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lunedì 3 agosto 2026

Michael Micci e la sua "Epica dell'abbandono"

Ho sempre sostenuto la tesi che il poeta, ma in genere tutti i veri artisti, non possono esimersi dal dire la verità, la loro verità, certamente condivisibile da molti, e per questo hanno il grande coraggio e la determinazione per farlo. Beninteso, quando lo strumento poetico utilizzato per esprimere questa verità, è indubbiamente di un certo spessore, altrimenti diventerebbe una banale chiacchiera sullo stato delle cose. E d’altra parte il poeta può permettersi di dire ciò che vuole e che sente interiormente, proprio in virtù di quella coerenza, senza compromessi, che impreziosisce la sua anima, la sua attività, il suo lavoro artistico. E se il poeta è, in effetti, un “fingitore”, per dirla alla Pessoa, la cosa non cambia, in quanto anche la consapevolezza di fingere nasconde poi il fatto che il poeta è comunque a conoscenza della verità, che maschera poi con i suoi versi più o meno allusivi.
Qui il discorso è un po’ diverso: in Epica dell’abbandono (RPlibri, 2026), l’autore, il giovane poeta faentino Michael Micci, sperimenta in questa sua interessante e originale raccolta un complesso stato d’animo incline all’abbandono, al distacco da una società che, come effettivamente è quella attuale, tende a suddividere, a frazionare e a disperdere ricchezze e valori fondamentali, memorie, culture e ricordi, a scapito di una esistenza prevalentemente dedita alla materialità e all’urgenza delle cose.
Orbene, l’epica dell’abbandono può essere intesa qui come un resoconto, un’attenta indagine, anche introspettiva, su una società che va, in generale, verso la dispersione e il minimalismo delle cose e dei valori. Il poeta, qui, è coraggiosamente consapevole di questa lenta discesa, e ne fa canto ed epopea lirica, utilizzando magistralmente la parola poetica, laddove è proprio la poesia, la sua poesia, a redimere, a rivalutare in qualche modo, tale negatività. Si tratta dunque di partire dal basso, dalle minuzie della quotidianità, dai ricordi, dalle ferite, dai dubbi, per poi risalire la china, o almeno indicare velatamente una possibilità di riscatto, dopo aver sperimentato l’”abbandono”, il disagio, le perdite e le frammentazioni di una realtà scolorita e svalutata: "Ma se non frequento la morte / non posso salvarmi la vita, / non ho orizzonte limpido / da far sperare a questa zattera / in viaggio verso Itaca. / Io non conosco altra epica / che l’abbandono."...
Come sempre, anche qui la poesia lascia comunque una luce accesa (Itaca) lungo il difficile cammino, anzi ritorno, della vita.


Per anni

ho posseduto

parole poi

perse.

Tanta prosa

poche rime

poesie quasi sempre

per il perduto

amore.

Poi un giorno

a passeggio

per la Tate Modern:

una timida fitta violenta

di dolore.

 

 ***

 

Non appena la penna

sbava sul foglio

tu lo dai in pasto al camino

e ne afferri un altro,

bianco immacolato

spaventato

dal timore di sbavare ancora.

 

Nel diventare fiamma e fumo

lui realizza

una liberazione inaspettata:

era schiavo prima

della tua misura

e ora vola.

 

 ***

 

La mia stanza è un labirinto

possono emergere da dietro l’angolo

diapositive del nostro passato,

come mostri spettrali

come attori appostati

in una casa degli orrori.

Ma se non frequento la morte

non posso salvarmi la vita,

non ho orizzonte limpido

da far sperare a questa zattera

in viaggio verso Itaca.

Io non conosco altra epica

che l’abbandono.

 

*** 

 

Dolore cronico

delle anime

eterne.

Dietro l’angolo

di ogni sorriso

c’è sempre una fine.

Che inaspettata ricchezza

la fine.

Oltre la vita

l’abissale non sapere

che ci rende ridicoli

impauriti,

grotteschi,

umani.

 

*** 

 

Forse mi salverà

un principio d’estate;

l’accoppiamento dei passeri sui coppi

o le api sensali dei fiori.

Forse mi salverà solo

arrendermi

al volteggiare della vite

al gioco buffo delle margherite

di amare e

un attimo dopo

non amare più.


Brani tratti da Epica dell'abbandono, di Michael Micci, RPlibri, 2026

Michael Micci nasce a Faenza nel 1990. Dopo il diploma classico, studia lingue straniere e letterature comparate all’Università di Bologna. Trascorre poi diversi anni in Islanda, dove insegna lingua italiana e consegue un dottorato in Letteratura medievale. Ha insegnato in diversi atenei italiani ed è attualmente docente di Filologia germanica all’Università degli studi di Bergamo. È autore di numerose pubblicazioni accademiche, tra cui La saga di Nitida (Carocci). Questa raccolta segna il suo esordio poetico.

venerdì 26 giugno 2026

L'esame dell'inverno nella poesia di Barbara Mastroviti

Credo di prendere tra le mani ciò che sarà / - il mondo per cambiarlo / salvando l’adatto”… Che cosa pretende, che cosa brama veramente il poeta, o in fin dei conti ogni persona che sia dotata di un minimo di senso critico, di sensibilità e di attenzione nei confronti della realtà che la circonda? Ma, è noto, i poeti sono proprio degli osservatori attenti, quasi delle sentinelle, posti su un’altura da cui è possibile scrutare quello che sta accadendo laggiù… si parla metaforicamente, è chiaro, ma l’idea è quella. Poeti come precursori, come cassandre, come saggi che redarguiscono e nello stesso tempo indicano, suggeriscono, promuovono… E non si sottrae da questo scrutare il mondo la nostra autrice Barbara Mastroviti, che con la sua recente raccolta poetica “L’esame dell’inverno”, edita da Interno Libri nel corrente anno, si sofferma su alcune considerazioni sul modo di rapportarsi con il mondo, sul modo di agire e di comportarsi in questa relazione che non tutti prediligono, badando essenzialmente ai propri affari e problemi quotidiani, in una società purtroppo sempre più distaccata dalla natura e dalla autenticità dell’intero creato. E allora, cosa desidera, cosa pretende Barbara Mastroviti, in quanto persona e in quanto, soprattutto, poeta?... Ricerca non una spiegazione, bensì una linea di condotta esistenziale che possa conciliarsi e adattarsi a questa spicciola e frettolosa quotidianità, salvaguardando, appunto, l’adatto, cioè quel poco di verità e di brillantezza che rimane nella vita di tutti i giorni, considerare il meglio, in sostanza, per ricostruire un mondo migliore.
In ultima analisi si tratta di un vero e proprio esame, e il titolo della raccolta è quanto di meglio l’autrice possa aver ideato: L’esame dell’inverno, laddove l’inverno, stagione triste per antonomasia, può benissimo rappresentare quella stagione umana disseminata da dubbi, incertezze e persino negatività, una metafora insomma dell’attuale consesso civile in cui i valori positivi, l’amore, la fratellanza , l’accoglienza, la pace, la giustizia, non sono certo ai primi posti! “Il campo di battaglia ritrae antenne / respingenti dal monte, / si protraggono verso i satelliti che /ormai confondiamo con Venere e le stelle…”
E allora l’esame dell’inverno chiede aiuto a un vomere, / pratica tagli abbondanti / sull’accumulo delle domande cruciali…”: c’è bisogno dunque di un severo test, per rimettere ordine e pace nella natura, in questa natura troppo spesso offuscata dalle nebbie negligenti di una umanità ignara o addirittura indolente. E la poesia è il tramite valido, come questa poesia di Barbara Mastroviti, che è messaggio importante, giudizio, denuncia, ma anche suggerimento e mediazione.


L’esame dell’inverno chiede aiuto a

un vomere,

pratica tagli abbondanti

sull’accumulo delle domande cruciali

e cerco di sbirciare le risposte

tra le zolle - bandiere strappate

che muovono all’inconsistenza,

addolorate.

 

 ***

 

 

Il giorno inizia in salita

non mi va questa fatica, quasi fosse

lo studio di un profeta,

credo di prendere tra le mani ciò che sarà

- il mondo per cambiarlo

salvando l’adatto… sicura di migliorare

quella pietra su cui appoggio la vita.

Il paradosso è che lei leviga

 

Si piange per l’altro,

deboli al sacro, in un astro estremo.

 

 

 ***

 

 

 

Dietro la staccionata

una giuria di esseri rigogliosi

ci scruta nell’inerzia dell’espediente

di temperature sahariane.

 

L’afa appiccica una macina di aria grossa

alla pelle, si muove tra balcone e casa

e noi si paga il prezzo del panorama

dritti sui contrasti luminosi.

 

Il campo di battaglia ritrae antenne

respingenti dal monte,

si protraggono verso i satelliti che

ormai confondiamo con Venere e le stelle.

 

 ***

 

Teatro di premure

 

Ci guardano mentre parliamo d’amore,

siamo fonte d’ispirazione o forse

di compassione per similitudine umana.

 

Quanta saggezza compensa

l’assenza e schiaccia il demone che

ostenta sfavillante la vittoria.

 

Eppure, le parole sono querce

- restano secolari - tra chi le sospende

e chi le ascolta con pudore.

 

 ***

 

le parole intimidazione, dati, militari, mari,

stellari, cavi, elezioni, crimini, umanità,

nucleari, mondiali, confini… continuare

a cercare termini che anche presi

da soli scaturiscono una enormità

anche in questa epoca, pare che

 

Cristo non è mai arrivato qui,

né vi è arrivato il tempo, né l’anima

individuale,

né la speranza, né il legame tra le cause

e gli effetti, la ragione e la Storia*

 

l’ininterrotto convoglio di allerte mette ansia,

terrore di essere incapaci

a fronteggiare il pericolo imminente

con le braccia.

l’informazione sul campo sorveglia

costante dall’alto da terra di fianco

 

passa ovunque lancia allarmi, dispera

la gente, sveglia di soprassalto

la vita semplice

sporca di tamtam psichedelico,

lancia frecce di tattica

tout court

prolifera il fuoco sulla poca carta

rimasta, annebbia le nazioni coi dibattiti,

la guerra sul pezzo - di schiavi e morti –

e non testimonia mai il coraggio

del dietro frónt dai venditori.

 

*Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli, Einaudi 2014 71

 

 

 ***

 

Non sarà mai possibile raggiungere

l’età, arriva tardi in quel

pensiero sopportabile sul divano il paragone

tra il tempo e quello che è successo, stretti

un po’ troppo nella pretesa

dei desideri, usciti fuori campo

i movimenti di occhi

 

“sarà in compagnia, è l’ora di

fare la spesa, starà bene o

sarà stanco, come fa a fare tutto…”

cose così importanti vanno via, lo capisci

è un’eternità - veloci argomenti

il cielo nasconde dentro la forza contraria

e attraversa un po’ di sole.


Brani tratti dal libro: 

Barbara Mastroviti, L'esame dell'inverno, Interno Libri Edizioni, 2026. Prefazione di Alessandro Moscè


Barbara Mastroviti – nata a Chiusi (Si) nel 1970, vive e lavora a Città della Pieve (Pg). Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesie: Tempo reale (2012), La costanza del colore (2020),  Dominio della Terra Società Editrice Fiorentina (2024), Appunti sulla Poesia (verso libero) Il Convivio Editore (2024), Ti darei gli occhi (Ți-aș da ochii) silloge di poesie tradotta in romeno coedita da Eikon-Cosmopoli (2025), L’esame dell’inverno Interno Libri (2026).

Sue poesie compaiono in riviste online e cartacee nazionali e internazionali.



lunedì 22 giugno 2026

Il vacillare dell'umanità in "Rimango fedele alla terra", di Mario Saccomanno


Composte in movimento, le poesie restano pur sem­pre in divenire, mai del tutto paghe della loro consistenza.” Così afferma Mario Saccomanno nella sua breve ma significativa presentazione della sua recente raccolta poetica intitolata Rimango fedele alla terra, edita da Interno Libri nel corrente anno. Ed è una verità assolutamente condivisibile, laddove il lavoro, o meglio il lavorìo, del poeta è un continuo ripescare e riaggiustare in itinere qua e là espressioni, parole e perfino concetti, e tutto quanto concerne quel famoso labor limae di oraziana memoria, che ogni autore sa e deve necessariamente operare, per rendere la sua opera rifinita al meglio.
Dunque, Mario Saccomanno si accinge ad esporre il suo pensiero poetico, la sua filosofia di vita, in questa raccolta dal titolo veramente significativo e indicativo di tutto un programma etico e persino morale, del vissuto quotidiano nell’ambito di una società ormai distaccata dalla realtà emozionale e sentimentale, scevra da ogni tipo di impulso creativo e in balia solo di quelli nefasti e addirittura disumani.
Il suo è un raccontare la vita, la natura, il sogno e il rapporto che l’uomo ha, o dovrebbe avere, nei confronti di essi: “Sopraggiunto su un campo di grano, / l’urto furente delle cavallette / lascia non più / che una vuota distesa, / un vizzo terreno ormai spoglio…”: è la desolante constatazione di un abbandono della fertilità e dello splendore di un mondo autentico ormai tramontato dietro i sipari asciutti e inconcludenti di una tecnologia che va contro la ricerca del trascendente e della libertà, del sentimento quanto della spiritualità.
Per questo la poesia di Mario Saccomanno, come del resto tutti i progetti poetici di un certo spessore, è di raccordo, quasi di intermediazione tra un mondo a volte aberrante e l’intimo desiderio di una meta escatologica di equilibrio e di comprensione universale. Pertanto il “rimanere fedele alla terra” è una dichiarazione non solo di poetica, ma di comportamento esistenziale sano, autentico e omnicomprensivo di tutte le virtù che effettivamente animano l’uomo nonostante l’abbandono o la trascuratezza di molte di queste da parte di quella società dedita esclusivamente all’accumulo di beni materiali, all’egoismo e alla prevaricazione: “Gli ingorghi umani / velano le stelle…”
E in questo vacillare dell’umanità tra inferno e paradiso, metaforicamente parlando, giunge il pensiero edificante del nostro autore, rimasto fedele alla terra (intesa qui come madre creatrice e protettrice, come creato in cui l’uomo sia completo e integrato in materia e spirito…): “io, negli urti e negli assalti, / fra avvelenati e moribondi / o in ogni forma di intesa, / rimango fedele alla terra.


 

Sopraggiunto su un campo di grano,

l’urto furente delle cavallette

lascia non più

che una vuota distesa,

un vizzo terreno ormai spoglio.

 

Quanto profuso in superficie

in un nonnulla

è divorato –

 

e per molti la notte è nient’altro

che incubi e insonnia.

 

Così si mostra a me il sapore

dell’umano assordante zillare,

che si posa sugli spazi

col suo carico di non finito

e col cemento

di mille grigie abitazioni –

 

e per molti la notte è nient’altro

che incubi e insonnia.

 

 ***

 

 

Gli ingorghi umani

velano le stelle.

 

Mi affido

alle strade accidentate

che sfiorano i vicoli consueti –

 

e ancora mi sorprende

come il mesto mio latrato

s’accordi al carnato

di questo cielo.

 

*** 

 

Certo, può pure una vita

stemperare a suo modo

i graffi subiti

sotto la sola

luce lunare.

 

Ovunque vada,

io resto trafitto

dagli stessi miei versi

che uccidono ancora,

riportandole indietro,

le note incorporee distanze.

 

Potrà mai davvero una parola

nominare il peso

dei vuoti irriducibili

delle mancanze?

 

 ***

 

 

Per mia madre e per Marilena

 

Si sgretola

l’eco accigliato

del mio canto –

 

ma vi so da qualche parte

a calpestare questa stessa notte

e si ricompongono le crepe

 

e ogni sforzo

si fa aurora.

 

 ***

 

Che venga pure dopo tutto il resto.

 

Nessuna cancrena umana

adesso si frapponga

fra me e l’azzurro manto crespato del mare.

 

Si contrarrà il pensiero

e inquieto tornerà a bussare

il benessere deficitario

capace di saziare

lo scorrere imperterrito

del nastro trasportatore.

 

Sentirò a suo tempo il peso

dell’ombra lunga del rientro –

 

ma nessuna cancrena umana

adesso si frapponga

fra me e l’azzurro manto crespato del mare.

 

 ***


io, negli urti e negli assalti,

fra avvelenati e moribondi

o in ogni forma di intesa,

 

rimango fedele alla terra.


Brani tratti da Rimango fedele alla terra, di Mario Saccomanno, Interno Libri Edizioni, 2026

Mario Saccomanno (Cosenza, 1993). Ha conseguito la laurea trien­nale in Filosofia e Storia, discutendo una tesi sulla filosofia eretica di Giordano Bruno, e due lauree magistrali: in Scienze Filosofiche, cum laude, con un elaborato finale dedicato al rapporto tra scienza e fede nell’opera artistico-filosofica di Lev N. Tolstoj, e in Letteratura, Lingua e Cultura italiana, con una tesi sulla storia e sulla storiografia quattro-cinquecentesca. È cofondatore di Aculei Edizioni, collabora come editor e promoter con Bottega editoriale, è direttore editoriale dei periodici DireFareScrivere e Bottega Scriptamanent e contribuisce ad Alma Poesia. Ha maturato esperienze come insegnante, editor freelance e copywriter. Giornalista e scrittore, ha pubblicato articoli e interventi su vari quotidiani e riviste; suoi racconti e poesie sono apparsi in blog, periodici e antologie letterarie e hanno ricevuto premi e riconosci­menti. Ha pubblicato il carnet poetico Tragitto ricurvo di sogni e d’amore e le sillogi Tanto vero da farsi utopico e Lembi edificabili.


sabato 13 giugno 2026

"Dei vivi e dei morti" di Loriana d'Ari

La fragilità umana, ma soprattutto la precarietà della vita, nella sua fisicità, è al centro del discorso poetico di questa interessante e originale raccolta di Loriana d’Ari, Dei vivi e dei morti, edita da Arcipelago itaca nel corrente anno e vincitrice della XXIV Edizione del Premio InediTO – Colline di Torino.
Loriana d’Ari è poetessa profonda, che riesce a penetrare il segreto senso dell’esistenza, offrendoci dei versi che svelano delicatamente, ma anche con una certa determinazione, il mondo che sta al di là delle apparenze quotidiane, laddove la dimensionalità e lo spessore dell’esistenza non si fermano al mero trascorrere del tempo in azioni e luoghi e storie che fanno parte dell’abitudinaria routine di ognuno di noi: la poesia è questa cosa magica che riesce a interpretare la verità di tutti e di ciascuno, svelando ciò che veramente è dentro di noi e che, solo con essa (e, beninteso, con le altre espressioni artistiche), è possibile tradurre ed esternare.
Dei vivi e dei morti è un canto caleidoscopico, un mosaico spirituale, ma anche carneo, di ciò che è veramente la vita. Si va oltre il movimento e l’estensione dei corpi, oltre la loro energia materiale e spirituale, perché anche i morti, in questa raccolta, hanno da dire la loro, fanno parte integrante della complessa realtà del creato.
Partendo da alcuni riferimenti reali con i quali l’Autrice canta l’inanità della sovrabbondanza corporea, di fronte all’ineluttabile suo dissolvimento fino al regno della morte (“kangde”: Aisin Gioro Pu Yi, imperatore fantoccio; “gyokuon-hōsō”: Hirohito, atto di resa…), Loriana d’Ari lascia intendere che il confine tra la vita e la morte è sottilissimo: “e provo a dire, senza convinzione, perché anche il corpo è / nient’altro che questa soluzione tridimensionale / questo corpo che marcisce felice”. Così conclude la sua indagine su tale confine, dopo le attente, e non prive di una certa vena ironica, incursioni su queste realtà umane, con l’indovinato tentativo di unificarle, o perlomeno di renderle parimenti dignitose: “ognuno ritorna a sera, novembre d’umida carezza / nei rintocchi all’ora di cena. / rincasano gli ultimi, mentre curo la posa dei passi lungo / la scia di foglie cadute, un giallo ocra / che dilava all’avorio della luna.” Ed ancora: “ecco le povere cose, gli esili resti. / nel disarmo i coltelli feriscono / da ogni lato…” (qui risalta ancora di più l’inutilità delle violenze reciproche, dei dissidi, delle guerre… di fronte ad una realtà ben più complessa, misteriosa e assolutamente ineluttabile, quale è la morte, dove beffardamente anche il disarmo dei coltelli diventa ormai vano…).
Con questa raccolta Loriana d’Ari dimostra ancora la sua piena padronanza della materia poetica, la sua profonda capacità di indagine nel mondo delle cose e dell’animo umano, la sua competenza nel tradurre in versi significativi il senso dell’esistenza, sia dal punto di vista filosofico, storico, e sia da quello più prettamente umano, immediato e quotidiano.

Proponiamo ora alcuni brani tratti dal libro:


antigone, testamento

 

io donna nel mio ventre sottile

spezzerò questa catena micidiale

perché antigone è il mio nome

nata al posto di un altro.

fratello, levigherò questa crosta di

sangue e fango fino a restituirti un volto

e soffierò nei tuoi polmoni tanta vita

per quanta sciagurata colpa

è sopravvivere ai morti, portarli

come d’inverno nelle vene un canto

di passeri sepolti nella neve

 

 ***

 

kāngdé

 

c’è voluta intera la vita a divenire un uomo

appreso il peso del corpo perdere i fili uno

a uno. del fantoccio ammucchiato all’angolo

rimane il sorriso sghembo, lo slargo dell’occhio

scucito dalla luce. quanto tutto è reale

ora, che anche l’aria potresti toccarla

e nulla più a lungo trattenere.

la frana dei sensi cede calore alla terra

ne drena la linfa, non rimargina

 

(kāngdé: Aisin Gioro Pu Yi, imperatore fantoccio)

 

 ***

 

le altalene

*

ognuno ritorna a sera, novembre d’umida carezza

nei rintocchi all’ora di cena.

rincasano gli ultimi, mentre curo la posa dei passi lungo

la scia di foglie cadute, un giallo ocra

che dilava all’avorio della luna.

proprio qui, solo ieri, correvano i bambini.

delle altalene gemelle l’una sembra immobile da sempre

l’altra oscilla, come un pendolo, addolcisce

solo il cigolio, e continua

dondolando

                 (senza suono)

 


***

 

mare io t’abbracciavo in un lampo

forse troppo azzurro quando

mi voltai e c’era lei al mio fianco.

un sobbalzo, non tanto

la morte quanto lo spavento che potesse

d’un tratto gli occhi fissi a un orizzonte

verticale che potesse finalmente

parlare da quest’altra dimensione che

sta qui, accanto. che se allungo la mano

anche l’ultima parete di cartone possa

crollare. basterebbe una parola

soltanto, quella che tace.

laggiù in fondo, se guardi bene

c’è un’aura di luce attorno a un lampione

spento

 

 ***

 

dei vivi e dei morti

*

ecco le povere cose, gli esili resti.

nel disarmo i coltelli feriscono

da ogni lato.

qui la colpa è uno scavo di rotule

nel fango, la spola

dei vivi tra gli opposti schieramenti.

quanto ai morti, indugiano

anche loro, da quando è slittata

la soglia non sanno più

dove cadere

 

 ***

 

poesia di chi resta

*

sorelle, cosa resta nella notte

che vi perde?

qui dove noi si raccoglie disordine a voi

disappartiene

il non ritorno e la conta dei resti

sulla massicciata.

non più vostri l’urto né il volo

le rotaie in fuga prospettica di schizzi

e primule.

dove non siete non si ode che il nulla

sferragliare

tace il fischio che strina l’orecchio

caduto sulla linea gialla

 

(Giulia e Alessia P., travolte da un treno alla stazione di Riccione)

 

 ***

 

non lascia segni ciò che scorre senz’attrito

in questo solco

inapparente: l’elemento isolante

del raccordo, la colla del buio che ci tiene.

ciò che funziona si nasconde troppo bene

sostanza che assimila a sostanza.

non frugheresti il sangue non volendo

arrestarne la corsa. ma se premi la crosta

del pane puoi sentire

la danza crepitante delle spighe.

così suoniamo la forma

perduta a divenire

quel che siamo

  

Brani tratti dal libro Dei vivi e dei morti, di Loriana d'Ari, Arcipelago itaca Edizioni, 2026

Opera vincitrice XXIV edizione Premio InediTO - Colline di Torino

Loriana d’Ari vive a Genova, dove lavora come psicoterapeuta. Ha pubblicato su diverse riviste e blog letterari e ricevuto riconoscimenti in occasione di vari premi, tra cui “Bologna in Lettere”, “Poesia di Strada” e “Lorenzo Montano”. La sua raccolta d’esordio, silenzio soglia d’acqua, è risultata vincitrice della VI e-dizione del premio “Arcipelago itaca” (raccolta inedita, opera prima) e pubblicata nel maggio del 2021 per Arcipelago itaca Edizioni.

Dei vivi e dei morti è vincitrice della XXIV edizione del Premio InediTO - Colline di Torino.

domenica 10 maggio 2026

Il "Mélange" poetico di Ugo Mauthe

L’eleganza di stile e di forma poetica a volte può ritrovarsi, inaspettatamente, anche in strutture modulari e ripetitive, in schematizzazioni che apparentemente possono sembrare monotone e quindi debolmente “appetibili”. Ci vuole coraggio, ma soprattutto maestria, genialità e un intuito finissimo, per creare e scrivere di poesia adottando un criterio originale e davvero accattivante, ritornerei a dire “appetibile” dal pubblico dei lettori non solo amanti della poesia, che seguono sempre interessati la sua evoluzione, ma anche dei lettori, diciamo così, generici, che da questa forma verranno senz’altro attratti.

E parliamo, come dice lo stesso autore, di “melange”, ovvero di mescolanza, volendo usare il termine francese per meglio rendere l’idea, anzi per renderla proprio più morbida, elegante e armoniosa, da intendersi poi anche a livello internazionale. Melange è il titolo dunque di questa interessante e originale raccolta di Ugo Mauthe, esperto di comunicazioni, il quale non a caso ha voluto utilizzare questo modello, che qui appresso specifichiamo, con il testo poetico introduttivo:

 

un mélange in XXXVI quadri

composti di giochi di sillabe

[creature laboratoriali che l’autore

chiama egg-word]

 

haiku

[di-versi, secondo l’autore, perché

anche di pace di guerra d’altro]

 

monostici

[nell’officina dell’autore linee]

 

poesie sullo scrivere poesia

[che l’autore chiama spaventate

minuscole]


Dunque si tratta di trentasei quadri, ciascuno dei quali conserva la medesima struttura espositiva: una prima parte composta da una sorta di haiku, un intermezzo di un solo verso (monostico) e una terza parte conclusiva o meglio riepilogativa del concetto celato nell’intera costruzione.
È una novità senz’altro, e il complesso, a dire la verità, non stanca il lettore per la ripetizione della stessa formula, anzi viene invogliato a proseguire e addirittura a rileggere i testi, riscoprendo in essi una straordinaria assonanza non solo lessicale ma anche e soprattutto concettuale, direi persino filosofica. Resta infatti costante la forma, lo stile, ma i temi trattati sono davvero tanti, e ciascuno dei “quadri” è in effetti un tassello di un vasto mosaico dove il pensiero, le considerazioni dell’autore, le sue argute dichiarazioni poetiche, costituiscono la complessità del mondo così da lui avvertito e vissuto, in un caleidoscopio di sensazioni e di osservazioni.
Questa raccolta poetica di Ugo Mauthe offre senz’altro un contributo molto importante all’evoluzione della materia poetica attuale, in un contesto di generale monotonia formale, se pur con contenuti validi qualitativamente, laddove a volte diventa opportuno e gradevole cercare nuove modalità espressive e creare nuove originali strutture, come in Melange, al fine di rendere più ampia, variegata e interessante questa nostra cara attività poetica.

Qui di seguito alcuni brani tratti dal libro.


se al presente

levi il pre

è un’assenza

che si sente

*

il tempo partito da un punto e non ancora arrivato

*

sbottano tappi,

gira l’angolo cieco

la mezzanotte

 

è un classico finisce la giornata

inizia la poesia – non c’è verso

di smettere questo vizio perverso


--------------------


il buio freddo

colma la notte intera –

luce interiore

*

noi ombre in attesa del loro zenit

*

se della sera

si spegne la esse

non è l’alba

d’una nuova era

 

 

dal nulla rosari di sillabe

senza punti né maiuscole

solo spaventate minuscole

perché il fine è ignoto

e dimenticato è l’inizio


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odio invernale

primavera assalita

fiori soldato.

*

qui il verde è curato da salme sepolte

*

in resistere

senza erre

c’è l’esistere

senza guerre

 

 

l’oggi t’ispira un parolare quasi libero

automatico suona troppo automatico

tasti usurati non inceppano il flusso

t’han donato uno spazio di puro lusso


------------------


è questa notte

la scoperta di tutto

è luna piena

*

ah se bastasse sognare di sognare

*

idea

senza i

all’intelletto

è dea

 

 

non ho un maestro ma mille

ogni loro parola mi è maestra

e nella loro maestria mi perdo

come bimbo nel bosco solo

fra parole che mi sembrano mie

mi ritrovo per un a imo breve

quanto il loro segno e suono

come una fata morgana illusivo

 

Ugo Mauthe, Mélange, Puntoacapo Editrice, 2026; prefazione di Antonella Sica, postfazione di David La Mantia.

Ugo Mauthe (Palermo, 1953) ha un lungo passato professionale in pubblicità, come copywriter, direttore creativo e docente di comunicazione. Alla scrittura pubblicitaria ha sempre affiancato quella d’espressione. Nel 2026 ha pubblicato il volume di poesie Mélange (Puntoacapo Editrice). Due anni prima, presso lo stesso editore era uscita la silloge L'equilibrio del niente, finalista al Premio Prato Poesia e premiata anche in altre manifestazioni. Nel 2023 sono apparse le poesie di Involontario narciso (Il Convivio Editore) a loro volta pluripremiate. Nel 2020, con Ensemble, i racconti di Vento Lupo e altre nove improbabili storie, Premio Officina Ensemble. Sempre con Ensemble, nel 2019, la raccolta di poesie Il silenzio non tace, Premio Conrieri, Premio Il Meleto di Guido Gozzano, Premio Astrolabio, Premio Giovanni Pascoli - L’Ora di Barga e finalista o segnalata in altri concorsi. Pubblicazioni precedenti sono state la silloge poetica Minuziosa sopravvivenza (Il Convivio Editore, 2018) e il romanzo Qunellis (Giovane Holden Edizioni, 2018), una favola nera post apocalittica e post umana.  Ama scrivere per i più piccoli: nel 2017 ha vinto Racconti nella Rete con un racconto per bambini che ha come protagonista Sem, un semaforo magico che aiuta bambini e animaletti. Sem ritorna in Sem strapazza i bullazzi, Sem e la grande nevicata e Sem fa cucù (Tomolo-Edigiò Edizioni, 2020-2023-2026), illustrati dall’art director Elena Spada. Suoi racconti, fiabe, haiku e poesie sono stati finalisti o premiati in numerosi concorsi letterari e diversi suoi testi sono presenti in antologie, lit-blog e web magazine, alcuni sono stati tradotti in russo e spagnolo. Si considera un privilegiato perché ogni giorno realizza il suo sogno: vivere scrivendo.

www.ugomautheparolescritte.it  |  https://www.wikipoesia.it/wiki/Ugo_Mauthe

domenica 29 marzo 2026

"L'orizzonte che ci spetta", di Marco Bellini

Afferma puntualmente Claudio Damiani nella sua ben dettagliata prefazione a questa sostanziosa e interessante nuova raccolta poetica di Marco Bellini: “Ognuno sta in sue misure, in un suo tempo, tutti abbiamo un orizzonte che ci spetta. Al di là dell’orizzonte non vediamo, secondo l’autore, ma sentiamo. Gli orizzonti comunicano tra di loro, dialogano. La poesia è forse, ci dice Marco, questo dialogo.
Direi che tale annotazione critica sia del tutto aderente al progetto poetico di Marco Bellini che si evidenzia in L’orizzonte che ci spetta, laddove il nostro autore individua, lungo tutto il percorso della raccolta, un limite, un orizzonte, entro il quale ognuno sogna, anela e vive.
La sensazione della limitazione, sia spaziale che temporale, che l’uomo avverte, che ha sempre avvertito, e che ha alimentato idee filosofiche e anche scientifiche fin da quando è stato in grado di congetturare e teorizzare sul senso della vita, può essere causa di angoscia, di disagio psicologico, di chiusura di fronte all’ineluttabilità della fine (la morte che indiscutibilmente attende tutti ai confini dell’esistenza), e può ingenerare in molti rassegnazione e rinuncia nel tentare comunque di costruire e realizzare progetti futuri per contrastare in qualche modo la certezza della fine.
Uno di questi modi è senz’altro la poesia, e Marco Bellini affronta benissimo, in questo libro, l’argomento del “confine”, dell’”orizzonte”, cercando, e riuscendoci, di stabilire un legame intellettivo ma anche emotivo, se non addirittura fisico, con gli eventi al confine: una poesia-ponte per giustificare, ma anche per confutare, la certezza della limitazione, la certezza di essere chiusi in quella sfera che è il nostro mondo, la nostra realtà, di dimensioni finite.
Questa poesia di Marco Bellini ci aiuta a intuire che l’orizzonte che ci spetta è una consapevolezza da meditare e da interiorizzare, ma che è anche possibile superare con proiezioni emotive che vadano oltre il confine: il gioco della vita hic et nunc, il contingente, l’attualità da vivere e da condividere, forse anche il gioco dell’illusione, che, forte della parola poetica, riesce a penetrare e a superare l’invisibile e l’indicibile.
L’ineluttabilità del confine è dunque più volte sottolineata dall’autore, quando conclude alcuni brani poetici con le parole “l’orizzonte che ci spetta”, versi finali che costituiscono anche il titolo della raccolta e che riassumono pienamente il tema proposto in questo libro. Un orizzonte che, soprattutto, ci spetta, laddove è senz’altro determinato e definito il confine spazio-temporale delle nostre azioni e del nostro vivere: un confine determinato e modellato in base alle nostre singole aspettative e ai nostri movimenti nell’andare verso il domani (“…Il movimento / per cercarsi e trovare la consistenza / dentro uno spazio accogliente”…).
Sarà dunque la poesia, questa poesia di Marco Bellini, ad alimentare progetti, sogni ed illusioni, per oltrepassare il fatidico orizzonte, una volta usciti dalla campana di vetro che circoscrive ed imprigiona ogni anelito di trascendenza o perlomeno di fuga verso dimensioni altre. Una poesia forte e propositiva, che aiuta a conoscere e a conoscersi, a comprendere le limitazioni che ci angustiano, ma che nello stesso tempo ci sprona a superarle.


La cimice

 

Talvolta accade ad alcune poesie:

un consumarsi alla lettura, un’erosione

dell’inchiostro sulla pagina.

 

Allora capita che il libro

si sposti verso il ripiano alto,

voce divenuta flebile, e si muova,

inatteso, un suono inclinato in settembre

nel volo rumoroso di una cimice

fino a posarsi sul dorso blu

coprendo con una zampa

la “A” dorata del titolo sciupato.

 

 ***

 

La campana di cristallo

 

Disse che voleva l’orizzonte, lo voleva

completo, tutti i trecentosessanta gradi,

che avrebbe saputo guardare,

disse, senza vedere la campana

di cristallo in cui stava, la campana

che se la muovi vola la neve

sulle illusioni deposte, le illusioni

vera misura dell’orizzonte che ci spetta.

 

 ***


Il corridore

 

Corre, così sta nel mondo

e sulla terra che batte e insiste

con le scarpe per le risposte,

i suoni di ritorno. Le scarpe,

labbra leggere con cui premere,

dire parole, succhiare il latte

della strada. Il movimento

per cercarsi e trovare la consistenza

dentro uno spazio accogliente.

 

Corre perché esiste spostando l’aria

e la fatica è una preghiera lenta.

Dall’alto le impronte sullo sterrato

come un diario segreto o una poesia

per riconoscere

l’orizzonte che gli spetta.

 

 ***


Quando là

 

Quando là avrai messo i piedi, svanendo

sarai distante da quel troppo sapere

di quando la morte ti appare così viva

seduta al tavolo, alla tua destra,

mentre mangi.

 

Ma solo

quando là avrai messo i piedi

non adesso che ancora sei chiamato:

le abitudini sono un dominio

e il rituale esige il giusto compimento

dell’orizzonte che ti spetta.

 

 ***

 

Silhouette

 

Quel viaggio prenotato nella finzione

di un tempo che non sarà

con un volo che non potrai prendere

per un mare che non ti bagnerà,

ecco, quel viaggio

è come la silhouette nera dei falchi

appiccicati alle barriere trasparenti

lungo le autostrade:

 

per non andare a sbattere

ci si regala la silhouette

di un tempo che non c’è.


Marco Bellini, L’orizzonte che ci spetta, Ediz. Lietocolle, 2025; prefazione di Claudio Damiani

Marco Bellini vive in Brianza. Ha pubblicato diversi libri di poesia. Nel 2013 è risultato vincitore con inedito nelle selezioni italiane per l’European Poetry Tournament, ed è tradotto in diverse lingue europee.

Organizza e promuove rassegne ed eventi di poesia.

In collaborazione con Paola Loreto, ha curato l’antologia poetica Muri a secco (RPlibri, 2019) e attualmente cura la serie di antologie Intrecci (Puntoacapo Editrice).

Alda Merini vista da Ninnj Di Stefano Busà