lunedì 30 marzo 2020

Vanina Zaccaria: Non si muore di notte


Se è vero che la Poesia è sogno, ma sogno che ci accopagna in ogni istante della nostra ricerca quotidiana, in una esistenza parallela ma niente affatto chimerica o favolosa, a maggior ragione possiamo dire che la poesia, tutta la poetica di Vanina Zaccaria, si concentra essenzialmente proprio in questo assioma. E si tratta di un sogno eccezionalmente vivido, completo e propositivo, come tutti i veri poeti riescono a costruire, partendo da presupposti importanti ed essenziali, come l'osservazione della realtà esterna ed interiore, che porta inevitabilmente l'artista a ri-creare forme, percorsi e idealità rinnovate e rinnovanti, estrapolate dalla contingenza. È un'operazione di rielaborazione che, attraverso le proprie esperienze e attitudini, attraverso la propria sensibilità, l'artista, e nella fattispecie il poeta, conclude (ma solo per il momento) la sua visione materializzandola in opera d'arte.
Si deve essere guardinghi e consapevoli della propria maturazione creativa e artistica, perché l'arte in genere, e in particolare proprio la poesia, presuppone responsabilità e serietà, mai pressapochismo o superficialità, altrimenti si rischia di sminuire la parte migliore dell'uomo, e cioè quella di essere in grado di riproporre, attraverso la materia a sua disposizione, le cose nuove, di rendere possibili e raggiungibili i sogni, le visioni, le teorie, i progetti. Vanina Zaccaria ne è ben  consapevole, per questo ha atteso il momento giusto, nella sua già ricca e variegata vita culturale che conduce, per generare l'atto creativo poetico, donandoci questo bellissimo libro di versi, nel quale si rispecchia anche ogni nostro sogno, ogni nostra storia.
È dunque da considerarsi un'opera completa, questa di Vanina, avendo lei stessa intuito e quindi realizzato un percorso che dalle prime già robuste proposte poetiche, che definisce "Primo Ciclo", approda ai versi più controllati e profondi del "Secondo Ciclo", dove il detatto si fa leggermente più stringato e il contenuto abbraccia temi fortemente più filosofici. Ma tornando al discorso della "completezza", vorrei precisare che non stiamo parlando qui di un termine specificatamente quantitativo, bensì solo temporale, in quanto i due "Cicli" poetici di Vanina in questo libro rappresentano una fase completa, sì, della sua esperienza letteraria, ma non un punto fermo, una stazione di capolinea: l'evoluzione artistica porterà la nostra autrice a sicuri altri orizzonti di prossime aspettative, e questo è naturalmente insito in ogni creativo che si rispetti.
Quindi, nonostante la completezza del progetto e l'intelligente "compattezza" dei due Cicli, la raccolta dà sicuramente adito a nuove aperture, a nuovi futuri e attesi sviluppi.
Ma avviciniamoci ancora un poco al libro. Il titolo, esplicativo, "Non si muore di notte", è tratto da una poesia del secondo Ciclo, per la precisione l'ultima, cioè proprio quella che in un certo senso vuole (apparentemente) chiudere o meglio fermare, completare (per il momento!) il progetto poetico insito in questo volume. "Non si muore di notte / in mezzo alle ombre / Si muore di giorno / sotto il fendente della luce / irrigiditi dalle forme / La clava, la giusta postura / la ruota / il segno del fratello sulla pietra / Tutte le cose / sono tutta la tua memoria  … " Ed è proprio in questi versi che Vanina Zaccaria riassume in modo sublime e perentorio la sua poetica fin qui: si tratta di una constatazione amara, che vede spegnersi la forza e la dignità dell'uomo non di "notte", nei momenti bui, bensì di "giorno", cioè consapevolmente sotto il fendente della luce; e questo perdura da sempre, fin dalle origini: l'umanità si è sempre ferita, offesa, straziata, usando ogni mezzo a disposizione, a partire dalla "clava". Una storia lunga, lunghissima, che si fa memoria e monito per le attuali generazioni. Ma a questo punto occorre tornare un momento indietro, ai componimenti del primo Ciclo, per cercare di individuare quel sottile filo logico-poetico che tiene insieme tutta la raccolta. Il primo Ciclo è costituito da brani intensi e fortemente evocativi, scritti dalla nostra brava autrice in un periodo di già grande consistenza letteraria e poetica. Si tratta di brani in cui il "sogno", o per meglio dire l'osservazione-riflessione si evidenzia in densi canti intrisi di memoria storica e financo di mito: "Evitammo l'Europa, fumosa e ripiegata / su metri di ferrovia / e ci perdemmo nella piccola Italia…", e ancora: "Ci acquartierammo nel sogno / per mancare la traiettoria della mitraglia / nell'estate fremente di San Martino / quando venimmo a gemere presso la porta di casa…". Ora questo "filo conduttore" storico/geografico/mitologico ci conduce fino ai componimenti del secondo Ciclo, dove si fa più pressante e immediato, fino alla conclusione prospettata nella lirica finale "Non si muore di notte". Direi anzi che proprio questa ultima lirica ribadisce e rafforza addirittura la prima del primo Ciclo ("Il deperimento delle cose / come una lebbra antica che passa e rovina… ", "… E così rimase Memoria / sguaiata e tiepida / come l'amore senza perdono"), combaciando quasi con i versi "…Tutte le cose / sono tutta la tua memoria".
È questa secondo me una possibile traccia da seguire leggendo le ottime liriche di Vanina in questo libro, dove si rimane davvero presi e sorpresi dalla sua intensità narrante, dal suo dettato profondo che conduce il lettore attraverso meandri e lacerti di miti, di storia, di sogni, di territori, di echi di grandi epopee mediterranee e classiche del nostro patrimonio culturale. Una poesia diversa dalla solita, che trae spunto da quei riverberi storico-mitologici del passato, ma che si attualizza anche nella ricerca e nella proposta di un mondo dove, finalmente, sia possibile rimanere a guardare la dolce Isabella, nell'inverno lucido, e sentirla cantare canzoni d'amore oltre ogni possibile linea d'ombra.
Gli amici che ci seguono, dopo aver letto con attenzione non solo i versi che qui proponiamo, ma l'intero libro, potranno aggiungere altri graditi commenti.


(Dal "Primo Ciclo)

Il deperimento delle cose
come una lebbra antica che passa e rovina
L'inverno furioso si scaraventa sulle balconate
ne muove i ferri come fossero banchi d'alghe

Ci perderemo, simili ai pensatori del deserto
che scavalcano staccionate di sabbia
pensando alle brillanti navi di Acapulco
disarmate e senza schiavi

Ho atteso per molte notti lo stesso sogno
era l'uomo magro con la valigia di cammello
che mi portava mercanzie importanti
Era l'uomo che aveva conosciuto il Pacifico
e visto muoversi donne flebili dietro le tende di Manila
sulla via tortuosa del commercio e della guerra

Ho atteso ogni notte lo stesso sogno
ma venne il sonno nero senza occhi
e la luce malevola della lanterna a olio del mercante d'armi
che immobile su una seggiola
lucidava il fianco di una spada
E così rimase Memoria
sguaiata e tiepida
come l'amore senza perdono


***

Evitammo l'Europa, fumosa e ripiegata
su metri di ferrovia
e ci perdemmo nella piccola Italia
ammassata su vie bianche o avvolta nelle nebbie
Il marinaio di Genova perse lo scandaglio, quando
con sguardo fosco
cercò il fondale presso il Tinetto
e si restò a guardare Venezia
piegarsi e rimanere bella
La processione sinistra della banda, nella tarda mattina
le gambe piene delle donne, strette in calze di seta
con la viola sotto il braccio, castigate in divise azzurrine
animavano le strade
Sulla sponda sinistra dell'Arno, Firenze
si copriva di ori e rassettava la veste
Lasciammo l'Europa, sguarnita di schiavi
e navigammo il Meridione imperturbabile
dove agitava un brandello di vela
nelle prime raffiche di settembre
dietro una scogliera ricoperta di gabbiani
impegnati in attese lunghissime
e brevi voli nell'aria


***

(Dal Secondo Ciclo)

C'è un vento che soffia sulle case questa notte
la mia patria desolata si smarrisce in esso
lascia che passi sotto gli usci, che spenga i candelabri
che spaventi e tormenti gli insonni
La mia patria si accascia, anch'essa mortale
mortale più di tutti quanti noi
tenuti assiema dal sangue, da un vizio trasmesso
da padre a padre
e da fratello a fratello.
C'è un vento animoso stanotte sulle chiese
le icone tremano tra i cardini e il legno
si fanno piccole piccolissime, mortali
e domani quando ci sveglieremo, nella piazza
ci attenderà un vento nero, pronto a latrare
e quel che rimane dei marmi sulla rocca
oscillerà lieve, alzando polveri gialle
Invecchieremo in una sola ora, tutti assieme
le madri coi figli, i figli con gli altri figli


***

È sempre la stessa cosa la guerra
la stessa macchia di sangue rappreso
l'identico grido di quando nascesti

L'anno che si chiude crepita,
nelle tue mani piccoline
il fuoco d'artificio che ti festeggia
e anche saluta
i natali dell'avvenire

Non badare alla tua guerra
al cinghiale ferito nella boscaglia,
tròvati una storia minore
cércati un avvento discreto


***

Non si muore di notte
in mezzo alle ombre
Si muore di giorno
sotto il fendente della luce
irrigiditi dalle forme
La clava, la giusta postura
la ruota
il segno del fratello sulla pietra
Tutte le cose
sono tutta la tua memoria

Non si muore di notte
quando anche la morte
somiglia al sonno
Si muore di giorno
nella luce che non finisce
e nemmeno ti asciuga
corpo di rana
che rimane umido
sotto le dita


Vanina Zaccaria, "Non si muore di notte", RPlibri, 2020. Con note di lettura di Edoardo Sant'Elia e Giovanni Ibello.

Vanina Zaccaria, nata nel 1982, vive e lavora a Napoli. La sua attività si è costantemente divisa tra il percorso artistico-letterario e l'impegno nel campo della ricerca storico-sociale.

Laureata in Servizio Sociale con una tesi di ricerca sul contributo etnografico dell'antropologo Ernesto de Martino, attualmente è Presidente della Fondazione Lermontov per la quale ha curato l'allestimento del Premio Internazionale Lermontov e la divulgazione dei volumi della Biblioteca Lermontov. Ha collaborato con il giornale in lingua italiana e russa Sussurri e Grida curando le rubriche di letteratura e geopolitica. Studiosa della cultura ellenica, ha collaborato con la Comunità Ellenica di Napoli e della Campania per la discussione e la divulgazione di saggi storico-politici.
In ambito artistico: per il Teatro è attrice e direttore artistico di spettacoli messi in scena da associazioni culturali del territorio campano.
Sue poesie sono inserite nelle antologie poetiche: Ifigenia siamo noi (Scuderi Editrice, 2014), Mare nostro quotidiano (Scuderi Editrice, 2018).
Membro della giuria per la sezione speciale "Autori esteri" del Concorso Nazionale di Poesia Città di Sant'Anastasia nel 2013, 2018 e 2019, ha ricevuto diversi riconoscimenti: Primo premio, sezione giovani . Premio Internazionale di Poesia e Narrativa Napoli Cultural Classic 2008, e il Secondo premio, poesia inedita, Premio di poesia nazionale Aoros – Valerio Castiello 2017.




sabato 28 marzo 2020

Una nota di Gerardo Santella su "La linea dei passi", di Enzo Rega


Accogliamo qui una interessante e dettagliata nota di lettura di Pasquale Gerardo Santella, sul recente libro di narrativa di Enzo Rega, intitolato "La linea dei passi".

Il titolo dell’ultimo lavoro di Enzo Rega, La linea dei passi. Prose sulle città e il viaggio (Edizioni Helicon, Poppi (AR) 2019) rinvia immediatamente al genere della letteratura di viaggio, di cui accoglie tutte le caratteristiche: l’incontro/confronto con realtà paesaggistiche e umane diverse, lo spaesamento, come strappo dal noto e dal familiare per consegnarsi all’estraneità,  il ritrovarsi in una realtà “altra”, l’esperienza interiore. Un viaggio che non è più solo ricerca e scoperta di nuove conoscenze, ma dal secondo Settecento con Laurence Stern è viaggio sentimentale, ricerca, nell’ interiorità della coscienza, della propria identità, che non si conquista all’interno di un sistema autoreferenziale.
E sul piano stilistico è una scrittura mai uniforme e monotona, ma costituita da una varietà di tipologie (il diario, la forma epistolare, il reportage, l’aforisma, il bozzetto, la riflessione critica) tenute insieme dal filo dialogico tra le figure dell’autore e del narratore in cui si sdoppia l’io e di registri espressivi (ora informativo, ora ironico, ora lirico, ora riflessivo, ora letterario), che si modellano a secondo delle variazioni del contesto, della coscienza e del sentimento del protagonista in rapporto agli  “oggetti” e alle persone con cui viene a contatto.
Intanto mi piace mettere in rilievo alcuni elementi che il lettore appassionato di letteratura di viaggio si aspetta e che qui ricorrono frequentemente, soddisfacendo le sue attese.

Anzitutto  I sensi del viaggio.
Il viaggio non avviene nella testa, non si può fare rimanendo a casa, ha bisogno di assorbire linfa attraverso i sensi: vedere toccare sentire odorare, attraverso l’immersione  in una dimensione multisensoriale.
Come, per fare qualche esempio, a Parigi, lungo la Senna, dove il viaggiatore viene investito da percezioni tattilo-visive:  quel cielo che il sole sembra non riscaldare, ma solo illuminare come una lastra di ghiaccio, trapassandola e riemergendone gelidamente sfocato oppure quando, seduto ad un bistrot, sono i suoni degli oggetti a riempire lo spazio della scena: il brusio, il tintinno dei bicchieri. E c’è uno sgabello che cade, uno scoppio di risa, lo schiocco di una carta vincente gettata sul tavolo, la scatarrata di risa dell’uomo soddisfatto.
E ancora a Mulhouse, dove la percezione olfattiva genera una condizione di straniamento: Acuto e diffuso, eppure misterioso e nascosto, l’aroma vegetale ristagna nella casa che mi ospita. Odore che fa tanto, dovunque, terra straniera e che, per primo viene incontro o piuttosto è lì ad aspettare. Una percezione confusa: frutta, verdure, spezie a noi sconosciute – qui, invece, la quotidianità.

L’intersecazione di spazio e tempo, di orizzontalità geografica e verticalità storica. Basta qui l’esempio della descrizione di una strada della città belga di Anversa: L’acciottolato della strada fiamminga risuonava a questi passi come un giorno, nel lontano Cinquecento, al passaggio di un mercante o di una tessitrice o di un grasso imprenditore che tra il grasso delle dite sgranellava untuose monete. Una rapida dissolvenza incrociata in cui il suono dei passi del viaggiatore sfuma dall’oggi nell’ieri, mentre sulla stessa strada egli stesso scompare per lasciare spazio (o per identificarsi? ) a due figure del tempo passato.

La con-fusione tra racconto e realtà, letteratura e vita.
È un topos letterario tipico. Spesso il viaggio si fa sulle orme di uno scrittore o di un’opera che riteniamo significativa per il nostro percorso di formazione umana e intellettuale. È una suggestione molto forte che non solo non si vuole rimuovere, anzi si desidera rivivere dopo l’emozione ricevuta sulla pagina scritta. Come anche incrociare luoghi reali a riferimenti letterari.
E qui gli esempi sono vari.
Talora il richiamo avviene per semplice analogia o memoria indotta.
Così a Parigi: lo spazzino nero del metrò non ha più esistenza di Madame Bovary, la quale poi, si sa, non è altri che Flaubert. E l’attraversamento della città di Torino, punteggiata dai richiami ad artisti, letterati, filosofi è un percorso alla ricerca dei personali compagni di viaggio dell’autore: Delle piazze (…) ho avvertito il sapore metafisico. De Chirico ovviamente (…) piazza Carlo Alberto, dove “impazzì” Nietzsche; l’Hotel Roma alla stazione dove si suicidò Pavese; Piazza Vittorio con il bar Elena di Gramsci e Gobetti. Ancora a Basilea: Sulla terrazza del lungofiume il sole disegna, a la maniere de Edvard Munch, il rettangolo della ringhiera, ma però meno favolistico, e meno allucinato.
Ma altrove l’autore raggiunge accenti di originalità, trasformando egli stesso edifici e monumenti della città in visioni letterarie.
Come nella descrizione della Piazza Grande di Bruxelles: una smisurata stanza incantata. Lo slancio delle guglie fiamminghe, vere lingue di fuoco levate verso l’alto o aghi confitti nel tessuto del cielo accoppiato alle rotondità spagnole degli edifici, trasporta in un mondo fiabesco che non sembra davvero esistere su questa terra.
Oppure nella minuziosa descrizione  di un complesso di edifici di Amsterdam. Le case che si affacciano sui canali con la fila di finestre al centro, i tetti ad angolo acuto sormontati da un piccolo timpano e l’argano del montacarico con il suo gancio sono viste dall’occhio esterno di una cinepresa. E ora appaiono sbilenche all’indietro ora pericolosamente sporte verso l’acqua a secondo del punto di vista da cui osservi, se “sia disteso a pancia all’aria sull’acqua del canale su cui si affacciano” oppure “se ne stia tranquillamente in piedi sull’acciottolato del lungo canale”. La scrittura si fa ripresa cinematografica e conferisce ancora una volta una straniante dinamicità agli oggetti messi in scena.
Ma c’è dell’altro in questi racconti, che sono contemporaneamente qualcosa di meno e di più di una codificata letteratura di viaggio.
Mancano, per dire, aneddoti divertenti e curiosi riferiti a personaggi o a famosi monumenti dei luoghi visitati. L’autore non cerca la meraviglia da descrivere all’attonito lettore né il fatto divertente che renda gradevole la sua scrittura.

Piuttosto sottolinea la corrispondenza di sensi tra il viaggiatore e la città. A Londra: Eccomi qui a vagare perduto in questa sconclusionata Londra all’indecifrabilità della metropoli fa fortunatamente da pendant la mia stessa, attuale, indefinibilità. È su questa onda disturbata che finiamo per incontrarci, la città ed io. O sulle Alpi valdostane: non si danno più montagne incantate se non come dimensione spaziale e temporale interiore: anche il senso esterno , dunque, diventa interno.
È in questo raffinato gioco dialogico e sentimentale, in queste intersezioni e correlazioni tra soggetto e oggetto, sguardo esteriore e interiore, sensazioni e riflessioni che è l’essenza di questi racconti.

Meta-letteratura e donne
L’autore-narrante interviene, anche se non frequentemente, all’interno del racconto, come in Frammento milanese, dove esprime riflessioni metanarrative sulla constatazione di essere rimasto senza  più storie da raccontare, consumate e digerite assieme al tempo che passa, alle speranze alle ambizioni della vita .
O come in Lettere dalla Germania dove ad Heidelberg, scrivendo una lettera destinata all’Amore mio, dice “Il viaggiatore è stanco. Ha inanellato città su città, e (…) desiste dal proseguire (…) Ed eccomi alla fine muto”. E in un’altra si chiede: “Non ruota questo libro intorno a due alternative. Viaggio come ricerca - viaggio come fuga? In entrambi i casi c’è una utilità del viaggio”. E nell’ultima. “Al di là dell’ultimo racconto, non c’è più bisogno di partire se a casa ci sono due occhi che ti aspettano”.
E questa ultima osservazione ci permette qualche nota conclusiva sulle donne, presenti in molti racconti, compagne di viaggio, di parole, di avventura, d’amore, o di occasionali incontri. Donne che non sono proiezioni letterarie, ma reali, carnali, con cui condividere assieme un tratto di strada, più o meno lungo, ma sempre interrotto. Per inerzia, stanchezza, forse inettitudine.
Amori filtrati, pensati, vissuti.
Donne belle, desiderate, inafferrabili come le  ragazze olandesi che passano come una folata di vento in bicicletta, ridendo nell’aria fresca di Amsterdam: “ I loro capelli, scomposti nel vento e sfuocati nella luce, diventano una svolazzante massa di sabbia dorata che, in un tempo senza tempo, non accenna più a ricadere al suolo”.
Amori sinceri, vissuti, che si manifestano nella varietà delle loro espressioni: ora come momentanea appagante felicità, ora come scambio di vissuti che si intrecciano in un dialogo, ora come incontro basato sulla condivisione ora come relazione mediata dal corpo; che, però, non si fanno compiutamente empatia, osmosi di universi diversi.
In fondo amore, viaggio, scrittura sono in relazione analogica tra di loro. Ci si allontana da uno spazio abituale mossi da una passione o da una ricerca di altro e si va all’ad-ventura, cioè si opera un avvicinamento, tra esperienze ora gratificanti ora deludenti, all’oggetto del desiderio. Non c’è un porto in cui quietamente approdare.
Il sale di ogni viaggio è l’imprevedibile. Il suo senso è nell’attraversamento (dello spazio e del tempo, della  pagina  bianca, della varietà dei sentimenti ), non nel raggiungimento della meta. Il libro, questo libro di Rega, in cui tutto è racchiuso, è solo un fugace approdo prima di riprendere subito la navigazione.


Pasquale Gerardo Santella

sabato 21 marzo 2020

TRANSITI POETICI, Antologia a cura di Giuseppe Vetromile. Volume I°


Introduzione

L'idea di riunire in un Quaderno, seppure "virtuale", cioè non cartaceo e non pubblicato, testi poetici di Autori di rilievo nell'attuale panorama letterario nazionale, da me scelti ed invitati in base ad un criterio del tutto libero e personale, è nata in considerazione del particolare momento storico che stiamo vivendo, in Italia e nel mondo intero, che ci vede costretti entro le mura domestiche al fine di prevenire il contagio da questo nuovo malefico virus influenzale che sta dilagando dappertutto.
In questo triste periodo non è possibile organizzare incontri culturali, presentazioni, convegni o altre attività letterarie alle quali noi poeti e scrittori teniamo tanto. Ci manca quest'aria di libertà creativa da condividere, ma certamente la propria salute e quella di tutti è un bene da salvaguardare in modo assoluto e prioritario. Bisogna fare questi sacrifici e rispettare le regole imposte e consigliate. Stare a casa. Ma se da un lato questa improvvisa e inaspettata necessità ci costringe a cambiare modo di vita, dall'altra può favorire il recupero di antiche e sane abitudini: lo stare più tempo a riflettere, a leggere, ad ascoltarci, a stimolare il nostro senso artistico. Con serenità e dignità.
La poesia è il mare comune nel quale potremo navigare: che ognuno di noi sia il capitano, il mozzo, il marinaio che autonomamente svolge la sua funzione a bordo, in modo che tutti insieme coordinandoci e integrandoci, possiamo tenere la rotta giusta, anche in questa burrasca. Se non possiamo darci la mano, né abbracciarci, che sia la poesia quel filo sottile di passione e di entusiasmo che ci potrà tenere uniti nel buio, buio causato a volte da noi stessi con le nostre malefatte e il nostro egoismo, la nostra velleità di primeggiare sull'altro a tutti i costi; o buio provocato a bella posta da altri per manovrarci meglio, a nostra insaputa. In tutti i casi, l'arte e la cultura sono le armi di cui disponiamo per far luce e farci luce. E quindi la poesia: la verità del cuore che si espande nell'aria e contagia positivamente il nostro prossimo, gli apre occhi e mente, favorendo conoscenza e consapevolezza, responsabilità e solidarietà.

In questo primo volume di Transiti Poetici ho invitato dieci poeti diversi tra di loro per età, per stile e per contenuti, ma che sicuramente profondono nella poesia tutto il loro impegno e con grande professionalità. Li ringrazio per aver aderito a questa mia iniziativa.
Giuseppe Vetromile


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MARIA BENEDETTA CERRO

Maria Benedetta Cerro, squisita poetessa frusinate, pluripremiata, ci propone due testi inediti tratti da "Elementi", dove con indovinata e originale intuizione poetica, accosta i quattro elementi della natura alle stagioni della vita. Così, l'adolescenza è come la primavera, ed insieme sono come l'aria, gioiose e senza spazi. D'altro canto, la maturità ha la connotazione dell'autunno e la fisionomia della terra, con la sua durezza e i suoi ricordi. Metafore che confluiscono in versi pregevoli e di alto lirismo.


Da ELEMENTI
(ovvero le stagioni della vita)
Testi inediti


Adolescenza - Primavera - ARIA

Poi venne la stagione tellurica.
L'infanzia sulle gambe svettanti restava a guardare
e le bocche si nutrivano di vento.
L'aria sonora/ lo stesso canto da sempre
gonfiava le nostre piume.  La smania
               il rito del corteggiamento
           a mezz'aria le ruote dei pavoni.

Il vento fatto di nulla spogliava le mimose
spargeva uccelli/ seminava/ sfrondava
poi tornava/ quieto/ come da una corsa il cane/
                                                    sguinzagliato.

Perdemmo la memoria/ la cognizione
del futuro/ e dell'essere sacri agli dei.
L'attimo nitriva impennato.
Sotto gli zoccoli levati/ incoscienti
e felici conoscemmo l'eternità.
             Il canto nelle gole spalancate/ nell'ora
             dell'ombra a picco/ correva al richiamo
             cieco e diritto dell'adescamento.

Dalle case anguste/ appena appena
                si vedeva il cielo/
i voli tagliavano le ciglia/ quando il fiuto
del verde al grano spigato ci condusse
                 muti e bendati.

Scoprimmo i mesi dai nomi favolosi
e ci perdemmo infine
“nel tempo in cui la rosa
descrive ai sensi/ la sua carne odorosa”



Maturità – Autunno - TERRA


È grembo/ e madre/ e donna
sa che spesso si fugge – complici gli incontri –
        ma sempre / e soli / a lei si torna.

Così ci si apparta dalla vita / col dirsi a mente
che tutto finisce/ e quel che è stato
                            per lo più non conta.
Così le mani scordano gli abbracci
gli occhi la carezza dei volti
e già l'addio/ dallo sguardo lungo
                ci lascia sull'orlo del forse e del mai.

Il giorno oggi è di poco più breve
ma nel sangue è il tempo di ieri
e dall'anima la luce
                     in silenzio si separa.

Conosco i segreti della terra
la vita che perisce/  le sue resurrezioni
i tradimenti/ le promesse/  le separazioni.
                Ciò che passa
passa sul corpo con ruote di carro
e tu / alba / sorgi già orfana del mio respiro.

Ma "il brindisi è rosso/ e il tramonto
         dai rubini a goccia
pende dai lobi delle finestre a fiori"


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MARIANO CIARLETTA

Interessante giovane poeta salernitano, Mariano Ciarletta è solo da poco tempo entrato nell'ufficialità del mondo poetico contemporaneo, ma si è subito distinto per la qualità dei suoi versi, nei quali traspare un dettato impegnato e consapevole su temi e valori importanti quali l'amore e la libertà. Non mancano tracce di una velata ironia, di amarezza e di rimpianto. Come in questi tre componimenti che seguono, tratti dal suo recente libro "Il vento torna sempre", edito per la Vita Felice.


Tela

Hai tessuto la tela
come aracnide silenzioso
mi hai educato alla tua fame
l'ho amata.
Ho spiegato le ali per recidere la tela,
troppo stretta,
seppur luccicante,
vanesio desio di me che sono mosca.
Mi hai offerto il miele migliore,
celando l'astuto sapore del fiele
che già intorpidiva i sensi.
Tela lacerata da acide lacrime
una, due, tre volte
come affamato sciacallo dimoro
nel dolce morso delle tue carni.



Non ti dirò che t'amo

Non ti dirò che t'amo
potrai chiederlo al vento
se avrai ricordi.
Nelle notti intinte di altri sudori
non ti dirò che t'amo,
quando il pavimento sarà freddo
nella casa troppo grande,
nella solitudine granitica.
Non ti dirò che t'amo
quando alla nostra spiaggia
sarai con altri occhi
senza i miei colori.
Non ti dirò che ti aspetto:
ingoierò altri rospi
li tramuterò in calle
calli che mi hanno portato fin qui.



Rosso legame

Sappi che l'amore è inciampo
di sassi che si camuffano a gemme
avallati da una terra beffarda.
Sappi che in amore non ci sono farfalle
ma salite impervie che conducono a oasi
dove i silenzi sono rosso legame.
Sappi che l'amore non è ladro,
non ruba vergini terre
e non ne conquista di nuove.
L'amore rispetta il momento
in cui schiuderai le porte all'unione.
Sappi che l'amore non confonde,
e non lascia lividi sulla mente
né tagli sul cuore.
Sappi che l'amore fa come la radice
protegge il suo albero sfidando il vento
per tenerlo alla terra

e lieta lo nutre ad agosto.

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MONIA GAITA


Poetessa, critico letterario e giornalista, Monia Gaita, nata ad Imola ma da sempre residente a Montefredane, in provincia di Avellino, riunisce in sé questi importanti aspetti della sua attività culturale, cui dedica molta attenzione, con grande competenza e senza trascurare l'uno rispetto all'altro. La sua poesia è nota ed apprezzata in ambito nazionale, avendo peraltro pubblicato diversi testi con Case Editrici importanti, e si caratterizza per un dettato perentorio e incisivo, con richiami particolari alla terra madre e ai sentimenti.


L’acrobata di forza

Mi si impigliarono i capelli
nei tuoi rovi.
Si fece impraticabile la strada:
troppe frane.

Ti seppellii in una tomba eretta
in mezzo al cielo,
ma tu squassasti tutte le chiusure
e ti aggrappasti con gli artigli
alle mie spalle.

Ora che sei tornato,
i sensi all’erta e il cuore tra le spire,
io non comprendo
se tu sei la salvezza,

la garza medica
che adagio sul bruciato,

l’acrobata di forza che resiste
dentro il gelo


Lo spartito

Oggi mi va di scivolare
dal cavallo delle nuvole,

mirare dritto al fianco delle case,

slegare la fanciulla che fui,
che ancora sono,

riconsegnarla
al padre dei sambuchi.

Faccio ritorno
al reggimento delle foglie.

Mi lascio divorare
dal drago dei miei sogni.

Sciolgo la lacca del tuo nome
sulla fiamma

facendone cadere poche gocce
sulla carta.

E adesso questo suolo è sacro,

lo colonizzano migliaia di pianeti.

Non fucilare l’ostaggio
che tieni tra le mani.

Ti bacio con la gioia di sempre

e lo spartito che composi
per te solo



Ti lascio un bacio

Ti lascio un bacio ai piedi dell’albero,
lo incollo a cucitura stretta sulle foglie.

Giuro sul crocefisso del presente,
amerò altro:

la borsa, il cielo, la sedia,
il brusco fumigante degli spini.

Non voglio più farmi debole,
provare la solitudine del reduce.
Non voglio più venire uccisa e derubata.

Abiterò il santuario dell’uguale.
Nessun campanello d’allarme
legato intorno al collo.

Non franerò fra i tuoi grassi rovi.

Si abbatteranno le passioni
come pali di salice.
Mi lascerò sorprendere dalle facce note.

Emergerò
da tutto quello che mi aveva divorato


Uno scomparto di poco

Il cuore subisce un altro sgretolìo
ora che ti ho perduto,
che riempio già le tasche
a un nuovo avvilimento.

Raschio con l’unghia la porta delle colpe,
foro la tela degli errori,
ne osservo il buco largo
che affonda col coltello sui secondi.

Una corteccia gracile intrisa di te:
questo sono.

Uno scomparto di poco.

Mi tocca ripianare adesso i debiti al dolore,
sotto l’insegna dell’inverno
sloggiare dal tuo nome

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CAROL GUARASCIO

Carol Guarascio, catanzarese di origine, svolge la sua attività di insegnante di italiano e latino a Campobasso. Con grande merito è giunta alla ribalta nel panorama della poesia contemporanea, aggiudicandosi peraltro il Premio Umbertide XXV aprile di quest'anno nella sezione inediti. La sua poesia, alta e incisiva, sorprende e riesce a coinvolgere il lettore aprendogli rimandi, visioni e lacerti di realtà parallele al contesto. 




La grazia

Riempire di silenzio questi luoghi
m’ha regalato calli sulle mani

o forse era la terra che graffiava
che feriva l’onda grossa

una scintilla muta e suggestiva si stupisce
del magnete-macigno nei tuoi occhi
ancora ancora ancora

Versare senso dentro questa vita
che mi hai scelto, è il compito di oggi

La grazia pare zoppicare
La voce è sola e si rigira i pollici
dimentica di essere un segreto
la fronte genera idee ad anelli
i pensieri si mordono la coda

Anagrammo la mia storia

e dunque
il mio bagliore lo porto per mano.



Boom

Il sogno è l'aria nel taglio chirurgico
tra l'oggi e il suo gemello

è un signore ben vestito
che ti chiede una moneta

un trompe-l'oeil improvviso
intravisto dalla metro
- il mare nel tunnel! -

Il sogno è vita scarnificata
o almeno senza pelle.



Mattina senese

Tra bimbi che rincorrono piccioni
a ticchettare briciole e altre bimbe
che a dito certo seguono i mattoni
zigzaganti nella Piazza del Campo,

tra giovani pittrici che ritracciano
contorni e geometrie secolari,
m’attardo a questo sole di mattina
senese, pallido e tagliente; eppure,

so che è ad attendermi ad ogni vetrina,
specchiata una figura, col proposito
negli occhi di seguirmi e mi sorprende
che sia sempre più simile a mia madre.

(da Il cassetto dei foulard, Talos Edizioni, 2014)


X.

I gatti non piangono mai

(non dite sciocchezze)
togliete la crosta
alle parole

noi amanti
siamo sacerdoti
del disordine

intingiamo le sillabe
nei fiumi
del senso doppio

andiamo per bicchieri
con la lingua impastata
di ipotesi

i poeti mi vengono
all'orecchio
col cappotto macchiato
d'immaginazione
m'insegnano a fare
la pelle al destino

i poeti non piangono mai

(non dite sciocchezze)
con la crosta delle loro lacrime
si fanno le volte celesti.



ZTL del cuore

Tutto è cambiato, ma non ti dirò
che i minuti sono morti di pioggia
o le vigne sono rosse di terra,
se mi piace l’arpeggio dei colli.
T'ho lasciato un bouquet di sogni
sul comodino
e la porta aperta d'una chiesa.

(Da Fiori scompagni in acqua cruda, RPLibri, 2019)



Madrigale corto

Credo che questo vento sia venuto
intanto per seccare la calendula
che ha già accecato troppo con l'arancio

questo inverno scapestrato e gentile
e poi per dirmi: dai, metti la tuta
alata e poi abbandonati nell'aria

che ti porto dal tuo amore lontano.

(inedito)

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KSENJA LAGINJA

Un desiderio forte di palingenesi, di ricostruire il mondo e le persone partendo dalle minime cose, traspare evidente dalla poesia di Ksenja Laginja, genovese di nascita ma residente a Roma, città in cui svolge la sua professione di artista dedita anche, e con notevole successo, alla letteratura e alla poesia, con particolare predilezione per il mondo della fantascienza. Le sue poesie senza titolo sono intrise di una forte allegoria, e indicano, nella loro compatta brevità, la via della rinascita.


È strano come la pioggia
li faccia sparire tutti.

Un colpo per alzarli
un altro per farli cadere.

Qui abitiamo la terra
senza conoscerne il nome
esonerati dall’assenza
ma è lì che dovremmo scavare
piantare semi nella notte
per colmare i vuoti col buio.

***

Una volta c’era la casa
e tutto quello che portavamo dentro
poi c’era il tavolo senza le sedie
e sotto i libri le nostre vite appese.
Li usavamo per scaldarci
ma il più delle volte non bastavano
così ci toccava uscire tra i lupi
strappare le radici infilate nei denti
bruciarle vive.


***

Ho sognato di appiccare un incendio
per ricostruire dal nulla la casa,
di scavare a mani nude nelle fondamenta
estirpare l’eccesso, preparare il terreno
inghiottire radici come frutti
e calibrare la precisione delle esplosioni,
ma ero io l’incendio e nulla poteva spegnermi
o farmi rientrare, per salvare la casa
le sue fondamenta e quel ventre.


***

Basta raccogliere tutto, ogni singolo dettaglio
stiparlo per bene, strizzare, incastrare
sovrapporre i pezzi, in doppia o tripla fila
sospendere nel vuoto ciò che non vi entra
escludere le parti necessarie, preservarle
trattenere il fiato nel silenzio dell’innesco
e assorbire l’impossibile nella durata dello schiocco
quel primo scricchiolare d’anima che si annuncia.


***

Prendi un foglio e strappalo a metà,
dividi il nutrimento e ripeti il gesto.

Che sia legno, mattone,
inchiostro o una città distrutta,
ricomponi l’origine con la radice
prendi con te il padre, la madre
le loro assenze e i figli di queste.

Prendi un foglio e strappalo a metà
scrivi un nome, diventa arca e baricentro
salva il necessario.

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RITA PACILIO

Una Poetessa di prim'ordine, che si distingue nel vasto panorama della poesia italiana per la sua forza espressiva, per lo stile e la grande liricità dei suoi versi, come ad esempio in questo suo componimento che è riflessione / denuncia di un tempo offuscato da malvagità ed egoismi di ogni genere, aperto però sempre alla speranza, alla riconquista della propria umanità: forse siamo ancora in tempo!



Forse c’è ancora tempo
per indossare l’abito da sposa
stendere l’anima lungo la via
a forma di velo con il vento dentro
parlare sottovoce agli uragani
distinguerci per il fiato corto
con il piede accanto alle ombre
deformi degli uccelli e
rinascere nei campi arati a giugno
nel colore biondo di ogni cosa viva.
Forse siamo in tempo
per alzare gli occhi al soffitto chiuso
farci tornare la voglia del mondo
prima che qualche pezzo di cielo
possa scomparire per sempre. 


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ANTONIO SPAGNUOLO

Poeta di lunghissima militanza, napoletano ma conosciuto e apprezzato in ambito nazionale, Antonio Spagnuolo è un riferimento prezioso per tutti noi che ci dedichiamo alla scrittura poetica. Prolifica e sempre interessante la sua produzione, con all'attivo tantissime pubblicazioni, il suo dettato lirico e intenso è intriso di un sentimento amoroso e malinconico, dove il ricordo sovente s'incarna nelle immagini vive di una quotidianità silenziosa e sofferta. Come nelle tre liriche inedite seguenti.


Dubbio

Le mie mani ti vorrebbero ancora nel silenzio
come offerta ed incendio d’impazienza.
In agguato per ore
precipito nei simboli corrotti
se l’alba barcolla rincorrendo il trucco
delle attese, e nelle trasparenze del tempo,
che avvolgono ancora il tuo profilo,
il mio sussurro insegue la tua carne.
Ritorna nelle vene la malinconia
lungo l’oscura acredine del dubbio,
quando ad una ad una continuano a sbiadire le foto
per lasciarmi interdetto nella tavolozza
che trionfa a colori per la misura di rughe.
Quella parte dei giorni che pulsa ancora alle tempie
sbalza date e solfeggi,
mentre il brivido del tuo corpo
ha gli aromi indistinti del grembo
e le mie dita sfiorano tremando le labbra,
affanno irregolare alla mascella
e l’improvviso nodo trabocca sul guanciale.



Parole

Le mie parole hanno il gioco dell’edera,
strette alla bocca, irrequiete per ricordi,
cingono la solitudine che mi annulla,
cercano ancora il palpito che univa
la tua carne al mio gesto.
Nel cinabro ora chiudi ogni speranza
per il beffardo disincanto che ti avvolge
con quelle sillabe già ferme oltre la tua sembianza.
Segno ancora una data per non dimenticare
la tempesta dei gesti che incidemmo
nelle piacevoli ombre delle sere,
e la speranza che leggevo nel tuo occhio smarrito
è la clessidra interminabile che fulmina memorie
recita combustioni nel vuoto,
per giocare ad una fuga che scioglie
il fulgore della mia follia.
È facile slabbrare l’ultima attenzione
dello specchio
che detta fine al mio diario.


Curve

Stacchi le stanze fra il ritorno degli specchi
nell’illusione che l’amore strappi
ancora gli anni al declino.
Alle pareti ancora il pigolare delle tue cosce,
intimo effluvio dell’ardesia accecata
inconsapevole ad accecare falci di luci
e imprese ininterrotte.
Ora le notti hanno le convenzioni di gesti
sfaldati nei riflessi del ricordo,
mentre dalla spalla alle reni adagi eleganti sussulti
l’ombra del feltro ha illeggibili ferite,
inquietudini d’avorio nel gioco dell’incanto,
perché i segni del passato sono fratture di giorni
e l’impazienza è un capitolo aperto
ogni notte tra queste lenzuola gelate
perché sei chiusa nel marmo a dispetto
della mia solitudine.
Mentre le stanze accolgono riflessi
imprigionati alla mia sera.



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RAFFAELE URRARO

Il "lato oscuro delle cose" è il titolo eponimo del recente libro di poesie di Raffaele Urraro, RPlibri, da cui appunto riportiamo le tre liriche che seguono. Da sempre, nella poetica di Raffaele Urraro, è presente questo dubbio, questa ricerca assidua sul senso delle cose e dell'esistenza, manifestati attraverso molteplici progetti poetici, e nei quali primariamente Urraro affida alla profondità e all'intensità della parola, le necessarie caratteristiche di una buona resa poetica.



Il lato oscuro delle cose

Mentre ascolto una musica
coperta lievemente da veli variopinti
sento che la mente si accartoccia
nelle sue emozioni

anche l'aria che sembra stonata
nello stormire delle foglie
vibra di incerte tensioni
ed io cerco di scoprire
cosa dice quella voce
che parla la lingua
indecifrabile e arcana
della natura

ma conosceremo un giorno
il lato oscuro delle cose?


Il senso della vita

Come le stelle deflagrano
e polvere e luce disperdono
nello spazio vuoto
così partiremo da questo luogo
verso un orizzonte che sa
di buio e di nulla

non ci resta che dare un senso
a questo segmento di vita
che s'accorcia giorno per giorno
ora per ora
momento per momento

io ci riesco
perciò non ho paura
né timore
di contare le stelle
ogni sera


 Chi lo sa?

Alla fin dei conti
nessuno può dire
di essere penetrato
nelle oscure profondità
delle cose della vita

abitiamo per anni
nella casa della nostra esistenza
o
come dice il filosofo
nella casa dell'essere
e quando con la valigia pronta
piena di certezze
partiamo diretti al solo
vero infinito che conosco
allora cade il velo dalla nostra mente
e il tutto ci disvela
: non abbiamo penetrato delle cose
  il seme più interno
  e inesplorabile

chi sa dire perché e come
all'improvviso
parte il destino incomprensibile di un seme?


(Testi tratti da Il lato oscuro delle cose, RPlibri)


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VERUSKA VERTUANI


Veruska Vertuani, poetessa di Aprilia, ha un dettato graffiante e dolce nello stesso tempo. La sua è una poesia fresca e genuina, elegante, e si snoda attraverso visioni e rimandi caratterizzati da una forte impronta sentimentale, quasi erotica, nel senso più poetico del termine. Si è distinta con merito in vari concorsi letterari ed è molto attiva nell'organizzare eventi e incontri culturali.



Sotto al cuscino

Lasciami sotto al cuscino
le poesie che mi facevano fermare
al tuo sorriso carnoso

dopo aver inseguito i giri di orologio
nei tuoi occhi di mogano, ti riposavo sulle labbra

e ascoltavo i versi dei polsi legati
agli angoli del piacere, quando si macchiavano di vene
a forza di cercare la tua schiena.

Lasciami sotto al cuscino
le poesie che mi accarezzavano i capelli
e i denti da latte, anche loro bambini vestiti a gioia
sul prato dove tutto sarebbe andato bene.

È un campo neutro
la battaglia dove mi sveglio giornalmente
nessun indirizzo in mano
e il cielo gioca a porte chiuse.



Voi ombre

Quante ombre in piedi
ci mettete la faccia
ma solo al buio.
Così filiformi, parlate
in scia al vento che passa da parte a parte.
Siete il plagio della carne.
Come fa un cuore a starvi dentro?
Messe al muro dal sole
vi chiederà il conto
per tutta la luce rubata.


Intorno a te

Intorno ai tuoi fianchi
cento e più monete
quando la notte ti viene a cercare
suonano il chiarore della neve

Intorno alle braccia
annodi carezze di latte
stringi il fuoco
sulle ali che ti fanno Fenice

E danzi
nel gioco del vento sei ancora più bella
intorno a te sorrido
per farti svegliare in un sogno.



Il ratto di Proserpina

Tra due mani
a parentesi di onde
sei lucida scogliera,
diafana e Diana,
signora di ogni selva.
Piangi
ma hai pelle così di meraviglia
che ogni peccato svanisce
nel titillio di dita.


Piove

La pioggia fa inchiostro
sulle dita
non penso più alle rughe
all'urgenza di scrivere

Se mi sporgo
la pioggia lecca
colma
inargenta.


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VANINA ZACCARIA

Autrice napoletana molto impegnata nei vari ambiti letterari, dalla poesia alla saggistica, dal giornalismo alla critica letteraria, presidente di una Fondazione, la Lermontov, con la quale porta avanti da anni ricerche e studi di carattere storico e sociale, ma anche letterario, si connota per una vena poetica di intensa e particolare impronta storica e mitologica. Le sue poesie, quasi dei veri e propri poemetti singoli, si dispiegano come un lungo canto accorato, con versi per lo più lunghi e fortemente evocativi.




(dalla raccolta inedita  Il secolo breve)

La casa di paglia

Venimmo meno a molti giuramenti,
lo sapevamo bene ad ogni inizio del maggio.
Forse avremmo dovuto stringerci
fosse anche una mano magra
in un’altra mano magra
aspettando la fine dei venti.

Scrivi il mio nome su una busta per lettere,
non spedire adesso
fallo quando mi diranno morto
in un quieto pomeriggio d’ottobre.
Forse bastava una carezza, una preghiera, un abbraccio di arresa
quando con espressione assente mi indicavi l’Europa
e giuravi di non averne colpa.

La casa di paglia che avevi animato col tuo animo lieto
ti è crollata addosso.
Adesso sembri la guerra quando si annuncia senza parole
ma soltanto col fuoco
adesso sembri il filo spinato, la polvere, gli stivali zozzi
e la fossa.
La casa di paglia dove mi invitasti ad entrare
mentre fuori le spighe mettevano il grano
ti è crollata addosso
adesso sembri l’esilio, il naufragio e lo scandalo.

Siamo gente raminga, senza riposo
forse speranza, forse, forse la pace, ancora
è possibile?

Te lo domando, la casa di paglia
tu che ricami lettere sulla mia fronte bagnata
non era febbre
la mia malattia, non era febbre
c’è un rimedio in fondo alla strada
se mi avvio con passo deciso ritienimi in torto
e trovane un altro.

C’è una busta per lettere, cambiaci il nome
perché non mi dicano morto, perché non dicano altro.



La casa di pietra

Ho ancora il deserto delle città dentro al cuore
i secoli passati, come una romanza,
sulla bocca di tutti.
Ti scrivo Amore da una terra ostile,
taglia i lembi dei lenzuoli e fanne bende per asciugare il sudore
che tornerò nel maggio breve ridendo come un ufficiale  di lancia,
avremo un rampone per dissodare la terra
e uno scrigno pesante dove nasconde i morti.
Sarà di marzo e sarà di anime miti la tua fine dell'anno
ti guarderò scegliere le rose,
metterò la mia bocca asciutta sul tutto collo piegato
e non un pensiero terrò per me, non un ricordo
Ti dirò piangendo di tutte le stagioni,
mi solleverai con mano leggera da una giubba vuota
conterai ad un o ad uno i segni fino a scoprirmi cenere nel tratto di scolo.

Ricordo ancora bene che la tua casa odorava di alloro
e di datteri lasciati in secco
sulla veranda battuta dal vento scartavamo i gusci
e aspettavamo che le spighe mettessero il grano,
quelli erano pomeriggi quieti
non c'era ragione alcuna di preoccuparsene,
malgrado libeccio battesse le vecchie ali sulle tue spalle fragili.
Nessuno si era impadronito ancora delle nostre anime
nemmeno il mare
che continuava a spingere alla deriva biglietti e sassi,
tondi e neri come gli occhi di tua madre
che la guardavamo andare verso il paese nei pochi giorni di festa.

Ho ripercorso una volta ancora la strada che conduceva alla tua porta
fradicio di acqua di sentina
ho avuto pudore di chiedere
quella volta che mi ero perso.
Ti scrivo Amore da un paese cupo
si sono presi gli anni, si sono presi tutto
chiudi bene la tua porta che tornerò nell'estate giocosa
mutilato come un ufficiale di lancia
bada bene che resti sulla soglia
non ho che queste sparute carte
e qualche prezioso di poco conto elemosinato lungo il viaggio.


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Sta scritto dietro la parete il buio di stasera. il silenzio
devastante di questa stanza. nessuna parola sull'uscio.
Dovrò dirmene quattro alla rinfusa
per crogiolarmi in questo vago tepore che emana
dalla scrivania
dove il lumetto è unica confortevole presenza.
Che altro dirti mia cara. raccoglierò queste ultime carte
e le deporrò tutte insieme nel cassetto in basso
sperando che qualcuno domani le decifra
che dia un senso alla mia vertigine
che dia giustizia al mio passaggio qui
involontario indesiderato forse anche
blasfemo
perché non credo all'orizzonte antico e biblico
sebbene approdo di speranza necessaria.

Ma ho qui giusto una poesia
che mi sostiene come ossatura portante
e la rivesto di finta gaiezza
di studiata accondiscendenza
per apparire lesto e rubicondo
nonostante il fluire inarrestabile delle stagioni
attraverso le mie mani

Lascerò un'impronta di me nel cuore di qualcuno:
questo il mio testamento
la mia unica rinascita

Giuseppe Vetromile
(inedito)










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NOTE SUGLI AUTORI





Maria Benedetta Cerro

Maria Benedetta Cerro è nata a Pontecorvo e risiede a Castrocielo – Frosinone.
Ha pubblicato: Licenza di viaggio (Premio pubblicazione, Edizioni dei Dioscuri 1984); Ipotesi di vita (Premio pubblicazione “Carducci – Pietrasanta”, Lacaita 1987), nella terna dei finalisti al Premio Città di Penne; Nel sigillo della parola (Piovan 1991); Lettera a una pietra (Premio pubblicazione “Libero de Libero”, Confronto 1992); Il segno del gelo (Perosini 1997); Allegorie d’inverno (Manni 2003, nella terna dei finalisti al Premio Frascati “Antonio Seccareccia”); Regalità della luce (Sciascia 2009); La congiura degli opposti (LietoColle 2012, premio “Città di Arce”); Lo sguardo inverso (LietoColle 2018); La soglia e l’incontro (Edizioni Eva 2018).


Mariano Ciarletta

Mariano Ciarletta, nato nel 1992, vive a a Mercato San Severino (SA). È dottore in gestione e conservazione del patrimonio archivistico e librario, titolo conseguito all’Università degli studi di Salerno. Entra nel mondo della scrittura con una trilogia noir auto-prodotta con Youcanprint nel 2014 (Rami nel buio; L’esorcismo di Amanzio Evenshire e Ai bordi dell’abisso). Con Ai bordi dell’abisso ottiene un award dalla Costantinian University e vince, per la categoria romanzo, il premio letterario nazionale “Galiani Ricciardelli”. Nello stesso anno passa rapidamente alla lettura e allo studio della poesia a cui si appassiona giorno dopo giorno. Dall’osservazione quotidiana di ciò che circonda l’autore, pubblica le raccolte poetiche: La foresta delle rose scarlatte (Edizioni Plectica); Sentire (Edizioni Pagine). Nel 2015 pubblica con Aracne Tra miti e silenzi. Con questa raccolta vince il premio letterario “Taverna dei Briganti” di Salerno. L’ultimo volume, editato dalla casa editrice La Vita Felice, è Il vento torna sempre. Inoltre, alcune sue poesie inedite sono state pubblicate su varie riviste online e cartacee.


Monia Gaita

Monia Gaita è nata a Imola (BO) nel 1971, ma vive da sempre a Montefredane, paese d’origine in provincia di Avellino.
Giornalista e critico letterario, ha all’attivo le seguenti pubblicazioni: Rimandi (Montedit, 2000), Ferroluna (Montedit, 2002), Chiave di volta (Montedit, 2003), Puntasecca (Istituto Italiano Cultura (Napoli, 2006), Falsomagro (Guida Editore, 2008), Moniaspina (L’Arca Felice, 2010), Madre terra (Passigli, 2015), libro che ha ottenuto il Premio di Letteratura allo Spoleto Art Festival 2016.
Diverse le antologie che si sono occupate della sua poesia.
Collabora a “Il Quotidiano del Sud” e a importanti riviste web e cartacee. È direttore editoriale di Delta3 Edizioni.
Porta avanti nella sua Montefredane, con la Proloco che presiede, il Premio di Cultura “Oreste Giordano”, volto a valorizzare eminenti personalità del mondo giornalistico, della poesia, della scrittura, dell’arte e della scienza.


Carol Guarascio

Carol Guarascio è nata nel 1976 a Catanzaro. Laureata in lettere classiche a Perugia, ha svolto la professione di archivista storico in provincia di Pisa e ora insegna italiano e latino in un liceo di Campobasso dove vive dal 2004.
Ha pubblicato la raccolta di poesie “Il cassetto dei foulard” (Talos Edizioni, 2015) e il romanzo per le scuole “Il diario di Sulpicia” (Cosmo Iannone Editore, 2017). Nel novembre 2019 ha pubblicato la raccolta “Fiori scompagni in acqua cruda” con RPlibri.
Gestisce il blog OPIFICIO ROSSELLI insieme a Luciano Mastrocola.
Ha una rubrica sul periodico della Fondazione Molise Cultura “Quarta dimensione”.


Ksenja Laginja

Ksenja Laginja, nata a Genova nel 1981, vive e lavora a Roma dove alterna alla sua attività letteraria una ricerca sull’illustrazione sci-fi/weird. Nel 2005 esordisce con la sua prima silloge poetica Smokers die younger per Annexia Edizioni. Finalista al Premio Ossi di Seppia (XX edizione) nel 2015 pubblica Praticare la notte per Ladolfi Editore e nel 2016 vince la partecipazione all'antologia Zenit Poesia vol.2 edito da La Vita Felice. Co-organizza Poême électronique, una rassegna di poesia e musica elettronica, e collabora con Kipple Officina Libraria in qualità di grafica e responsabile della comunicazione. Suoi testi sono presenti su antologie, blog e riviste letterarie.


Rita Pacilio

Rita Pacilio (Benevento 1963) è poeta, scrittrice, sociologa, mediatrice familiare, si occupa di poesia, di critica letteraria, di metateatro, di saggistica, di letteratura per l’infanzia e di vocal jazz. Direttrice del marchio Editoriale RPlibri, è Presidente dell’Associazione Arte e Saperi. Ha ideato e coordina il Festival della Poesia nella Cortesia di San Giorgio del Sannio.
Sue recenti pubblicazioni di poesia: Gli imperfetti sono gente bizzarra, Quel grido raggrumato, Il suono per obbedienza, Prima di andare, Al polso porto catene, La venatura della viola.
Per la narrativa: Non camminare scalzo, L’amore casomai.
Pubblicazioni di letteratura per l’infanzia: La principessa con i baffi,Cantami una filastrocca, La favola dell’Abete, La vecchina brutta e cattiva.
È stata tradotta in greco, in romeno, in francese, in arabo, in inglese, in spagnolo, in catalano, in georgiano, in napoletano.

Antonio Spagnuolo

Antonio Spagnuolo (Napoli 1931), medico di professione, è poeta, critico letterario, scrittore e autore di testi teatrali. Fra le sue numerose pubblicazioni, le più recenti sono: Canzoniere dell’assenza, Kairós 2018, Istanti o frenesie, Punto a capo 2018, Polveri nell’ombra, Oedipus 2019. È citato da A. Asor Rosa nei volumi Dizionario della letteratura italiana del Novecento e Letteratura italiana (Einaudi). Ha fondato e diretto la collana “L’assedio della poesia”, dal 1991 al 2006. Nel 2013 gli è stato conferito il 1° premio per la sezione Libro Edito alla XI Edizione del Concorso Nazionale di Poesia "Città di Sant'Anastasia". Nel 2014, al “Camaiore”, gli è stato attribuito il premio speciale della giuria e, nel 2017, al premio “Città di Conza”, gli è stato consegnato il Lauro d’Oro alla carriera. Nel 2019 è insignito a Roma del “Premio per l’eccellenza”. Presente in numerose mostre di poesia visiva nazionali e internazionali, inserito in molte antologie, collabora a periodici e riviste di varia cultura e attualmente dirige la collana “Le parole della Sybilla” per l’editore Kairós, e in rete la rassegna “Poetrydream”. Presiede la Giuria del premio “L’assedio della poesia 2020”.


 Raffaele Urraro

Raffaele Urraro è nato a San Giuseppe Vesuviano (Napoli), dove tuttora vive ed opera. È poeta, scrittore, saggista, critico letterario. Dopo aver insegnato italiano e latino nei Licei, ora si dedica esclusivamente al lavoro letterario.
Ha pubblicato numerosi libri di poesia, tra i quali, ultimamente, Ero il ragazzo scalzo nel cortile, Marcus Edizioni, Napoli 2011; La parola incolpevole, Marcus Edizioni, Napoli 2014; Bereshit -In principio, Marcus Edizioni, Napoli, 2017.
Tra le pubblicazioni di saggistica ricordiamo La fabbrica della parola - Studi di poetologia, Manni Editore, 2011; Giacomo Leopardi: le donne, gli amori, Olschki Editore, Firenze, 2008; Questa maledetta vita - Il romanzo autobiografico di Giacomo Leopardi, Olschki Editore, Firenze, 2015; Le forme della poesia - Saggi critici, La Vita felice, Milano, 2015.
Ha pubblicato inoltre opere di cultura popolare e, in collaborazione con Giuseppe Casillo, molte antologie di classici latini per il triennio delle Scuole Superiori (Loffredo, Napoli) e la Storia della Letteratura Latina (Bulgarini, Firenze).


Veruska Vertuani

Nata a Velletri, da sempre risiede ad Aprilia (Lt).
Dal 2010 partecipa a concorsi letterari nazionali e internazionali, ottenendo molti riconoscimenti e la pubblicazione gratuita di tre sillogi poetiche: Frammenti di Crisalide, Ossa di Nuvole e nel 2019 Il tempo degli amuleti.
Nel giugno del 2015 è stata insignita della Medaglia della Presidenza del Consiglio dei Ministri al Concorso Letterario Internazionale San Maurelio di Ferrara.
Giurata in concorsi letterari, collabora con associazioni culturali nella creazione di eventi e reading poetici.


Vanina Zaccaria

Vanina Zaccaria vive e lavora a Napoli. La sua attività si è costantemente divisa tra il percorso artistico-letterario e l’impegno nel campo della ricerca storico-sociale. Laureata in Servizio Sociale con una tesi di ricerca sul contributo etnografico dell’antropologo Ernesto de Martino, attualmente è presiedente della Fondazione Lermontov per la quale ha curato l’allestimento del Premio Internazionale Lermontov e la divulgazione dei volumi della Biblioteca Lermontov. Ha collaborato con il giornale in lingua italiana e russa Sussurri e Grida, curando rubriche di letteratura e geopolitica. Studiosa della cultura ellenica, ha collaborato con la Comunità Ellenica di Napoli e Campania per la discussione e divulgazione di saggi storico-politici; attualmente cura, assieme alla corrispondente da Atene Sofia Skleida, la rubrica La rivelazione greca per la rivista di cultura poetica e letteraria Menabò (Terra d’Ulivi edizioni). In ambito artistico si è dedicata al teatro, sia portando in scena spettacoli come attrice, sia collaborando come direttore artistico per diverse associazioni culturali attive sul territorio. In ambito letterario si segnalano: la pubblicazione di poesie per le antologie poetiche Ifigenia siamo noi (Scuderi Editrice, 2014), Mare Nostro Quotidiano (Scuderi Editrice, 2018); la partecipazione come membro della giuria per la sezione speciale “autori esteri” del Concorso Nazionale di poesia Città di Sant’Anastasia nel 2013, 2018 e 2019.


Giuseppe Vetromile

Giuseppe Vetromile è nato a Napoli nel 1949. Attualmente svolge la sua attività letteraria a Sant'Anastasia (Na), città in cui risiede dal 1980. Ha ricevuto riconoscimenti sia per la poesia che per la narrativa in importanti concorsi letterari nazionali. Numerosissimi sono stati i primi premi.
Ha pubblicato più di 20 di libri di poesie, gli ultimi dei quali sono Cantico del possibile approdo (Scuderi, 2005), Inventari apocrifi (Bastogi, 2009), Ritratti in lavorazione (Edizioni del Calatino, 2011), Percorsi alternativi (Marcus Edizioni, 2013), Congiunzioni e rimarginature (Scuderi, 2015), Il lato basso del quadrato (La Vita Felice, 2017), Proprietà dell'attesa (RPlibri, 2020), ed il libro di narrativa Il signor Attilio Cìndramo e altri perdenti con (Kairos, 2010).
Ha curato diverse antologie, tra le quali, recentemente, Percezioni dell'invisibile, L'Arca Felice Edizioni di Mario Fresa, Salerno, 2013; Ifigenia siamo noi (2015) e Mare nostro quotidiano (2018) per la Scuderi Editrice di Avellino. È il fondatore e il responsabile del Circolo Letterario Anastasiano. Fa parte di giurie in importanti concorsi letterari nazionali. Organizza incontri ed eventi letterari, tra cui le rassegne letterarie Il London Park Letterario a Sant'Anastasia, in collaborazione con Vanina Zaccaria, e Un caffè da Mancini presso la Libreria Mancini di Napoli in collaborazione con Gennaro M. Guaccio.
È l’ideatore e il coordinatore del Premio Nazionale di Poesia “Città di Sant’Anastasia", giunto alla XVII Edizione. È presente in rete con diversi blog letterari (Circolo Letterario Anastasiano, Transiti Poetici, Taccuino Anastasiano, Selezione di Concorsi Letterari), ed inoltre collabora attivamente con altre associazioni e operatori culturali del territorio nella realizzazione di eventi letterari di rilievo, prodigandosi anche nella ricerca di nuovi “talenti” poetici.



Alda Merini vista da Ninnj Di Stefano Busà

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