sabato 2 luglio 2011

Guido Cupani: con uno spicciolo di Dio nelle tasche

La poesia è ricerca, senza alcun dubbio: è ricerca di figurazioni e accostamenti, giocando sempre con le parole, che per fortuna sono un'infinità. Sta anche qui la bravura del poeta, e cioè quella di sconvolgere il senso ordinario delle parole, creando nuovi e inaspettati significati.
E' il caso di Guido Cupani, un poeta che leggo per la prima volta ora, ma che già mi convince per la sua dimostrata capacità di possedere quel segreto creativo e magmatico, da cui si origina alta e buona poesia. Egli usa la parola all'interno del verso con disinvoltura e con intelligenza, riuscendo a edificare una poesia inusuale, allegorica e ironica.
Questa giovane e interessante voce poetica mi è stata suggerita da Alessandro Canzian, bravissimo come sempre nell'individuare i talenti poetici nascenti. Su di lui è lo stesso Canzian ad esprimersi in questi termini: "Guido Cupani rifugge il dato prettamente e/o artificiosamente lirico mantenendo un profilo prosastico, ma al contempo ha una ricerca quasi maniacale di un ritmo e di una poeticità intrinseca che sfiora vette toniche di poesia a mio avviso altissime; è come se stesse sempre border line, sulla linea di confine tra poesia e prosa ma con gli occhi rivolti alla poesia e le spalle alla prosa."
E' un invito ai lettori e agli amici poeti ad esprimere altri interessanti commenti.
Ecco qui di seguito un saggio della sua poesia.



La ragazza che chiede Dio

La ragazza che chiede Dio
all’angolo fra via H e piazza Z
con una breve vita addosso già lisa sui gomiti
in ginocchio si è aggrappata alla mia giacca
e ha snocciolato gli occhi
nella conca dei miei palmi e mi ha chiesto Dio.
E io che avevo nelle tasche
solo uno spicciolo di Dio per fare colazione
– una veloce preghiera in tazza
pater ave gloria proteggi il nonno
fa’ che non piova –
nel viavai di passanti dai volti lisci
come uova ho sollevato le braccia
e ho detto alla ragazza, non ho niente,
abbi pazienza, forse domani. Non è certo colpa mia.
Dio manca un po' per tutti
ormai da un pezzo. Che cosa posso farci.
Per fortuna la ragazza
ha capito e si è staccata da me cadendo
come una buccia secca.
Confesso, ho provato tenerezza.
Ho avuto la bontà di non guardarla.

Esodo, 19, 26ss

26.     Dimenticherai il Signore, tuo Dio. Anche allora, egli si ricorderà di te.
27.     Pregherai contemplando il mondo. Con tutti i nonostante, è cosa molto buona.
28.     Darai i nomi alle cose. Strada, mattino, musica, fratello. Non altro avrai di loro, che questo tutto, anche se poco.
29.     Imiterai il pioppo e la colomba. Nascerai, crescerai, figlierai e morirai.
30.     Non ucciderai un fanciullo in te, solo per dare alla luce un vecchio.
31.     Amerai. E non è un comandamento.
32.     Ruberai tempo al tuo prossimo, e te ne lascerai derubare.
33.     Anelerai la verità, come un cieco la luce al mezzogiorno.
34.     Desidererai d’essere un altro, e rimarrai te stesso.
35.     Lascerai che il senso sfugga, come ama fare. Come sabbia fra le dita.



In lode della mia ombra

Io, ma più semplice.

Una testa, ma vuota,
che non pesa sul collo.
Allungata comodamente
sulle pieghe degli oggetti.
Basta il contorno a dirla tutta.
Molto adatta al mondo,
completa
come una mela tonda.
Appare e si nasconde
senza chiedere,
sempre al momento giusto.
Non vuole sapere nulla, ed è accontentata.
Non sa la luce e le leggi dell’ottica.
Non sa neanche di me.
Neppure immagina che fra i due

sono io la brutta copia.

Mattutino grammaticale

Ha sciabattato il sostantivo sonno
fino alla doccia, dove ha gustato un poco
un poco l’aggettivo calda.
Pian piano ha riacquistato
caso genere e numero,
la prima persona del colletto,
la desinenza singolare degli occhiali.
Sull’orologio ha letto come sempre
la locuzione in ritardo. Appena
il tempo di bere transitivamente
un caffè, precipitarsi
moto a luogo in strada, acchiappare
l’ultimo autobus complemento oggetto
per un pelo complemento di maniera.
Solo mezz’ora fa
il suo unico predicato era dormire.
Ora è in fondo alla fila di genitivi
di un ufficio di un corridoio
di un terzo piano. Ha una giornata intera
da coniugare secondo le regole
sperando che abbia un senso, congiuntivo,
come vorrebbe, condizionalmente.
Gli è dato, non infinito,
un presente: può provarci
– ma sempre dentro i limiti avverbiali

del forse, del magari, del chissà.


I giorni

Dovrai scegliere ogni giorno un nuovo giorno da indossare.
Macchierai i primi d'erba e di ciliegie. Imparerai col tempo
che molti giorni sono uguali l'uno all'altro
come completi in saldo. Li distinguerai soltanto
per una cucitura imperfetta, un certo risvolto dei polsini,
un segno cancellato di stiratura. Ti staranno larghi o stretti.
Cercherai di cambiarli. Lotterai con pomeriggi troppo lunghi
o troppo chiusi sui fianchi, con ore scompagnate,
con notti che non calzano a dovere.
Alcuni arriveranno a sera quasi intonsi. Li dimenticherai.
Spesso ti vergognerai dei tuoi giorni.
Invidierai i giorni degli altri. Vorrai essere nudo.
Ma in solitudine vestirai giorni di grazia.
Ti accontenterai dei tuoi giorni e chiederai in segreto
che il sarto aggiunga qualche capo al guardaroba.
Porterai gli ultimi giorni con serena assenza
come se fossi tu a vestire loro e non viceversa.
Se sarai fortunato accetterai di non capire
se questa universale sfilata ha un senso,
e quale, e per chi.


La troppa sincerità

Perché della poesia io mi vergogno.
Perché se ti racconto
del condominio di periferia
nella sera che sottolinea ogni cosa,
della pianta che a stento cerca vita
in un vaso di cemento
fra due muri dove il sole non arriva,
lo faccio in modo vago e schivo
come se non volessi essere colto
sul fatto mentre invano mi commuovo
per il molto che alberga in ogni poco
e che proprio non so dire, non importa
quanto tormenti la carta,
                                                ed ecco
perché svio lo sguardo, perché tento
di cambiare argomento.

Guido Cupani è nato a Pordenone il 29 giugno 1981. Ha conseguito il dottorato in fisica e attualmente è titolare di un assegno di ricerca presso l’Osservatorio Astronomico di Trieste. Unisce da sempre l’interesse per la scienza con una passione istintiva per la letteratura e per la poesia in particolare. Le felicità, la sua opera poetica d'esordio (Samuele Editore 2011, collana Scilla), è un dichiarato tentativo di mescolare queste due differenti influenze per suggerire un’immagine della realtà armonica e inattesa. Tra gli autori a lui di maggior ispirazione Rainer Maria Rilke, Jorge Luis Borges, Derek Walcott e Wisława Szymborska. Ama le coincidenze, la grammatica, i quasar, il pomeriggio, le battute di spirito (non tutte), la birra, gli insetti di cui non conosce il nome. Si dichiara felice di abitare un pianeta che ha donato all'universo la musica di Bach, l'identità di Eulero e la Commedia di Dante.
Scrive con la mano sinistra.

25 commenti:

  1. Una poesia molto concettuale che chiede al lettore di immdesimarsi negli interrogativi e nelle rappresentazioni meditative del poeta. C'è qualche cosa che andrebbe sintetizzato e prosciugato, ma l'impatto col lettore, come si dice, c'è. Auguri all'autore e saluti da Stelvio Di Spigno.

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  2. L'intervento di Di Spigno è come sempre molto intelligente e arguto, pur nella sua brevità (o almeno così a me pare senza alcuna volontà di lode). E come tutte le cose intelligenti si può non essere d'accordo per differente prospettiva. Ho il piacere, e l'onore, di organizzare con Guido Cupani e con un altro ottimo poeta, molto giovane, Federico Rossignoli, nel pordenonese delle cene che noi chiamiamo "cene poetiche" (ogni tanto ne parlano anche i quotidiani locali, ne danno l'avviso insomma) nelle quali ci leggiamo e confrontiamo (molto spesso in presenza anche di mio figlio, appunto Samuele da cui la Samuele Editore). La necessità di sintetizzare alcune cose in Guido è già emersa come punto di discussione. La mia posizione l'ho detta e la ribadisco qui (può essere opinabile, per questo ho subito premesso che trovo il commento di cui sopra giustamente arguto). Questa delicatezza "bianca" di Guido, il suo stare in equilibrio tra prosa e poesia facendo di fatto prosa poetica in versi e lasciando la poesia alla sostanza della comunicazione, a mio avviso necessità di una certa prolissità. Che poi non è prolissità ma "espansione", "discorso". Penso a due estremi "scolastici" quali Pavese e il primo Ungaretti. Cupani nella forma sta nel mezzo. Per cui forse alcune parti "estese" diventano necessarie appunto alla forma, che ricordo oggigiorno è il vero punto di forza di un poeta. Essere cioè nuovo, non sperimentale, non troppo aggressivo nelle sue scelte, convincente. Come, a mio avviso, Guido. - Alessandro Canzian

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  3. Leggo tra le righe i numerosi Maestri di cui il poeta si è nutrito. La parola poetica tuttavia rimane pulita, fresca, immediata, scevra di qualsiasi appesantimento intertestuale. E' questo il senso della ben nota "innutrizione". Via per la quale Guido Capani si avventura agevolmente. Cari saluti. Pierino Gallo

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  4. Ho sentito leggere Cupani al Festival di Poesia di Pordenone la scorsa settimana. E ha letto "Mattutino grammaticale". Cescon, che lo ha introdotto ha parlato del suo mestiere, quello vero. Io mi posso permettere di emanciparmi dalle categorie del bello e del brutto. Non c'è poi bisogno di scomodare gli aggettivi per capire che Cupani crea le sue poesie a partire da schemi matematici e gabbie logiche. Che la sua maniera di procedere sulla carta sembra la risoluzione di un algoritmo. In Mattutino ci vuole dimostrare la logicità della grammatica. Il problema forse sta in questo ingenuo vizio, cioè nel dimostrare. C.V.D. COME VOLEVASI DIMOSTRARE. Il poeta solitamente si muove su una direttrice totalmente contraria alle dimostrazioni, sfugge l'oggettività, cerca immagini nuove, iperboliche. E arriva comunque a creare un immagine oggettiva, ciò leggibile a tutti. Come a dire che il poeta predilige ciò che non ha, per lui l'assenza è un vuoto da investigare. Cupani invece è attaccato al metodo scientifico, agli elementi. Si vede molto imbarazzo in queste poesie, l'imbarazzo di chi non sapendo nuotare, rimane sempre con una mano sul bordo della piscina.

    Sebastiano Adernò

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  5. Sull'anonimo che ha fatto il commento senza dare spiegazione non dico nulla, se non che ogni posizione, di condivisione o meno, va dimostrata, in maniera condivisibile o meno. Altrimenti non si sta dicendo nulla. Adernò, ho sentito il suo nome alla Festa di Poesia e mi fa piacere ritrovarla qui. Rispetto il suo intervento in quanto strutturato e motivato, ma non mi otrva d'accordo. Che Guido lavori all'interno di schemi matematici e gabbie logiche non è del tutto esatto, a mio avviso, ma sono certo sarà necessario avere il libro in mano prima di poter estesamente discutere di questo argomento. Che d'altro canto ci sia un'evoluzione del "Tao della fisica" o dell'ultimo "Vite pulviscolari" cucchiano direi anzi quasi un'evoluzione. In ambito friulano ricordo che Marangoni è stato un forte promotore della "logica della poesia". Che il poeta in genere poi si muova "in questa" o "in quella direzione" direi che si entra in un campo tutto opinabile. I poeti hanno sempre fatto tutto e il contrario di tutto e sono gli esiti ultimi a dirne le ragioni o meno. Certo dopo gli sperimentalismi, i gruppi negli hotel, i secondi e terzi metodi mitici, le prose in versi, le riprese della forma, le pluralità o le commistioni arabeggianti direi che appunto la tangenza "scienza"/"poesia" è da guardare con interesse. La poesia esprime il mondo, lo dice, sia il mondo il tutto o l'uno. E se riconosciamo che culturalmente e socialmente siamo in un momento in cui la scienza non risponde alle esigenze e le varie "new age" sono ormai cadute in disuso bè direi allora che se lo scienziato parla in poesia o il poeta parla con termini poetici (l'orizzonte degli eventi) sicuramente siamo a un punto fermo del "dire il mondo". Il che rischia veramente d'essere poesia. Ripeto apprezzo la posizione di Adernò, ma non la condivido. Anzi guardo con molto interesse a Guido come in fondo le varie figure che questo libro l'hanno per ora letto in anteprima.

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  6. P.S. l'ultimo anonimo dal commento lunghissimo: Alessandro Canzian, dimentico del nome

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  7. Mi unisco per dire la mia. Concordo abbastanza con Sebastiano quando dice "Il poeta solitamente si muove su una direttrice totalmente contraria alle dimostrazioni". Il poeta non cerca dimostrazioni. Nel senso che può muoversi su quella direttrice, ma con allusioni, stimoli, segreti da svelare, deve suggerire idee, non dimostrarle, o almeno non del tutto. A pena del deprecabile, per quanto oggi imperante, atteggiamento di colui che detiene la Verità e deve donarla al mondo. Di sicuro privilegia un metodo induttivo, piuttosto che quello deduttivo della scienza. E non deve fare il lavoro del lettore, dicendogli tutto. Deve lasciargli il gusto della scoperta.
    La cosa che più salta all'occhio nelle poesie di Cupani è che non dice nulla di interessante. Neppure crea atmosfere, che a volte può essere una soluzione. Nulla di nuovo. Ecco tutto. Badate, giudico la poesia, non il poeta come essere umano, nè tantomeno le sue sensazioni. Ma se siamo rimasti al palo con la poesia italiana, diciamocelo francamente, è perchè non si produce quasi più nulla di nuovo e di interessante.
    Sono stato ad entrambe le serate della festa di poesia e devo dire che mi sono annoiato parecchio. Poesia civile da salottini, temi analoghi per tanti, scavi intimistici da libro cuore. No, basta. Di questo ne è già piena la televisione. Se devo andare a sentire i poeti che dicono le stesse cose della televisione, allora me ne sto a casa, con la televisione spenta e mi leggo qualcosa di davvero buono.
    Simone Zanin

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  8. Si, forse Zanin ha ragione. Cupani è stato eletto a capro sulla cui soma caricare la delusione per la serata a cui anche io ho partecipato. Se io prendo l'auto, mi sobbarco del costo del trasporto carico di buoni entusiasmi e aspettative, e mi trovo a sentire leggere gente oltremodo "scazzata" (il portiere di riserva...), gente che si compiace dei suoi giochini grammaticali, persone che non si è capito bene il motivo leggono tutte poesie sulle stragi nelle stazioni, Bologna per due volte, Viareggio. A sto punto io mi chiedo: ma se uno intende fare poesia civile, non sarebbe il caso di trattare i drammi odierni? o forse si vuol far passare un'azione di revisionismo storico sotto l'etichetta di poesia civile, engagè? Non mi pare che Bologna e la sua stazione siano il nodo irrisolto della nostra Nazione..forse i 30 anni trascorsi permettono di parlarne senza troppi impicci..roba da codardi..forgiarsi di essere impegnati, senza prendere posizioni impegnative...Tornando a Cupani, posso dire che non è solo suo (del poeta) il problema di dare dimostrazioni. Perchè anche lei, Canzian, per difenderlo ha tirato su un bel polverone, e come un abile prestigiatore non ha detto nulla che riportasse ai suoi versi. Io non contesto quel tipo di poesia, io dicevo che Cupani non è bravo, è timido, impacciato. Sta al pianterreno perchè nè conosce nè domina gli strumenti della parola. E lei Canzian, nella sua risposta ha voluto darci dimostrazione che ha attraversato in tempi da Bignami le avanguardie, e che alcuni..."alcuni"...sicuramente più autorevoli di me...le hanno assicurato che è bravo...se è bravo che lo dimostri fuori dal Pordenone e dal Friuli.

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  9. Ero presente anche io alla serata di poesia a Pordenone e, se posso dare la mia opinione di semplice ascoltatrice e lettrice (solo lettrice, non autrice a mia volta), ho trovato la poesia del Cupani molto commovente. Per riprendere il giudizio di Gallo, la poesia è fresca, pulita e immediata. Tocca temi quotidiani, con lo sguardo rivolto a quelle cose e quei gesti "umili" e piccoli (come gli insetti, o la preparazione della cena ) o perché no? il portiere di riserva. Personalmente apprezzo di più questo tipo di poesia, più immediata e più diretta e ben ancorata alla pesantezza della terra (per usare una dicotomia kunderiana).
    Il giudizio sulla qualità della poesia del Cupani che avete espresso tiene conto anche della vostra propria concezione della poesia che, personalmente, trovo agli antipodi rispetto a quella del giovane autore pordenonese (n.b. ho letto da alcuni blog le poesie di Adernò e Zanin) e che, ritengo, nel vostro giudizio avete completamente ignorato.
    Auguro successo a tutti gli autori; i gusto dei lettori, si sa, sono eterogenei e sono sicura che ogni autore troverà il suo pubblico.
    EL

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  10. "Perchè anche lei, Canzian, per difenderlo ha tirato su un bel polverone, e come un abile prestigiatore non ha detto nulla che riportasse ai suoi versi"

    Adernò qui non la capisco. Il momento in cui critica lo stare a "bordo piscina" di Cupani non l'ho evidentemente toccato nella mia argomentazione (lo ha anzi toccato l'autore stesso in una mail privata nella quale in effetti si trova d'accordo con lei, pur ribaltando il giudizio del bordo piscina da negativo a positivo in quanto "è così bello stare in questo bordo"...ma queste poi sono e saranno scelte dell'autore insomma).
    Ho invece risposto alla parte

    "Il problema forse sta in questo ingenuo vizio, cioè nel dimostrare. C.V.D. COME VOLEVASI DIMOSTRARE. Il poeta solitamente si muove su una direttrice totalmente contraria alle dimostrazioni, sfugge l'oggettività, cerca immagini nuove, iperboliche"

    la quale mi pareva un pò più fertile di discussione essendo un discorso sulla "poesia" piuttosto che sul "poeta". Forse mi sarò espresso male, non importa. Avevo più intenzione di aprire domande che chiudere risposte. Sui riscontri del libro...eh eh eh... questo è compito mio a breve.

    Certo ho imparato (e considero cosa da imparare) la questione dei "riscontri" già avuti. Condivido in parte le perplessità sulla strage di Bologna ma non posso non sottolineare che il libro in questione è iper tradotto ed è giunto alla terza (terza?) edizione. Che i discorsi sul terremoto vengono da un libro Transeuropa semifinalista quest'anno al Viareggio. Non che siano delle definizioni di "assoluta qualità", ma credo siano elementi da prendere in considerazione prima di dare un giudizio positivo o negativo che sia.

    Diciamo, per essere più umili e onesti. Poi ovviamente tutto è opinabile.

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  11. Cavolo, sopra, anonimo, sempre Canzian, sempre dimentico del nome.

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  12. @EL: non ho parlato da poeta bensì da critico. Il mio gusto è fuori. Tanto più la mia poesia. Certo prediligo alcune cose rispetto ad altre, ma se devo dare un'opinione mi esprimo a prescindere dal mio personale gusto e mi confronto con il mio metro di giudizio artistico (opinabile anch'esso, ma svincolato dal gusto). In concreto è quello che ho espresso prima: novità, rivelazione, conoscenza, emozione non fine a sè stessa, sostanza, sperimentazione, ecc... In sostanza (e parlo in generale, non riferito a Cupani): il primo uomo che paragonò la donna ad una rosa fu un genio, il secondo un cretino. e molto altro ancora.
    @Ale: mi spiace, ma i "riscontri" del mercato e dei premi letterari lasciano il tempo che trovano. Hanno senso solo per l'editore, non più di tanto per l'autore. Sai bene che in metà delle giurie dei concorsi italici ci sono Cucchi e Riccardi (alias Mondadori, del nostro criticatissimo premier). Leggiti le note biografiche dei finalisti Cetona: metà scrivono su Nuovi Argomenti e l'altra metà sono nell'Almanacco dello Specchio. Coincidenze? Forse. Di sicuro Nuovi Argomenti non è più quello di Pasolini e Moravia. E neppure lo Specchio è più quello di una volta. Ora che Villalta presenti il suo ultimo lavoro edito nella collana dello Specchio come un ambito punto d'arrivo, quando fino a trent'anni fa è stato il punto di partenza di tanti grandi mi fa un po' sorridere. Non per il valore delle poesie di Villalta, delle quali non voglio qui discutere, ma come "specchio" del sistema editorial-poetico italiano che stupra gli autori. Ma vogliamo parlarne della veste editoriale che il più grande editore europeo (Mondadori appunto) ha riservato ai quattro giovin poeti (ponso, pellegatta, ecc...)? Vergognoso! Neppure se me le stampavo in casa io le copie le facevo così brutte: 32 pagine, cartaccia, punto metallico, copertina patinata da poco. E con lo sponsor della Montblanc. Ma quanto sono costate? venti centesimi a copia? ma mi facciano il piacere.
    Il libro di Matteo è un buon libro, non lo nego e gliel'ho detto (ce l'ho e me lo leggo). Gli muovo solo la critica che è da 4 anni che lo sento leggere le stesse cose e gli inediti sono sulla stessa linea tematica, tecnica e metrica. Questo non cambia l'opinione che ho di lui come persona.
    Dico solo e constato che di questo passo la poesia italiana è destinata a morire. E quasi quasi lo auspico, così può forse risorgere più libera e forte.
    Simone Zanin

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  13. Sono molto contento di aver suscitato un "vespaio" poetico pubblicando la selezione di Cupani. Da tanto tempo non assistevo a simili veementi scambi di opinioni. Evidentemente la materia poetica interessa ancora, nel bene e nel male. Non intervengo a difesa di nessuno né a favore di nessuno, per rispettare, come è giusto in questo spazio, il punto di vista di ciascuno. Ma, ripeto, mi fa enorme piacere che questo mio blog sia servito, e che serva ancora, ad affermare e/o a negare alcune cose sulle poetiche proposte, sempre, beninteso, con la dovuta educazione e libertà di giudizio.
    Posso aggiungere, a mio modestissimo parere, che una poetica (e dico poetica per intendere non una singola poesia di un autore, ma tutto o gran parte del suo lavoro nel tempo) può piacere o non piacere, è comunque il lettore, o come suol dirsi, "fruitore", che deve impegnarsi a cogliere le sfumature, i rimandi, i contenuti più o meno espliciti, le allegorie, le metafore, ecc., in un contesto poetico più o meno ampio. Una poesia "seria", al di là di ogni schema o appartenenza (classica, simbolista, new age, ermetica, eccetera eccetera...) è una poesia lavorata e sofferta, sulla quale l'autore ha continuamente operato in profondità sulla scelta dei termini giusti, magari stravolgendo tutto alla fine, per ricreare qualcosa di nuovo e di sincero.
    Ma mi rendo conto che il discorso a questo punto si fa troppo lungo, e quindi mi fermo qui.
    Ribadisco il benvenuto a tutte le buone critiche, sia positive che negative, che contribuiscono a tenere vivo il discorso della poesia. Poesia che, in Italia, nonostante tutto, c'è ed ha anche rosei orizzonti. E questo indipendentemente dai concorsi letterari...
    Un caro saluto a tutti.
    Giuseppe Vetromile

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  14. [LE RISPONDO COSI', IO SON POETA, NON CRITICO]


    Società di combustione

    Morte. Primitivo e perenne ornamento.
    Giustificato ritorno al corpo.

    La matassa
    si libera dal grossolano.

    Nelle cisterne l'acqua ribolle
    sale la febbre
    di un nuovo colpo.

    Surriscaldamento.

    L'aria s'infrange,
    il viaggio è travaglio,
    solchi da percorrere
    tenendoci ad un corrimano.

    Ci sono luoghi di scambio,
    polveriere
    tabelle di equivalenza
    depositi di tempo
    mortai
    punti critici di eccedenza
    dove nulla si crea - nulla si distrugge
    e il Caos rivendica la sua partecipazione
    nei tumori del sangue.

    Tra curve, serragli, guarnizioni
    la forgia gronda
    come la cagna gravida
    di tutti i martiri dello zolfo.

    Mentre sui giornali
    un nuovo profeta
    giura
    di saper addomesticare
    l'amplesso selvaggio dell'atomo
    nel talamo della sua mano.


    SEBASTIANO ADERNO'

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  15. Si Simone su questo mi trovi d'accordo sia come Alessandro sia come Editore. Ma anche su questo, pur forse sbagliando, mi allargherei a una generalizzazione del male. Intendo il fatto che dopo "il" libro molti autori tendono a ricalcare la stessa forma e gli stessi contenuti. Un pò come cantanti che dopo il botto copiano la propria canzone di successo. Alla Festa di Poesia ne abbiamo sentito almeno un altro che nell'edito ha convinto ma nell'inedito, proprio in virtù della troppa somiglianza, ha un pò lasciato perplessi. Per quanto riguarda premi o altro forse mi sono espresso male. Lungi da me dire che chi ha vinto il Cetonaverde o il Viareggio (nel Cetona ce ne sono almeno due nelle edizioni passate che non sopporto) sia qualcuno, il tempo ovviamente dovrà dire, dico solo che se una critica la muove un critico di sessant'anni con chiara e dichiarata (dagli altri) fama allora d'accordo può permettersi di ignorare la storia del libro. Noi, trentenni che insomma, ci tocca un poco il fardello dell'essere "sempre alle prime armi" perchè guardate che è questo che siamo anche se nessuno lo vuole ammettere, dico solo abbiamo il dovere di prendere in considerazione tutto prima di esprimerci in maniera definitiva perchè per età non abbiamo ancora quell'esperienza e competenza necessari. Giocoforza. E chi vi sta parlando adora un autore che di premi non ne ha vinti: Benzoni (come ha tempo fa ricordato sempre in questo spazio Nabil Mada). Per quanto riguarda i quaderni Mondadori, ahhh....fosse solo quello.... Insomma alcuni se lo meritavano proprio, altri no. Ho presentato Ponso per intendersi in Valpolicella ed è un ottimo libro, certo il prodotto lascia molto a desiderare e hai ragione. Ma le motivazioni possono essere molte. Da una parte ciò che dici tu Simone, dall'altra un'esigenza di abbassare i costi (altissimi) quindi i costi finali all'acquirente. Cosa forse non deprecabile anche se non ha funzionato moltissimo. Ricordo che anche Transeuropa gioca su quel formato (anche se i prezzi non li ha abbassati).

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  16. Non è coretto dire che siamo alle prime armi, secondo me, altrimenti cadiamo nella tentazione di assupinarci acriticamente al giudizio dei sedicenti critici, oltre a non prenderci le nostre responsabilità dietro tale scusa. Piuttosto diciamo che molti di noi devono avere l'umiltà di mettere in discussione sè stessi e la propria poesia. Ma questo non lo devi venir dire a me, visto che mi sembra di aver sempre dimostrato (non detto, dimostrato) di continuare ad interrogarmi sulla mia poesia e sulla mia arte nel complesso (e questo discende dall'abitudine ad interrogarmi prima di tutto su me stesso come persona). Se predi i miei libri non si può certo dire che ripropongo sempre le stesse cose. Ora, posso dirti che prediligo alcuni temi ed altri no, ma credo di poter affermare senza tema di smentita, che ricerca ne ho fatta e ne sto facendo. Sconto (come altri) il mio far poesia al di fuori del canone d'oggi (e lo dico con orgoglio) e il non sopportare di leccare il culo (non ne sono neppure capace, mi sgamerebbero subito).
    Io prendo in considerazione tutto prima di esprimermi e non lo faccio in maniera definitiva. Do una mia interpretazione di alcune cose che accadono e che sembra che nessuno se ne accorga. Ma se mai si parla, se mai si dicono le cose che a proprio parere non funzionano, allora non si va mai avanti.
    E poi basta col buonismo, l'arte è una cosa seria, va trattata con passione e sangue, non con commentucci da bel salotto borghese.
    Simone Zanin

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  17. No non era una considerazione su di te in particolare, per cortesia. Il discorso è in generale. Anche se bisogna saperlo comprendere. Io rifletto sulla generazione under 40. I nomi non mancano. Anche buoni. Ma qual è la relazione che hanno con la poesia e la società? Sopratutto cos'è la poesia oggi? Le risposte sono semplici. Oggi la poesia è una ripresa. I festival letterari non mancano. Le occasioni non mancano. Quasi tutti i paesi e quasi tutte le associazioni tipo pro loco si buttano sull'arte. La ripresa è un dato di fatto. I nomi che si propongono ci sono. Ma sono nomi autorevoli? C'è l'opera di un under 40 che regge il tempo? No. Sono tutti "in lavorazione". Sempre alle prime armi solo in quanto sono tutti ancora in fase di studio. Chi si è fermato a una forma "approvata" ma che alla lunga annoia e non dice più. Chi sta cercando altre forme. Altri moduli. Basta una letta veloce per rendersene conto. E basta guardare un pò i backstage dei vari libri per comprendere che sono sempre (o quasi) in funzione di qualche "padre" letterario ancora in vita. Perchè si è formata la "casta" e ora le nuove voci sono in funzione della casta. Ovviamente non è di tutta un'erba un fascio e il mio discorso può essere opinabile e sbagliato e non sempre è sbagliato riferirsi a un padre letterario. E non sto nemmeno parlando di te o di me o di Adernò o di Cupani o di altri. Non amo i particolarismi perchè vedo troppi comportamenti elitari che si chiudono in una falsa torre d'avorio con poca sostanza. Anche se per fortuna continuo anche ad incontrare persone che amano mettersi in discussione e lavorare sui versi. Amo i discorsi in generale, dove si possono cogliere piatti a piacere di un pranzo molto ampio. Simone insomma, tu puoi considerare te stesso come vuoi, e sta bene. Vedi, io non mi considero nemmeno poeta alla fin fine. E a quanti apprezzo e rispetto suggerisco perfino di sfuggire tale nomea. Alessandro Canzian

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  18. Non l'ho preso come un attacco personale, ho solo risposto mettendomi in in discussione in prima linea.
    Non concordo nel parlare in generale, è un po' come deresponsabilizzare tutti in nome di una pretesa colpa del sistema. Si devono giudicare i singoli poeti. Il sistema ha falle da tutte le parti, ma non è mica obbligatorio adeguarsi. Si può anche star fuori ed essere felici lo stesso. E molto del buono di oggi è in chi è fuori dal sistema, perlomeno perchè è più libero. Peccato che stando fuori dal sistema non è così facile scovarli, perchè il sistema ha i soldi, il nome, gli strumenti.
    E, perdonami, è un'altro modo di togliersi responsabilità non definirsi poeta e scrivere poesie. Il gioco o lo si gioca fino in fondo, oppure è troppo comodo tirarsene fuori. Quando dirò di non essere più poeta smetterò di scrivere poesie. Fino a quel momento è affare anche mio e mi metto in ballo con tutte le responsabilità che si richiedono.
    Quanto ai festival. Hai ragione ce ne sono tanti, troppi. Due osservazioni: primo, spesso mi sembra che sia più importante l'organizzatore rispetto al festival stesso (e perciò si invita chi fa comodo, l'amico o quello che organizza quell'altro festival, così poi lui m'invita, ecc...) e secondo, raramente vedo poeti non invitati a leggere, andare a sentire gli altri quasi la poesia fosse esclusivamente un fatto privato ed egoistico di promozione di sè stessi e non un momento d'arte dal quale trarre spunti, riflessioni, critiche.
    S.Z.

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  19. E purtroppo con questo ultimo tuo post mi trovi quasi completamente d'accordo. Per il fatto di non dirsi poeta e scrivere poesie... eheheheh....c'è un errore di definizioni in mezzo. Non tutti i testi scritti andando a capo sono poesie. Per cui si può scrivere testi andando a capo e non chiamarli poesie. Se poi accetti il fatto che certe denominazione le devono dare gli altri....ecco che il poeta è colui che gli altri chiamano poeta. Le poesie sono poesie se gli altri le chiamano poesie. Gli altri intendendo i lettori nel tempo. Per il resto non entro in merito in quanto in effetti i nostri due punti di partenza, generale e particolare, mi paiono ambedue dignitosi e forse uno non esclude l'altro. A questo punto però, se qualcuno ne ha voglia, vorrei sentire pareri di altri.

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  20. Nella mia ignoranza non conoscevo Cupani, tra l'altro siamo pure nati lo stesso anno. Trovo questa poesia molto consapevole, scorrevole il giusto, contiene la giusta timidezza che si confa' a questo stile. In alcune parti dispiaciuta un po', tipo la chiusura della prima poesia, ma sono scelte personali. La musicalità a tratti manca un po' forse, alla bocca la sento un po' dura. Però la trovo una poesia originale, anche se abbiamo modi di sentire diversi.
    Ho letto anche il dibattito e saluto Alessandro con un sorriso, condividendo molto di quanto dice.
    Saluti a tutti e scusate l'intrusione.
    Anila

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  21. [PRIMA PARTE]Salve a tutti, sono Federico Rossignoli. Pur
    scrivendo appena oggi, quando il dibattito
    s'è ormai raffreddato, vorrei dare un mio
    contributo riguardo alle poesie di Cupani.
    E lo farò prendendo le mosse da alcune
    stimolanti questioni sollevate da Zanin (il
    quale forse si ricorderà di me, un paio d'anni
    fa, al caffè letterario) a Adernò (che non
    conoscevo e del quale ho letto splendide cose
    in giro per la rete).
    Prendiamo proprio "Mattutino grammaticale", versi già
    di per se equilibrati e levigati (cosa rara, e che
    personalmente già mi basterebbe).
    Si dice che scriva a partire da gabbie logiche,
    come se risolvesse un algoritmo teso a
    dimostrare qualcosa. Credo che questa poesia,
    innanzi tutto, non dimostri nulla, se non la
    non dimostrabilità, cioè effettivo controllo,
    persino delle più ovvie azioni quotidiane,
    nonostante le si trattino con i mezzi di una
    logica inequivocabile come quella della
    grammatica. Con buona pace del "sapere è potere",
    che sembra diventare "nonostante il sapere, il
    non potere".

    L'uso di gabbie logiche può anch'esso far parte
    di un fare poetico legittimo. Senza scomodare
    l'effettiva moda che unisce scienza a poesia, mi
    viene da dire che a volte la poesia, come la
    musica, è misura, cioè muoversi all'interno di
    confini autoimposti, un muoversi che presuppone
    un lavoro da fabbri (o artigiani della parola,
    per dirla con Adernò). Un lavoro che per sua natura
    dovrebbe rendere umili e modesti, e forse è per
    questo che a mio avviso si è creato l'equivoco
    di vedere in Cupani un poeta impacciato. Dietro
    questo atteggiamento mi sembra di vedere artificio.
    nel senso di "ars".
    Pervenire a conclusioni ovvie o inaspettate sta
    al poeta. Io credo che Cupani rientri fra i poeti
    che giungono a quest'ultima categoria. Inaspettati,
    attenzione, più in "come" si dice, in luogo di
    che cosa si dice. Diciamo la verità, c'è davvero
    bisogno di dire "qualcosa di nuovo"? Non si hanno
    bisogno sempre delle solite cose? L'uomo non vibra
    forse sempre per le stesse cose? Quale valore
    avrebbe la letteratura del passato, se non fosse
    così?

    Prendiamo proprio una bellissma poesia di Adernò,
    "Desiderio"
    (http://biancamadeccia.wordpress.com/2008/12/22/desiderio-sebastiano-aderno/)

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  22. [SECONDA PARTE] Ebbene, che c'è di nuovo, in questa poesia? Le
    immagini? L'"argomento"? No, eppure è lo stesso
    interessante, originale e bellissima. (Non me ne voglia l'Autore!)
    Non continuo ad argomentare su questioni fin troppo ovvie.

    La poesia di Cupani offre il fianco a molte critiche
    forse perché è troppo semplice, nel dettato e gli argomenti
    rispetto a molta altra poesia, comunque di valore (anche se condivido
    la desolazione denunciata da Zanin). Tuttavia anche la
    semplicità è necessaria, se ne sente il bisogno.
    La poesia, oggidì, come tutte le espressioni artistiche,
    non ha alcun valore nella società, nel senso che non ha un "ruolo".
    Anche parlare di poesia "civile" non ha, ahimé, molto senso:
    prima di tutto presupporrebbe che possa essere letta da molte
    persone, le quali si possano sentire comunità, o "civiltà", appunto
    con tutto ciò che ne consegue.
    Bè, io nel nostro tempo non vedo nulla di tutto ciò, se non in modo
    paradossalmente frammentario e incostante, comunque riguardante pochissime
    persone (il pubblico della poesia). Come sempre, anche trattandosi dei più
    onesti e sinceri capolavori, è un parlarsi addosso o comunque fra pochi.
    (piccola chiosa: due o tre anni fa, al festival del teatro antico in Sicilia,
    venne censurata una commedia di Aristofane perché si vedevano "chiari riferimenti
    a Berlusconi": c'è davvero bisogno di parlare di fatti d'attualità per parlare d'
    attualità?)

    Ma se la poesia non ha un ruolo, può, per il lettore, avere una "funzione":
    nel caso di Cupani, la funzione di rapportarsi alla realtà in maniera forse
    forse troppo malinconica, prudente, ingenua, ma quella prudenza e ingenuità
    dell'uomo di scienze che crede di poter misurare appunto la vita con i modi
    della scienza, ma è destinato a fallire, essendone comunque consapevole.
    E io trovo tutto ciò squisitamente tragico.

    Tutto questo pistolozzo, mi si potrà dire, può essere applicato anche a cattiva
    poesia, e si potrà contestare altresì che io l'abbia fatto in malafede per
    difendere un amico, quale Guido è. Nulla di tutto questo, Guido è grande abbastanza
    per difendersi (da cosa, poi?) da solo, senza l'aiuto di uno sbarbatello come me! No,
    io scrivo questo non per apologia, ma perché questa poesia mi piace, ci credo, e perché
    capita di rado di discutere a così alti livelli. Spero di esserne stato in grado.

    Ci sarebbero anche altre questioni sulle quali vorrei dire qualcosa, (e questa foga
    che reprimo forse avrà reso un po nebulose le mie righe) ma mi sono dilungato già troppo!

    Scusate la prolissità. Un saluto a tutti!

    Federico Rossignoli

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  23. Caro Federico, certo che mi ricordo.
    Di certo non è necessario dire cose completamente nuove, è necessario dare però una prospettiva nuova. Oppure dire con parole diverse. Altrimenti è tempo sprecato. E chi legge s'annoia. Voglio dire che devo dire le stesse cose che hanno detto 50 anni fa, con le parole che sono state usate 50 anni fa e la stessa prospettiva, allora mi vado a leggere quel poeta di 50 anni fa, evito di spendere soldi e di incentivare il disboscamento. In più non devo preoccuparmi di riciclare per bene la carta. Ecco tutto. Ancora studiamo ed ammiriamo certi filosofi del passato e li troviamo attualissimi, ma se un sedicente filosofo di oggi non tenesse conto di tutto quello che c'è stato nel passato e mi spacciasse per pensiero nuovo quello che è già stato detto, gli direi che sta perdendo tempo. Così come, scusate l'accostamento, dico che vasco scrive le stesse canzoni da vent'anni (anche se vendono). Ci sono stati musicisti che hanno fatto la storia della musica e nessuno se li ricorda (cfr. Area)-
    Credo, in sostanza, che si debba partire da quello che è stato fatto, magari anche evitando di demonizzare il gruppo 63, che ad ogni buon conto, ci ha mostrato i limiti del linguaggio. Partire da lì ed andare avanti.Questo è il grosso lavoro del poeta e mi sembra che sia quello che non viene fatto quasi mai oggi dagl'imbrattacarte. Il mondo va oltre Sereni, per chi non lo sapesse. E di poesia civile non ne parliamo Concordo con te Federico sulle considerazioni in merito. Pasolini è stato un poeta civile. Ma è stato uno che andava nelle borgate, che è morto nelle borgate. Adesso, che mi si dica che parlare di precariato, dei poteri e di tutto quello che quotidianamente è sotto gli occhi di tutti, se non lo si fa davvero con grande originalità (vedi ad esempio franzin, che non a caso ci ha vissuto in fabbrica), allora si è nel campo della poesiola. e così va trattata, con tutto il rispetto per il suo autore.
    Certo il pubblico si è allontanato per tanti motivi dalla poesia, alcuni dei quali ho cercato di indagare in alcuni miei interventi passati su ali, ma vogliamo proprio escludere che la gente non si annoi a sentire sempre le stesse cose? se io, che sono davvero interessato ad andare a sentire poesia, mi rompo le palle, come posso pretendere che il pubblico possa apprezzare tutta questa noia imperante nella nostra poesia di oggi?
    Credo che dobbiamo partire da queste considerazioni, interrogarci e superare di slancio questa maledetta impasse con le nostre forze, che tanto il sistema editoriale non muoverà un dito. Continuando bellamente a strapubblicare la merini solo perchè è morta, accanto a tutti i morti del passato. E ogni tanto mettere qualche nuovo poeta, presumibilmente già morto (almeno per coerenza di linea editoriale).
    Simone Zanin

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  24. Dopo aver comprato e letto il libro di Cupani leggo questo lungo dibattito. Tantissime parole per giudicare, definire...io vorrei dire solo una cosa: leggere le poesie di Cupani mi trasmette emozioni. Cos'è questo se non Poesia?!
    Non sono una critica letteraria, non sono una poeta, non sono nessuno se non una ragazza amante della poesia e dico: Bravo Guido, Grazie! =)

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  25. Mi piacerebbe sapere di chi è il post qui sopra :)

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Alda Merini vista da Ninnj Di Stefano Busà

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