mercoledì 13 luglio 2011

Marco Righetti e il suo "Seguito mancante"

Conobbi Marco Righetti in occasione del Premio Letterario "Venanzio Reali", a Sogliano sul Rubicone, nel 2005. Diventammo subito amici, e questo è senz'altro un ottimo esempio di come la poesia possa contribuire ad avvicinare e a sintonizzare le persone, abbattendo automaticamente, o al limite affievolendo, ogni barriera, ogni sovrastruttura, ogni granitica autoconsiderazione e ogni impenetrabile guscio che l'uomo si autocostruisce per difesa o per preconcetto. La poesia libera l'animo ed è un ottimo conduttore di sentimento, di riflessione, di arricchimento vicendevole.
Ed ora sono felice di proporre la poesia dell'amico Marco Righetti, una poesia sostanziosa, espansa culturalmente e sentimentalmente, perchè abbraccia la storia, il pianeta, la bellezza greca e classica, ma anche perchè è sensibile e attenta a non lasciar fuori il minimo sospiro affettivo, la minima traccia di sentimento "ombelicale".
Poeta esperto e impegnato, Marco Righetti ci offre un saggio della sua poetica statuaria e nello stesso tempo fluida, in questi versi che seguono, tratti dal volume "Il seguito mancante" (Puntoacapo editrice, novembre 2010). I primi tre appartengono alla sezione “Ghiandole esordienti”, il 4° e il 5° al poemetto in memoria della madre: “Ombelicale, parole alla mia sempre-madre” (una commossa elaborazione del lutto), il 6° alla sezione “Prove di resistenza”.

(da: Ghiandole esordienti)

*
Qui a Delos fu il primo viaggio con te.
I leoni guardiani stanno ancora lì
salini, asfissiati.

Veniamo a cercare
un inchiostro appena leggibile
sotto le lancette dei piedi,
un Apollo minimo,
o il polso di animali tuttora
proni al sole
in un beato castigo.

Correre verso un passato
fa sbandare i conti
aumenta sensibilità agli esterni.

L’Agorà di Teofrasto ti girava intorno
con dogmi e dissolvenze,
alla rupe di agrumi
inciampi in traiettorie scolpite,
in un perché qualunque.
Le concordanze marcano:
furono scintille
in cui c’ingabbiammo.
A saperlo non le avremmo accese
oggi,
noi profumi spogli
dei ragazzi che eravamo.

Paleokastritsa

Per una vita da svernare
per un aperto sole
usciamo
nel cerchio di popoli dormienti

strade scure sopra vesti bianche

tutto è scritto
anche la ragnatela
che tiene appeso l’eremo
e lo fa tremare
al primo cappio di vento.

*

Luglio a Kanoni ha un’onda circolare
che ripassa lingue di terra
il naufragio è nel suono sordo
che chiama idoli dal mare
e asciuga il tremore d’inverni.

Le didascalie che pendevano
si sono liquefatte,
un'assoluzione,
statue parlanti e korai sono frenate
da questa trasparenza

il presente si veste a fatica,

non c’è molto
un’incudine deserta,
hanno gettato un pontile sui luoghi
per un ascolto sicuro.

Lo scoglio-mandibola
piega facciate di caldo
nella fraternità incerta del riflesso,
donne bagnavano
un credo quotidiano,
ci sono, come punto d’orgoglio,
cantieri d’arance
monologhi straziati dal vento,
piccoli pugni che oscillano
senza bersaglio

*

(da: Ombelicale, parole alla mia sempre-madre)

Potrei dirti del mio tempo scalzo
di te
ho appeso alla porta
un avviso di felicità andata

è lì col suo artiglio spuntato
quella gatta silenziosa,
forse dorme.

Potrei dirti di nuvole che scrosto
dai vetri, paci che ancora
tiro giù con un sereno
e una colla per fermarlo.

Continuo a chiedere una fede fatta di luoghi,
madre,
uno stipite celeste da forzare
per stanarti.

Tu assembla dita di filatrice
scrivi che il bianco della carta serve
a scolorire un po’ il tuo mare

il cielo non sta in estasi
ma è nel filo di vento che sfugge
al rigore di un’assenza e già porta
tuoi ritornelli ai miei piani bui.

Se ora m’annebbia novembre spinoso
rimango dietro i cancelli del cuore
confidando che li apra un tuo angelo.

*

Nel mese d’epilogo
incolonnavi rifiuti dietro il cibo

la malattia spina per centimetri
con lavorio che spingeva
a un ritrovarsi planetario
quando poi ti rivedevo.

Volevi una guarigione in prestito
fermarla un attimo per noi

ripassavi recite di una vita
a volume basso
per non disturbare

ora il debutto ti ha sciolto
verso un’apoteosi promessa
a scatola chiusa

un’assenza follemente iniziata
un mattino claustrale

Stacca un file dal tuo oriente assoluto
e dimmi com’è il fondotinta del paradiso
filami tende di Dio

e tu sull’entrata,
ultimogenita
della sua disciplina.

*

Nel mese d’epilogo
incolonnavi rifiuti dietro il cibo

la malattia spina per centimetri
con lavorio che spingeva
a un ritrovarsi planetario
quando poi ti rivedevo.

Volevi una guarigione in prestito
fermarla un attimo per noi

ripassavi recite di una vita
a volume basso
per non disturbare

ora il debutto ti ha sciolto
verso un’apoteosi promessa
a scatola chiusa

un’assenza follemente iniziata
un mattino claustrale

*

(da: Prove di resistenza)

Le donne di Gauguin

Potrebbe essere che non alitandoci
voglie di un’attrazione
stridano grilli
al posto di colloqui.

Ci aggiusteremo una luna di latta
all’ora di cena
la verseremo fidenti

ci diranno
il capolinea delle partenze
le guide nel tratto finale del viso
il sale che indirizza
i secondi a sud,
come sovrapporre
cartine chiare
a giorni opachi.

Indosseremo sorrisi a taglia unica
li faremo sfolgorare
davanti alle donne di Gauguin,
avvolte nel nero
come gengiva gonfia.

Marco Righetti, ex avvocato penalista, è iscritto a Lettere - Italianistica. Ha vinto numerosi premi letterari (Lago Gerundo, Venanzio Reali, Trieste poesia, Il Camaleonte, Pensieri in versi, Inedito anziano, V. Marcellusi, Hermatena, Santa Maria del Colle, Le Conchiglie e il mare, M.Yourcenar, Augusto Mancini, Peter Russell, Emilio Greco, P.Melis, Insula romana, ecc). Nel 2010 è finalista per la prosa al premio “Cose a parole”  e  al concorso “Vita in prosa”. Nel 2011, nuovamente finalista al Premio Aspera, è 3° alla ”Vita in prosa”, 2° al “Tra Secchia e Panaro”, 8° al Premio Turoldo. Dopo un’iniziale partecipazione ad antologie di Book Editore, tra cui Una strada di parole  e  I Quaderni Del Calamaio, nel 2006 pubblica la raccolta poetica Dirette (Lietocolle), “Premio opera prima” all’Astrolabio 2007. Nel novembre 2010 è uscito il suo 2° libro di poesia, Il seguito mancante (Puntoacapo edizioni, prefaz V. Serofilli, postfz P. Perilli). Con testi e recensioni collabora alla rivista cartacea Il clanDestino e, on line, a Senecio (di E. Piccolo e L.Lanza), dove sono usciti fra l’altro il poemetto Riscritture e le relative note a lettura di A.Ferramosca.
È presente in vari blog letterari, fra cui quelli di A.Spagnuolo, F.Santamaria, I.Mugnaini, la community di Poeti e Poesia. E’ recente la sua collaborazione con il Club degli Editoriali - Associazione nazionale professionisti e operatori dell’editoria.
Suoi inediti sono stati pubblicati sul numero 34 di Gradiva, altri figureranno sul prossimo 39-40. Uscirà con inediti (narrativa) sul n. 26 di La Mosca di Milano.
Suoi testi sono stati coreografati in occasione di grandi eventi, Festival internazionale della Val di Noto a Catania, Accademia di Santa Cecilia: Premio delle Arti, Premio Roma, programmi televisivi Rai, Castello Odescalchi di Bracciano, Teatro Ruskaja dell’Accademia Nazionale di Danza, Conservatorio di Trapani, Premio Giuliana Penzi a Udine,ecc.
Nel 2009 è finalista al premio Nicola Martucci nella sezione Attore, per la quale interpreta il monologo centrale di Edipo da “La serata a Colono” di E.Morante.
Autore di pièces, è 2° al medesimo N. Martucci 2010 nella sez. Testi Teatrali con l’atto unico 2070: due ombelichi.
L’atto unico Il posto verrà pubblicato sul numero 10, attualmente in stampa, di “Teatro contemporaneo e cinema”.
È finalista al N. Martucci 2011 con la pièce Benedetta guerra  

10 commenti:

  1. Una poesia, quella del nostro autore, "alessandrina" eppure ricca di motivi di autoriflessione e occasioni esistenziali ritenute, spesso a ragione, come fondative di una memoria lirica e rammemorante, filtrate da un'arte solida anche se, talvolta, accompagnata da qualche cedimento e ingenuità. Ma nel complesso una poesia tutta da leggere per entrare nelle ragioni di una vita diversa da quella del lettore, e perciò degna di un nostro confronto e di una onesta riflessione. P. S. Trovo molto giusto l'orientamento di Pino Vetromile per la gestione di questo blog, per evitare interventi inopportuni e sentenze inutili. Un caro saluto a tutti. Stelvio Di Spigno

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  2. Eugenio Lucrezi scrive:
    concordo in pieno con quanto scrive Stelvio Di Spigno a proposito della poesia di Marco Righetti, poeta che non avevo la ventura di conoscere. Mi piacciono i fondali delle scene, di colore classico, mi convince l'aggettivazione esatta e congrua, che qui, a dispetto di una certa profusione, aiuta la generazione del senso, e la profondità delle immagini (in genere, è proprio l'utilizzo degli aggettivi il primo indicatore di un inadeguato controllo della lingua, di una insufficienza di visione).
    Concordo anche, con Di Spigno, a proposito della ingenuità di alcuni passaggi immaginativi. In genere stat poeta, disse Zanzotto. (In genus gratia introivit)

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  3. ringrazio l'amico Pino per l'ospitalità e la sentita presentazione, così come sono grato ai commenti degli ospiti, soprattutto nella parte critica. Visto che nessuno in poesia (e non solo) può mai sentirsi "arrivato" mi incuriosisce però, a questo punto, la addotta ma non dedotta 'ingenuità' di certi passaggi.Potreste citarmi i versi cui vi riferite (e ciò a costo di apparire... 'ingenuo')?
    un saluto

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  4. Chiedo scusa se intervengo anch'io, ma mi sento un po' coinvolto, avendo invitato io direttamente Marco Righetti a proporre alcuni suoi testi in questo spazio. Conosco da anni l'attività letteraria e poetica dell'amico Marco, che è di indubbio spessore, e conosco altrettanto bene l'autorevolezza, la competenza e la sincerità di Stelvio Di Spigno e di Eugenio Lucrezi. Credo pertanto sia giusto dettagliare meglio, se gli amici Stelvio ed Eugenio lo desiderano, la caratteristica di "ingenuità" riscontrata in alcuni passi della poetica di Righetti. Grazie a tutti!
    Pino Vetromile

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  5. Non entro nel merito delle precedenti considerazioni anche perché ingenuità non ha solo un'accezione negativa e penso che spesso i poeti nel cercare di dare parole alle sollecitazioni che in loro provoca un paesaggio, un luogo, un volto, una emozione,un ricordo, un sentimento e via dicendo attingano a quelle remote zone di sè in cui si conserva ancora intatto lo stupore infantile e accade che magari ci si imbatta in qualcosa di ancora non eleborato dalla maturità, dall'esperienza. D'altra parte la poesia esprime quello che il linguaggio razionale non riesce a esprimere. Marco Righetti in questi testi affronta un viaggio a ritroso verso le proprie origini, ne cerca l'esattezza nel terreno cedevole della memoria, consapevole di essere, come diceva Kant, nel gioco di una realtà trasformata. Un caro saluto, Lucianna Argentino

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  6. Ho avuto la fortuna di conoscere Marco Righetti personalmente e di apprezzare la sua poesia, anche per averla ospitata su La scrittura meridiana. Sono un grande estimatore della sua poesia, capace di regalare alla lettura sussulti e brividi. Riporto uno stralcio dalla presentazione ai suoi versi:

    La poesia delinea paesaggi, luoghi dove le prove di resistenza possono trovare una propria dicibilità, bagnarsi nella luce di una sincerità sommessa, “con gesto magari pacato, ultimamente placato, riconciliato”. Coltivavo discreto stanze private nel bavero di pagine coperte. infine la declinazione dell’appiglio, in una direzione evoluta del verso, la giusta inclinazione, le regole adottate: -prescrissero i miei volando in formazione compatta tieniti stretto al ceppo, resta nel ping pong dell’affetto la battuta è sempre da noi a te.- poesia molto interessante che si avvale di una lingua affilata, un vocabolario senza tentennamenti, all’interno di un equilibrio in continuo assestamento.

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  7. scusate, paolo p sta per paolo polvani

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  8. Mi associo alle parole di Paolo Polvani e di Lucianna Argentino, in particolare riguardo la capacità (o attitudine) di provare e conservare una sorta di stupore, che è poi il presupposto per ricercare e costruire. Non conoscevo la poesia di Marco Righetti, che ho avuto modo di ascoltare e apprezzare alla rassegna romana di poesia “Amaro Ammore” lo scorso maggio.
    Trovo molto interessante in queste poesie il filo rosso che lega passato, presente e futuro – quanto i miti della grecità sembrano attuali! - dove pare che nulla sia lasciato al caso, bensì (pre)disposto. Il tempo, con il suo fluire inesorabile, è un elemento dominante nei versi di Righetti: “Veniamo a cercare/ un inchiostro appena leggibile/ sotto le lancette dei piedi…” e ancora: “Il presente si veste a fatica”.
    “Le concordanze marcano: /furono scintille /in cui c’ingabbiammo. /A saperlo non le avremmo accese/oggi,/noi profumi spogli /dei ragazzi che eravamo.” Versi che "profumano" di nostalgia e da cui traspare la sensibilità acuta e dolorosa dell’autore.
    I versi della sezione “Ombelicale” dedicati alla madre li ho trovati dolcissimi e profondamente commoventi. Una vera visitazione del dolore in cui il poeta rende palpabile quella forte sensazione di smarrimento che segue a una perdita inaccettabile e per la quale i perché non trovano risposte. “…e dimmi com’è il fondotinta del paradiso/ filami tende di Dio/ e tu sull’entrata,/ ultimogenita/ della sua disciplina…”
    Un saluto e un grazie a Giuseppe Vetromile per questa proposta.
    Monica Martinelli

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  9. Mi fa sghignazzare paolo Polvani che usa le stesse parole di una sua poesia per esprimere commenti su testi altrui. ahahaha

    Rafhael Arthur Liguoro

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  10. Caro Rafhael Arthur, ti ringrazio perché trovo molto gratificante che qualcuno riconosca i miei versi, è per me una piacevolissima sorpresa. E per favorire una tua ulteriore sghignazzata ti confesso di essere recidivo. Non è la prima volta. C'è un altro mio verso che utilizzo, ed è questo: la poesia è un'effervescenza di parole che certifica la gioia di stare al mondo. Così se lo dovessi incontrare lo sai. Mi piace e non vedo motivi per privarmi di questo piacere, non sono neanche tenuto a usare le virgolette e a citare l'autore, perché sono io, non è una forma di autocompiacimento, l'autocompiacimento presuppone un pubblico, semmai c'è un piacere personale, ed è lo stesso piacere che si prova nello scrivere una poesia. Se il verso utilizzato s'inserisce bene nel discorso perché non dovrei usarlo ? non si fonda la poesia e l'arte in genere sull'artificio ? Tanto più se rischia di sortire un duplice positivo effetto: su di te: provocare una salutare sghignazzata; su di me: la gioia che qualcuno riconosca i miei versi. Mi piacerebbe avere il tuo indirizzo, ti spedirei volentieri un mio libro, i lettori attenti lo meritano. Ti anticipo la dedica: A R.A. con amicizia, perché nessuno mai fu così contento di essere preso con le mani nel sacco...
    Pertanto grazie ancora!
    paolo polvani

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