domenica 17 febbraio 2019

Marisa Martinez Persico e il suo "Cielo tra parentesi"


Sono lieto di ospitare su Transiti Poetici una Voce estera ma residente in Italia. Si tratta della poetessa e scrittrice Marisa Martinez Persico, che ho avuto il grande piacere di conoscere personalmente in occasione di un incontro svoltosi nella Biblioteca Nicolini a Corviale, Roma, per la rassegna "Poesia a Corviale" curata dalla brava Carla De Angelis.
Vi proponiamo dunque cinque sue poesie di "El cielo entre pareéntesis" (Valparaíso, Spagna, 2017), tradotte dai partecipanti alla sesta edizione del Corso di perfezionamento in Traduzione letteraria per il settore editoriale offerto dall'Università di Napoli L'Orientale e dall'Istituto Cervantes di Napoli. Il corso, tenuto dall'insegnante e traduttore Marco Ottaiano, ha un comitato scientifico composto dai professori Augusto Guarino e Paola Gorla, della suddetta università. Oltre a studiare il contenuto della storia della traduzione, elementi di teoria o le fasi del processo editoriale, i partecipanti frequentano laboratori di traduzione narrativa e lirica, classica e contemporanea, scritti in spagnolo. Per quanto riguarda la poesia, durante il ciclo del 2017 hanno anche tradotto testi dell'uruguaiana Cristina Peri Rossi e delle spagnole Luisa Castro ed Esther Morillas.
Ma veniamo ai testi poetici di Marisa Martinez Persico, proposti qui di seguito in lingua originale spagnola e con la relativa traduzione.
La poesia di Marisa che traspare in queste cinque composizioni è fortemente evocativa; l'autrice ci offre cinque quadri, cinque figurazioni, in cui il tempo costituisce un sottile filo conduttore, che lega in profondità il percorso geografico e umano della poetessa: da Belgrado a Procida, a Capranica, per terminare a Sarajevo,  teatro dei ben noti e tristi avvenimenti che hanno infuocato tutta la penisola balcanica dopo il disfacimento della Jugoslavia.
Un'attenta osservatrice, dunque, che si sofferma sui particolari minimi, per rievocare poeticamente ricordi di infanzia e spaccati di una umanità in perenne cammino verso un futuro di speranza.
Sono versi intensi, seppur pacati e controllati, e le traduzioni perfette riescono a trasferire nella nostra lingua suoni, cadenze, ritmi e, naturalmente, contenuti.
Ma lasciamo ai nostri lettori il compito di aggiungere, se lo vorranno, ulteriori riflessioni in merito.





Pasan los pinos azules de Belgrado.

Desde su último invierno,
a través del ramaje de otra lengua,
me saluda mi padre.

No habré cambiado mucho en estos años,
más allá de una hija
cuya vida no acertó a murmurar.

Debajo del collar de las bocinas,
por el vidrio que esboza un pentagrama,
el ayer es un libro que comienza.

Quién dijera:
convocar dos recuerdos que no pueden hablarse
en mi mesa de tres del pensamiento.

El viajero de enfrente me sonríe,
por sus ojos desfilan memorias del futuro.

Mi hija observa, también, por la ventana.
En qué distante mundo
se ha sentado a evocarme
mientras mira los pinos de otro cielo
que transcurren,
copiosos de avutardas.

Hemos llegado a la estación. Se desvanece
el coloquio familiar. Nada es distinto.

Tal vez lo que importa del paisaje
es merecer un asiento en la memoria
de alguien que nos quiso
cuando estamos ausentes.


DUNAV SAVA

Passano i pini azzurri di Belgrado.
Dal suo ultimo inverno,
attraverso le fronde di un’altra lingua,
mi saluta mio padre.

Non sarò molto cambiata negli anni,
al di là di una figlia,
la cui vita non riuscì a sussurrare.

Sotto il nastro dei clacson,
dal cristallo che abbozza un pentagramma,
il passato è un libro che comincia.

Chi l’avrebbe detto:
convocare due ricordi che non possono parlarsi
al mio tavolo per tre del pensiero.

Il viandante di fronte mi sorride,
nei suoi occhi sfilano memorie del futuro.

Mia figlia osserva, anche lei, dal finestrino.
In che mondo distante
si è seduta a evocarmi
mentre guarda i pini di un altro cielo
che trascorrono, pieni di otarde?

Siamo arrivati alla stazione. Svanisce
il colloquio famigliare. Niente è diverso.

Forse ciò che importa del paesaggio
è meritare un posto nella memoria
di qualcuno che ci ha amato
quando siamo assenti.

(Trad. Alessandra Callegari)


***

ESTACIÓN DE CAPRANICA
Las ideas tienen sus paisajes.
Juan Ramón Jiménez

La ventana se frena en un grafiti.
Mi sposerai?
La tinta está borrosa
por la trama de lluvias sucesivas.

Qué será del presente
de aquel fuego con médula y ardor.

El tren arranca,
se apaga una pregunta.



STAZIONE DI CAPRANICA

Las ideas tienen sus paisajes
Juan Ramón Jiménez

La finestra si ferma su un graffito
Mi sposerai?
Il colore è sbiadito
dalla trama di piogge successive.

Che sarà del presente
di quel fuoco con midollo e ardore.

Il treno parte,
si spegne una domanda.

(Trad. Giovanni Gemito)


***

BOLETIN BLANCO

De día, en el trabajo,
en el rumor feliz de una cafetería,
mientras suenan cascabeles en la calle,
tacones, collares, estornudos,
casi nada perturba el corazón
o eso parece,
todo marcha en la luz.

Hay hombres
que usurpan mi aliento
cuando pasan.

Los dejo indagar en mi mirada
esas sucias palabras
que me trepan tan limpias
por la boca.

Y si me quedo a oscuras con mi espejo
en el dedal vacío de mi cuarto
no hay guarida,
no hay ombligo ni abrazo
flor de metal más honda que estar lejos,
saber que vas cambiando
sin que yo sea testigo.

La estación envejece sus coronas.

El pedregoso ovillo de tu pelo
prueba un paso de danza en el pasillo,
esos gestos ambiguos de empezar a vestirme
para hacerte más largo transitar el deseo
que me arroje a la brecha
de otro olvido.

El futuro no es tiempo
que pueda llevarnos de la mano
y aun así el espíritu se aferra
a quien le dio de latir.

He crecido contigo.

Hemos saltado juntos a otro lado,
del que no se regresa.


BOLLETTINO BIANCO

Di giorno, a lavoro,
nel felice rumore di un caffè
mentre per strada risuonano sonagli,
tacchi, collane, starnuti,
quasi nulla turba il cuore
o così sembra,
tutto scorre alla luce.

Ci sono uomini
che mi rubano il respiro
quando passano.

Li lascio indagare nel mio sguardo
quelle sporche parole
che mi scorrono pulite
sulla bocca.

E se rimango al buio col mio specchio
nel ditale vuoto di una stanza
non c’è nascondiglio,
non c’è ombelico né abbraccio
fior di metallo più profondo dell’essere lontani,
sapere che stai cambiando
senza che io ne sia testimone.

La stagione invecchia le sue corone.

Il pietroso gomitolo dei tuoi capelli
prova un passo di danza in corridoio,
quegli equivoci gesti dell’iniziare a vestirmi
per rendere più lunga la via al desiderio
che mi lanci nelle crepe dell’oblio.

Il futuro non è un tempo
che ci può portare per mano
e nonostante ciò lo spirito si aggrappa
a chi lo fece tremare.

Sono cresciuta con te.

Siamo saltati assieme all'altro lato,
da dove non si ritorna.

(Trad. Raffaella Pagano)



***


DESPEDIDA DE UN PUERTO
La luz que brilla con el doble de intensidad
dura la mitad del tiempo.

Blade Runner

Poso un ojo
en la cerradura del cielo que amanece,
pinta un alba intangible
el bisturí del insomnio.

Un cortejo de patos
escolta los navíos con destino a Procida.
El vaivén amarillo de las torres normandas.
El salitre del puerto.
El bullicio apretado de los coches.
El alivio de no ser indispensable
para que esto suceda.

Dicen que el tiempo es un cepillo eficaz
de cabelleras rebeldes.
Que los dioses se pudren
lentamente
en la historia de los ritos personales.
Que las páginas quedan.

Me trepo al precipicio
donde hundieron a golpes la República.
Evoco a Eleonora Pimentel desde Sant’Elmo
en un diálogo oblicuo
de tu historia y la mía.

Hemos dicho palabras de entresueño y espuma,
hemos sido dos cuerpos tendidos a deshoras
maquillando las ruinas del dolor
con un dolor vigente.

Toda pena es perfecta
cuando es pura.

Me despido de un puerto.

Su castillo se eleva
en una isla volcánica
de piedra tufacea y mosaicos bizantinos.
Fue cárcel, residencia de duques,
factoría de espejos y cristales.

Era un hombre que quise.



ADDIO A UN PORTO

La luce che brilla a doppia intensità
dura la metà del tempo.

Blade Runner

Poso un occhio
nella serratura del cielo che sorge
disegna un’alba intangibile
il bisturi dell’insonnia.

Un corteo di anatre
accompagna le navi destinazione Procida.
L’andirivieni giallo delle torri normanne.
Il salnitro del porto.
Il rumore fitto delle auto.
Il sollievo di non essere indispensabile
perché tutto ciò accada.

Dicono che il tempo è una spazzola efficace
di chiome ribelli.
Che gli dei marciscono lentamente
nella storia dei riti personali.
Che le pagine restano.

Mi arrampico sul precipizio
dove rovesciarono a colpi la Repubblica
Evoco Eleonora Pimentel da Sant’Elmo
in un dialogo obliquo della tua storia e della mia.

Ci siamo detti parole di dormiveglia e di schiuma,
siamo stati due corpi distesi fuori tempo
truccando le rovine del dolore
con un dolore vigente.

Ogni pena è perfetta quando è pura.

Dico addio a un porto.

Il suo castello si eleva in un’isola vulcanica
di pietra tufacea e mosaici bizantini.
Fu prigione, residenza di duchi.
fabbrica di specchi e di cristalli.

Era un uomo che amavo.

(Trad. Annamaria Norvetto)

***

FRANCOTIRADORES DE SARAJEVO

¿Por qué no vamos
de vacaciones a Bosnia?
Ha sido tu pregunta
de estos años.

Hojeabas la revista Bell'Europa
y andabas por la casa
con un cuadro
del antiguo cementerio judío.

En la foto de la tienda
que reza Cvjecara
las flores germinan en la roca
a través de los impactos
de mortero.

Hay orquídeas en venta,
para los amantes
y los muertos, me decías.

¿Por qué no organizar
un viaje a Herzegovina,
este verano?

Estabas triste a destiempo.

Por entonces
eras solo un muchacho
de familia opulenta
que franqueaba el confín
de los Balcanes
por tumbarse en las playas
sin bombas del Egeo.

Pero es fácil ser lírico
con la tragedia ajena.

Pavonearse entre los símbolos
con temas prestados
sin usar las rodillas
como patas de perro
por burlar a los maquis
del Bulevar Selimovica.

¿Por qué no vamos a Mostar,
aunque sea unos días?

Yo tenía trece años.
El padre de mi amiga
amanecía pegado
a una emisora europea
para oír del asedio,
de su hermano en Markale,
de esa Miss Universo
coronada en un sótano.

Yo escuchaba The Cult
en la otra sala.

La pureza no duele
cuando el mal no nos toca.
Después de Sarajevo
no es posible mirar una criatura
sin vendarse los ojos.

No volviste a insistir.
La llevarás, ahora, de la mano
al osario de tórtolas
del cuadro.

Y todo está en su sitio,
amor,
no te disculpes.

Yo tendré otras montañas.




FRANCHI TIRATORI DI SARAJEVO 

Perché non ce ne andiamo
in vacanza in Bosnia?
È stata la tua domanda
in questi anni.

Sfogliavi la rivista Bell’Europa
e vagavi per casa
con un quadro
del vecchio cimitero ebreo.

Sulla foto del negozio
che recita Cvjecara
i fiori sbocciano sulla roccia
attraverso i segni
del mortaio.

Si vendono delle orchidee
per gli innamorati
e per i morti, mi dicevi.

Perché non organizzare
un viaggio in Erzegovina
quest’estate?

Eri triste fuori tempo.

Ma allora
eri solo un ragazzo
di buona famiglia
che attraversava il confine
dei Balcani
per sdraiarsi sulle spiagge
senza bombe dell’Egeo.

Ma è facile essere lirici
con le tragedie altrui.

Pavoneggiarsi tra i simboli
con temi prestati
senza usare le ginocchia
come zampe di cane
per eludere i maquis
del Boulevard Selimovica.

Perché non andiamo a Mostar
anche solo per qualche giorno?

Io avevo tredici anni.
Il padre di un’amica
si svegliava attaccato
ad una radio europea
per sapere dell’assedio,
di suo fratello a Markale,
di quella Miss Universo
incoronata sottoterra.

Io ascoltavo i The Cult
nell’altra stanza.

La purezza non ferisce
quando il male non ci tocca.
Dopo Sarajevo
non è possibile guardare un bambino
senza bendarsi gli occhi.

Non hai più insistito.
La condurrai ora, per mano
all’ossario delle tortore
del quadro.

E ogni cosa è al suo posto,
amore,
non chiedermi scusa.

Io avrò altre montagne.

(Trad. Daniela Signorino)


Marisa Martínez Pérsico è una scrittrice argentina nata a Lomas de Zamora, Buenos Aires, nel 1978. Attualmente risiede in Italia.
E' laureata in  Lingue e Letterature Moderne (Spagnolo) presso l'Università di Buenos Aires, dove ha ottenuto anche l'abilitazione all'insegnamento di Lingua e Letteratura per l'università e la scuola superiore. Dottore di Ricerca in Filologia Ispanica presso l'Università di Salamanca (menzione dottorato europeo), Magister in Glottodidattica delle Lingue Straniere e in Studi Latinoamericani (indirizzo letteratura), specialista universitario in Geografia Linguistica Ispanica e in Lingua Spagnola come L2 presso l'Università della Rioja (Spagna), ha frequentato corsi di post-lauream in Analisi del discorso e Teoria dell'Argomentazione presso l'Università di Buenos Aires e il corso semestrale di post-lauream in Traduzione Letteraria Italiano/Spagnolo presso l'Università degli Studi di Napoli L'Orientale.
In Italia ha insegnato nelle Università La Sapienza, Cassino, La Tuscia, LUISS, Calabria (corsi PAS) e Gregoriana.
Le sue pubblicazioni di poesie sono: "Le voci delle foglie" (1998, Editions Baobab, Buenos Aires, Primo Premio Nazionale di poesia "Rio de la Plata II" promosso dal Ministero della Cultura); "Poética ambulante" (2003, Buenos Aires, pubblicato in volume antologico insieme ad altri dieci artisti di Buenos Aires come parte del concorso Giovani Artisti della Provincia di Buenos Aires, Sottosegretariato alla Cultura del Governo della Provincia); "I fogli ottusi" (2004, Buenos Aires, pubblicato in volume antologico e selezionato nello stesso concorso Giovani Artisti della Provincia di Buenos Aires); "L'unica porta era tua" (2015, Editorial Verbum, Madrid, finalista del II Pilar Fernández Labrador Contest).


domenica 10 febbraio 2019

"La solitudine maestosa", di Nefeli Misuraca


C'è una certa dimensione di tragica ineluttabilità, nei componimenti poetici di Nefeli Misuraca, fine autrice romana, laureata in lettere e dedita con passione, oltre alla poesia e alla letteratura, anche alla scenografia e alle traduzioni. Transiti Poetici volentieri le dedica questo spazio, anche se lei meriterebbe un più ampio e approfondito interessamento, perché davvero la sua poesia è al di sopra di certe corde usuali e mediamente valide. Parliamo dunque, anche se brevemente, come premesso, dei suoi versi pubblicati in "La solitudine maestosa", libro edito da La Vita Felice nel gennaio 2018, con una interessante introduzione di Rita Pacilio e un'altrettanto curata prefazione di Guido Oldani.
La solitudine maestosa è un vero e proprio poemetto in cui l'autrice riesce ad esprimere il suo pensiero, le sue riflessioni e le sue sensazioni su lacerti di mondo vicino a sé, ma anche fuori dalla classica finestra, con un'apparente serenità, anzi tranquillità, e sobrietà, che non è affatto freddo distacco o volontaria intenzione di non coinvolgimento razionale nelle cose, bensì artistica, letteraria e direi professionale ricerca, studio, escursione filosofica e poetica sul mondo e sulle persone. Perché per descrivere a fondo cose, sentimenti, sensazioni, cercare il frutto essenziale e succoso nel tutto, e farlo con e in poesia, occorre grande capacità di lettura interiore ed esteriore, grande capacità di traduzione e di sublimazione. Dal poco a disposizione, al tutto universale: dal rossetto sulle labbra, a cercare di capire come va e dove va l'uomo, cosa veramente vuole, quale rapporto avere con il mondo e la natura intera. "Le labbra sfiorano il caffellatte e lentamente si ritirano dal bordo di porcellana"… Le minime cose sono dunque il punto di partenza, l'hic et nunc da cui estrapolare una visione più ampia e generalizzata, il che è caratteristica della buona poesia. Del resto, l'autrice stessa afferma nei versi iniziali della raccolta, quasi a voler esprimere una sorta di dichiarazione di poetica: "(La poesia) Giustifica il vuoto e l'inerzia, racconta il silenzio, percorre l'attesa…". Cioè a dire: poesia come raccordo tra silenzio-vuoto-tempo che trascorre, e realtà quotidiana, oggettiva. La poesia che trae forza e impeto vitale dai tumulti, dalle incertezze (o meglio insicurezze) intime, dai dubbi interiori, al fine di dare un senso alla vita.
Queste imamgini, questi quadri raffigurati in versi immediati e risuonanti, si configurano come tanti tasselli di un mosaico che, visto dall'alto, può rappresentare la realtà nelle sue infinite sfaccettature, minime cose quotidiane, minimi atteggiamenti, minime osservazioni, che però hanno in sé il germe, il seme della universalità: il valore del contenuto è davvero ampio, e può attribuirsi non soltanto ed esclusivamente all'autrice, che ne rimane la principale ideatrice e suggeritrice, ma anche a tutti gli altri, al lettore in particolare che ne rimane coinvolto.
C'è comunque una sottile linea di consapevole arresa dell'uomo nei confronti di una storia che lo ha visto, e lo vede ancora, homo destructor, capace di rovinare ciò che maneggia e ama persino, ma capace anche di sopravvivere nonostante tutto: "Atei per forza / dentro mura senza storia, per forza / sopravviviamo tutti, per sempre". La forza escatologica che si evince da questi pochi fondamentali versi, è però sufficiente a redimere, in qualche modo, l'autrice e l'uomo in genere, se non altro sulla base di una potenzialità materica interiore, scaturita dall'atto creativo che, al di là di ogni credo o religione, è indubbiamente un dato di fatto.
Tutta l'osservazione poetica dell'autrice si svolge dunque in una "solitudine maestosa", richiamata proprio in una sua poesia, dove appare più che evidente il suo orientamento filosofico verso una materialità finita: "Arriva sempre la fine come un sollievo / perché l'attimo che la precede è piagato dalla speranza."
La densità di queste affermazioni poetiche merita, come dicevo prima, ulteriori e più ampi approfondimenti e riflessioni, e pertanto lasciamo ai nostri lettori che sempre ci seguono con affetto, il compito di aggiungere, se lo vorranno, altri preziosi commenti su questa poesia davvero unica e ricca di spunti meditativi sulla vita, sul tempo, sul senso dell'esistenza.

Riportiamo qui di seguito alcune poesie di Nefeli Misuraca tratte dal libro "La solitudine maestosa", Ediz. La Vita Felice


La poesia

Giustifica il vuoto e l'inerzia,
racconta il silenzio, percorre l'attesa –
strappa un sorriso alla vela contro il maestrale
                    [e al goniometro contro l'astrolabio.
Meridiano inchino, saluta la matita
a passeggio su vicoli di carta mai lastricati.


***

Ci vuole

Ci vuole coraggio, cuore di pietra.
Sguardo da leone. Alzarsi sulle punte
e spogliarsi di tutto, vestirsi di altro;
pavoneggiarsi su strascichi immensi
senza paura d'inciampare.

Ci vuole il cuore di una pianta, l'immenso
animo di acqua e di sole, senza altro che fiori
e clorofilla e silenzio per sempre
per avere il coraggio che serve,
tutta la forza di non emettere suoni.

E ci vuole il sangue di una salamandra,
la lingua fredda di un camaleonte
e il vestito bianco di una mantide
per prendere borsetta e rossetto,
controllare il gas e le chiavi
e uscire per strada.


*** 

E alla fine

E alla fine non resta niente. Qualche granello,
forse, da guardare uno ad uno.
Scrutare i profili calcarei che un tempo erano terre,
distese, montagne pianure rocciosi strapiombi.
O forse nemmeno un respiro, non c'è voce
che tenga alla perdita del tutto.


***

Le labbra

Le labbra sfiorano il caffellatte e lentamente
                       [si ritirano dal bordo di porcellana,
la mano destra s'infila nella tasca e cerca qualche
    [pezzetto di carta per occupare le dita. Con gli
 [occhi faccio una lenta panoramica dalla finestra
[sulla strada. Un camion senza insegna, un carrello
                [del supermercato all'angolo del palazzo
e una donna che trascina un bambino dal colletto.
Posata la tazza e passata una mano tra i capelli,
                                     [volto le spalle alla finestra,
mi pianto a gambe larghe con le braccia lungo
                                                               [i fianchi.

E' ancora la vigilia


***

Questa è

Questa è la vita che ci appartiene,
una cisterna nuova su un'impalcatura incrostata,
lo storpio che compare improvviso dietro la curva,
la luce bianca d'inverno senza il cerchio del sole.
Più nera del sangue, l'ombra del muso di un gatto
buttato per terra con cura gentile, come nel sonno,
con l'occhio annebbiato su quel poco di bianco
                                        [fra la striscia e la strada
che scolora dai rulli di verniciatura automatica.
Una nuvola non è altro che elettrostasi
e quell'altrove sicuro del nostro progetto
rimane gioiosa invenzione che la vita sia altro.
Essere civilizzati a forza, questa la vita che
                                                          [ci appartiene,
attraversare il cumulo di ossa e sussurri
tenendo in equilibrio un libro sulla testa.


***

Tu sei un poeta

Tu sei un poeta perché quando guardi
dal finestrino vedi te stesso e il paesaggio
che ti attraversa il volto.
Nello spazio tra coraggio ed equilibrio,
poggiato alle porte di veicoli in corsa,
nelle piane dei campi e su per gli alti pali,
la croce del tuo naso e della bocca apre lo spazio
e lo cede. Io, di qua da vetri,
fatico a vedere oltre ai miei occhi.


*** 

La natura non dimentica

La natura non sa dimenticare
il sangue del cervo caduto in corsa contro la pietra
che resta, con il lichene, per sempre sulla roccia.
Ma nella città, basta un tubo d'acqua
o l'impietoso scorrere dei copertoni
e il sangue rappreso nelle crepe d'asfalto,

scompare insieme all'animale straziato.

Nefeli Misuraca, "La solitudine maestosa", Edizioni La Vita Felice. Introduzione di Rita Pacilio; prefazione di Guido Oldani.

Nefeli Misuraca è nata a Roma dove si è laureata in Lettere all'Università La Sapienza. Ha conseguito un dottorato in letteratura e arte all'Università di Yale ed è stata docente in diverse università tra l'Europa e l'America. Ha scritto sceneggiature ed è montatrice e regista di cortometraggi. E' stata lettrice di sceneggiature internazionali per la RAI e ha tradotto e curato testi per diverse case editrici. Tiene un suo blog su televisione e società su "Il Manifesto" e insegna letteratura e scrittura alla John Cabot University di Roma.



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