giovedì 14 dicembre 2023

"Il piede sulla luna", poesie 1980 - 2023 di Michele Arcangelo Firinu

C’è qualcosa che lega le stelle alle cicale / quel grido siderale / che ci attraversa l’anima. Così esordisce Michele Arcangelo Firinu, imprimendo in questi tre versi d’esergo tutta la sua energia poetica che va poi alimentando e significando la sua complessa e interessantissima raccolta Il piede sulla luna.

Ne riportiamo qui di seguito solo alcuni testi, cercando di trarne, per quanto sia possibile, per la necessaria brevità della nota, qualche sommaria riflessione su quanto il poeta voglia esprimere.

Intanto, penso sia interessante questo legame piuttosto diretto tra le cicale e lo spazio sidereo. Ambedue hanno in sé un mistero indecifrabile e nello stesso tempo stupefacente, che ci sconvolge. L’una, pur nella sua piccolezza terrestre, sembra in qualche modo emulare con il suo continuo e insistente frinire, il canto silenzioso delle stelle, rievocando così quel senso di abissale smarrimento che risuona nella nostra anima.

Ma allora, a che tanto (generalmente imperfetto) costruire, elaborando spesso falsità e friabili castelli in aria, su questa terra, quando c’è una Verità ineluttabile e infinita che ci sovrasta?... La luna par che rida, ci sberleffa, nonostante la nostra impronta arrogante su di essa, indifferente alle nostre beghe e alle nostre preoccupazioni di quaggiù!

Si dice spesso che il poeta è tale perché cammina sulle nuvole, che si perde nel cielo, alludendo a quella sua leggerezza e alla incapacità di considerare le cose serie della vita. Nulla di più inesatto, ovviamente, in quanto è proprio il poeta con la sua grande sensibilità e il suo intuito, ad accorgersi guardando dall’alto, dei tanti problemi che investono l’umanità. In Michele Arcangelo Firinu questa considerazione è ancora più consistente, perché riesce a mostrarci, con i suoi versi, le banalità delle cose umane, terrestri, la loro precarietà e la loro inadeguatezza di fronte all’infinito, al cosmo intero, ai suoi valori eterni e fondamentali, come la stessa natura dell’uomo, che per quanto si affanni a costruire aggeggi tecnologici per migliorare il suo stato, non riuscirà mai a raggiungere la piena realizzazione di sé, se non si convince che l’effimero e l’abbaglio transitorio non sono che aspetti secondari dell’esistenza. Ascoltare il canto delle cicale, stare attenti a come queste si legano e si collegano con l’infinito, questo è il messaggio, il sottile ma robusto filo conduttore che tiene insieme tutta la poetica di Firinu in questo libro. “Oggi conviene ricordare agli sciocchi / che nel cosmo lontano / si spengono tante stelle una a una”… È così grande, così prevalentemente considerevole, il cosmo, tanto da far apparire inutili e sciocche ogni velleità di raggiungerlo e di eguagliarlo: “Tale da fare apparire soavemente puerile / il fantastico sogno di poterlo solcare / con qualche navicella da un Ulisse novello”…

È dunque presente in questa complessa e ben articolata raccolta del Firinu, che si pregia anche di una approfondita nota introduttiva di Marcello Carlino, un velato canto di denuncia contro gli stereotipi e contro ogni formalismo che svesta di autenticità e di perfezione la realtà del cosmo e dell’esistenza. Il poeta, e Firinu è Poeta, si colloca nel punto di osservazione più autentico e genuino, per osservare e riflettere, per capire in un certo modo com’è e come va veramente il mondo, prestando attenzione ai silenzi e alle meraviglie: “Come usignolo che becchetta il globo / va razzolando chiccoli di grano / così i miei occhi tremano inesausti / su troppi temi e testi / e mi avveleno delle carte sparse / e plastiche e fosfeni”.

E per affermare queste verità, Firinu utilizza un linguaggio veramente consono e aderente al tema, con un procedere a volte lirico a volte canzonatorio, persino dissacrante, contro ogni ipocrisia e formalismo di qualsiasi natura. Un libro che dice verità, luce e amore sincero per il creato e tutte le sue creature.

 

Chissà cosa trasmette la cicala

telegrafista stridula

forse lancia messaggi ad altri mondi

o forse solo inganni e stordimenti

alla sua stessa morte che s’avanza

 

 ***

 

Bosco sacro di Bomarzo

(Per la figlia Eleonora)

 

Più che le umane amai

le chiacchiere dei venti

che ridono dei templi sgretolando

coi trapani dei grilli

nelle statue i sorrisi labbri e nasi

e i muschi si sommano ai licheni tra le scaglie

di pinne bicaudate

mirabile monstrum

si va su ali di sirena

e tra castagni e querci

dorme un dono di bimba

e partorisce un sogno

due leoni di pietra

che van cantando me che son

Passato

 

 ***

 

Il piede sulla luna

 

Ora che un’orma di caucciù campeggia

intatta impronta arrogante

sul suolo polveroso immobile

senza un filo di vento che sussurri

una promessa flebile di mutamento alcuno

candeggia il suo pallore intatto

l’evanescente luna e par che rida

di notte in notte di quest’ansia

di dominio e d’Eterno

degli umani progetti

da sempre contraddetti dalla furia dei venti

tra le porose mura di città rovinose

commovente ricordo di antiche civiltà

quanto le nostre allora altrettanto boriose

e ora austere pietose sepolture diroccate

di eccentriche ambizioni

 

Oggi conviene ricordare agli sciocchi

che nel cosmo lontano

si spengono tante stelle una a una

tanto per dire buona notte

ciascuna al proprio sistema solare

così distante dal nostro ma simile talmente

da poterlo chiaramente comparare

alla nostra minuscola presenza

nell’infinito cosmo

 

Tale da fare apparire soavemente puerile

il fantastico sogno di poterlo solcare

con qualche navicella da un Ulisse novello

ibernato magari per poter traghettare

tra qualche moltitudine di tempi

qualche augusto campione

della nobile stirpe umana

per scamparla alla morte del nostro sole

che anch’esso è stella e come tale vita

e pertanto mortale

 

 ***

 

L’angelo non verrà

 

L’angelo non verrà e i paraocchi

distribuiti dai chierici ai mortali

non apriranno ai torbidi

sguardi dei morenti

varchi d’Eternità e la beatifica

visione d’Iddio

luce che sfolgora

panna montata

intronata su un trono di luce d’oro

svanirà con un rutto

flebile dentro l’ultimo rantolo

 

Poi s’inscatoleranno le carni

e si manderà a disfarle

velocemente

lentamente

fiammeggiando

o verminando

 

 ***

 

Usignolo

 

Come usignolo che becchetta il globo

va razzolando chiccoli di grano

così i miei occhi tremano inesausti

su troppi temi e testi

e mi avveleno delle carte sparse

e plastiche e fosfeni

il mondo è troppo ricco e misero

ma io vorrei licheni

sulle palpebre che ormai si fanno pietra

e io statua di sale

granito

nel deserto

 

 ***

 

Vale l’eterno un attimo

 

Vale l’eterno un attimo

ambiguo

in quest’ordine

che rimischia le carte

 

Il tempo

sbalzato sulle cose

si riverbera chiaro

 

smozzica rintocchi

e la roccia che sgrana

l’animo sciorinato

 

sbulinato

a oro

 

Brani tratti da: 

Michele Arcangelo Firinu, Il piede sulla luna, poesie 1980 – 2023. Fermenti Ediz., 2023. Nota introduttiva di Marcello Carlino

Michele Arcangelo Firinu, di origini sarde, è nato nel 1945 e vive a Roma. Negli anni ’80 a Milano, è stato redattore del periodico letterario “Il bagordo”. Negli stessi anni, con il gruppo Orfeo80, è stato tra i promotori di alcuni tra i primi laboratori di scrittura creativa in Italia. Ha organizzato e curato svariate attività culturali. Nel 2008 e nel 2014 nel suo paese, Santulussurgiu (OR), ha curato la direzione artistica di A libro aperto, uno degli 8 festival letterari della Sardegna. Ha pubblicato poesie su riviste e blog, ed è presente in diverse antologie. Un unico suo librino, prima di questo, era venuto alle stampe: Luminescenze, con sette disegni di Luigi Dragoni, il 174 della Collana dei Numeri, Editrice Signum d’Arte diretta dal pittore Claudio Granaroli.

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