alle nuvole (Delta 3 Edizioni, 2019).
Ci vogliono togliere i sogni e i progetti di buona e santa convivenza che ogni uomo saggio e colto intravede nel suo cielo, nonostante questo cielo possa apparire in qualche tratto scolorito, opaco, o forse grigio per la presenza di nubi di incertezze e di precarietà. Ma l’uomo saggio e colto resta avvinghiato al suo destino di terra, e adesso più che mai. La sensibile indagine e l’osservazione del mondo circostante gli anticipa il dolore e il rammarico, ma è proprio la sua denuncia, il suo canto, la sua preghiera, che riscuote dignità e libertà, amore e pace, fratellanza e condivisione.
Nicola Guarino canta la sua terra, ne ravviva nella memoria il valore, la schiettezza e la verità segreta, la sua storia che si dipana da millenni: è la sua terra, ma è anche la terra di tutti, di ognuno, è il nostro pianeta, la nostra culla che ora dondola ma è un dondolio pericoloso, instabile e brutale.
E così la poesia è sempre attuale: si avvicina sempre all’uomo, alla sua essenza umana, a quella fiammella di umanità che ancora gli si agita nel cuore.
Quell’amaritudine che il poeta prova nel suo intimo e che lo accompagna nella sua lunga indagine (o esperienza di vita) sul senso di appartenenza e sul significato delle profonde evoluzioni che da sempre hanno interessato e coinvolto l’uomo, imprescindibilmente legato alla (sua) terra, è anche motivo di riscatto, oltre che di denuncia, come dicevo più su, perché è sempre possibile traguardare l’orizzonte e osservare cieli di speranza oltre le nubi, pur rimanendo ben piantati nella realtà dolceamara della propria origine.
Con versi fortemente aderenti al tema, con parole forti e a volte scabre, spigolose e lancinanti, Nicola Guarino procede nel suo cammino con il cuore della memoria in una mano, e con lo sguardo rivolto a un cielo terso, di nuove speranze, che sia sgombro da nuvolaglie di malvagità e di annichilamento. Il sentimento poetico è forte e valoroso, ed è forse l’unica ancora di salvezza in grado di fermarci un attimo su questa terra, riferendosi ai buoni valori di una volta, alla schiettezza e alla genuinità di gesti e di emozioni, per poter ripartire con il piede giusto. Specialmente ora, che poteri oscuri stanno tentando di farci percorrere strade abiette, fino a farci precipitare in baratri senza luce e senza domani, molto al di là di tetre nubi minacciose.
La Poesia, e la poesia di Nicola Guarino, è senz’altro un NO deciso e armonioso a questo folle regredire!


Amara terra amata

Aspra come il profumo di un rafano
che punge gli occhi in un bagno
di lacrime senza ragione.
Arida come il deserto asciutto
e senza vita in lotta con la polvere
che lo rende tomba.

Cruda come la sorte che non dà speranza
e si arrende al destino nutrendo illusioni
per farne ostaggio.
Povera come chi sa di non avere niente,
e niente fa in lotta con la sorte
che lo nutrirà di malinconia.

Sola come riassunto di una storia incerta
capitale ignota e dimora inospitale
sguardo cristiano alla preghiera
e rosario, unico rimedio breve della sera.

Amara, come la mia terra
amata, aspra, arida, cruda, povera e sola
pure terra del pianto nella stanza,
della serenata che porta consolazione,
medicina per un cuore in lontananza.



***

Scorre la ruota antica

Scorre la ruota antica dove i tappeti
su cui stampavi presenze ed orme
erano filati di pietra grossa.
Raggi di crudo metallo riscaldano mani
logorate
dalla ruggine rossa
e dalla saliva sputata sul manico della pala,
il dolore non dà più lacrime al telaio
rotto al centro
spinge carretti di sogni rivestiti in marmo
bianco.
Un abbraccio, io a te tu a me,
l’incontro con nuvole chiamate per nome,
fazzoletti intrisi di lacrime e racconti
di storie
a tappezzare strade percorse con animo
deserto.
Mi incammino
diretto nel cerchio senza uscita
riflesso nel vuoto di pazienti attese,
stanco,
e raro è il movimento di un gomitolo fermo.
I giorni scavano trincee insuperabili
se memorie di vita e speranze spingono
Scorre la ruota antica
a dirigermi, ignaro del tuo passaggio,
lassù,
dove la ruota
segnando il tempo che gli occhi rubano
sole assicura ad un minuscolo ingranaggio.


***

Come in una fossa

Numeri e nomi ho scritto
a mano su quel profondo muro
ricordo a cenni di prigione eterna
e morti
storia dell’incredibile interiore
buio
di pareti tappezzate da acute grida
e dolori forti.
Si muovono sperduti
nella mia testa a mestiere vuoto,
incolonnati di punto
per dare/ fare conti che non tornano
sulle mani.
Ho condannato unghie a graffiare
intonaci finti di cemento
come il sole che non scalda
e dita chiuse a riccio non son bastate
a far calcoli di pur materia falsa.
Per il capriccio di quella scossa
di quei pochi amici molti sono rimasti
scatole vuote,
altri finiti a terra sono rimasti come me,
soli, con me,
increduli
ad ascoltare note di silenzi
sullo sgabello nero,
come in una fossa.

***

Panta rei

I profili sinuosi delle colline,
le punte degli alberi sul monte,
castagni che si elevano e cipressi
a modellare a grigio sfondo l’orizzonte
dei nostri umori,
delle rinnovate paure.
Foto sotto la coltre del paese,
fendenti di freddo a tagliare l’aria,
Tarantino, la fontana a ruscello
il Corso e la piazza:
tutto si mostra uguale agli anni precedenti.
Nevica per caso, forse, pioverà.
Inizio e fine di scatti fotocopiati nel tempo,
nulla diviene sul confine del sereno
tra le ombre,
nel cielo dall’immutabile silenzio
che lo copre.
Accolgo il gelo della luce tra le mie braccia,
penso che non è la neve dei giorni passati
ad abbagliarmi,
ma solo il gioco delle nuvole che cambia.


***

False certezze

Respiro aria, terra bruciata,
arsa, senza fuoco e di polvere
siccità,
spogliata dei suoi frutti lasciati/perduti
nel grembo stecca infertile del miraggio.
Aspetto che mi accogli, affanno del vento
di maggio
sui tuoi fiori mai fioriti
sulle spighe non raccolte
nei più profondi solchi a sangue d’unghia.
Consumato graffio di pietre spaccate,
verso da respiro generoso,
largo voto di consolazione per attese vane
tra il presente: divenire
e le lacere speranze di sprofondare ancora
nel futuro desiderio.
Aspetto inganno a respiro perso,
forse non respiro e mi domando serio: cosa
sono,
apparendo già servito a trucco/smalto antico
o ri-finito in posa?
Cosa sono se di non respiro in terra secca
muoio,
se di polvere bruciata di certezze false vivo?



***

Albergo del dolore

Su queste polverose
pietre
come pure nel mio cuore
sono tracciate / incise due
ferite lunghe
che gli anni
non hanno guarito.
Insieme e solitari siamo,
nel silenzio,
albergo del dolore.


(Brani tratti dal libro di Nicola Guarino Il cielo davanti alle nuvole, Delta3 Edizioni, 2019; Collana “Pugillaria” diretta da Paolo Saggese; prefazione di Paolo Saggese, postfazione di Rossella Scherl.

Nicola Guarino è nato e vive a Teora (Av). Laureato in Architettura presso l’Università Federico II di napoli, ha svolto attività dirigenziale presso il Comune. È poeta affermato, con all’attivo diverse pubblicazioni e riconoscimenti in importanti concorsi letterari nazionali. Accanto all’attività letteraria, segue con successo anche quella artistica pittorica, con varie rassegne ed esposizioni. Collabora con eminenti personalità nel campo artistico e letterario nell’organizzazione di eventi e incontri culturali sul territorio.



giovedì 17 febbraio 2022

"Anche le parole hanno la pelle d'oca", la nuova raccolta poetica di Tullia Ranieri

Conosciamo tutti l’effetto “pelle d’oca” derivante da uno stato fisico particolare, di freddo, o più spesso da uno stato emotivo di intensa commozione, di meraviglia. È anche un modo di dire piuttosto usuale, che sta appunto ad indicare qualcosa che eccita i nostri sensi. E dunque, anche le parole hanno la pelle d’oca? Pare di sì, se vogliamo immergerci – e comprenderne la profondità, il segreto intendimento! – nella recente opera poetica di Tullia Ranieri, così intitolata.
Si tratta di una raccolta omogenea suddivisa in tre sezioni (“D’acqua e d’impudenza”, “In tratti di sanguigna” e “La forma della follia”), dove la nostra autrice, che vive e lavora a Tivoli, trova la sua illuminata dimensione poetica, affidando alle parole dei versi, brevi e nello stesso tempo densi di significati, la sua progettualità artistica e creativa: ed è, questa, una dimensione parallela che sicuramente s’intreccia e si integra con il suo innato talento artistico, che si manifesta anche in altre forme, come l’incisione, il disegno, e persino il canto.
Sono dunque le sue poesie costituite, formate, da parole che hanno la pelle d’oca: “È un lampare di occhi, / di denti, ricerca umida, / mare ispido, / il nome, il nome, / cade una sola notte, / fulmine azzurro. / Anche le parole / hanno la pelle d’oca.” Sono allora le stesse parole che hanno la pelle d’oca, e non il contrario, cioè che, in definitiva, i versi di Tullia Ranieri suscitano nel lettore il classico effetto? Direi che il fenomeno coinvolga entrambi gli enunciati, e cioè che la sua poesia gronda talmente di grandezze e di panorami emotivi, da poter essa stessa esserne parte ammirevole e ammirabile.
Un excursus attraverso le meraviglie della natura, dunque, che emozionano a tal punto da far rabbrividire, ma è una natura non esterna, appartata, in cui si è soltanto e semplicemente immersi ad osservarla, bensì è una natura che è intimamente avvolgente e coinvolgente, è l’autrice stessa la sua natura, fino a farla declamare “Vado / con piedi di frutta, / divento sull’acqua.”, dove il termine “divento” non è un refuso tipografico ma è proprio voce del verbo diventare, divenire: la poetessa diventa sull’acqua, cioè rinasce, cioè esiste, appare, è, pienamente, nella natura.
E sono versi brevi e densi, dicevo, essenziali nel dire le cose e le sensazioni, versi e proposizioni laconiche, incise nell’anima e per l’anima, parole precise che portano in sé la magia e le vibrazioni della natura, del sentimento, dell’intero universo.


Amore

Turchese
nascere pietra,
scia di ferro,
anello,
cerchio distratto
da una promessa nuvola
che piove sulle dita.
La piega delle rocce,
origami
della terra,
acqua spuma,
vittoria bianca
su qualcosa di blu profondo.
Scrivi nella materia, vita,
di tutto
l’Assoluto.

(dalla sezione “D’acqua e d’impudenza”)

 

***


Rivelazione dell’ombra

Vado
con piedi di frutta,
divento sull’acqua.

È un urlo,
riflesso,
il mio passo,
un tempo albero, adesso aria.

La frusta del sole
muove carri d’ombra,
rinnovato scendere di foglie irreali,
singhiozzo di fiume.

Momento di anima persa,
l’ansimare del mio ramo,
rivelazione improvvisa
delle mie due vite.
Congiunto scorrere.

(dalla sezione “D’acqua e d’impudenza”)

 

***


Sfumato

E così me ne sto.
In tratti di sanguigna,
lo sfumato del mio corpo.
Contorni labili,
un foglio incollato
alla parola VITA.
Nasco dalle tue mani,
ti agita
un sentimento greco
addurre la bellezza
come pretesto e senso.
È un lampare di occhi,
di denti, ricerca umida,
mare ispido,
il nome, il nome,
cade una sola notte,
fulmine azzurro.

Anche le parole
hanno la pelle d’oca.

(dalla sezione “In tratti di sanguigna”)

*** 


Torneo

Vestita di alluminio
me ne vado
alla conquista del tuo amore,
in sella a una
timidezza
scalpitante di grida e polvere.

E sarai mio,
premio di un torneo
senza rivali e senza lance.

Spiriti amici
ed elfi di vittoria
ti chiudono lo sguardo
e mi nascondono all’aria stessa.

(dalla sezione “In tratti di sanguigna”)

 

*** 


Mutazioni

Mutazioni urlanti
ponti astratti
artifici mobili,
volanti.
Immagino la macchia e il suo disfarsi
in forma lieve,
anima che trasmigra e vira
dal verde al rosso
bevendo solo acqua
inseguendo un filo segreto,
traccia e pennello.

(dalla sezione “La forma della follia”)

***


Frequenza emotiva

Irrompere frastagliato
in pause vicine.
Il cuore ha una
baia
di alberi bianchi e profondità viola…

Nei miei occhi, a prua,
un drammatico,
insondabile rosa.

Farsi rivoluzionario
di un battito.

(dalla sezione “La forma della follia”)


Brani tratti dal libro: 

Tullia Ranieri, Anche le parole hanno la pelle d’oca, Ediz. La Vita Felice, 2020; prefazione di Beppe Mariano.

Scrittrice e attrice, Tullia Ranieri ha al suo attivo numerose esperienze artistiche. Dopo aver frequentato la facoltà di Giurisprudenza, ha intrapreso gli studi di canto e recitazione con successive collaborazioni con compagnie teatrali professionali. Diplomata in Incisione e Grafica d’Arte presso la Scuola di Arti Ornamentali San Giacomo di Roma, ha partecipato con opere in catalogo a mostre nazionali e internazionali. Con Leo Osslan, è curatrice della nuova collana di poesia Fefè Editore. Organizza eventi culturali con percorsi di lettura in forma mista e si occupa, inoltre, di progetti di diffusione della poesia nelle scuole, con laboratori di scrittura e lettura. Suoi testi poetici e racconti sono presenti in varie antologie. Nel 2020 ha pubblicato, con Ermanno Dodaro, il romanzo Spostando l’acqua in un tuffo, Lastovo, l’isola ubriaca di luce (Fefè Editore).




lunedì 14 febbraio 2022

"Ruscellante", la nuova raccolta di Lucilla Trapazzo

 

Si sa, è prerogativa anche (ma direi soprattutto) della poesia e dei poeti, il compito di rinnovare la lingua, non solo, ma di mantenerla viva e illustre, riproponendo più volte lemmi, parole, termini e verbi non più o scarsamente utilizzati. È incredibile e meraviglioso scoprire di tanto in tanto, che nel nostro vocabolario ci sia una ricchezza straordinaria di parole che potremmo ancora adoperare, volendo definire esattamente la cosa di cui si sta parlando. A volte, leggere un romanzo o un buon libro di poesie, è come assistere ad una lezione di lingua, perché, tra le altre cose, ci si può imbattere in termini e parole di cui forse ignoravamo del tutto l’esistenza!
È il caso, appunto, di Ruscellante, la bellissima recente raccolta poetica dell’instancabile Lucilla Trapazzo, edita da Volturnia e con la pregevole prefazione di Giuseppe Napolitano.
L’intuito creativo di Lucilla Trapazzo, la sua intelligente e colta ricerca negli anditi più riposti della lingua, le ha permesso di illuminare la pagina con questo termine: “ruscellante”, utilizzandolo per titolare la sua raccolta poetica. Ruscellante, leggiamo nel dizionario, participio presente di ruscellare, è un verbo sicuramente desueto, ma che ci dà subito l’impressione del fluire del ruscello, e con esso il fluire di tutto ciò che vi è connesso: colori, luci, profumi, aria tersa, fruscii di rami d’albero, gridii di animali, echi vicini e lontani, rimbombi e quant’altro la natura, attorno al ruscello, offre destando in noi antiche e vivide sensazioni, emozioni a fior di pelle, interrogativi e riflessioni sulla vita e sullo scorrere ineluttabile del tempo!
Ecco: tutto questo è concentrato, anzi è diluito, moltiplicato, ampliato, in Ruscellante, in questi nuovi versi di Lucilla così belli, così armonici, così risuonanti nelle orecchie e nel cuore, proprio come il rombo delicato e progressivo del ruscello che scorre giù a valle attraverso la natura incontaminata della montagna e dei boschi.
In Ruscellante, diviso in quattro sezioni, Lucilla Trapazzo abbraccia con la sua poesia vibrante tutti gli aspetti della realtà, sia interiore che esterna, ricucendo con i suoi versi sempre vivi e squillanti, un percorso intimo ma anche sociale, umano ed emozionale, sovente dilaniato e disperso dalle negatività dell’esistenza: “E noi che bramiamo della vita il pane / in un fremito cogliamo margherite dalla terra / ansante…”. Questa consapevolezza arma il cuore e la penna della nostra autrice, decisa e determinata a recuperare, con la sua poesia, quell’antica vibrazione sonora e luminosa che ancora ci percorre tutti interiormente: come un fresco e limpido ruscello.



Come capinere

Tra le cose sparse si sciolgono i momenti.
E passano – resta la bruma azzurra del ricordo
(colora di rosa le ossa dei padri
e i gusci).

E noi che bramiamo della vita il pane
in un fremito cogliamo margherite dalla terra
ansante.

E sempre noi coi semi di gramigna
al vento. Noi come neve al sole.
Come capinere.


(Dalla sezione “Con qualcosa di azzurro”)



***



Nel verbo lo stupore del poeta

Vengono i versi sparsi spesso di notte
e tento di fermarli. Li tengo per i fili.
Uno ha sapore di narciso, un altro
è “meriggiare assorto”, un terzo ancora
gioca a salterello o taglia il vetro
come fosse burro. Tento di fermarli
inutilmente. Poi prendono altre strade
altri sentieri. A volte mi salutano
con una cartolina. Altri a malapena li ricordo.

Io resto qui – seduta sul cuscino – in sabbia
si dissolve la rosa del deserto.
Ipotesi di vita.

(Dalla sezione “Con qualcosa di azzurro”)



***



Ho sentito una farfalla batter le ali


Rubacchiando parole e suggestioni
il poeta peregrino va, la meta
è un fiore azzurro sconosciuto
o forse il lauro pervaso di un élan.
Se non ci fosse a contemplarla il logos
la vita esisterebbe nonostante.
Il ramo rotto suono produrrebbe
e sempre l’ape gialla al sole
il fiore sugge.

Perché cercare verbo e rappresentazione?
Alla grazia si arrenda il pensiero
e lì
si sciolga.


(dalla sezione "Con un vestito di paillettes
e un’idea di graffio")


***


Il tempo lineare

Se di noi immagine riflessa
lo specchio pare somma di segni
e cicatrici portati sopra il cuore
con varia differenza, il fanciulletto
Cebes racconta che nel pozzo siamo belli
senza età. Nell’aurora la Storia
si dissolve. Il tempo lineare non esiste.
Stupore e meraviglia erigono castelli.
In fondo cosa importa se esiste
Verità.

(dalla sezione “Con lievi varianti”)



***


Gennaio
Dormono le foglie

Neve in concerto. Campi e sentieri
svaniscono.
Sotto manto di bruma, del cielo
l’azzurro è fuggito e gemmano
piaghe di gelo su alberi muti.
È il tempo di un mondo di mezzo
sospeso
e il silenzio matura. Accogli quest’albero
spoglio, del vento il rigido fiato, il rosso
del vischio e celebra il gracchio del corvo
nel prato. Metronomo lento sta urlando
che il giorno rinasce.

(dalla sezione “Con ritmico respiro”)


***

Ottobre
Nel bosco


Lo vedi l’airone? Del tempo
pendente rivela il ritorno.
Sospesa la vita si acquieta
e vendemmia
mentre oche selvagge s’involano
al Sud. Segreto è il canto del grillo
il ragno fila la strada e il vento
d’ottobre di pioggia s’inonda
gocciando. La curva del sole
tangente il ruscello diviene
un’iperbole
con limite zero e il fungo
al tiglio s’avvince. Nel bosco
il fragore di un ramo spezzato
accende l’odore di legna
di fuochi, di tini, di vini
e di un lago di nebbia.
Ci vive l’assenza
elusiva e s’infiora il ricordo
smarrito.

(dalla sezione “Con ritmico respiro”)


Brani tratti dal libro
Ruscellante, di Lucilla Trapazzo, Volturnia Edizioni, 2021; Collana "La stanza del poeta"; prefazione di Giuseppe Napolitano.

Lucilla Trapazzo, nata a Cassino e residente a Zurigo. Dopo la laurea in Lingua e Letteratura Tedesca (“La Sapienza”, Roma), un MA in Film & Video (“American University”, Washington D.C.), e una continua formazione teatrale e artistica, lavora come attrice, performer, critica, regista teatrale e formatrice. Le sue poesie e i suoi racconti sono stati più volte premiati (ultimo il primo premio opera prima “I Murazzi” 2019) presentati in festival internazionali e pubblicati in antologie, riviste e libri d’arte in Italia, America, Spagna, Macedonia, Serbia, Tunisia, Argentina.

Alda Merini vista da Ninnj Di Stefano Busà