domenica 29 luglio 2012

Echi montaliani nella poesia di Bruno Bartoletti


Nato a Montetiffi, Bruno Bartoletti è una voce importante nella poesia italiana contemporanea, e meriterebbe di essere ulteriormente diffusa e letta. Poeta colto, i suoi versi si strutturano in un susseguirsi dolce e pacato, quasi come in un dialogo con se stesso. Hanno interessantissimi echi montaliani, a mio parere, e la celebrazione del ricordo, della memoria, si unisce a quella dell'amore e dell'amicizia. Vi è anche, nelle poesie di Bruno Bartoletti, un rispetto sacrale nei confronti della vita e della morte, che il poeta di Sogliano al Rubicone tratta e affronta con grande spiritualità e competenza lirica.
Proponiamo qui di seguito alcuni testi poetici di Bruno Bartoletti, che in qualche modo confermano quanto da me ipotizzato circa il suo mondo poetico, ma gli amici lettori, che sempre ringraziamo per la loro affettuosa partecipazione, sapranno senz'altro aggiungere altre interessanti riflessioni.


A mia madre

Prenderemo anche noi il volo
quando la polvere ci asciugherà i capelli
e sulle labbra salirà odore di terra,
ma dietro queste ombrose mani
saremo per sempre, tu ed io, risorti.

Non ci saranno distinzioni allora
perché ogni granello è identico,
non si separa dall’insieme,
tante gocce formano il mare
e nessuna sopravvive
senza appoggiarsi all’altra.

Sarà questo l’infinito canto, il mistero
che ci separa dal nulla, sarà
come d’incanto il tutto, l’insieme
che ci raccoglie.

E quando tutto sarà finito, sarà
un’unica grande vela,
l’acqua la pioggia e il mare,
un’unica grande forza il nostro pianto.

***

La mia scuola

La scuola che mi vide bambino
non aveva nome.
Una scuola sospesa tra terra e l’azzurro
di un cielo infinito,
un’unica stanza coi banchi anneriti
e un retro più piccolo che non si sapeva a cosa servisse
le scritte intagliate, un’unica penna e un pennino macchiato,
cartelli sui muri, l’amico seduto al suo posto,
tre classi soltanto,
(le crepe lasciavano un senso di attesa)
la piccola scuola di Pietra dell’Uso.
Non era la Frank, la Pascoli o l’Alighieri,
la nostra nemmeno portava il suo nome,
ma solo quel numero uno trascritto sul muro,
accanto alla chiesa, la nostra piccola scuola.

Tremavo dal freddo, le mani arrossate, chiudevo l’astuccio,
pensavo a mia madre.
Ed ora mia madre con altri cammina, il filo è spinato, non hanno giardini,
ma solo una strada che sale al mattino.

E vennero i giorni del freddo, ben presto si incontra il dolore,
assenze e partenze, le strade si incrociano a monte
c’è sempre una lapide al segno del passo,
una lapide bianca e solo quel nome.

***

In un colpo di tosse se n’è andato, questa notte,
pensava la moglie fosse un grido,
un grido o un sospiro di dolore, forse un gesto
quello che per anni attese inutilmente,
una carezza spenta tra le risa.

Se n’è andato così,
senza nemmeno un segno del dolore,
una morte improvvisa,
di sfuggita, in un colpo di tosse.

Ma morire così lui che aveva
fatto la guerra e poi anni di miniera,
chi l’avrebbe mai detto morire nel suo letto,
in silenzio, quasi di nascosto.

***

Se fosse già domani la partenza,
lascia andare,
non voglio rattristarti.
Ogni cosa, la stanza, i miei quaderni,
i libri ancora sparsi sopra il tavolo,
il disordine che era a me compagno,
tutto sarà presenza,
e sentirai in un soffio ancora un’ombra
l’attesa che sarà per nuovi giorni.
Allora prenderai le mie parole,
aprendo questo libro
e un poco triste sarò nei tuoi ricordi,
sarò come la rondine tardiva
in volo sopra il mare.

Lascia stare,
la foto,le immagini, i ricordi,
lascia passare il tempo, arriverà
il silenzio.
Ma se fossi tu, se fossi proprio tu
a lasciarmi – non mi piace pensarlo –
io non potrei, non altro.
Ripiegherai il capo triste aspettandomi.
Anche nell’aldilà ti cercherei,
ci metteremo d’accordo per chiamarci,
un gesto con la mano, di lontano, oppure
appena un cenno con lo sguardo
e basterà quel cenno per capirci.

16-17 aprile 2012

***

Me l’aveva detto Madame Jeuland
una sera d’ottobre nel vento di Marsiglia

“si metta lì e scriva e non faccia come Leonardo
che si perse a studiare muscoli e nervi
e non vide mai la luce il suo cavallo”

disse ma ancora non sapeva che in verità
non era Leonardo ma Walter Simmons
- il ragazzo la cui macchina tutta Spoon River
aspettava di vedere in funzione -
a cui dovevo somigliare,

così mi sono ritrovato un libro bianco
come Bernardo Soares a riempire
il mio libro dell’Inquietudine.

Se mi nascondo è forse per paura,
mi piace il paralume, l’ascolto di farfalle
notturne, il verso dell’assiolo e l’ombra,
mi piace scivolare di nascosto, cercare
l’ombra, la carezza leggera di una storia.

Non ho altro, affetti sì, amici, la famiglia
e mio nipote, ed è già il mondo,
ma la scrittura, quella sì che resta
lontana, spenta.

Leggere sì, imparare, crescere ancora
o forse non smettere mai il sogno
di navigare, io che non sono mai partito
da Montetiffi, da casa mia, nemmeno quando
ero troppo lontano per pensarlo.

Ed ora, ora che stride questa cerniera
e non è non è più la stessa
e s’intoppa ogni volta più spesso,
ora che la memoria già cancella
le cose del presente, ci mettiamo
a pregare in silenzio, a ricucire
il passato, a non dir niente.

***

Sulle tombe cresce l’erba, a ciuffi,
il convolvolo s’arrotola alle croci,
vi si attacca come un ultimo grido,
si spalanca la rupe un mare grande
di silenzi e di echi.
Tombe uguali, piccole, ben curate,
piccole barche in attesa di salpare,
ognuna col suo gesto di attesa
nei silenzi.

Se potessi anch’io essere qui,
come erba o radicchio che cresce
al lume della luna,
addormentarmi così, con tutto il mondo
in ascolto e la terra smarrita.


***

A volte mi chiedo perché scrivo.
e non ho ancora trovato le risposte.
Se la parola è comunicare, la mia
si chiude nel silenzio, non affronta
la prova, non si espande,
sfinisce ogni richiesta.
Me lo disse il poeta, non importa,
forse non salverà nessuno,
eppure serve, forse non a te poeta,
serve a me che ascolto.
Dunque la parola è ascolto,
scultura del silenzio, eco,
è la parola mia, la mia voce,
non altra, solo quella.
Se qualcuno bussa attendo la risposta
e dalla voce comprendo,
così dalle parole o da un gesto
la mia voce.


***

Arrivo in ritardo, sempre.
Ma ormai ci sono abituato, la mia storia
ha tre anni di gap, tre anni persi
quando studente ancora incespicavo
su qualche frase. Come è strano il mondo!
La stessa frase che forse un giorno mi donerà
quel poco che mi resta.
Così vado a ritroso, come il gambero,
cerco la pietra, il sasso, oppure quella rena
che si gonfia e respira con il mare.
Questa è la mia scommessa, la rivincita.
Così, come per farmi perdonare, mi levo dall’anagrafe
tre anni, tre anni persi che devo un giorno o l’altro ritrovare.
Son cresciuto in ritardo, arrivato sempre tre anni dopo,
i tre anni miei quelli migliori, quelli
che ancora sogno la sera, quando cade
una stella dall’alto.

***

Sempre così la sera!
A me il sonno viene alle ventuno, un tempo non era così.
M’accoccolo in poltrona, sgrano gli occhi, guardo l’ultimo telegiornale.
Ma non reggo allo strazio, mi stropiccio gli occhi,
un po’ come il pipistrello della fiaba che lessi al mattino.
Ma alle ventidue mi sveglio, è quella l’ora in cui inizia il lavoro,
mi basta poco per riprendere il viaggio, appena un’ora,
e mi metto di lena.
Traccio un disegno, una traccia e poi la voce, una parola stanca
e un altro segno, seguo attento il profilo
e intanto vedo sull’altra poltrona, quella che sta davanti,
lentamente piegarsi la testa di mia moglie,
sta per prendere sonno.
Così lascio il lavoro e guardo, un po’ distratto, il capitolo ultimo
di una storia nemmeno tanto nuova, che la tele ci manda.

Una unione perfetta è la nostra, anche nel sonno, collaboriamo,
abbiamo fatto un patto, ci guardiamo le poche cose che meritano,
fino alle ventidue lei, poi vengo io, e il giorno dopo, così,
per non morire, ci raccontiamo il tutto, cambiando a volte
anche il finale, tanto non ha importanza,
ogni storia finisce a modo suo.

***

Come le mamme, anche i padri
non dovrebbero mai morire.
Ma questo non accade, non accade mai.
Così guardo la casa che si perde
dietro il diluvio, la strada bianca laggiù,
e il fiume, quasi un rigagnolo appena sotto il ponte.
È lungo il buio, troppo profondo e grande,
un buco nero e il piccone che ancora picchia,
una lampada oscilla, quasi spenta.
Dove si va? Mi chiedo. Dove mi portano?
Ho la giacca strappata, il volto sporco,
un peso. Oh potessi strapparmi questo peso,
questa zavorra che mi porto appresso!
Mi sono perso, non si torna indietro,
qualcuno ride e non sa, non sa la storia,
ma sono pochi quelli che non sanno.
Questo è lo strappo, la ferita buia,
il sole che non parla, non mi spiega
il senso.

E la mia casa guarda laggiù la strada,
la polvere che lascia il sapore dell’andare,
il non ritorno si tinge di dolore.
Troppo presto, mi dico, troppo presto per capire,
ma si fa in fretta, si cresce a poco a poco,
si metton su radici, ci si sforza di trovare ragioni,
non come gli altri, le nostre hanno radici ben più profonde,
si ode solo il grido, la rottura
di questo indefinibile silenzio.
E mia madre ancora di profilo, che stampa alla finestra
il suo sguardo, in lontananze perdute
disattese.

***

Se dovessi morire io prima di te,
- già ne ebbi un segnale -
negli anni dolcemente invecchierai,
finché la sera
te ne starai in un angolo assopita
e leggerai queste mie poche parole.
Sarò io a darti la mia voce,
come non feci mai,
ricordando il tempo che ti ho lasciata sola.

Così ti piegherai sopra il mio libro,
pagine bianche che riempirai,
a modo tuo,
nel tenue malinconico silenzio.
Guarderai dai vetri, in lontananza,
ogni piccolo segno del mio passaggio,
il grano già mietuto, l’erba nei campi.

E basterà solo quel gesto con la mano,
un cenno,
che ancora ripeterai nelle parole
di un libro aperto,
mentre una pallida luce si scolora.

Saranno giorni lunghi, attese,
il grano crescerà, saranno gli anni
a ricordarti di noi.
E mi vedrai ancora con l’affanno
o la gioia di tempi non lontani,
mentre la voce, la tua, già si piega
a ricercarmi invano.

***

Non c’era proprio nulla da capire

E' difficile ma succede
che quel giorno sbagliando strada io ti incontrassi,
ma non poteva essere una cosa seria io che ti incontravo
solo per sbaglio,
se solo avessi preso un’altra strada…
Mi è sempre stato difficile
proporti le mie ragioni.
Allora ti feci leggere La strada non presa
di Robert Lee Frost
per capire la differenza. Lasciamo stare
la giovane Helen (in fondo la colpa era sua)
che non era arrivata puntuale in ufficio
e venne licenziata, ma nel film le storie si inventano
mi hai detto e poi hai lasciato cadere il discorso.
Non c’era proprio nulla da capire.

Così me ne sono andato, per ore camminando,
per ore, senza pensieri, il paese non è cambiato,
ho assaporato il silenzio, il suo strano profumo,
perché il silenzio di notte ha un profumo di cose antiche.
E qualche volta di pane.
Nel campo c’erano i girasoli, il capo chinato
a terra, in cerca del sole sapendo che domani
il sole sarebbe tornato

E le cicogne volavano più in alto, le cicogne
che vidi solo nei film,
come il mio amico, anche lui caduto per caso
accanto alla strada, ai limiti della scarpata,
senza nemmeno un lamento, come dormendo.
Non c’era proprio nulla da capire.






Ho camminato così, senza pensieri,
ascoltando il rumore dei miei passi.
Anche questi hanno un particolare rumore,
una cadenza che si ripete quando si è stanchi
e non si sa che cosa pensare.
Questo è uno strano paese, ci si addormenta
e ci si lascia andare.

Oggi hanno sepolto una donna, o quello che ne era
rimasto. È strano come il dolore prosciughi.
E come è difficile a volte morire.
Non lo è stato per mio padre.
Mia madre ha sopportato anche questo, per lunghi anni.
Non cera proprio nulla da capire,
proprio nulla.

E sono rimasto così, con questo peso addosso,
me lo sono chiesto tante volte,
è così difficile morire?

***

Ho sempre pubblicato un libro bianco
un libro bianco che non ho mai scritto,
ma è quello più riuscito, dove le parole
dicono quello che devono dire, non inventano nulla,
il mio libro che si sfoglia a rovescio,
perché le storie vere sono quelle che iniziano dalla fine,
me lo dissero in tanti,
scrivi, come se le parole fossero lì, dietro l’angolo,
ad aspettare.

***

Forse anche di me diranno un giorno:
«Guarda come si è ridotto, lui che sapeva
recitare a memoria i versi dei poeti,
dagli antichi ai moderni, perché diceva
“non ha età la poesia, è eterna”».
E me ne andrò strisciando a stento poche frasi
di poltrona in poltrona, il capo un po’ piegato
e l’occhio spento.
Me ne andrò così, a poco a poco, senza sorrisi,
nella poca luce dei mattini,
o forse troppo in fretta, perché rapida
è la vecchiaia, non si annuncia,
improvvisa ti arriva.
«Come è cambiato, diranno, lo vidi proprio ieri,
sul balcone, nella sua sedia a dondolo, dormire,
un libro aperto coi fogli che il vento rigirava».

Per favore, nessuna pietà, nessuna pena,
l’uomo che ero è là, è ancora vivo,
forse ha preso un’altra strada, forse ritorna,
chissà e intanto aspetta.

Notte, 25 luglio 2012 


Bruno Bartoletti nasce a Montetiffi, una piccola frazione del Comune  di Sogliano al Rubicone (FC), dove tuttora risiede. Laureatosi in Materie Letterarie presso l’Università degli Studi di Genova con una tesi su Giovanni Pascoli, dopo la nomina come assistente ordinario alla cattedra di Storia della letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’Università degli Studi di Torino, nomina a cui rinuncia, si dedica all’insegnamento, svolgendo poi la funzione di Preside negli Istituti Tecnici. Uomo di scuola e promotore culturale, presso l’Università di Aix en Provence ha svolto un Dottorato di ricerca d’Etudes Romanes con un lavoro su Dino Campana. Si è sempre dedicato alla poesia fin da ragazzo, ma solo in età matura ha cercato di dare ordine e sistemazione al suo lavoro. Nel 1997 pubblica il suo primo volume di liriche, Trasparenze – Frammenti di memorie, nel 2000 Le radici, nel 2001 Parole di Ombre, nel 2005 Il tempo dell’attesa e nel 2012 Sparire in silenzio ricordando il vento delle strade per conto di Youcanprint Self – Publishing. Numerosi sono i riconoscimenti ricevuti e molte sue poesie e recensioni sono apparse su diverse riviste e antologie di autori contemporanei. Partecipa a conferenze di letteratura e a letture di testi poetici dell’otto – novecento.

martedì 24 luglio 2012

Le "asimmetriche coincidenze" di Giancarlo Serafino


Torna su queste pagine, dopo un po' di tempo, ma sempre frizzante ed attuale, Giancarlo Serafino, con le sue poesie che sono staffilate potenti, capaci di incidere profondamente nel tessuto molle dell'indifferenza e dell'apatia. Quello che serve in poesia è infatti lo scuotimento dei sensi, il pungolo, il "pizzicotto" che ti fa risvegliare dal torpore indotto dalle abitudini e dall'omologazione generale. Sono qui proposte le "asimmetriche coincidenze", un titolo che svela le storture e i paradossi, mettendo sotto agli occhi (e al cuore) del lettore le verità che non sappiamo mai riconoscere e ribadire, neanche a noi stessi.
Merita, Giancarlo Serafino, una ulteriore ri-lettura per trarne ancora spunti di riflessione: gli amici, che ringraziamo, sapranno certamente annotare i loro preziosi commenti.

Asimmetriche coincidenze

Derrate

       …e che saremo mai
stretti nella morsa
con la ciminiera in gola
e tasche in gramaglie?

Se vomitiamo sesso
è che siamo ubriachi di lusinghe
derrate melatoniniche
che ci hanno lucidato il pelo.

    …e se poi la città c’inghiotte
in un feretro di notte
stiamo come fronde corrose
in nere zone industriali.

Muta

Non mi rinfranco.
Mi pesa il cuore ed il cervello.
Richiami di tritoni
lungo la costa dei binari
e passi di cani
ansie
strascicate
da una muta a brandelli
setaccio d’avanzi
del poco amore che mi resta.

Stazione

Fuggivo.
La calma è apparente
ma lo stomaco non mente.

Così ho vomitato nel w.c.
alla stazione.
Teatro aperto
circospetto
all’invasione degli dei.

Allodole

Entrando un odor di zolfo:
invece tu eri con un angelo
bello che era bello
non so quanto divino
spiumato al quadrivio
nel crocchio della circostanza.

Ci guardammo leali
che eravamo tre parentesi
uguali, allodole senza ali.

Bivacco

Cantieri e ciminiere
un parcheggio breve
per spulciarci timori.
Lussureggiando
svuotiamo il sacco
abbandonando
invisibili tracce
di vissuto sul selciato:
rimasugli alimentari
da bivacco, nutrimento
per galassie, sugo
non industrializzato.

Sensori di presenza

Perché tanto timore
per briciole d’amore.
Ora ci muoviamo goffi
sotto i sensori rossi:
scarnifichiamo la presenza
dissolvendo voglie
prova d’assenza
in totale paralisi.

Troveranno involucri
corrosi dalla ruggine
baci di polvere
ombre senza pene.

Fibra

Non so quale sia la ragione,
ma canto se vedo la fibra
che affida il cielo
in abbondanza
ai volti e alle mani.

Come se la mia si fosse esaurita
per i troppi tilt del cuore,
e cieco mi corre un desiderio
di energia
a scoprire il vero






della natura delle cose.
Per pagano intendimento
di bellezza
o
per cristiano asservimento
di colpa.

Attrazione

Se ruotiamo senza collisione
è per legge d’attrazione:
ci guardiamo distanti
da diversi quadranti:
eppure pensavo
che saremmo rimasti invischiati
nell’unto della prassi
ma l’abbiamo evitato

tanto
come aironi tra bitumi
non avremmo mai volato.
Meglio
guardarci senza dirci
rimanendo pure diritti
a leggerci la pelle.

A volte

A volte il desiderio morde
come una medusa
in tranquille acque.
E’ il volo di una capinera
sotto un acquazzone,
uncino di un male
privato e sociale.

Ma liberarsi in un godimento
concilia il sonno
di ogni dio nell’Universo
per quella dimensione naturale
d’incontro di linee
che fanno quadrare brame.
Se amore è dato...

Lievito

Arruffato tra la profusione
dell’oleandro
cesellavo passaggi
d’armonia
tocchetti d’assaggio
nel mare delle mie Termopili.
Certo che morire
è poco saggio
ai piedi di un feticcio!
Ma lievito è
...quel riprendersi del cuore
il battito.

Piccola mia resurrezione!

Gomme bruciate

La bella bocca
solca...

collina o guanciale
ricongiunge
il flusso
tra le due sonde:
così
si annoda
trasversale
il fraseggio di bocche
tra pile annerite
di gomme bruciate.

Atavico rito

Con il sole jojo
che traballa
la testa mi gira
il cuore mi sballa.

Troppo in alto
mi sono arrampicato
su rami di vene.
In basso un manto in rigoglio
da una criniera di seme.
Arricciato stordito
affusolato vacillo
ma non cado.


E’ atavico il rito
di rigenerare il caos
alterando semantiche
interlocuzioni.
Invito ancestrale
per il bronzeo occhio.

Scarabei

In un metro quadrato
eravamo la trinità dell’aro.
Una ventata di sabbia
nella gabbia-guardiola
e una fiamma sola
ad accendere il mare.

Poi tutto è passato
e sono stato a guardare
uno scarabeo stercorario
affaticato a trascinare
una pallottola di futuro.

Forge

Spiga negli occhi
è il tuo pulsare
forse schiavi del mare
se c’inchinammo
in un atto d’amore.
Poi il lento variare
ci dissolse in un limite
di sguardi invalicabile.

Dolce fatica di cercare!
Accumuliamo nel salmastro
forge arroventate
per la fine dell’estate.

Senza tegole

Attratto da un tratto
di scoglio
mi son scoperto
nudo.
Senza tegole
un capriccio di fumo
in libertà.

Ho pisciato
vicino ad un luna park
spento:
la ruota ferma
un omino di pece
rideva
e pioveva, pioveva sulle sue
e sulle mie scoscese.

Un gabbiano mi ha guardato
dal braccio dell’omino
e si è alzato al di là
del mio limbo.

Incertezze

Incerti ci saremmo presi per mano.
Ma fiammammo osservando le paranze da lontano.
Uno scoglio in due. Muti per apparenza
aspettando...
Parlavano solo frangente e gabbiano.
Ma per principio d’evasione
quello scoglio presto fu nuvola
e tradì l’attesa: soffiammo così nell’altezza
sui colori della pelle.

Resta d’aglio

Ci sono posti che sono altari
e tu sei agnello
in vani scoperchiati.
E non sai per quale rito
levighi corpi con la lingua
per farne un’ostia di lusinga
un impasto pellesaliva.

E con l’ombra che avvolge
se non fosse per il faro
d’un metronotte
non sapresti dove esistere
se in fondo al pozzo
o sul bordo d’una diga.
Si sa: nel mondo usa e getta
è gran fatica conservare
il rosario dei momenti
labili sentimenti a volte
appesi come resta d’aglio.

Un balsamo

Bere negli occhi stille di vita
e leggere tutta la fatica
di un fiore tormentato
dalla salsedine.
Nella fronte umida conchiglia
concava la mia lingua
per affresco di frenesia.
Ma tu chi sei?
Dal mare spumeggiando
m’hai avviluppato in un uragano
che non promette sole.
Ma la luce è nello sguardo
velato da prato sottomarino
e nel tuo essere tra gli scogli
un cuscinetto di timo.

Oh bramosia di un attimo!
Ti respiro per quel che basta
un balsamo e tiro avanti.

Giancarlo Serafino (Campi Salentina 16 Luglio 1950) ha pubblicato, nel 2003, “Passaggio d’estate”, Zane Editrice, con presentazione di Giuseppe Vese. Sempre nel 2003 è stato Premio Athena per la poesia “Nenia che galleggia sull’Adriatico”. Ancora per la Zane Editrice nel 2007 ha pubblicato “Per canto e per amore” con la presentazione di Giuliana Coppola. Nel 2011, per i caratteri di CFR edizioni, ha pubblicato “Poesie sociali e civili”, a cura di Gianmario Lucini, con note di Enzo Rega ed Antonio Spagnuolo. Presente in antologie nazionali: “Impoetico mafioso” “SalentoSilente”, “La giusta collera”, “Oltre le nazioni”, “Ai propilei del cuore”, ”A che punto è la notte”, ultimamente è stato inserito nel primo volume della CFR “Enciclopedia degli autori di poesia dal 2000”. E' poeta apprezzato nel web, dove sue poesie appaiono in diversi blog, gruppi letterati e riviste (egli stesso è amministratore del gruppo “Cenacolo”). Docente e Psicologo vive e lavora a Lecce.

domenica 15 luglio 2012

L'Umano vibrante nella poesia di Nazario Pardini


Non il rimpianto di una umanità più buona e autentica, quando la "natura si sacrificava paganamente sui roghi, nei forni e sulle corti, per consegnarci i suoi profumi", non la denuncia più o meno velata di ingiustizie, delle eterne ingiustizie che sconquassano il tessuto sacro della pace e della collaborazione: ma un più veemente e vibrante canto, sebbene controllato con poetica maestria, che possa costituire memoria fondamentale e patrimonio culturale per proseguire consapevoli e giusti sulla strada evolutiva della storia. Questo, in sintesi, è quello che si può trarre dai testi di Nazario Pardini, che qui di seguito offriamo alla lettura attenta degli amici che ci seguono. Si tratta di una poesia matura, forte, icastica, che si snoda con tonalità altamente musicali, e che riverberano nell'animo del lettore affezioni e sensazioni veramente intense.
Chiediamo agli amici poeti di aggiungere qualche loro gradito commento o riflessione, perchè la poesia di Nazario Pardini, con la sua musicalità e i suoi richiami, è senz'altro punto di partenza per ulteriori scandagli nei nostri cuori e nelle vicende del nostro mondo attuale.





Cantavamo
 
Cantavamo, paese, se affogavi nel giallo dei granturchi.                           
Cantavamo sui pavimenti
dove si stagliava la luce del camino.
Cantavamo sopra gli alari
arroventati dalle pire delle potature
(la loro colpa era quella di avere chiuso la stagione).
Cantavamo romanze,
i cui eroi vincevano battaglie
che noi perdevamo ogni giorno, ogni ora
(cavalli bianchi, cavalieri e palafrenieri incorruttibili dal tempo).
Anche le madri cantavano già vecchie trentenni
e muovevano le mani gesticolando sui ritmi.
Mani tumide per le umide terre delle prode.
Eppure ogni anno la natura si sacrificava paganamente
sui roghi, nei forni e sulle corti,
per consegnarci i suoi profumi
(profumi che io conobbi sempre eguali
e che sembravano non soggetti a mutamenti).
Cantavamo romanze e stornelli
coi vinelli freschi del novembre.
Quando le botti ci accompagnavano
coi loro vocalizzi profumati,
rossi e iterati come gli strappi delle roncole.
I padri coi riti tramandati dagli aruspici etruschi
roteavano il primo liquido nel vetro predicente                           
per misurarne il corpo. Era la festa delle cantine,
la stessa festa che più volte presso gli antichi
avrà veduto Bacco e Cupido aggirarsi divertiti
al suono di zufoli e litofoni.
Cantavamo preghiere che Pan ci ispirava di ringraziamento
pei fulvi grani, pei pampini rossicci o pei vermigli frutti;
preghiere che i pagani
consegnarono pietosi nelle mani
dei cristiani facendosi santi.
Cantavamo senza perché la madre eterna
potesse anche essere ingiusta.
La pregavamo sulle strisce d’oro dei tramonti;
se esplodeva nei protervi affollamenti estivi;
se cadeva stanca meritandosi la morte;
o se riposava sotto i diluvi e le gelate.
E sembrava persino ringraziarci
o chiederci perdono
per le siccità, per le carestie o le morti precoci;
lo faceva turgida coi crisantemi e gli asfodeli
sui  suoi cimiteri
aperti al cielo colle loro croci.

(Da "Radici". Edizioni Giuseppe Laterza. Bari. 2000)


Giù per i sassi 

Giù per i sassi
e in mezzo alle rovine
zoppica il piede incerto e vacillante;
la mente torna
su templi e mura ardite,
su donne della Caria
di forme trasparenti,
prospicienti i fianchi.
                                       
Bianchi uccelli
stendono le ali
sopra i viali di una tarda sera
e passeri su lastre di millenni
beccano insetti su scavati solchi
da carri tusci di antenati antichi.

Vacilla il piede sopra sassi austeri
e l’animo si turba
se la vista si rivolge al cielo,
al giorno che termina la sera.

Sassi di marmo
crepuscoli di fuoco
vita leggera satura di morte:
corte le strade della nostra gente
drizzano templi
sopra verdi mari
immensi altari per i loro dèi.

(Da "Le voci della sera". L’Autore Libri Firenze. 1995) 


La fuga

Il rumore del popolo vaniva
allo strèpere del treno. Le madri,                                     
i padri con i figli si accalcavano
alle barche. Non c’era più timore
tra di loro; bramavano soltanto
penetrare sulle luride zattere            
adatte per i porci. Si pestavano.
L’umanità spariva. I genitori
premevano le braccia sopra i corpi
indifesi dei figli. Dalle bocche
usciva un po' grigiastro (come quando
si agita il vento nelle forre e porta
in alto il turbinio) un fumo denso.
E si era aperto il mare. Là accalcati
gemiti umani defilati ai venti
zuppati di salmastri e di miraggi.
Era il fiottìo dell’onde ormai affidato
alle mani grecali. La speranza
era la fuga. Si pensava di certo
ad un paese nuovo
che offrisse quel motivo sacrosanto
di vivere di pace e di lavoro.
Lasciavano alle spalle quei natali
d’odio e d’eccidio di anni in cui il regime
aveva reso vano ogni pur minimo
valore di esistenza. Più la patria,
più la terra degli avi o un solo lembo
di cielo, d’orto, o di giardino che
ricordasse qualcosa della verde
giovinezza o della veneranda
vecchiaia, permaneva. Solo brama
di fuga. Solamente antiche voglie
di rinverdire libertà sognate
anche a rischio di morte o peggio ancora
di morte della prole, li spingevano
su quel mare turbato dalle grida
di speranza, di dolore e di sgomento
su fuscelli di legno. E venne terra.
Terra amara di scogli dove le onde
divelsero le mani abbarbicate
alle livide sponde. Dove i flutti,                                       
con irruenza, spesso si prendevano                                                               
solo i corpi di carne. Ormai gli spiriti
avevano di già varcato i limiti
tra sogno e realtà, tra turbamento
e pace. Dai relitti                                                                
si vide uscire un volo di falcate.      
Saranno stati angeli.                                                                          
Ma forse solamente dei gabbiani
nelle sembianze uguali a stormi d’anime.

(Da "Si aggirava nei boschi una fanciulla". Casa Editrice ETS. Pisa. 2000) 

Carso

Sopra i suoli innevati dei declivi                                                    
del Carso, ci apparve poi una donna                                             
novantenne, coi fiori nelle mani
tremolanti e insicure. Tra la neve                    
(rossa neve di morte fu il suo dire
del quale noi restammo assai perplessi
e certamente avvinti) rovistava                       
per dissodare un varco. Poi si aprì
ai nostri occhi una voragine di un
cunicolo di monte. Sono tipiche,
in quei pianori carsici, le foibe.
Pochi i raggi di sole incastonati
in quei tepali brevi di stagione
tra la neve macchiata  dal livore
delle rocce supreme. Con la voce
rotta dall’emozione volse l’occhio                  
al nascosto strapiombo: “Inverne fosse
che contenete i resti di mio figlio
in fondo al ventre buio, ricevete
questi colori memori di luce.
Fate che questi sprazzi di giardino
che vide i nudi piedi barcollanti
di lui che fu bambino, gli ricoprano
i resti mescolati assieme a tanti
di cui conosco i nomi. Il solo cippo
al quale posso dire una preghiera
è questa nuda pietra, silenziosa
compagna di due legni messi in croce
che solo io conobbi e solo io
ne eressi l’esistenza. Troppe voci
non si udirono più, troppo potere
si scordò di quel sangue”. La mia anima
si rivolse alla donna che in silenzio                                
chiedeva solamente                                                                                                                          
rispetto del dolore. Ripeteva
le solite parole un po' sconnesse
tra di sé. “Coi camion, mi dicevano,                               
li portano al lavoro.
Camion zeppi di giovani e di vecchi.
Ma tornavano vuoti.
E vuoti ritornavano dai lividi
sentieri. Mi dicevano che i camion
li avrebbero portati sul lavoro
in cima al monte. E muti ritornavano,
ritornarono vuoti verso il piano”.

(Da "Si aggirava nei boschi una fanciulla". Casa Editrice ETS. Pisa. 2000) 



Da “Il canto di Saffo”

* * *
[…] Vorrei vedere di Elena il barbaglio
sopra il suo viso chiaro, vorrei scorgere
di Elena il portamento, il femminile
incedere. Di ciò sono bramosa,
di questa libertà che provo anch’io
nel fondo del mio seno. E questo è umano,
è divino ed eccelso. Quest’amore
che strugge il mio sentire, la mia carne.
Cola sudore, un tremito mi preda,
mi faccio verde, più verde dell’erba
mi vedo, che la morte così tanto
lontana poi non pare. Ed il tuo trono
è vario e le tue trame sono subdole
Afrodite. Raggiungimi, raggiungimi.
Già un’altra volta ti giunse la mia
voce distante. Tu l’esaudisti.
Avevi messo al giogo del tuo carro
passeri lievi. Ed eri trascinata
sopra la terra bruna dal frullio
folto dell’ali. È questo il carro d’oro
che strugge la mia anima e dattorno
alita canti, suoni e incantamenti;
non di certo lo fanno i carri lidi,
o il greve stridere bronzeo dei fanti,
od il nitrire tetro delle guerre. -

(Da "Il Canto di Saffo" in "Alla volta di Leucade". Baroni Editore. Viareggio. 1997)

Ignoto verso il mare

Il cielo è terso e il bianco della luna
quasi inneva i miei campi. I passerotti
rapinano il tepore delle piume
sui rami che sperano dal cielo
nuove buttate da donare ai nidi.
È febbraio. Non vedi per i campi
traccia di paesani; tutto è fermo.
Persino lo svolare
attende l’ora calda. Mi soffermo
sul prato più vicino a casa mia,
calpesto il suolo,
e il piede batte fesso sul tostato.
Ma è il mese che si avvia
a prometterci speranze; la mimosa
staglia il suo giallo sopra la campagna
e ricorda il colore di ginestra
che gonfierà l’estate. A te mi dono
mese di nostalgie! Di quando a sera
ci si accostava al fuoco con un animo
già pronto ad incontrare primavera:
il piede scalzo, le corse fra le vigne,
la sorpresa di un nido tra i filari.
E ti rivivo,
seppur la mia speranza
non cova rami in fiore;
e anche se negli spasimi
di due colombi sopra la grondaia
me la ricordo lesta,
ora è la voglia d’altro
che mi riporta a un fiume
e mi trascina ignoto verso il mare.

(Da "L’azzardo dei confini". BookSprint Edizioni. Salerno. 2011)

Nazario Pardini è nato ad Arena Metato (PI). Laureatosi prima in Letterature Comparate e successivamente in Storia e filosofia all’Università di Pisa è inserito in Antologie di un certo rilievo; per citarne alcune: “Delos” (Autori contemporanei di fine secolo) edita da G. Laterza, Bari 1997; Antologie Scolastiche “Poeti e Muse” edite da Lineacultura, Milano 1995, 1996; Antologie “Blu di Prussia”, di E. Rebecchi, Piacenza 1997 e 1998; Antologia Poetica “Campana” di P. Celentano, A. Malinconico, e Bàrberi Squarotti, Pagine, Roma 1999; G. Nocentini, “Storia della letteratura italiana del XX secolo”, S. Ramat - N. Bonifazi - G. Luti, Helicon, Arezzo ‘99; Dizionario Autori Italiani Contemporanei, Guido Miano Editore, Milano 2001; Dizionario degli autori italiani del secondo novecento, a cura di Ferruccio Ulivi, Neuro Bonifazi, Lia Bronzi, Edizioni Helicon 2002 e in innumerevoli Antologie di Premi Letterari. (Docente di Letteratura Italiana), ha pubblicato 22 opere di poesia, prosa e saggistica, fra cui :  Alla volta di Leucade, Mauro Baroni Editore, Viareggio 1999, con prefazione di Vittorio Vettori, finalista al Premio Viareggio e vincitrice dei Premi Letterari: “Violetta di Soragna”, Parma; “Mirabella Aeclanum”, Mirabella Eclano (NA); “Tanzi”, Firenze; “Le Muse”, Pisa; “Paestum”, Pestum; “Il Forte”, Forte dei Marmi; “Micheloni”, La Spezia. Radici, Casa Editrice Giuseppe Laterza, Bari 2000, con prefazione di Aristide La Rocca, vincitrice del Premio Letterario Paestum; Si aggirava nei boschi una fanciulla, Casa Editrice E.T.S., Pisa 2000 (Nella terna Mussapi, Pardini, Baudino, al Premio Pisa 2000);  Riccardo. Racconti brevi, Edizioni Booksprint, Buccino 2010, vincitrice del Premio “San Maurelio”; L’azzardo dei confini, Edizioni Booksprint, Buccino 2011, vincitrice del Premio Letterario “Arti Letterarie”, Torino, del Premio “Aeclanum”, Mirabella Eclano, del Premio “Pontremoli”, del Premio “Toscana in Poesia” e de Premio “Val di Vara”. è critico e prefatore. Molte delle sue opere sono state edite come vincitrici di Premi Editoriali. È stato invitato dal direttore dell’Istituto di Cultura Italiana a New York a presentare la sua attività letteraria. E’ stato tradotto in Francese, Inglese, in Spagnolo.

martedì 10 luglio 2012

Musica e poesia nei versi di Federica Giordano


Musica e poesia, poesia e canto, melodia e ritmo. Il sentire e il vibrare dei suoni nell'intimo, con una poesia accorta e delicata, emergono evidenti nel dettato poetico di Federica Giordano, nuova voce femminile ma già dotata di ottimi registri e originalità di espressione, che non è mai monotona, bensì ricca di variazioni tonali. E la sua poesia abbraccia tutto il possibile, dalla riflessione intima alla descrizione dei quadri esterni, che comunque offrono lo spunto ad ulteriori meditazioni e riflessioni. Il che fa di Federica Giordano una poetessa completa, ottima osservatrice, autentica, capace di tradurre in versi qualsiasi situazione, sentimento o stato d'animo.
Proponiamo qui di seguito, per i nostri affezionati lettori, sei poesie: le prime quattro inedite, le ultime due tratte dalla sua raccolta "La parte che ti ho affidato", BoopenLed Edizioni, libro che è stato recentemente presentato con successo a Sant'Anastasia dal Circolo Letterario Anastasiano.
Saremo grati a tutti gli amici che vorranno aggiungere qualche loro interessante commento.

Ad un liutaio di Praiano

Salvo nel suo guscio d’ostrica,
vive col tempo degli intagli.

Solitario davanti agli attrezzi,
aspetta che l’intarsio guidi la mano
come si fa con la carezza,
che l’occhio si stringa dopo la sosta
sul piano di lavoro del mare,
che quel suono sentito su pagine antiche
non gli sia troppo lontano.

Poi rintanato tira la voce ai figli
raschiando il palissandro,
luminoso ciliegio, apre le labbra,
gli allarga le vocali,
gli scava il timbro nella gola.

Solo nel suo guscio d’ostrica,
l’artigiano del mare,
l’ebanista di suoni.

***

Le nostre mura

Voglio pensare
che sia sempre lì
il suono che abita la casa,
che io possa trovare
i tuoi segni grattando
con le unghie le nostre mura.

Posso dire domani
senza che mi crolli addosso
il dominio delle ore.
Senza che il cardo
dove cammino si butti
disilluso, nel vuoto.

Mi prendo il tempo che serve
per farti bambino.

Sarò sempre sull’orlo
spiegazzato della curva,
il ponte mobile
tra fede e misura.

Irresponsabile!

Quante uscite di scena
silenziose o a grande voce
oltre la visione.
La memoria è il regno della neve.

Il soffio che io cerco.
Voglio che tu metta sulla mia mano
la perla dell’infanzia più segreta,
quel passato che escogita lunghe trame,
che ancora fa cosa, ancora misura.

E’ la contrazione involontaria che nascondi,
l’impressione che non vuoi dare,
e poi casuale, l’invenzione.

E’ questo che nelle unghie
voglio serbare.
Niente segna il corpo
più del lavoro.
La sfregatura delle mura,
e i lividi sulle dita
mi fanno mani da sarta
segnata ma viva.


***

Pompei

Bianco sboccia un palmo
dalla gracile terra
come tonda conchiglia,
come scheletro di gesso
si apre la mano dal terriccio;
ossute si stirano dita
nel cielo, vino rosato nel vetro,
gli insetti cuciono ronzando
le sagome alla pietra.
Emerge dal sonno
quell'umida mano,
oltre lo strapiombo della storia,
dove il gabbiano plana,
poggiando le ali alle ombre
dimagrate della sera,
lì dove le cose cadono insonni .

Quella pietra longilinea
è il risveglio di madre antica,
posata sul suo resto,
il movimento anchilosato
dell'affresco.

***

Sotto una lampada rotta

Sotto una lampada rotta,
si raccoglie come una lumaca
la voce del teatro.

Quel verso corale
che ha unito
i bianchi ascolti.

Una voce d’inverno,
forse nostalgia della neve,
i suoni azzurri affidati alle nebbie.

Visi da commiato
con in bocca una fresia,
un applauso ai fiori.

Voglia di ascoltare
lì a Montedidio.

***

Le sorgenti

Riecheggiano attraverso gli anni
i rumori del passato sommerso.
Acque svelte e pure,
riempiono svelte
gli orci dei contadini sudati
sotto il sole delle campagne,
lo sguardo all’aratro e alle figliuole;
le mani rosse come la terra dei campi,
lo scricchiolare delle carriole.
Anche le donne accorrono
agili alla conca naturale,
saltano sulle asperità
dei visi delle madri, rughe di Puglia.
Le giovani spose, con tonfi regolari,
sciacquano via la prima notte di nozze,
la sera precedente era finita presto,
quando la luce dietro le persiane
si era spenta prima,
il bianco candore delle lenzuola,
pulizia sorgiva sotto occhi
partecipi e bocche chiuse.
E pulizia delle anime della gente,
si confessa sommessa,
acqua corrente, pensieri e parole
di genitori e di prole,
insieme, i ragazzini
in là guardano al mare,
saltellano sugli scogli,
scrutano in basso, cercano i granchi.
Le donnine si bagnano le gonne.
Dal cuore della terra
l’acqua continua a parlare,
il popolo si accorda e canta,
canta storie e sorprese,
la vita del “tristu Furese”.

(Testo tratto da “La parte che ti ho affidato”, Boopen Led Edizioni).

***

Un’altra idrografia

Sussurra l’acqua
gocciolando alla grondaia.
Uno scricchiolio legnoso
risponde, resiste tra fitte corde di pioggia.
Giunge all’orecchio,
continua il ticchettio dei tetti,
lo scroscio delle pozzanghere
sovrabbondanti.

Sul mio viso c’è un’altra idrografia,
più silenziosa delle altre.

 (Testo tratto da “La parte che ti ho affidato”, Boopen Led Edizioni).

Federica Giordano è nata a Napoli nel 1989.
Si è laureata con 110 e lode in Lingue e Culture moderne con una tesi in traduzione letteraria dal tedesco dal titolo “Traduzione e traducibilità della poesia. Porcellana di Durs Grünbein”.
Nel 2008 ha pubblicato la raccolta poetica "Nomadismi", Edizioni Il Filo.
Nel 2009 è stata autrice del testo in musica "Favola di Mezzanotte", musicato dal compositore G. Mancusi.
Nel 2011 ha pubblicato il volume di poesie "La parte che ti ho affidato", Boopen Led Edizioni.
Suoi testi hanno ottenuto segnalazioni a premi e concorsi, tra i quali il Concorso "Omaggio a Mario Luzi.
Alcune sue poesie vengono pubblicate su riviste specialistiche e siti di poesia.
Numerose le partecipazioni a reading poetici e rassegne letterarie.
Tra i suoi interessi, la musica e il tango argentino.









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