mercoledì 29 giugno 2011

Lucianna Argentino e il suo "Ospite indocile"

Non usa mezze misure né astrusi giri di parole, ma va diritto al centro del discorso, Lucianna Argentino, validissima poetessa romana, e lo fa con appassionato fervore lirico, con veemenza quasi, ma con una sincerità dalla quale non è possibile prescindere. Il suo è un discorso sulla naturalità dell'essere, sfrondato dalle apparenze e dalle mode. Un discorso sulla verità che accompagna sempre l'uomo e le sue cose nel grande viaggio della vita, mostrando in sordina come siano false e ipocrite certe situazioni, certi comportamenti. Tutto questo, con un linguaggio rapido e asciutto, sostanzioso e certamente originalissimo, di grande efficacia: il lettore saprà aggiungere qualche commento, partendo da queste mie modeste considerazioni.

Proponiamo qui di seguito alcuni versi tratti dall'inedito "L'ospite indocile"

Sommale le storie, fanne cifre aguzze
come gli anni di quelli vissuti
sulla capocchia di uno spillo;
prendimi il fiato, la rincorsa;
trattienimi dentro silenzi
in ascolto delle radici,
del crescermi dell'anima
mentre scrivo per sapere cosa è natura
e cosa è sostanza e come fa a essere buono
un frutto o un uomo.

 ***
Non so quale felicità avremmo vissuto,
o quale guancia avremmo offerto all'offesa
se felicità c'è stata, se c'è stata offesa.
Così lo scrivo, ne faccio segno,
per capire come si spiega l'albero la potatura,
il papavero lo strappo
i bambini il tempo e lo spazio:
- dove va la notte quando è giorno?
- mezz'ora è tanto o poco?
O come si spiega il vuoto degli esseri
che ci stanno accanto come un'assenza
o il senso irsuto della vita,
il suo difficile che diventa facile
quando cominci ad amare.

***
Le coste hanno luce
di rami spezzati
e gli schiocchi del mare
mordono il fiato al vento.
Risale a fatica l'orizzonte
col senso di noi offerti
in sacrificio alla creazione.

***
Andava incontro al padre
lo rimetteva al passo,
al presentimento postumo.
Fate presto, fu ciò che in ultimo
udì da lui - vero di voce.
Voce rimasta a vibrare
in qualche punto indeterminato,
catturata dove la memoria
non è questione di sinapsi e neuroni
piuttosto del moto armonico semplice dell'amore
che tiene alto il coefficiente di correlazione
tra i vivi e i morti.

***
Sta in quel di più – visione delle madri
lei che parla senza staccare la lingua dal dolore
e continuamente lo rifà presenza
di se stessa e di quel che
del suo motivo le avanza.

Lucianna Argentino è nata a Roma nel 1962. Dai primi anni novanta il suo amore per la poesia, vissuta anche come percorso umano e spirituale, nonché linguistico, l’ha portata a occuparsene attivamente come organizzatrice di rassegne, di letture pubbliche, di presentazioni di libri e con collaborazioni a diverse riviste del settore. Sue poesie sono presenti in diverse antologie tra le quali “Poesia '90″ (Il Ventaglio), “Incontro di poesia” (Rebellato, 1992), “Poesia degli anni novanta” (Poiesis), “Poeti senza cielo, vol. 2°” (Il Melograno), “Il segreto delle fragole” (2009) e in riviste quali “Poiesis”, “Origini”, “Gradiva”, “La Mosca”, “Italian Poetry Review”, “Il Monte Analogo”, “The world poets quarterly” (tradotte in inglese e cinese), “L'ustione della poesia” (ed. Lietocolle 2010), “La Clessidra”, “NoiDonne”, “Capoverso”, “Il Fiacre n.9”, “Arenaria”.
E’ presente in diversi blog di poesia, come “lapoesiaelospirito”, “Imperfetta Ellisse”, “liberinversi”, “Isola Nera”, “Furioso Bene”, “blanc de ta nuque” “Amigos de la urraka”, “La dimora del tempo sospeso” (Rebstein), “Nazione Indiana”. “Le vie “poetiche”. Fa parte della redazione del blog letterario collettivo “viadellebelledonne”.
E’ coautrice con Vincenzo Morra del libro “Alessio Niceforo, il poeta della bontà” (Viemme, 1990). Ha pubblicato i seguenti libri di poesia: “Gli argini del tempo” (ed. Totem, 1991), “Biografia a margine” (Fermenti Editrice, 1994) con la prefazione di Dario Bellezza e disegni di Francesco Paolo Delle Noci, segnalato al premio Montale nel 1995. “Mutamento” ((Fermenti Editrice, collana “Il tempo ansante” diretta da Plinio Perilli, 1999), con la prefazione di Mariella Bettarini, “Verso Penuel “ (Edizioni dell’Oleandro, 2003), con la prefazione di Dante Maffia (Premio Donna Poesia 2006). “Diario inverso” (Manni editori, 2006), con la prefazione di Marco Guzzi.  Con Pagina- Zero ha realizzato nel 2008 un e–book tratto dalla raccolta inedita “Le stanze inquiete” e nel 2011 un nuovo e-book dal titolo “Nomi” con il blog “Le vie poetiche".

martedì 21 giugno 2011

Rossella Luongo: per passaggi di piccole cose

Avellinese, ma già nota a livello nazionale, Rossella Luongo, parallelamente alla sua attività professionale di stimato avvocato, è in grado perfettamente di sostenere e di svolgere la sua appassionata, pregevole e impegnata vita letteraria di poetessa e scrittrice. E non si tratta di un mero passatempo o di un'attività secondaria, come sovente accade, bensì di una predilezione seguita con competenza e assiduità, perchè il mondo della poesia ama e si lascia amare dalle persone come lei, diviene un tutt'uno con la persona-poetessa-madre-moglie-lavoratrice, quando è parte integrante e indistinguibile della propria vita.
Se è vero, da una parte, che la creazione di un testo poetico è, in fin dei conti, piuttosto rapida (non considerando le successive quasi necessarie fasi di rielaborazione), è pur vero che, nella maggior parte dei casi, la "distrazione" e il "distoglimento" procurati da altri pensieri e preoccupazioni (la casa, il lavoro, i figli...), possono contribuire ad abbassare i toni e i contenuti, rendendo la poesia creata piuttosto banale e piatta. Questo assolutamente non accade in Rossella Luongo, che pur dedita a mille altre cose nella sua quotidianità, mantiene una poesia forte, incisiva, ricca di contenuti e di sentimento. I versi brevi, il discorso apparentemente frammentato, sono alla base del suo poetare diretto, coinvolgente ed avvolgente.
Il lettore attento, come sempre, ne potrà prendere atto.

 

 

E' difficile ma succede


*
E' difficile ma succede
in un posto lontano da qui
lasciarsi dietro la folla
incapace di straripare
alla vita, quando s'infila
nei giorni trasparenti
un solo raggio d'amore
per passaggi di piccole cose.

*
E' difficile ma succede
nei sorridenti silenzi
del vento perchè le parole
fanno rumore, quando s'apre
il discorso dell'anima
dove guardare un colore
è scambiarsi tutto quanto
a voce non si può spiegare.

*
E' difficile ma succede
che una mano contenga
il mondo visto da dentro
sulla soglia del cuore,
dove la sincerità riprende
il mistero dello sguardo
avvolto consapevolmente
da chi è capace d'amare.

*
E' difficile ma succede
nelle scatole del tempo
che concede poca tregua
se non ci concediamo noi,
liberamente di esistere
senza indugiare sul bordo
chè l'occasione non torna
nella memoria dei danni.


L'assenza


Il giorno s'adombra
in rivoli introversi
di luce, nel ventoso
ottobre diradato
di boschi muschiosi.
E ti sparigli sera
possente di luce greve
e langui assente,
nel latrato bruno del campo
folto di rami smagriti
cani ossuti, spogli.
Sparute le nubi
cedono divaricate a te
cielo torvo di bisbigli,
che per fumosi sterpi
imperturbato annunci
il ritorno dei morti.
L'assenza rincasa
tra turbinii di foglie
dagli spifferi della notte,
in letti odorosi di lino
dove l'ansia riposa
dalla quotidiana ressa,
convessa in letti aspri
di boccioli sfioriti
nell'utopica pace eterna.


Silenzi

Se le braccia del tempo
potessero stringere
il sapore di una notte
racchiuso in una carezza,
il tuo calore resterebbe
avvolto nel fondo del mare
e ogni goccia diverrebbe      
un fiore, ogni petalo
un'emozione tra le ondate
irriverenti del cuore
e leggerebbe avanti, oltre
alla sabbia e alle nuvole
attraverso l'azimut indiviso
dalla tua radiosa stella
all'abisso salino dei tuoi silenzi.


Un attimo senza spazio

Il fruscìo delle foglie
resta nel brusìo del mare
lasciato lontanamente
nel tempo che precede.
Strisce di sole tenero
s'agitano onde indomite
tra icone di facce liquide
in corsa, distrattamente.
Attraversamenti pedonali
abbagliati freneticamente
da un respiro all'altro
della città, stretta agli angoli
della bocca senza fiato.
Tutt'intorno violentemente
il vento sgombra
dalla piazza il vuoto,
in un attimo senza spazio
segue lento il discorso
in una goccia di ghiaccio
e arresta il senso delle cose
alle porte degli occhi.
E' già inverno.


Tu

Tornando per strade oscure
ascolto note appuntite
d'inganni da grate arrugginite
d'amore e tu, immota
con ago e filo incespicati
nella bocca di marmo
tessi trame inconsistenti
col tuo sorriso stanco,
e affacciata su tramonti sfocati
sbricioli le storie nostre
in orizzonti liquefatti tra voli
opposti di rondini, ma ora
vulnerabile e arresa lasciami
l'illusione di abbracciarti ancora
dal tuo altissimo palazzo
sgretolato di bugie.


La misura della vita

Il tempo si ferma
nei sorrisi dei bimbi
tra i cespugli fioriti
e l'aria dolce di festa,
dove anche chi è solo
assapora i riflessi filati
del vento, il profumo
di terra l'umore di foglia
e vede la misura della vita
negli occhi del vecchio,
riemersa e fresca
negli occhi del giovane
tra biciclette che cerchiano
il parco di voci, a colori.
Ed io divisa e ferma
nel mezzo di questo tutto
mi sporgo poco più in là
verso le fontane, dove
il campanile nel rintocco
lascia il tramonto basso
e lo sguardo rivolge
alla romita sera.

Rossella Luongo è nata ad Avellino nel 1971. Attualmente avvocato e pubblicista dal 1995, vive e lavora ad Avellino. Dal 2008 consulente legale ed editoriale per Sinestesie e per la Samuele Editore in Fanna (PN), ha curato per quest'ultimo un quaderno di liriche nel 2009, "Rose in versi” con otto noti poeti italiani. Ha pubblicato tre raccolte di poesie: “La Fata e il Poeta” per Fermenti Editrice, Roma 2007 con prefazione di Donato di Stasi, “Canti metropolitani” per Samuele Editore, Fanna (PN) 2009 con prefazione di Paolo Ruffilli e “Ipotesi di contrasto” per LAB - Perrone Editore, Roma 2010 con prefazione di Antonio Spagnuolo.

sabato 18 giugno 2011

Nabil Mada: dal Marocco all'Italia

Su suggerimento prezioso di Alessandro Canzian (Samuele Editore, Pordenone), che gli ha pubblicato la plaquette "A mia madre”, “Ti ricordi della voce”, Lettera a mia madre”, all'interno dell'Antologia, “L’Amore del Giglio”, offro ai nostri affezionati lettori un saggio della poesia di Nabil Mada, poeta nato in Marocco, ma che ha perfezionato i suoi studi letterari in Italia, come si vedrà più avanti in dettaglio nel suo nutrito curriculum.
Ringrazio quindi l'amico Alessandro, giovane poeta anche egli, oltre che apprezzato editore, scopritore di talenti nuovi, per avermi dato questa possibilità. Ed in effetti, la poesia di Nabil è degna di ben figurare, essendo intrisa di quella dolce e nostalgica "mediterraneità" che rende il verso melodico e ricco di immagini, di sensazioni forti, odorose, solari, ventose, marinare, ma anche di velate malinconie introspettive.
Il lettore attento noterà tra le righe, tra i suoi versi, un languore antico, che lega il poeta alla sua Patria, riferimento sicuro e prezioso per procedere in avanti.

La vita senza vivere

Tu che tra i monti alti sorgi
di tanto in tanto
sospesa
nell’infinito orizzonte.

La mia vita è nata vicino a un albero
con sogni sparpagliati,
là, dentro un sole spento 
e una luna inesistente.

Lì dovevano nascere anche le mie ragazze
che incontravano me che venivo da Occidente,
in giorni tristemente gioiosi.
E gelose quanto ti piacevano,
quanto felice adoravi nasconderti
tra i loro seni gonfiati
chissà se d'amore, di cancro o di rancore?
E io qui fermo a pensare:
un vulcano di idee senza forme
che a scriverle s’asciugano le parole.
Ma mi piacciono le idee senza forme,
le lingue senza parole,
la vita senza vivere.

Mentre fuori il tempo irreparabile
s’apre ad altri pensieri. Chiudo le finestre,
le porte e dentro me
la speranza
che domani si possano dire altre verità,
che un giorno il nulla vestito di dolore
per abbracciarlo
diventi fisicità.


Lo spazio geometrico

Il senso è immutevolezza,
la vita una pietra scavata dalle onde.
I sogni sono una rondine
in mezzo all'inverno dove
il cielo è splendidamente
un viso sdoppiato,
pallido e annichilito.

Lo spazio geometrico
senza immensità invade lo scoglio,
ora non c’è più sabbia in questo mare,
niente speranze a farci segno,
niente estate a raccogliere il sogno.

Ora lo strazio si è fatto brusio
un gabbiano sopra quello scoglio
a cantare immensi silenzi.

Grida il cielo e spaventa la rondine
mentre il vento fugge
mormorando addio.


Come il vento

Una barca sul mare
chissà quali orizzonti andrà a solcare
sotto un sole spento
che ingombra l’acqua
e raddensa questo tormento
prima di tramontare.

Un uomo nudo sulla spiaggia
come un’idea senza destino
in attesa di volare.
Spatriato come me
come il vento capriccioso
che non sa dove soffiare.

Rauca la voce che ti sfiora
lentamente
sussurando: N-a-b-i-l
sei tu
la terra,
il vento
il tramonto,
il nonnulla vestito di tormento
che profuma di questo mare.


Memoria di un poeta

Spesso mi cade sulla pelle
l`intenso calore del fiume
rosa, blu, verdastro o altro colore.
E rauca la voce mi ritorna
in echi e brividi,
urlando:
fermati un attimo,
smetti di fingerti morto
tra i vivi-morti
tu che poeta credi d'essere mentre
non sei che un mentitore.

Altre voci seguono
accecano gli orecchi
torturano gli occhi.

E immobile sul fragile trono
delle parole
mi chiedo:
sarò ricordato come tanti
fingitori morti, traditori o intellettuali:
tra Montale, Baudelaire e Ungaretti
tra tanti eroi mitici:
Ulisse, Edipo re o Achille?

All'improvviso un raggio di sole
mi sorprende e sugli occhi chiusi
si sofferma un po’,
e lontana mi risveglia la voce
di un'amica ,
con mani spinose
accarezzandomi il cuore
e capisco che fu
il solito incubo di notte:
l'umano desiderio di voler durare,
di voler vivere un corpo
e un nome eternamente.

Nabil Mada è nato nel 1983 a Salè in Marocco. Dopo aver conseguito la maturità classica in Lettere Moderne, ed avendo l’italiano come lingua straniera, decide di iscriversi al Dipartimento d’Italianistica dell’Università di Rabat, dove si laurea nel 2006 con una tesi su Vittorio Sereni. Nello stesso anno si iscrive, prima all’università di Catania in cui ha studiato Lingue e Letterature Europee ed Extra-Europee, per trasferirsi quindi all’Università di Bologna ove ha ottenuto nel 2010 la Laurea Specialistica in Linguistica Italiana e Civiltà Letterarie, discutendo, sotto il magistero di Niva Lorenzini, una tesi su: “Diario d’Algeria di Vittorio Sereni: Tra Luogo Fisico e Luogo della Memoria”. Durante questi anni di studio e di ricerca nell’ambito della poesia italiana, occidentale ed araba del Novecento, nasce la sua passione ed il suo interesse per la traduzione e la scrittura della poesia sia in arabo sia, soprattutto, in italiano. Tra le sue pubblicazioni si ricordano: “L’amarezza d’espressione”, “Il groviglio dell’essere”, e “Salé” edite nel 2011 da Effigies ad Urbino a cura di Gabriele Amadori. “A mia madre”, “Ti ricordi della voce”, Lettera a mia madre”, invece, sono ormai leggibili, con un’auto-traduzione in lingua araba, nell’antologia “L’Amore del Giglio”, uscita presso Samuele Editore (collana Scilla, prefazione di Maria Luisa Spaziani) a Pordenone nel 2010.

domenica 12 giugno 2011

Pasquale Balestriere: da Ischia all'Infinito

Nel coordinato tessuto di vita che unisce la quotidianità nei suoi aspetti più variegati, al mistero trascendentale dell'anima, Pasquale Balestriere pronuncia la sua poetica con consapevole veemenza e ricchezza di contenuti, che spaziano dal sociale all'intima essenza dell'uomo, dalla ricerca del senso spirituale nel mondo al canto del mare e del cielo. E il suo stile genuino, basato anche su lemmi recuperati e splendenti di nuova luce, è aderente e coerente al tema, in un progetto poetico ampio che certamente tocca, sorprende e coinvolge il lettore.
La poesia di Pasquale Balestriere è conosciuta e bene accolta ed apprezzata anche nel mondo dei concorsi letterari, dove sovente si distingue tra le più valide.
Ringrazio l'amico Pasquale per avermi dato la possibilità di proporre alcuni suoi testi, che volentieri pubblico qui di seguito, sperando nella buona accoglienza dei lettori.

 

Contaminazioni


                    Animula vagula blandula,
                    hospes comesque corporis…
                    (Adriano)

E dove, animula vagula blandula,
andrai quando dalla terra di questo
corpo ti scioglierai, che il fiume giallo
dell’esistenza ha travolto spossato
corrotto e infine spento? Che siderei
balzi ti sono prescritti, che voli
sul nulla degli abissi intergalattici?
Non dovresti temere gl’infiniti
vuoti né d’eterni venti la furia.
A questo sei creata, a vorticare in
interminati spazi, sovrumani
silenzi, profondissima quiete.
Inquietante metafisico mondo
al quale, animula, forse anteponi
il rosone viola della chiesetta
o - più - le mani giunte della sera,
che s’adagia su questa vecchia soglia
e riaccende voci di bimbi, persi
ormai a vivere da qualche parte.
Dirompe dall’azzurro la tristezza
del  fugit inreparabile tempus
e cuce con acri fili di fumo
e lampi di memorie altre lontane
sere, la vita che sprillò mirabile
nel regno pullulante di un cortile
- il mondo allora -, le scorte parole
dei vecchi, gli occhi brucianti dei giovani.
Animula abbandonati! Io non so
dove domani sarai e neppure
dove sei oggi.
                       Il vento seppellisce
tante storie tante vite e fornisce
l’ànemos che nell’uomo in scorze dure
s’innerva e gioca con lui e col sole.


Aestiva

E ora langue il fieno
e cuce il sonno vestiti d’ombre
e, se pure qualche giorno
tarda a morire credulo al crinale,
l’intatto strido del grillo ti dona
attimi sfioriti
-caduchi giganti monocoli,
larve leziose-.

Cauti gabbiani trascolorano
in inquiete dolcezze,
componendo tele oblique di sogni
su grigi sussurri di cielo.

Ma sorgi, dunque,
e di te grida
alle candide braccia dell’aurora.
Ti guiderà
un volo planato di colombi
ad approdi sonori
dove rutila
                   il sole.

 

Avventura


Non più frontiere ha questa sera
che sgronda a brani
memorie e si trascina
alle spalle un giorno morto
con indicibile dolcezza.
Perciò saprei ridire ad una ad una
le favole impiccate al campanile.
Ma guardo avanti, ché grave mi spinge
l’arido tempo con passo tiranno.
Al vento ve n’andate, amori miei,
al vento, che mi strappa a giorno a giorno
scaglie di cuore. Un manipolo ardente
di strade uguali si sfrangia
in questa sorda avventura. Per una
d’esse me n’andrò rinnegando
le scelte dagli occhi di vento.
Ho cuore puro e mano ferma: viatico
bastevole per chi                   
è risoluto alla vita.


E' morto ieri...

E’ morto ieri il barbone tra due                                             
fioriere, stanza da letto di Piazza
Marina. E’ morto il gigante barbone
nel suo cappotto-bara tra gelati
soffi (saranno paghi i farisei
della turistica immagine, sgombro
il porto della sua presenza ). Eppure
gli bastava che la luna stillasse
per lui viniferi grappi di luce
e di calore, compagno il brillio
confidente delle stelle; bastava
che gli pungesse le narici il salso
sapore di mare in sprilli di brezza,
che gli danzasse agli occhi di gabbiani
un volo, mentre cuccioli indifesi
nelle tane uggiolavano del cuore.

Chiusi i conti del dare e dell’avere
d’impareggiati bilanci. Che conta?

Io, per me, so solo che s’è chiuso
il giro d’un volto ispido ma chiaro
che una volta m’offrì tutto il suo pane
e mi sorrise dall’aspro pastrano.


Orfica


Come da monte a valle
vorticato sasso

giacqui
anima loquente
incarnato soffio
al cospetto del sole.

S’estinse la trasparenza
del ricordo
in questo impasto di fango e di luce
detto terra
folle germinìo d’affetti e di pensieri.

E vivo fui,
o mi parve.

E sono ancora qui
su questo grigio di selci
dove s’aggira e sempre
grida di giochi
la mia infanzia.
Scalpicciano
bimbi di memoria
da qualche parte o in altri mondi persi
quelle selci
sconnesse che con sguardo inerte vanno
oltre ogni storia.
Con cuore gonfio ancora sono qui
nel fiato di questi vicoli, dita
per dolorose corde,
a sentire quieti sensi di cucina…

E datemi dunque il bandolo
della nube arrochita
ch’io ne scomponga i lividi fili
per aggrapparmi  al riscoperto azzurro.


Pasquale Balestriere è nato a Barano d’Ischia (NA) il 04-08-1945.  L’amore per il mondo antico lo ha indirizzato agli studi classici. Laureatosi in Lettere Classiche presso l’Università degli studi di Napoli, ha svolto per decenni la funzione di docente nelle scuole superiori. Predilige la scrittura in versi, ma è attratto anche dalla narrativa e dalla saggistica. Studi su usi, costumi e dialetto dell’isola d’Ischia hanno prodotto ampio materiale che attende revisione e pubblicazione.  Ha pubblicato varie sillogi poetiche: E il dolore con noi (Menna, Avellino,1979), Effemeridi pitecusane (La Rassegna d’Ischia - Rivista Letteraria Editrici, Ischia.,1994), Prove d’amore e di poesia (Gabrieli Editore - Roma, 2007), Del padre, del vino (ETS- Pisa, 2009), Quando passaggi di comete (Carta e Penna Editore, Torino, 2010), Il sogno della luce ( in “Nove poeti”, Edizioni del Calatino, Castel di Judica -CT-2010), Colloquio con la madre (in “Tre poeti e tre Narratori”, Edizioni del Calatino, Castel di Judica –CT- 2011).
Oltre che la scrittura, coltiva con gioia la lettura e, dopo una vita d’impegno scolastico,  la terra. Ama la natura, bella, profonda e talvolta terribile, dove affonda ogni radice della  vita e dove si risolve ogni storia. Elemento primo, e dunque necessario.
Parco  nella partecipazione a  premi letterari, è risultato tuttavia vincitore di numerosi concorsi di poesia.  Molti suoi scritti (soprattutto liriche) sono stati  inclusi in antologie, pubblicati su riviste e  giornali e letti in trasmissioni radiofoniche o televisive. E’ spesso chiamato a tenere conferenze e a far parte di  giurie di premi letterari. Collabora con  alcune  riviste e con un quotidiano locale.  

giovedì 9 giugno 2011

Raffaele Piazza: del sognato

Raffaele Piazza, squisito e raffinato poeta napoletano, ma ben noto a livello nazionale, anche come critico letterario, ci offre qui un assaggio del suo mondo poetico, tratto dal suo ultimo libro, "Del sognato", pubblicato nel 2009 con la Casa Editrice La Vita Felice di Milano, con nota critica in prefazione di Gabriela Fantato, poetessa anche lei di prim'ordine.
Si tratta solo di un modesto esempio, ma già sufficiente a dimostrare la grande esperienza poetica di Raffaele Piazza, nell'esprimere il suo dettato "sognante" ma colmo di vitalità e fortemente allusivo e intriso di sentimento amoroso. L'incedere cadenzato del verso dona respiro e ampi spazi meditativi.
Ma lasciamo al lettore altre gradite riflessioni su questa pregevole poesia.

I testi che seguono sono tratti dalla raccolta edita "Del sognato" (Edizioni "La Vita Felice", Milano, 2009)

Il mare che continua

Le ore passate a guardare
la perfezione dell'acqua del mare,
si scivola lungo l'infinità del sentiero
del sogno e della veglia
per giungere all'azzurro degli scogli
leggeri a corrodersi al vento animato dalla salsedine,
osservi le ombre tese degli alberi
giungere alla disooluzione
del tempo serale con un raggio di sole
aranciato che grida vita vegetale
da trasformarsi per noi in liquida
armonia di pensieri che si riproducono
esatti stampati da una mente con il materiale
degli anni attraversati come foreste dense di senso.
Il presagio di un pomeriggio passato
con l'acquario di pesci
corallini nella camera con le loro tinte
si fa naufragio in questo mistico mattino di lavoro,
si attendono le onde taglienti delle idee
nelle pareti della mente,
una nuova vita oltre la città e la campagna,
un respiro ad angolo con un frammento di tempo,
simile ad un residuo di mosaico parietale
su un rudere vicino
a questo mare che continua.


Pervasivo giardino

Dietro persiane d'isola
di quel verde illuminato di edere
a ripetere la storia, il corso
a riemergerne nel
ridestarsi dei templi e feritoia nei faraglioni
d'altri feriali percorsi
al colmo della grazia,
ora soltanto pari a rosa conchiglia
scaricata da Internet o dal mare per
vederla, per mano presa la rosa
d'acqua, la radice del tempo,
di quarta dimensione-salvezza
a esultarne i desideri senza spine
e gli innamoramenti, le loro tracce nella
sabbia, tolti dai castelli della bimba,
la sera di resina dei pini,
la resistenza vegetale, nel duemila
tolti dalle tende o dai letti
i desideri, si continua a Lacco Ameno
nella luce, nelle quattro
pareti.


Fondali

Sparsa nel sogno di marea attende lei,
fondali di scrittura, liberazione
di unità a farsi parole: testi
di telefonate da brivido di pesca,
film della vita nell'insieme
esatto del senso di una voce che dà oltre
le liberazioni delle lune dei confini,
da Occidente alla Patagonia
al mondo alla fine
nel mondo: nell'oggetto che ne resta
di pietra (farsi sillaba).


Oltre il muro

Dal muro di materia di conchiglia
ti scrivo dei fatti dei fiori
del dono che conservo.
La città trasuda,
le monete sull'asfalto fanno parte dei
regali (mi dici che portano fortuna).
Attrae il tuo muro degli sguardi il sorriso
e tu sei oltre un ostacolo che salta
la mente senza sforzo.
Mi chiedi la bellezza di un evento,
mi chiedi non distruggerla, pensaci:

il chiaroscuro a sfondo di un'e-mail,
il fare cose, rispondere con lettere coltivate
per un giorno, poi nella bottiglia alle tue sponde,
a giungerti aggirando la spray-art
sui suoi mattoni.


Adolescenza

la vedi fiorire dall'acqua delle sere
leggere nella linea a tendere all'infinito
di un fiore d'erba: è
del tempo di Internet, la camera
dove scrivere pareti in serie
senza quadri e
calcinate, lei a scoprire con la mano
il senso di un vibrare, tinta mai vista
di fragola e ascoltata nel toccare
il non tempo, la cometa,

e poi rivede sul far della sera la ragazza
Alessia la vita
sul ramo, da cogliere nella meraviglia
delle nuvole
tra le costellazioni a detergerla.

Raffaele Piazza è nato nel 1963 a Napoli, città in cui risiede svolgendo la sua attività di tecnico elaboratore dati presso l'Università Federico II. Collabora con numerosi settimanali, mensili e quotidiani. E' poeta e critico letterario. Ha precedentemente pubblicato "Luoghi visibili" (Amadeus, 1993), "La sete della favola" (Amadeus, 1994), e "Sul bordo della rosa", finalista al Gozzano 1998 e selezionato al Camaiore 2000. Ha pubblicato poesie su molte riviste, tra le quali "Anterem", "Tam Tam", "Galleria", "Arenaria", "Portofranco", "Tracce", "Punto di vista", "Clessidra", "Hebenon", "La Mosca di Milano", di cui è anche redattore. E' presente in numerose Antologie.

venerdì 3 giugno 2011

L'originale ricerca linguistica nella poesia di Monia Gaita

Accogliamo ora una voce femminile pregevole, di notevole spessore poetico. Si tratta di Monia Gaita, nata ad Imola, ma avellinese di Montefredane a tutti gli effetti, essendo lì residente fin da piccola. Monia Gaita, pur essendo una delle maggiori e più importanti voci poetiche non solo dell'avellinese, ma direi del nostro panorama letterario campano e meridionale, si distingue dalle altre per il suo particolarissimo dettato poetico, imperniato sulla ricerca di una propria originale modalità espressiva, tra l'altro ricca di termini/parole composte, che si inquadrano in uno sperimentalismo positivo e ben riuscito. Con tutto ciò, i suoi versi non appaiono affatto sovrabbondanti e artificiali, bensì fluiscono melodicamente nella loro naturale estrinsecazione.
Tra le sue pubblicazioni: Rimandi”, persuasiva commistione di poesia e prosa, cui seguono le felicissime polifonie poetiche di “Ferraluna”, “Chiave di Volta”, “Puntasecca” e “ Falsomagro”. Attualmente collabora con la rivista di studi sulle arti e letterature europee Sinestesie.
Proponiamo qui quattro sue poesie, tratte dalla raccolta inedita "Stella comans", invitando gli amici a lasciare qualche loro commento.


Fabbisógno di scèna

Avrei voluto evitare per nói
ristagni di fiume perniciósi
o risprangate pòrte,
di nòte, strade règie, schiumeggianti.

Pareva un princìpio non ripudiàbile l’amóre
coi suoi pilastri pezzati di fulvo e riscaldanti,
gli schizzi delle lòtte mai risòlte
tra il darti un bicchière per vòlta di me stéssa
e il tòglierti percentuali alte di mòre sciroppate
fuòri pasto.

E nel ragionierìstico càlcolo del pèrdo e del guadagno,
si rabbruscava in vólto, bloccata nel volante,
la ragióne
che con un bastoncino brevilòquio in peridèrma,
tracciava dei rabéschi d’impotènza ad àmpio ràggio
sulla sàbbia.


Ora compréndo la cariolinfa,
pianale di stranézza, fitta di ragnatéla, del mio móndo
a cui rannòdi ogni tuo gèsto rapace e rapinóso,
e consapévole di quell’idèntica farina che c’impasta,
quasi sorrido
della ficta disiunctǐo che il presènte riquadra,
fabbisógno di scèna,
sul pannèllo.

Brevilòquio: qui usato come agg. Che parla poco, che si esprime con poche parole
peridèrma: s.m. Insieme di tessuti che nei fusti e nelle radici con accrescimento secondario sostituisce l’epidermide 
cariolinfa: s.f. In citologìa, il succo nucleare  citologìa: s.f. Disciplina biologica che studia le cellule degli organismi viventi e in particolare il nucleo   
ficta disiunctǐo: lat. finta separazione

Flutto invèrso

Lèggo e rilèggo a ménte la tua vóce,
sanìficami pure le paure
dai saliscéndi apèrti e scalpiccianti,
dónami un bàcio abolitivo di stanchézza
che abrada con mille e più lamétte, alveolature,
     i blòcchi in calcestruzzo,
     resistènze.

E se l’avéna rimbambita d’un perché
mi chiède spiegazióni sabbionósa,
è sólo per capire
l’appiómbo di motivi abbrustoliti del mio amóre
che usucapitoti finanche nell’assènza
va vetrinandosi di luce da ricamo.

E se ricàccio in góla queste làcrime
nei tròppi eccètera di dùglie d’assodato,
punto raso,
è unicaménte l’ànsia che ho di pèrderti,
mio fabbricante d’òle di mistèro,
mio flutto invèrso, mio si bemòlle arguto,
carovanière retroattivo, ribaltóne,
colpévole del furto
di me intéra.

Il mio paése

E’ circondato il mio paése
da una coróna incalcolàbile di vènti crepitanti,
una coróna di spine,
un còrpo armato di stélle,
un àmpio indìzio di córse di cinghiali
che impóngono tributi di paura imprecisàbile a campagne
dóve i falchétti segnalano il confine
tra l’incantésimo di fichi néri e bianchi
e  fùlmini che incartano partènze.

Il mio paése
ha incastonato fuòchi, sógni e fondaménti in un anèllo,
l’anèllo invisìbile e matèrno
che incastra il cùneo degli impulsi e dei messàggi
déntro il légno,
che include nell’elènco delle piètre anche il mio nóme
su cui s’incróciano
in un punto di segréti interpellanti
lane e fèrri.

E’ qui che vòglio stare,
al largo delle còste dei rumóri d’altri luòghi,
déntro Magliano mia, pure da mòrta,
nella casa dóve mia nonna
recitò per una vita il crèdo macinato del lavóro
e mi crébbe, cóme una pianta a ùnico esemplare
tra fissi Cristi e Madònne transitive,
idiòma di rosàri, distinto croceségno alle paréti,
con amóre.

Magliano: il vico di Montefredane in cui sono cresciuta

Lampi cédro

Semidistrutta da un incèndio e prontaménte restaurata
la speranza
a rovesciare le zòlle d’impossìbile con vanghe
passando per il rótto della cùffia
óltre la lògica dai tarli roditóri
saliti percuziènti alla ribalta.

Chi mi rimborserà di tutte le spése sostenute
nel procèsso rettinèrvio-rivoltóso dell’illùdermi,
quando la vóce robusta alla ragióne
si fa nulla
e pòsso evàdere
dal càrcere speciale a vénti piani dei secóndi?
Pòsso scavarti gallerìe
déntro la viva ròccia del respiro perituro,
depórre sópra un rògo di distante permanènte
la salma dei tuoi se sènza risèrve,
permeare lo strato di terrìccio degli ostàcoli a caténa
d’uscite piallatrici e lampi cédro.

Così,
facendo un pèssimo raccòlto di certézze ed argoménti
e dando un péso superióre alle sue fòrze all’intenzióne,
rièsco addirittura ad èssere felice,
a pettinar la séta alla paura piantatènde,
frugata nelle pièghe dell’incònscio,
d’un tuo sguardo.

Piallatrici: agg. Che spianano, che lisciano   
Lampi cédro: lampi del colore del cedro
 

Alda Merini vista da Ninnj Di Stefano Busà

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