giovedì 15 aprile 2021

Le "Poesie future" di Carla Malerba

Poesie future? Perché questo titolo? Dal momento che proprio il titolo di una raccolta poetica (e in genere di ogni lavoro letterario) rappresenta quasi sempre il nocciolo sintetico dell’intero progetto, mi è sembrato opportuno partire proprio da qui, dal titolo, per esprimere qualche breve considerazione su questa recente e pregevole opera di Carla Malerba.
Orbene, sembrerebbe che la nostra brava Autrice, di origine tripolitane, voglia proiettare in qualche modo il suo vissuto, la sua esperienza e di donna e di artista, in un immaginario mondo di là da venire, mondo che le dia la possibilità di eternare, anche nel suo domani più vicino, tutta la ricchezza, tutto il bagaglio emotivo ma anche memoriale della sua vita. E in effetti è così; ma non solo. La Poesia non ha bisogno di collocazioni temporali, e a volte non importano neanche quelle geografiche, una volta superate le barriere della lingua e della cultura di quel determinato contesto nazionale o area continentale. Una poesia è per sempre.
Ma in quest’opera di Carla Malerba, Poesie future, dove appare abbastanza evidente l’intento di creare una sorta di macchina del tempo, una bussola contenente messaggi importanti per una società futura, messaggi sotto forma di poesie che a loro volta sono foriere di memorie e di valori storici e sentimentali ed emozionali rilevanti e fondamentali, esiste un altro filone parimenti significativo, ed è quello del ricordo di “ora”, attuale, in un fluire di versi pregni di “nostos”, un canto melodico che ha come sottofondo lo scenario del mondo mediterraneo, esteso in tutte le sue connotazioni storiche, geografiche e di costume: qui i versi di Carla Malerba si arricchiscono dei suoni e dei colori tipici della sua terra d’origine, non solo, ma anche quasi per antonomasia, di tutte le terre analoghe, dove il sentimento e l’amore puro e ogni sorta di bellezza e di bontà, fungono da impasto fermentante e nutriente per costruire, anzi per ricostruire, mondi nuovi, mondi futuri, per sempre fortemente collegati al proprio cuore d’origine.
È in effetti un viaggio nella storia, nella sua storia ma anche nella cultura di tutti noi, quello di Carla Malerba: un riportarci su sponde di purezza, su spiagge lambite da un mare che è metafora e simbolo di immenso ma anche di ritrovate avventure, di storie e di culture integrate. Al centro di tutto, c’è la nostra Autrice che si perse quella notte in una solitudine di stelle: è dal suo cuore, dal suo profondo essere, che scaturisce poi la volontà e la forza di continuare la ricerca dell’amore, delle origini, del suo nostalgico ma ancora e sempre vivido mondo, per riproporlo a sé stessa e a noi tutti con rinnovata luce e impeto vitale in queste melodiose Poesie future.


Cercherò la parola mare
per quante volte l’ho scritta
cercherò di non farmi dominare
dalla perversità della rima
o dalle immagini aperte.

Meglio la chiusa parola
che travesta il mistero
meglio celare il pensiero
di ciò che tocca a ciascuno.


***

A volte prende forte
di pensieri
una strana mescolanza.
Ti rammenti
la terra natale?
Anche se non era la tua terra
l’hai amata come tale,
e se non era il tuo
il suo idioma,
lo sentivi familiare.
E sempre
ti segue forte
una solitudine amara,
un doloroso straniamento.

(dalla sezione “Straniamenti”)


***

Che strano gioco
quest’aria senza vento
e questa luce piena nella stanza.
L’estate spande intero
il suo colore
e s’inoltra
il silenzio nelle cose.
Giallo il sole,
lontano un abbaiare,
una sedia nel mezzo della stanza.

(dalla sezione “Straniamenti”)


***

Non bastano
echi dispersi
per ricomporti
nella mia mente.
Mi rimane
il tuo sfocato profilo,
il contorno appena
delle tue mani,
il dubbio della speranza.
Di notte il vento
fa gemere le cose,
un assillo
che avviluppa l’anima.
Di te ora i frammenti
dispongo incerta:
dai giorni chiari
si è compiuto il distacco,
ne prendo atto
e cerco
la parola che non dica.

(dalla sezione “Dove nulla si perde)


***

Quella notte mi persi
in una solitudine di stelle.

Dall’alto mi spioveva
un senso vitale, la mia forza,
il mio dolore umano.

Dalla porta dell’ombra
andavano i miei passi
alla piazzuola.

Misuravo i moti di quel cielo
distante, straniero ai miei.
Ma dalle schegge dei mondi
traluceva un riflesso verso me.

(dalla sezione “Dove nulla si perde)


***

Se vuoi ti cerco
dietro l’angolo retto
all’incrocio dei muri
dove non ti ho mai perso
o torno a prenderti
su quella spiaggia
di un lontano agosto.
E se potessi ancora
dislocarmi
chiederei al gioco
di non escludermi
di darmi
occhi stellati di stupore
per esservi accolta.
Ecco ti trovo
in questi scarti di attimi
in questo mio imperfetto accudimento
spesso avaro di abbandoni.
Ma basta solo l’incresparsi
del tuo labbro
per riconsegnarti a me.

(dalla sezione “Se vuoi ti cerco”)


***

Lascio una terra
persa in acque di infiniti azzurri
in cui pigro trascorre il giorno
e la notte si apre
al connubio dei pollini
che infioreranno rocce e rovi.

Torno ai dolci profili di colline
dove le cime degli alberi
si muovono al vento
e sussurrano accordi.
Qui l’aspro del mare
non giunge.

Ma del vulcano scabro
fiorito nei pendii
di rossi cappelli di fate
porto negli occhi l’alto profilo.

Brani tratti da: Carla Malerba, Poesie future, puntoacapo Editrice, 2020; prefazione di Ivan Fedeli, postfazione di Gemma Mondanelli.

Carla Malerba è nata in Africa Settentrionale e dal 1970 risiede in Italia. A Tripoli, sua città natale, ha frequentato il Liceo Scientifico Dante Alighieri e ha pubblicato i primi versi su quotidiani locali. Iscritta alla Facoltà di Lettere Moderne a Catania, interrompe gli studi a seguito di eventi politici legati al suo paese d’adozione. Si laurea nel 1986 presso l’Università degli studi di Siena con una tesi sulla poesia per l’infanzia. Ha insegnato Materie letterarie ad Arezzo, città nella quale vive tuttora. Ha pubblicato: Luci e ombre (Arti Tipografiche Toscane, Cortona1999), Creatura d’acqua e di foglie (Calosci, Cortona 2001), Di terre straniere (La Vita Felice, Milano 2010) e Vita di una donna (ivi, 2015). Alcune sue liriche sono presenti nell’antologia Novecento non più - Verso il Realismo terminale (premessa di Guido Oldani, La Vita Felice 2016), nella rivista Pioggia Obliqua-Scritture d’arte, in Fiordalisi-Menti Sommerse e in Tanti Pensieri. Scrive racconti brevi, alcuni dei quali sono stati pubblicati su Essere, periodico del Centro di solidarietà di Arezzo. Ha ricevuto riconoscimenti per la poesia inedita in alcuni concorsi nazionali tra cui un Premio speciale della Giuria al Premio “Ossi di seppia” e un secondo Premio per la sezione tematica al Premio “Le occasioni” 2019.



lunedì 12 aprile 2021

Loriana D'Ari e la sua forte consapevolezza poetica

Ecco una potente voce poetica, inaspettata, improvvisa, stentorea, che subito prende e per questo motivo con grande piacere l’accolgo qui su Transiti Poetici. Si tratta di Loriana d’Ari, genovese, impegnata professionalmente nell’ambito della psicoterapia ma con all’attivo già diversi riconoscimenti in campo letterario e con una sua pubblicazione di esordio, Silenzio soglia d’acqua, con la quale ha vinto la sesta edizione del rinomato Premio Arcipelago Itaca per la sezione inediti.
Proponiamo qui di seguito alcuni suoi brani, in cui spicca evidente il suo senso epico e il dettato fortemente scenografico, con interessanti contaminazioni teatrali (“Antigone, testamento”). In più, traspare dai suoi versi una particolare consapevolezza e sensibilità in merito alle problematiche esistenziali (“dei vivi e dei morti”). Una poesia convincente, che scuote gli animi e canta con dolce veemenza, utilizzando un lessico alto e pregevole.
Loriana D'Ari è senza dubbio poetessa che merita ulteriori approfondimenti e apprezzamenti, da tenere in considerazione nel nostro attuale panorama poetico nazionale.



Antigone, testamento

io donna nel mio ventre sottile
spezzerò questa catena micidiale
perché Antigone è il mio nome
nata al posto di un altro. fratello,
levigherò questa crosta di sangue
e fango, fino a restituirti un volto
e soffierò nei tuoi polmoni tanta vita
per quanta sciagurata colpa
è sopravvivere ai morti, portarli
come d’inverno nelle vene un canto
di passeri sepolti nella neve


*

sono andati tutti. col fiato addensi l’aria
ma la bolla si sfrangia, è trasparenza.
così rapprendi in un grano di buio
stringi il grido, resti nel dubbio


*

nel transito alla goccia, il chicco di grandine allenta
la scorza della dura lattescenza. non rimpiange
il confine, tutto quel che trattiene lo cede
in cambio di un po’ di calore


*

quasi nuda sulle scale, spingi avanti
alla cieca, pelle permeabile agli occhi
corpo di bianca sclera, un piede
dietro l’altro introflesso - l’orbita a
rovescio del passante, l’orlo slabbrato
del possesso. appartieni allo sguardo
dell’altro. la tua piccola morte soltanto
è un fatto privato, ti cade dentro


***

dei vivi e dei morti

ecco le povere cose, gli esili resti.
nel disarmo i coltelli feriscono
da ogni lato.
qui la colpa è uno scavo di rotule
nel fango, la spola
dei vivi tra gli opposti schieramenti.
quanto ai morti, indugiano
anche loro, da quando è slittata
la soglia non sanno più
dove cadere


*

non visti, i morti si allenano
alla trasparenza. dei vivi
ricalcano le orme, coincidono
ombre e contorni. d’inverno
ravvivano il fuoco, trascinano
notti interminabili lungo i
corridoi. non sanno se verrà
il perdono, ma intanto
bagnano i fiori. per questo
resistono, anche senza di noi


*

li abbiamo pianti, ma tornano a noi
per varchi tremiti schiusi ai rami
dai bianchi guizzi del mandorlo
e nel silenzio quel soffio di vento
ultrasuono che dice, non dice:
siamo la piena portanza dei corpi
la dissolvenza nella scia dei passi
non altrove, ma via dal vostro tempo
dentro il calco vivente del mondo


Loriana d’Ari vive a Genova, dove lavora come psicoterapeuta. Ha pubblicato su diverse riviste e blog letterari, e ricevuto riconoscimenti in occasione di vari concorsi, tra cui Ossi di Seppia, Bologna in Lettere e la segnalazione per la raccolta inedita al Montano. La sua silloge d’esordio, Silenzio soglia d’acqua, è risultata vincitrice del VI premio Arcipelago Itaca per la raccolta inedita (opera prima).

domenica 11 aprile 2021

Carmine De Falco e le sue "Meduse di Dohrn"

Meduse di Dohrn è il recente volume con il quale il suo autore, Carmine De Falco, conferma ed amplia la sua linea poetica tesa ad evidenziare fino allo spasimo, e in modo globale, lo stato di precarietà psichica e sociale di una società ormai schematizzata e stereotipata. Il titolo potrebbe essere fuorviante, ma bisogna a mio parere scendere molto in profondità viaggiando nei vari assetti e scomparti riflessivi e propositivi, per trovare il nocciolo unico, denso, significativo, che giustifichi in qualche modo l’intento dell’autore, cripticamente racchiuso nel titolo: le meduse e Dohrn. Le prime, creature marine spesso abbinate all’inquinamento e al degrado ambientale; il secondo, lo zoologo, emulo di Darwin e della sua teoria evoluzionistica, nonché fondatore della famosa stazione zoologica, o acquario, di Napoli. È dunque in questa profonda simbiosi tra i due termini, che Carmine De Falco architetta il suo percorso poetico in questo libro, riferendosi anzitutto al tema del degrado e della dissipazione incontrollata dei beni naturali, beni preziosi che in origine arricchivano il pianeta, a disposizione di tutti nell’”Acquario” meravigliosamente infinito che è il nostro universo.

Ma il nostro De Falco va oltre. Non si tratta, qui, soltanto di spreco materiale e di disordine nei consumi, non è soltanto mancato rispetto nei confronti della natura e dei suoi beni, ma è la cultura scellerata, o meglio la mancanza di cultura, che rende la nostra società attuale poco o per niente accorta su questi problemi. Siamo tutti a bordo di una nave da crociera, divertendoci in tutti i modi, isola in movimento in un oceano senza terra. È il modo errato, fuorviante, equivoco, nell’affrontare giorno per giorno un’esistenza egoistica e priva di un’etica, di un programma ideale e costruttivo serio che possa assicurare il benessere futuro.

Diviso in tre sezioni (“Poesie dei dopo disastri annunciati”, “Quadre danesi” e “Sature”), il libro è un ricco excursus poetico in questo mondo deturpato e frammentato, descritto prendendo spunto da un fondale nordico, più precisamente danese, nel quale il nostro autore è immerso, vivendoci da alcuni anni per motivi di lavoro. Il suo dettato poetico assume ancora, come è suo stile, un andamento articolato e variegato, utilizzando corpi poetici a volte lunghi e complessi, senza titolo, a volte addirittura prosastici; molti e molto bene integrati parecchi termini tecnici, mutuati dal linguaggio delle comunicazioni telematiche; c’è anche spazio al dialetto napoletano, che trova la sua migliore collocazione in un lungo testo (“Da canzoniere straniero”). Carmine De Falco insomma indaga e riesce a trovare tutte le potenzialità poetiche espressive per descrivere esaurientemente e con rara efficacia emotiva l’intero quadro progettuale da trattare, con un dire convincente, sagace, a volte ironico.
 
Impreziosiscono il libro di Carmine De Falco le dettagliate note di prefazione e di postfazione rispettivamente di Luca Ariano e di Ferdinando Tricarico, nonché l’originale copertina dell’artista Anna Maria Saviano.



Prendiamo la terra ne vogliamo
Sempre più la terra preda trasformata
Questa, spine di villette metallari
Pesanti che si schiacciano la schiena
Sotto trucioli di alberi imboscati
Tutti i malandrini con le doglie
Di parti non voluti dal creato

Rilasciate queste chimiche dannose,
Donnose, come femmine ancestrali
Che minacciano le mura di spaccare
Legna che raccolgono i residui
Dei grigiori ritrovati dentro i piani
Di sviluppo rurale urbanizzato

(dalla Sezione I, Poesie dei dopo disastri annunciati)

 

***


È uno shock scoprirti a seguire
scie chimiche attraverso terre piatte.
Preparo: soluzioni organiche di contraccezione

Per battere il rischio esistenziale
doloroso, di essere innesco biologico
di super menti artificiali

Qualcosa più di un suicidio
corre nei nostri meandri, naturale
competitività della natura umana

Arma che porta lontano da noi
salvaguardia del mondo abitato

Senso di colpa millenario che ha preso
fuoco nel giogo cristiano

Deciderai estinzione come
assoluzione da ogni peccato?

(dalla Sezione I, Poesie dei dopo disastri annunciati)


***

La città si allarga bassa
a portata di voce di mamma
proietta i suoi timbri
di luce sui bimbi

Meticolosamente si espande
a raggiera intorno a frammenti
di porto estromessi, venezie
di vetro, mattone e cemento upcycled
su lagune inchiodate al lavoro
irrefrenabile di ruspe e visioni

Metropolis sta lì a testimoniare
l’offesa dell’arrivo, dell’essere arrivati
Capsula di metallo e vetro verticale
che sinuosa ammicca a futurismi che furono.
Frantumata uguaglianza
in gradi di alture.

(dalla Sezione II, Quadre danesi)


***

Il finestrino mostra le luci distanti
dove non sparisce il peso dell’anidride
carbonica abbagliante nella notte
nera del puzzo di città illuminate

Magia crackata all’improvviso
torna alla banalità di un trucco
colpevolmente consegnato
al nostro sguardo saturo

Che forma hanno le montagne
e colline, questi boschi? Tuoi
per pura casuale geografica prossimità
Le guardi dall’alto ferite
montagne sporche, spaccate da strade

Fa sorridere questo cercare di mettere radici
questo bisogno ancestrale di restare
in un posto reale, sociale, animale di esseri
destinati a finire ancor prima che.


(dalla Sezione II, Quadre danesi)


***

Da canzoniere straniero

Te si’ miso ‘into ‘o Stritto
‘e ll’Ørresund friddo, addò passe
e spasse tra sti pizzarie
ca te pare ‘e sta â casa toja
cu tutte sti bannere
a tre culure, ma po si guarde bbuono
te vene a rirere, ‘a pizza c’o kebab, ‘a napolitana
cu ll’alice, ‘a sarsa ncoppo a ll’ananassa
‘a nduja a sotto ‘o ‘uacamole. Ma Napule addò sta?

(…..)

(dalla Sezione II, Quadre danesi)


***


Immaginaria immensa nave da crociera
piena di gente che prova a divertirsi, a ballare
in gruppo, a cantare su basi, a mangiare
a buffet, a ridere allo show, a nuotare, a fare
l’amore in cabina. Se questa imbarcazione navigasse
per sempre? Sempre più lontana con tutta
questa gente? Isola in movimento in un oceano
senza terra.

(dalla Sezione III, Sature)

Brani tratti da:

Carmine De Falco, Meduse di Dohrn, Bertoni Editore, PoesiaLab, Collana a cura di Luca Ariano, 2020; prefazione di Luca Ariano, postfazione di Ferdinando Tricarico. Opera di copertina dell’artista Anna Maria Saviano.

Carmine De Falco, esperto di comunicazione digitale, collabora per l’Agenzia Europea dell’Ambiente a Copenaghen. È cofondatore dell’Associazione Componibile62 e del progetto editoriale RACNA Magazine e ha lavorato come facilitatore a progetti di scambio culturale e artisitico.

Ha pubblicato le raccolte Linkami l’immagine (Fara 2006), Loop Vernissage (in Specchio poetico, Fara 2007), Italian Day (Kolibris 2009), I Resistenti, scritta a quattro mani con Luca Ariano (edizioni d’If 2012), Città Bianca (in Zenit poesia, La Vita Felice 2015).

Suoi testi sono presenti in antologie e riviste letterarie, tra le altre Trivio, Le Voci della Luna, Levania, e nei volumi Nella Borsa del Viandante, Attraverso la Città, Pro/Testo, AlterEgo Poeti al MANN, Poeti da Secondigliano, Poesia a Napoli II ediz. 2018.






giovedì 1 aprile 2021

Not bad, di Claudia Zironi: una preziosa opera di alta poesia

 “So quel che c’è da sapere”, recita Claudia Zironi in un suo testo poetico compreso nella raccolta “Non bad” che qui presentiamo brevemente. È un verso perentorio, laconico, direi rassegnato, in cui però la nostra brava autrice concentra a mio parere gran parte del suo progetto poetico, un progetto basato essenzialmente sul tentativo di descrivere tutta la realtà epurata da visioni ortodosse e fuorvianti, vedendovi in effetti quello che veramente serve a dare un senso alla vita e al creato. Not bad, che tradotto dall’inglese significa non male, è dunque una raccolta complessa e intensamente elaborata e prodotta con la piena consapevolezza di una grande maturità artistica e filosofica, sia per quanto concerne la visione delle cose nell’insieme, sia per la sua particolare modalità poetica.
In tutto questo, cardine fondamentale è la parola poetica, che, come sempre, deve caricarsi di quello spessore, di quel peso specifico particolare che la distingue in altri contesti discorsivi e informativi. Dice Claudia Zironi, ancora: “ci vorrebbe una parola per aggiustare, per trasformare, per realizzare una perfetta creazione”: una parola talmente potente, così universale, da poter essere essa stessa rappresentativa del tutto: è un avvicinamento asintotico, certo, per piccole approssimazioni, finché la “parola” aderisca poi come un involucro trasparente sulle cose da contenere e da indicare, in un modo sempre più “vero”, sempre più vicino alla propria visione e alla propria filosofia di vita.
È da qui che scaturisce la veemenza del dire poetico di Claudia Zironi: vedere la realtà e descriverla scientemente o limitandosi all’esteriorità e a quel minino di sensazioni che emana la superficie delle cose, non sarebbe alta e profonda poesia, ma costituirebbe un filone poetico normale se non addirittura ovvio, come avviene in gran parte della scrittura poetica odierna. Claudia Zironi ci indica una strada impervia, diversa dalle solite, perché la sua poesia è in effetti un’opera di vivisezione del creato, e dell’uomo, nei suoi molteplici contesti. È un viaggio di esperienze, il suo, di considerazioni e di riflessioni, condotto attraverso quadri e costruzioni poetiche che pungono e sollecitano direttamente l’emotività del lettore. L’organicità dell’intera raccolta è sostenuta e avvalorata dalla disposizione in quattro parti interconnesse (“Quando si spegne il cielo”, “Not bad”, “Nuda carne” e “Il ritorno degli uccelli”) ed inoltre arricchita dalle fotografie artistiche di Emiliano Medardo Barbieri.
La struttura poetica di Claudia Zironi, in questa raccolta, trova la sua massima armonia e perfezione stilistica, con un percorso costituito da corpi poetici generalmente senza titolo (a parte alcuni testi e quelli della sezione “Not bad”, nella quale la stessa Autrice spiega di aver preso a riferimento alcuni termini normalmente usati nei social, come “tag” e altre didascalie…). Tutta l’architettura poetica, compresi i segni grafici, la punteggiatura ed altri preziosi accorgimenti, fa di questa raccolta di Claudia Zironi una ragguardevole e preziosa opera letteraria di alta poesia.




di cosa hai bisogno – mi chiedevi. forse di un’intera
vita? una vita splendida e giusta. forse di un corpo
nuovo, appena nato, di una mente brillante, di un talento
che lasci tutti senza fiato. di cosa hai bisogno? – mi dicevi.
di dimenticare? di tanto futuro, di un altro padre o
della vista bella del mare, di riempire gli occhi
di sorrisi e di bambini, di parlare, di scoprire
un riccio timido tra l’erba, una margherita colorata.
o forse hai bisogno di un mio sguardo, di una carezza?
di uno di quei baci che fermano la pioggia, intenso
come una caduta, lungo come una guerra, improvviso
come il momento in cui ci si innamora.



***

so quel c’è da sapere, ore e ore
di parole, anni di inutili dati
ricordi miei importanti svaniti
per lasciare posto a memorie ininfluenti.
so più di quel che c’è da sapere di ciò
che non mi importa conoscere, che vorrei
non avere mai sentito, che non posso
cancellare, nemmeno se chiudo gli occhi
nemmeno quando si spegne il cielo.


***


ci vorrebbe una parola per aggiustare
per trasformare, per realizzare
una perfetta creazione, che fosse
rotonda e accesa, di giusta lunghezza
che assomigliasse un poco al nome
del mondo conosciuto e lasciasse intravedere
l’inimmaginato. ci vorrebbe una parola puro suono
un battito, una eco, un sentimento, un’ultima parola
che contenesse il senso
di tutto questo struggimento.



***

                            # hole in my soul

perché in fondo come si definisce un buco?
ciò che non è pieno, un vuoto, un tronco cavo
un nido abbandonato, l’abisso, il pozzo, il gorgo
che tutto inghiotte, nero e dirompente nello spreco
illusorio e fallace, della vita, il viaggio senza destino
della luce, che parte e non si sa dove si frange
dove riposa come buio, con tutti i suoi colori
ai margini del tempo, la mancanza
di progetti e aspettative appigliati a un domani
che non ci appartiene, la resa della terra
e del muro e di ogni altra nobile materia
alla sua asportazione dal contesto, il silenzio
che ci chiude anzitempo nella tomba, il lutto
della memoria, la demenza, la follia, l’oggettiva
inefficacia della perseveranza, l’archiviazione
di ciò che avrebbe potuto e non è stato, un passaggio
dal perimetro regolare o frastagliato, un foro.


***


come il cane, come il padre di un altro
come un vestito-spazzatura consumato
come la notizia di un eccidio in Siria
attenendomi alla metafora del lutto
ho scelto per te di spargerti al vento
come ceneri, di non avere un luogo
per le rose, di non avere immagini
per toglierti il tempo, sei un nome
asceso ai cieli scoloriti del rimpianto
pensieri di morte a mio carico
– benedetto sia il virus che arriva
galoppando rosso per il mondo
senza credo, senza colpa –
una meccanica perversa di abbandono
come un albero caduto per il vento
come un ponte crollato, come il pianto
come un amore irrealizzato.


***

                             a E.

gli uccelli neri sono tornati, lucidi
come il passato. dalla cima più alta
hanno cantato ricordando i caduti
lungo il viaggio, ricordando le carni giovani
le correnti del cuore. hanno portato notizie
da paesi inesistenti, inutili dettagli di rovine.
gli uccelli hanno detto che non c’è luce
oltre i confini della nostra esistenza
che è inevitabile il gioco del fuoco
bruciarsi, soffrire, perdere piume
che in questa vita solo una volta si nasce
solo una volta si muore e solo una volta
si può amare. tutto il resto è dolo.

Brani tratti da: Claudia Zironi, Not bad (2019 – 2020), Arcipelago Itaca, 2020; prefazione di Francesco Tomada.


Claudia Zironi, bolognese, opera dal 2012 nel mondo della diffusione culturale con l’associazione Versante Ripido (www.versanteripido.it) dedicata alla poesia e della quale è uno dei fondatori e Presidente. Collabora anche con altre realtà associative rivolte alla cultura, all’arte e al sociale. Fa parte della redazione della rivista Le Voci della Luna. Ha fatto parte di giurie di premi di poesia a rilevanza nazionale.
È alla sesta pubblicazione poetica in Italia, delle quali Eros e polis, nel 2016, è stata riproposta in USA in traduzione di Emanuel Di Pasquale.
Nel 2019 è uscita, per i tipi di Marco Saya Edizioni, l’antologia a cura di Sonia Caporossi Claudia Zironi – Diradare l’ombra – antologia di critica e testi – 2012-2019.
Altre notizie si possono trovare nel sito claudiazironi.wordpress.com





martedì 23 marzo 2021

La vitalità nascosta, in "Claustrofonia" di Doris Emilia Bragagnini

C’è una vitalità nascosta, sotterranea, addirittura ctonia, come afferma anche Plinio Perilli nella sua dettagliatissima prefazione, nel mondo poetico di Doris Emilia Bragagnini in questa sua recente raccolta, intitolata “Claustrofonia” (Ladolfi Editore, 2018). Anche il titolo, che di solito riassume in modo sintetico ma esplicativo tutto il progetto poetico dell’autore, è in questo caso più che indovinato, ed inoltre ci fornisce una buona chiave di lettura, ci offre anzi la giusta “frequenza” di ascolto sulla quale sintonizzarci per procedere lungo l’itinerario poetico di Doris Emilia Bragagnini. Un itinerario che, appunto, sembra sotterraneo, opprimente, chiuso – e quel prefisso claustro ne è l’indice – ma che in realtà fa confluire in superficie tutto il flusso di pensieri, considerazioni e riflessioni dell’Autrice, per lo più incentrato su una visione complessiva del mondo in perenne stato di incertezza e di precarietà. Il dubbio, i timori, le inquietudini, il senso di compressione che ostacola l’agire quotidiano, il vedere e non vedere, il travisare attraverso icone e immagini usuali e abitudinarie, il sentire le cose assenti, come respinte o assorbite da un muro immaginario che soffoca le parole: tutto questo sembra emergere dalla sua visione poetica, costituita da un discorso multiforme e articolato, suddiviso organicamente in sette sezioni (“sfarfallii – armati – sottoluce”, “ipernauta”, “se il fiore dell’ora”, “regoli”, “eroi celesti”, “giunchiglie trapassate” e “nonnulla da tenere”), tutte valide ad arricchire l’assunto poetico fondamentale, con diverse e svariate angolazioni e figurazioni. Il discorso poetico di Doris Emilia Bragagnini, in questo libro, è dunque assai complesso, e merita molta attenzione e successivi approfondimenti graduali, in quanto svela quel silenzio quasi ancestrale in cui è immerso l’animo umano, di fronte agli accadimenti storici e sociali, e personali, che inducono ad interrogarsi sul fatidico senso dell’esistenza, sulla ricerca di un riferimento altro, al di là di ogni vicissitudine materiale ed evolutiva.
Il linguaggio poetico della nostra Autrice è stilisticamente elevato, a volte allusivo, altre volte diretto ma sempre con l’intento di puntualizzare il senso di precarietà e di incertezza insito in tutte le cose. La cura particolare della parola poetica (sintetizzata meravigliosamente nel brano “Nido”, ad esempio), l’uso intelligente di pause e di segni a completamento dell’efficacia poetica, persino qualche termine onomatopeico, contribuiscono a rendere il messaggio poetico più deciso e più incisivo.
Una poesia da leggere con attenzione, che scuote dal dormiveglia in cui a volte si ripara l’uomo-lettore per non affrontare i mille problemi dell’esistenza quotidiana. L’arte poetica ha questo compito, tra l’altro, e la poesia di Doris Emilia Bragagnini è senz’altro aderente a questo principio.



Claustrofonia

Il muro tace, non risponde più
si lascia guardare angolandosi
in riproduzioni lessicali nei passi
o sfarfallii – armati – sottoluce

ogni tanto un urto di temperatura
differente, a porte chiuse ] tolte le dita
da maniglie ingoiate a sorsi uscite laterali
agglomerate al bolo circolante, contropelle

la risalita dei ricordi sfida il cemento
dell’anima in guardiola, divelta e sugosa
chiaroscuro del Merisi

stretto chicco d’uva fragola come fosse un uragano
moltiplicato a schizzi su pareti in guanti bianchi
divaricate a terra ora

“… tu aprimi al tuo fiato singultato, viola di Tchaikovsky”

(dalla sezione “sfarfallii – armati – sottoluce”)


***

  
Apnea del ticchettio

scende una mano sulla testa
tiene agitando la corolla del provare a vivere
e sbatte sbatte cerca lo stacco l’addormentamento netto
il krak che sia notturno rimanere subacqueo, respiro
senza bolle di speranza – ricordo lucine polveri nel sole

c’è un treno nell’orologio riga le guance da nord a sud
si ferma sull’orlo di un pudore fatto cometa

(dalla sezione “ipernauta”)


***

Y

dietro – a – che chiamerò Y
c’è una finestra grande dove oltre la tenda
rami d’albero bussano si allontanano si avvicinano

è una lieve inquietudine vederli tendere
verso Y che non se ne accorge
come una fragilità eternamente rimandata
infligge una mollezza che non cede a distrazioni

io rimango a proteggerlo nel mentre, di parole
                          quelle che non sa

(dalla sezione “se il fiore dell’ora”)


***


Interno con preghiera n°

scivola il giorno
nei suoni diafani della parte lesa
accatastati – regoli – come fervide tossine cerebrali

Susette ha un segreto, lo mormora all’ora
– tre volte –
davanti al crocino aeratorio sulla porta di tenebra blu

una nenia iniziata dall’alba luce rosa che muore
per brama di un’estasi rorida predata sul pube
ghirlanda adornata con trine caduche

Susette ha un segreto lo spinge nell’ora
– tre volte –
lo nomina piano, lo attende, nel blu

(dalla sezione “regoli”)


***

Riavvolgi / Cancella

soffrono d’insonnia anche i piccioni
nell’abitacolo – spaziale – sotto la grondaia
questa sera sono in due, la solita coppia
li vedo da mesi alla finestra sulla strada

oggi il mio cuore ha perso dei colpi

a volte è come al pranzo di un matrimonio
in silenzio scocca un frangipane nella via
il nettare trabocca del partire con il piede giusto
ma danza troppo in grande per non finirne prima

(dalla sezione “eroi celesti”)



***


Nido

Curo i miei fogli come in una culla, li accudisco
ci giro intorno se li lascio so sempre dove sono e ci ritorno
li riassesto li dispongo li sposto gli rimbocco le parole
accarezzandoli con gli occhi a volte li detesto
sempre con quella bocca aperta come passeri neonati
cip cip cirip a chiedermi del cibo che ho nascosto o non ricordo
Evito i beccucci non li guardo, allungo tapparelle faccio ombra
forse si addormentano

(dalla sezione “giunchiglie trapassate”)


Testi tratti da:
Doris Emilia Bragagnini , Claustrofonia (sfarfallii – armati – sottoluce); Giuliano Ladolfi Editore, 2018. Prefazione di Plinio Perilli; postfazione di Laura Caccia.

Doris Emilia Bragagnini è nata in provincia di Udine, dove attualmente risiede. Suoi testi sono presenti in riviste letterarie, antologie e poemetti collettivi, in vari lit-blog tra cui “Neobar” e “Giardino dei poeti”, dove collabora in entrambi come redattrice. Il suo libro d’esordio è Oltreverso (Zonacontemporanea, 2012), seguito da “Claustrofonia” (Ladolfi, 2018) segnalato al Premio Lorenzo Montano (2017 inedito/ 2019 edito), segnalato al Premio Bologna in Lettere (2019), selezionato tra i venti editi finalisti al Premio Pagliarani 2019, segnalato al Premio Umbertide xxv Aprile (2020).

Il suo blog https://inapparentecremisi.wordpress.com/

 



giovedì 18 marzo 2021

L'"Opera incerta" di Anna Maria Curci

"L’opus incertum si caratterizza per il suo mettere insieme elementi diseguali. Le pietre dell’opera incerta non sono pre-tagliate e predisposte per l’assemblaggio".
Così afferma Anna Maria Curci nella sua nota introduttiva a “Opera incerta”, la sua recente raccolta poetica edita da L’Arcolaio”. Un titolo davvero singolare, scelto dalla nostra Autrice per riferirsi ad una tecnica di costruzione usata anticamente, che si differenziava da quella usuale: usare cioè pietre ad “embrice” anziché a “reticolato” (Vitruvio, de architectura, cit.).
Un’opera poetica complessa composta da più parti disuguali fra di loro? È questo l’intento della nostra Autrice nel proporci il suo mondo e le sue riflessioni in questa raccolta? In effetti ci sono undici anni (dal 2008 al 2019) di produzione poetica, nel libro, come afferma lei stessa nella nota, e, si sa, il tempo influisce sulle tematiche e persino sugli stili, sui modi di vedere le cose, sui giudizi e sulle prospettive: sono tutte peculiarità dissimili, di peso e importanza diverse, queste, che hanno avuto un proprio vissuto, una propria ragion d’essere, collocate e inquadrate nel proprio ambito temporale ed emotivo, legato all’esperienza in evoluzione, ai fatti interni ed esterni vissuti dall’autrice e che hanno determinato e prodotto quel volume, quel mondo poetico. Mettere ora tutto insieme, come le pietre disuguali una sull’altra, una incastrata nell’altra, integrando lacerti e intercapedini di vuoto silenzioso e informale?... Certo, è un’impresa ardua, complicata. Ma la bravura della nostra autrice, la sua grande esperienza, la sua padronanza assoluta della materia poetica, fanno sì che la costruzione dell’edificio poetico diventi ancora più solida delle singole parti – embrici.
Ecco dunque che l’Opera incerta di Anna Maria Curci si rivela un progetto poetico dotato di una interna stabilità ed armonia, tenuto insieme ben saldamente dalla molteplicità tematica e dalla modalità espositiva che è propria dell’Autrice. Sono infatti quattro le sezioni in cui è suddivisa la raccolta: “Barcaiola”, “Opera incerta”, “Mnemosyne” e “Di tanto azzurro”; ognuna di queste costituisce un particolare complemento tematico in cui la Curci sviluppa poeticamente il suo pensiero filosofico sul senso dell’esistenza, sull’attraversare metaforici fiumi per raggiungere nuove sponde, sulla sua esperienza di vita e di ricordi in altre storie e date fatidiche. Un itinerario complesso, enunciato con uno stile poetico accurato e colto, come ribadisce anche Francesca Del Moro nella sua attenta e dettagliata postfazione.

Proponiamo qui di seguito alcuni testi tratti dal libro.


Barcaiola

Siedi sull’altra riva e getti l’amo.
Io traghetto.

Nella scalmiera remo
bisbiglia con cadenza.

Lei, la tua mobile sostanza, smesse
le vesti torbide, mi accoglie.

Quando riprende il volo la speranza,
cocciutamente sai che non è fuga.

(dalla sezione “Barcaiola”)


***

Traducendo “Sic transit gloria mundi” di Czechowski

Lo struggimento mi lascio alle spalle,
percorro la mia strada nella storia.

La lama che mi pende sulla testa
non separa colpevoli e innocenti,
l’alba del giorno una sollevazione
contro speranze dalla voce querula.

Tutto è già stato detto? Non lo so.

Più degli omissis temo le omissioni,
le sommosse mancate contro l’inanità.

(dalla sezione “Opera incerta”)


***


Kit di sopravvivenza

dosi massicce di sopportazione
sordina a false rivendicazioni
sguardo rivolto al cielo o a un filo d’erba
un libro spalancato o uno spartito

(dalla sezione “Opera incerta”)


***


EUR (eucalipto, un ricordo)

Additando quell’albero, sorpreso,
ti sei rassicurato sul suo nome.

Di contrabbando, dietro a un fast-food,
scorza e foglie incuranti del fritto
schiudevano sornione il ricordo in agguato,

l’eucalipto piantato da mio padre
per tutto il condominio. Fu una festa
con il mare nel naso

e noi bambini, fieri.

(Dalla sezione “Mnemosyne”)



***

8 settembre 1943

Mi hai raccontato tante volte, madre,
del giorno e delle corse
dalla casa al rifugio,
al tuo paese, tra i monti,
era già freddo.

Non avevi prescienza e nel tuo cuore
di ragazza, che serbi,
chissà cosa balzava col terrore.

Per questo oggi ti chiedo
e risposta m’è dono
il cuore del pensiero

e nel secondo idioma
che ho imparato da te
lo chiamo donna, “pensée”.

(Dalla sezione “Mnemosyne”)


***

Di tanto azzurro

Non so se sono ancora la bambina
che facevi volare nel mattino
nitido e freddo al sole di dicembre.

La casa, poi il mio asilo e la tua scuola
dove da trafelata ti mutavi,
lingua-madre diventava il francese.

So che di tanto azzurro mi rimane
un fiocco, il cielo in testa e l’occhio desto,
pegno d’incanto, balzo, testimone.

(Dalla sezione “Di tanto azzurro”)

Anna Maria Curci, Opera incerta, Casa Editrice L’Arcolaio, Forlimpopoli, 2020; postfazione di Francesca Del Moro.

Nata a Roma nel 1960, Anna Maria Curci insegna lingua e cultura tedesca in un liceo statale. È nella redazione della rivista “Periferie”, diretta da Vincenzo Luciani e Manuel Cohen; per il sito “Ticonzero” di PierLuigi Albini ha ideato e cura la rubrica “Il cielo indiviso”. Ha tradotto, tra l’altro, poesie di Lutz Seiler (La domenica pensavo a Dio/Sonntags dachte ich an Gott, Del Vecchio 2012), di Hilde Domin (Il coltello che ricorda, Del Vecchio 2016) e i romanzi Johanna (Del Vecchio 2014) e Pigafetta (Del Vecchio, di prossima pubblicazione) di Felicitas Hoppe.

Ha pubblicato i volumi di poesia Inciampi e marcapiano (LietoColle 2011), Nuove nomenclature e altre poesie (L’arcolaio 2015), Nei giorni per versi (Arcipelago itaca 2019), Opera incerta (L’arcolaio 2020). Con la raccolta inedita Quando tace il latrato ha ricevuto la menzione speciale come finalista nella VI edizione (2020) del Premio nazionale editoriale “Arcipelago itaca”.

Insieme a Fabio Michieli è direttore, caporedattore ed editore del lit-blog “Poetarum Silva”.



sabato 13 marzo 2021

L'essenzialità della poesia di Flavia Tomassini

Flavia Tomassini, romana di nascita, è una giovane poetessa che già si è fatta ampiamente apprezzare. Suoi testi poetici compaiono infatti su alcuni siti letterari di rilevanza nazionale, quali Poetarum Silva e Critica Impura. È anche stata pubblicata sul quotidiano La Repubblica nella rubrica “La bottega della poesia”, curata da Gilda Policastro.
Tratti da una sua recente raccolta poetica ancora in formazione, proponiamo qui di seguito tre brani, molto brevi, in cui spicca l’impellenza del dire, l’urgenza delle infinite riflessioni epigrammatiche che scaturisce come sorgente d’acqua inarrestabile dal suo cuore creativo. Ma l’esperienza e la buona frequentazione del mondo letterario, le permettono di tenere ben salde le redini dell’impeto poetico, incanalandolo in versi esigui ma controllati, lavorati, significativi. Si tratta di un buon raggiungimento di sintesi, necessaria perché la poesia non si appiattisca diventando un mero e debordante impasto di versi alla rinfusa, seppur propositivi. La concisione, l'essenzialità di Flavia Tomassini, coglie il profondo costrutto del concetto e lo esplicita con filosofica visione.



Saliamo alla penombra dello studio
indecisi se accettare pienamente
la realtà; il quadro o il disegno
scorto dietro il senso che ci preme.



***


Ci addormentiamo con l’oscurità,
i volti orientati alle mammelle
di una fiamma. Erriamo nel limbo
dei viventi, fra la resa e la riluttanza.




***


È la nostalgia dei loro stessi
impulsi: la malinconia del riflesso
che li rimanda indietro
all’emozione di percepirsi
ora che si riconoscono
distanti –
distinti.


domenica 7 marzo 2021

Gloria Riggio e la sua "Stagione del dubbio"

A volte si va alla ricerca di perle preziose senza mai riuscire a trovarne almeno una. Forse la ricerca in quei casi è stata indirizzata male, o su presupposti non perfettamente onesti e liberi da facili pregiudizi. Allo stesso modo, sovente si va a cercare la Poesia in ambienti e personaggi già ampiamente e meritoriamente “baciati” dalla musa, trascurando o sorvolando su alcuni autori che, apparentemente, per la loro giovane e a volte giovanissima età, non si ritiene possano rientrare nel novero dei poeti affermati: sì, sono bravi indubbiamente, ma devono “maturare” ancora un poco, è facile sentire in questi casi.

Ma la Poesia ha un’età? O, per essere più precisi, può (o deve) la Poesia distinguersi a seconda dell’età dell’autore? Direi che non sempre è così; ci sono delle eccezioni. E una di queste eccezioni è senza alcun dubbio Gloria Riggio: appena ventenne, devo dire che la sua poesia mi ha stupito, e a mio giudizio ritengo che la nostra giovane autrice non ha nulla in meno, per capacità e profondità del fare poetico, rispetto ai poeti “navigati”. È stata una grande e piacevole sorpresa. Ho preso in esame, per così dire, il suo ultimo testo poetico che la Riggio mi inviò cortesemente alcuni mesi fa, con la preghiera di scrivere qualche riflessione in proposito, e soltanto ora “riscopro” questa perla preziosa che stava proprio qui, accanto ai miei libri da leggere e da studiare, e per i quali mi riprometto di stilare qualche nota. Una perla che ora ho qui sulla scrivania, anzi in video, ma che già irradia tutto il suo proverbiale splendore.

La stagione del dubbio, sua seconda raccolta, pubblicata nel giugno del 2019 da Entropia, è un’opera complessa e molto articolata, dalla quale emerge evidente la ricchezza e la profondità del progetto poetico dell’autrice. Gloria Riggio indaga con audacia e determinazione il complesso mondo interiore che, proprio per la sua giovane età, è in continuo e forte fermento: dubbi, incertezze, speranze, sentimenti ed emozioni che però vengono scandagliati, quasi vivisezionati, e ordinati attraverso un processo poetico che li rende comunicativi e addirittura esemplari. L’analisi del tempo attraverso i testi della prima parte, che è quasi un diario, prosegue poi negli altri scomparti del libro, o capitoli, dove la nostra autrice si sofferma sulle sorti della natura e dell’umanità, per poi giungere alla fase più intima dell’esistenza, quella più fervida e appassionata, l’eros, dove pure si sofferma con eleganza stilistica e allusiva di grande effetto.

Una poesia non legata all’età, o perlomeno non del tutto influenzata da questa, dove l’impulso vitale, caratteristico della gioventù, è abilmente dominato e controllato dall’innato talento letterario della nostra autrice. Talento letterario che le permette di esprimere concetti, riflessioni e stati d’animo, emozioni e ambientazioni, con un dettato poetico colto, appropriato e liricamente alto.

Proponiamo qui di seguito alcuni brani tratti dal suo  libro “La stagione del dubbio”.




5 GENNAIO O DEL RITROVARSI

AL MEDITERRANEO



Per sorridere alla tua schiuma
che mi bacia le caviglie

e celebrare le mie (lac)rime
che diventano tue gocce,

per cingere d’inchiostro
l’orlatura del tuo ventre

insignificante, dinanzi le tue onde

scrivo
al cospetto degli altari tuoi

e forse tu
neppure lo saprai.


***


11 NOVEMBRE O DELLA DIPARTITA


La palude stagna
nel fango di occhi sfuggenti
la coscienza della fine
digrigna i denti

ascolta
i tumul(t)i esausti e fatiscenti
di eserciti in marcia
su bare sferzate da urla o da canti

e la catatonia del tuo corpo
al cospetto dell’afasia dei miei altari:

nulla intorno
al rito orfico dell’amore.

Il mugghiare del mare
si incre(s)pa sull’indifferente
riva del mio petto

non più concitata dal doloroso
e cupo abisso
ma ormai inerte al cospetto
del pentimento.


***


LA VALLE DEI VACILLI O DELLA PAREIDOLIA

(DI UN DIVERSO)

Una strada sterrata
lenta e inesorabile
correva chilometri di silenzio e afa
prima di slabbrarsi
in un incrocio privo di esitazione.

Adele abitava al di là della scelta
alcuni passi e cespugli
dopo una chirurgica biforcazione.

Dal ciglio a strapiombo sul mare
l’unica sua violenza
era imporre alle nuvole
nel cielo di carta,
una forma.

Quando se ne accorse,
lo strappo giunse            [alla sua porta.

E graffiando l’ampolla vitrea
di quel cosmo e le sue leggi,
il rito di iniziazione alle pendici dei vacilli:

Benvenuta dinanzi la porta dell’esattezza.
Cosa vuoi sbagliare oggi
?”


***

LA CITTÀ DI DITE O IL PESO DELLE PAROLE


“Dite pure!”

Alle porte degli inferi
le parole che usaste come armi
riecheggeranno - empia melodia -
nei lobi degli infermi.

Caronte digrigna il suo abbraccio,
        e urla ancora dal relitto:

La nicchia ecologica
ha il ventre putrefatto
”.


***

  
INVERNO O DELLO STRAPPO


Ti ha fatto male,
questo ti ha colpita:
uccisa da chi ti teneva
tra le dita.

Un pugno sotto le costole
brucia al centro dell’addome
come ferro ardente,
come il morso di un rapace.

I denti della iena
ridono sguaiati e beceri
lacrimando ancora caldo
un rivolo di sangue;

da lontano appena un canto

e le tue ossa nude
sullo sfondo del tramonto.


***

  
SO(G)NO SIRIA

Il tramestio di fango e terra morta
sotto le suole delle prefiche
apre lo sguardo a un sentiero funebre

e - avvolto dal buio - il rituale di commiato
di infanti nudi
e innocenti.

Compunto, il dolore dei loro assassini
getta ad ogni lacrima una rosa,
distese di petali feriscono il buio
della notte luttuosa
senza vergogna, senza ferocia.

La strada è terminata
e intanto che muoio
ti vedo di spalle su un’altalena,
tu che per contrappasso
sorridi alla vita.

Mi trafigge una lama il grembo
e mentre tu ridi nel tuo limbo
sputi un crisantemo
ed il suo dolce gambo


***


EROTICA IX

La purezza della linfa
sulle labbra
e l’aria che fresca si poggia
e non ne dissolve l’essenza

il primordiale nutrimento
come l’embrione al suo grembo
come forma di vita
appesa al precipizio
dell’ultimo (salvifico) pasto.


(Brani poetici tratti da "La stagione del dubbio", di Gloria Riggio, Ediz. La Gru, 2019)

Gloria Riggio, nata ad Agrigento nel 2000, studia Lettere e Filosofia presso l'Università di Trento, dove frequenta il corso di studi storici e filologici-letterari.
La sua prima raccolta poetica è Il mirto e la rosa (Ediz. La Gru, 2017).
Studia pianoforte sin da quando era bimba, nutrendo grande passione per la musica così come per la fotografia, i viaggi, il teatro, il mare, i libri e la scrittura.

giovedì 4 marzo 2021

La variegata visione del mondo in "Oggi ti sono passato vicino" di Tommaso Urselli

La Poesia come esperienza e a volte anche metodo esplorativo per indagare sulle cose che ci circondano: cose, natura, ambienti, ma anche e soprattutto sensazioni, sentimenti, emozioni, affetti. Utilizzare la Poesia, il fare poesia, nel pieno rispetto del termine greco classico poiein, per interrogarsi e poi darsi delle risposte che vadano al di là dell’immediata e materialistica visione del mondo e delle cose, è prerogativa di menti creative e artistiche dotate di grande sensibilità e cura nei confronti della propria esistenza e del creato.
È il caso di Tommaso Urselli, maturo e valido poeta di origini pugliesi, residente a Milano, che con questa sua corposa opera poetica intitolata “Oggi ti sono passato vicino”, tenta di abbracciare tutto un mondo fatto di riflessioni, di luoghi, di considerazioni su cose e situazioni, ma anche di ricordi e di affetti. Ci riesce benissimo, e il testo complessivo appare continuativo ed esaustivo nell’organicità complessiva delle sue parti, in cui sapientemente e con grande intuito poetico il nostro autore ha suddiviso il libro: ciascuna delle sezioni ha un suo respiro particolare, s’intende, ma questo respiro lambisce e alimenta tutti i tasselli, fino a creare un mosaico di visioni e considerazioni più ampio e significativo.
Il libro si apre con un percorso dedicato alla figura del padre. Il ricordo rivive e si attualizza nell’autore, il quale ne utilizza il segreto e potente fermento affettivo interiore per ricostruire la propria idea di vita futura e quindi per ripartire: quel passare accanto alla figura paterna è simbolicamente un ricaricarsi di energie per riaffrontare il domani: non è nostalgia, o perlomeno non solo quella, ma è valore fermo di una realtà certa che è stata ed è fondamentale pietra di paragone per la realizzazione di un futuro che abbia ancora un senso.
Come pure tutte le cose e le città, i luoghi che sono rimasti imprigionati nel lockdown, buio che favorisce momenti più frequenti e fecondi di meditazione e di interrogativi: queste cose e questi luoghi parlano, hanno da dire finalmente la loro verità, e quale mezzo più esplicativo e sublime della poesia può essere in grado di comunicarlo?
E intanto, all’interno e all’esterno di queste riflessioni, c’è il desiderio di evadere, di innalzarsi e di sognare: inventa qui Tommaso Urselli la sezione dedicata al mistero del Labirinto, in cui si immerge affrontando enigmi e chimere, sogni e divagazioni ellittiche, substrati di quel mondo arcano che è in noi e alimenta la nostra fantasia creativa.
Una poesia che è dunque poliedrica, tutta fondata sul potenziale intrinseco che trapela dalla parola e dal verso: poesie brevi, come afferma anche Giuseppe Conte nella sua concisa ma intensa nota, ma esplicative, allusive nella loro, a volte, simbolica espressività.
Nel complimentarci con il nostro Autore, e nell’augurargli sempre maggiori affermazioni in campo letterario e poetico, proponiamo qui di seguito alcuni brani tratti dal suo libro.


Giorno uno

Seduto nella poca luce dove
sedevi tu
tra le mani uno dei libri che
leggevi tu
vicino al fuoco che
guardavi tu
sto
come stavi tu, immerso nel calore.

 

***

Oggi

Papà: questa parola, a chi la dico
adesso? A me. Dimmela. Ancora.

Ti sento, è la tua voce, il tuo
articolare lento e cadenzato.

Oggi ti sono passato vicino.


***

(dalla sezione La lingua delle cose)

Unidentified flying virus

È silenzio tra le mura di casa
(sembra casa nuova, invece è solo
nuovo assetto delle cose), tagliato
unicamente dal passare tetro
di ambulanze: chissà per chi? domandi
quasi a scongiurare possano essere
per me per te o per qualcuno che
conosciamo. Come se già l’umano
genere non fosse unito da un filo, ora
viene un virus a ricordarcelo: non
umano non animale, nemmeno
cellulare: unidentified flying virus.


***

(dalla sezione Corpo-città)


I

Che cos’è questa nebbia
questi occhi in mezzo alla nebbia
queste mani queste facce
che mi sembra di essere morto
in mezzo a pianure di parole tutte morte
in fila riposano
ridono sguaiate
si spogliano sgrammaticate
sono zoppe e s’impigliano
nel canale della gola
si tuffano con la testolina piccola piccola
dentro le vene e premono
contro la pelle premono
e vogliono uscire, segnare
tutta la geografia del corpo
scavare canali, crateri


***

(dalla sezione In labirinto)

Icaro caduto

È qua tra le costole che
mi spuntano germogli
mi crescono rami
s’incrociano le vene e
diventano verdi le mie braccia
radici le mie ciglia
una chiesa la mia fronte
il petto un grande scoglio
i piedi fiumi abitati da mille pesci
e i miei occhi, cavi

 

***

(dalla sezione parole alle formiche)

La strada

C’è solo una strada e non è dritta
c’è solo una strada che porta
i tuoi piedi; le altre sono morte, affacciano
su foreste di nulla o poco più.

C’è solo l’andare senza fermarsi:
se i piedi il sonno volesse mangiarseli
è permesso cadere, non addormentarsi.

Se in sogno appare la strada: ripartire
da zero o poco più.

***

Collezione di respiri

In fila ordinati etichettati in
barattoli trasparenti lucidati
dal più giovane al più vecchio i miei
respiri: i lunghi i brevi fino a quello
laggiù in fondo nato prima
di me, prima del mondo.

 -----------------------------------------------

Brani tratti dal libro Oggi ti sono passato vicino, di Tommaso Urselli, Edizioni Ensemble, 2020, nota di Giuseppe Conte.

Tommaso Urselli (Taranto, 1965) vive a Milano ed è autore prolifi­co di teatro. Oggi ti sono passato vicino è la sua prima raccolta poetica e la sezione Parole alle formiche è giunta ­finalista al Premio InediTO – Colline di Torino 2019.

 

giovedì 25 febbraio 2021

La poesia sensuale di Clara Lecuona Varela

Tutto il calore e l’enfasi passionale di una terra esotica, pregna di vitalità e ardore, traspare in questi testi di Clara Lecuona Varela, poetessa e scrittrice cubana, che volentieri ospitiamo in Transiti Poetici, nella rubrica riservata alle voci dall’estero.
Le poesie di Clara, proposte in lingua originale spagnola con la traduzione in italiano, evidenziano un sentimento d’amore molto forte, in cui l’aspetto erotico, simboleggiato magistralmente dall’autrice con figurazioni varie, come il cavallo, la tempesta, il quadro, acquista un elegante, discreto e delicato valore comunicativo. I versi irrompono dolcemente e fluiscono fin nell’intimità del lettore, coinvolgendolo emotivamente.


La tormenta como un dios

Una tormenta
es siempre inspiradora
sobre todo
si las luces
iluminan las ventanas
y los árboles se mueven
como un dios frenético.

Pero qué sabe
del baile de mi cuerpo
qué presiente maldito
del otro lado de la ventana.
Acaso conoce
el deseo racional de ungir
su boca con mi boca
serpiente de lengua azul
que serpentea,
y le pregunto
qué sabes sabes de mis luces.
Allí donde todos escuchan
tus estruendos
yo te escucho gemir
y siento pena.
porque sólo una ventana
nos distancia.

Así, apaciguo su delirio.
Así, lo aquieto por un rato.
Aunque sé volverá
con la lluvia a provocarme
a indagar por mis sombras…mis postigos.

Yo, que no tengo conciencia
en estas horas
más bien me hago servir.
Lo invito a complacerme
en esta tarde
de tan absurdas maneras.


La tempesta come un dio

Una tempesta
ispira sempre
soprattutto
se le luci
illuminano le finestre
e gli alberi si muovono
come un dio frenetico.

Ma cosa sa
della danza del mio corpo
che sente dannatamente
dall'altra parte della finestra.
Conosce forse
il desiderio razionale di ungere
la sua bocca con la mia bocca
serpeggiante dalla lingua blu,
e gli chiedo cosa sai delle mie luci.
Ovunque tutti sentano
il tuo rumore,
ti sento gemere
e mi dispiace.
perché solo una finestra
ci allontana.

Così, placo il suo delirio.
Quindi, lo zittisco per un po'.
Anche se so che tornerà
con la pioggia a provocarmi
a indagare sulle mie ombre ...
le mie persiane.

Io, che in queste ore non ho coscienza,
mi costringo piuttosto a servire.
Vi invito a compiacermi
questo pomeriggio
in modi così assurdi.


***

Pulsaciones

El día en que el tiempo
se crispó
sobre un abanico,
lamiendo
tus ojos y tu boca.
Descubrimos,
disueltos en las horas
la misma avidez
delimitando
nuestros contornos
en el espejo.

De frente, hay un cuadro
y una pared
donde cuelga dócil
tu cuerpo, entre tonos
violetas y amarillos.
Adentro,
acaba y comienza
mi placer,
en el prepucio
del cuadro
o de la pared
que se mueve
intermitente.

Pulsaciones,
desde el espejo
que descienden
en círculo pertinaz
por mi garganta.



Pulsazioni

Il giorno in cui il tempo
si contraeva

su un ventilatore,
leccandoti
gli occhi e la bocca.
Scopriamo,
dissolta nelle ore,
la stessa avidità
che delimita
i nostri contorni
nello specchio.

Di fronte c'è un dipinto
e un muro
dove il tuo corpo
pende docile, tra le sfumature
del viola e del giallo.
Dentro
il mio piacere
finisce e comincia,
nel prepuzio
del quadro
o nel muro
che si muove
a intermittenza.

Pulsazioni,
dallo specchio
che scendono
in un cerchio ostinato
nella mia gola.

***

Las aldabas del tiempo

El humillo que se eleva entre tus piernas,
es una imagen insuficiente, de las tantas que provocas.

Yo, quise cantar una canción que te inmortalizara.
Dibujarte, desnudo sobre un caballo al óleo,
que trota en la arena, mira hacia el poniente,
se torna inmóvil y apacible.

Pero cuando el sol se tiende sobre el mar,
mi sexo, húmedo como las anémonas aguarda.
Mientras, la luz golpea los ojos del caballo
que se ha detenido para siempre
- eso parece -
Su espinazo tiembla imperceptible
como si las manos de Dios lo acariciaran.
Pero las manos de Dios son las de un muchacho núbil,
que se corre en el sabor de mi lengua tibia,
en mi sinuosidad de anémona.
El caballo te deja caer sobre la arena (suavemente)
comienza a entrar en el agua
como cada atardecer,
en la levedad del tiempo
y sus aldabas.



I battiti del tempo

L'umiltà che sale tra le tue gambe,
è un'immagine insufficiente, delle tante che provochi.

Io volevo cantare una canzone che ti immortalasse.
Ti disegna, nudo su un cavallo da petrolio,
trotto sulla sabbia, guardando verso ovest, diventando
immobile e tranquillo.

Ma quando il sole tramonta sul mare,
il mio sesso, bagnato come anemoni, attende.
Intanto la luce colpisce gli occhi del cavallo
che si è fermato per sempre
- sembra -
la sua spina dorsale trema impercettibilmente
come se le mani di Dio lo accarezzassero.
Ma le mani di Dio
sono quelle di un ragazzo celibe,
che scorre nel sapore della mia lingua calda,
nel mio anemone sinuoso.
Il cavallo si lascia cadere sulla sabbia (dolcemente)
comincia ad entrare in acqua
come ogni tramonto,
nella leggerezza del tempo
e dei suoi battiti.


***

Clara Lecuona Varela, cubana, risiede all’Avana. È poeta, scrittrice e critico letterario.
Attualmente lavora come editorialista culturale presso la casa editrice Cubaliteraria.
È Presidente a Cuba del Comitato Internazionale di Poetap e Alleanza Ispanica. Presidente e rappresentante a Cuba della International Poetry Foundation, con sede nei Paesi Bassi.
È stato membro di giuria in eventi letterari provinciali e nazionali a Cuba e in Argentina. Nel 2002 ha tenuto una conferenza sull'attualità della letteratura cubana e le sue sfide presso l'Università di La Laguna a Santa Cruz di Tenerife, Spagna. Ha studiato Fisica e Astronomia. Ha pubblicato 14 libri e i suoi testi sono stati inseriti in una trentina di antologie. Le sue poesie tradotte in francese, italiano, inglese, portoghese e russo, sono state incluse in pubblicazioni periodiche e digitali.
Ha collaborato in programmi radiofonici e televisivi. Ha ricevuto diversi premi letterari a Cuba, per la poesia, la narrativa e la critica letteraria. Ha pubblicato recensioni culturali e ha collaborato con la rivista femminile digitale Alas Tensas.
È stata pubblicata sulla rivista miNatura (Spagna), specializzata in fantascienza, horror e fantasy.
È Collaboratrice del quotidiano Los Realejos di Tenerife. Isole Canarie.
Commenti sul suo lavoro possono essere trovati in vari media digitali, radiofonici e televisivi.
Primo premio al Concorso di poesia ¨Un Aloud Poem¨ 2019 promosso dal Festival Internazionale di Poesia dell'Avana e dalla rivista letteraria di San Pietroburgo. E.U.A. Primo premio Farraluque per la letteratura erotica, 2021. Dal 2000 è membro del fronte Affirmacion Hispanista. FAH. Messico.

martedì 23 febbraio 2021

Laura D'Angelo e le distanze non colmate

Proseguendo il nostro viaggio nel mondo della poesia contemporanea, ci soffermiamo su una giovane autrice molisana, di Montenero di Bisaccia, una cittadina in provincia di Campobasso, tra Vasto e Termoli. Si tratta di Laura D’Angelo, poetessa che già si è distinta in diversi e importanti concorsi letterari nazionali, e che inoltre dedica molto impegno nello studio e nella ricerca letteraria, con saggi ed articoli vari.
La sua è una poesia del rimpianto, quasi del dolore; la sua acuta sensibilità di poeta e di persona incline alla creatività artistica, le suggerisce una visione d’insieme del mondo e della società, avvolta da un velo di nostalgia, per tutto ciò che di bello e di buono potrebbe essere e che invece è continuamente degradato dall’indifferenza e dall’abbandono dell’uomo. C’è un dolore sordo nelle distanze non colmate, riflette la nostra autrice, ed è questa la constatazione che, al di là di un mero pessimismo universale, si fa vera e propria denuncia, grido di allarme rivolto alla storia e alla società attuale, troppo dedita a coltivare interessi egoistici e personali, aumentando così le distanze affettive e incrementando il vuoto, il prolungamento dei silenzi e l’assenza di una rete salvifica d’amore e di fratellanza. Anche il lockdown, necessaria cautela per difendersi dal contagio, diventa qui metafora di una chiusura più grave, di una tendenza dell’uomo a chiudersi in se stesso ulteriormente, sotto il gravame di input negativi e oppressivi che provengono da una società ormai omologata e saldamente indirizzata a mete di mero benessere materiale, a discapito di valori etici ben più importanti ma purtroppo meno appariscenti e immediati.
Il verso della D’Angelo è immediato, diretto, e offre diversi spunti di riflessione. Proponiamo qui di seguito alcuni suoi testi.


Nel tempo

C'è un dolore sordo,
nelle distanze non colmate.
Negli addii senza mani,
senza abbracci, senza parole
– quale parola si può mai dire –
per riempire il mare enorme
di possibilità e speranze,
per svuotare dagli abissi il dolore
a poco a poco, come una lunga
cantilena, un caro nome,
una preghiera che ci resta
a coprire il silenzio
di un dialogo ininterrotto
con i miei morti
un affogare nel tempo
che precipita in avaria
e non ci offre approdo.


***

Era d’estate

E così, quello che era il nostro mondo,
se ne va a poco a poco. Ho guardato
il tramonto fino all'ultimo istante, e
non sapevo, il senso di un tramonto
d'estate. Pioggia, non so fermare
queste mie lacrime. Congelami
il cuore, quella estate è lontana,
quando piove ho freddo
e tu non ci sei.


***

Pianto antico, un amore

Piango il tempo che fugge,
una ruga sul viso, un sorriso.
Piango il tempo perduto,
sprecato, il tempo
incompreso, perché
non ero capace, non sapevo.
Piango gli alberi in inverno,
i rami inchinati, il vento,
i passi gelati.
Piango i tetti delle case
vuote, chiuse, disabitate,
piango le strade deserte,
le piante assetate.
Piango il campanile solitario,
dall'alto della sua altezza,
piango il tempo passato,
un bianco e nero sfuocato.
Piango la bambina che ero
e non sono più, il filo
di un aquilone spezzato,
un girotondo lasciato.
Piango i sogni perduti
lungo il percorso,
la strada più lunga,
gli errori, i lupi del bosco.
Piango gli autobus vuoti,
i binari di una stazione,
i pomeriggi di paese,
la panchina su cui
un anziano siede,
piango i vecchi giornali,
dimenticati, accartocciati,
le parole di un tempo,
il silenzio,
un treno ormai fermo.
Piango le donne che
non sono mai stata,
i riflessi allo specchio,
una doccia gelata.
Piango il troppo presto,
il troppo tardi,
i perché senza perché,
la vita che ti piove addosso,
senza un preavviso,
senza alcunché.
Piango gli errori dispersi,
i battiti incerti, la paura
e la promessa,
l'ombra di una qualche felicità,
senza certezza.
Piango la plastica
lungo la spiaggia,
il balenottero abbandonato,
nella rotta sbagliata,
nell'onda improvvisata.
Piango il lamento del cane
abbandonato,
la foglia accartocciata
il paese inquinato.
Piango la terra che non dà frutto
la terra che fa guerra,
che muore.
Piango l'amore che pure resiste,
in questo pianto di stelle,
antico, un amore


***

Lockdown

Nella conta dei lutti, in questi
giorni di nulla e silenzio, dimmi
amico mio, si può dare una ragione
al dolore? Il dolore che riempie
il silenzio copre tutto, è il mio cuore
senza voce, senza una parola,
il mio cuore che si spezza.
Un paese straziato è la crepa
del mio cuore.
Ci sarà un posto per il dolore,
per l'amore che piange,
per la vita incurabile.
L'amore che rimane,
lasciandoci soli.

Laura D’Angelo, nata nel 1986, si laurea con lode in Lettere classiche e Filologia classica, e consegue un Dottorato di ricerca in Studi Umanistici. Pubblica articoli e saggi critici in riviste scientifiche e collabora con riviste culturali online e quotidiani. Partecipa a convegni, concorsi letterari e di poesia, ottenendo riconoscimenti e premi, tra cui il primo posto sezione “Poesia”, al Premio letterario “Putignano racconta”, Storie dalla pandemia (ed. 2020), Menzione speciale al Concorso Internazionale di Poesia “Ut pictura poesis”, (ed. Fuerteventura 2020), secondo posto al Premio Internazionale “Lettera d’Amore” Torrevecchia teatina, edizioni 2017 e 2020. I suoi interessi spaziano dalla letteratura alla poesia, dalla scrittura creativa a quella scientifica. Suoi testi poetici sono raccolti in antologie. Ha pubblicato il volume Sua maestà di un amore (Scatole Parlanti, 2021), e articoli scientifici inerenti al mondo di Gabriele D’Annunzio e alla ricezione del classico in Letteratura.

domenica 14 febbraio 2021

Il "Dopo di che..." di Lucia Stefanelli Cervelli

È davvero ammirevole che un autore, un poeta, si riferisca ancora a termini della nostra gloriosa etimologia classica latina, per individuare, sovente nel bailamme e nella superficialità dei modi di esprimersi attuali, una giusta e precisa linea del proprio dire. A volte, il latino, la nostra lingua madre, ci viene in aiuto per allargare i confini dei significati, in quanto molti termini e parole acquistano uno spessore rilevante, che va ben al di là del significato più semplice ed immediato. Fortunati noi, e degno di lode senz’altro l’autore che attinga dalla fonte dei classici il tesoro sepolto sotto anni di evoluzioni, dispersioni, sfrangiamenti, contaminazioni subiti dalla nostra lingua. È il caso di Lucia Stefanelli Cervelli, poetessa e autrice di grande cultura, che con il suo recente libro di poesie, intitolato “Postea”, riesce appunto a sintetizzare nel titolo una linea filosofica di pensiero alquanto rilevante e significativa. Avrebbe potuto semplicemente scrivere “dopo di che”, come è suggerito nel sottotitolo, tra parentesi, ma il termine latino “postea” è in tutta evidenza un qualcosa che oltrepassa l’enunciato, ed inoltre appare più solenne e degno di attenzione. La poesia infatti non può correre il rischio di cadere nell’ovvio e di sdrucciolare sulla mera superficie delle apparenze, ma deve mantenersi a livelli alti per offrire tutta una serie di significati, uno all’interno dell’altro, uno che richiama l’altro. In “Postea” si avvera tutto ciò.
“Quello che accadrà” non è dato sapere. Ma intanto urge la necessità di ricercare, sperimentare, indagare o perlomeno intuire, dalle cose che si hanno al momento disponibili, dai fatti contingenti, dallo stato d’animo attuale, cosa ci possa riservare il domani. Ma proprio mentre lo si pensa, lo si ipotizza, siamo già nell’oltre, siamo già ai confini del vago, dove la sfilacciatura delle certezze si aggroviglia in una matassa di probabilità, di vie divergenti, e ci si accorge così di essere, sempre, su un punto di labilità! Tutto questo sembra suggerire il pensiero poetico della nostra autrice, che pone nell’assolutezza del verso, nelle sue parole precise e nello stesso tempo allusive ad altre possibili e consequenziali aperture, l’ineluttabilità del fluire del tempo e la necessità di operare un hic et nunc di immediata consistenza esistenziale: “Pietrificata lava del pensiero rende cristallizzate le presenze / sospese al loro tempo intatto”, declama la nostra poetessa in un suo brano, a conferma dell’inanità di aprire porte sul domani, di conoscere l’oltre; e ove mai così fosse, si sfalderebbe il polverìo dell’ignoto, denucleato di ogni consistenza.
Amare dunque più il viaggio, l’andare, che la meta, afferma ancora la Stefanelli, come per ribadire questa vaghezza che ci attenderebbe se noi raggiungessimo la meta del nostro infinito cercare, di questo nostro incessante desiderio di conoscere ciò che sta oltre i confini; e d’altra parte è il viaggio, l’andare, il tentativo irrefrenabile e inarrestabile, che ci spinge e ci motiva il percorso stesso.
Postea è così un percorso filosofico nell’esistenza e nella quotidianità di ciascuno, espresso con un dettato poetico stringente e assolutamente consono, elegante e colto, che si snoda cadenzato e solenne, sviluppando la tematica di fondo in progressivi quadri sempre differenti tra loro ma, come i vari tasselli di un grande e pregevole mosaico, validi a ricomporre l’intero pensiero.




Dopo di che… è già l’Oltre
Il residuo del tempo che si sfalda annuvola di polvere
e allontana la netta turbolenza
d’esplicito contesto di visione
Dopo di che… è l’Attesa
che, pallida, si affida alla sua noia

Sfoglia nell’anticamera il giornale il gesto,
arido d’esproprio,
che assorbe la sottile inconsistenza
Non passa il giorno
ma si protende lungo assonnata parabola di ponte
che sempre più declina
fino allo squarcio lieve di acre fenditura
ove s’insinua quell’assorbita linea del disegno
Ritorna il condensato punto della fine.



***


Accorgersi d’un tratto di occupare labilità di un punto
Pietrificata lava del pensiero rende cristallizzate le presenze
sospese al loro tempo intatto
Non comprendi il dialogo impossibile
Fratte parole sostengono il cosmico rumore
dell’eco lontanante nel boato
Come, nell’infinita solitudine, rintracciare la meridiana del ritorno?

È lo sfaldarsi al polverìo d’ignoto
denucleato di ogni consistenza



***


Affrontare un infinito viaggio,
amare più l’andare che la meta,
transitare per luoghi senza nome
e l’uno all’altro averli sovrapposti
Allora sì che coincide il viaggio
con il passo del tempo pellegrino
Ogni ora incasella nell’incastro
la cattura del luogo al suo momento
Solo così può esserci il ricordo,
datato dalla pagina,
in progresso
o giocando all’inverso
La vita, nelle immagini, è sommario,
collezione di antiche cartoline
affrancate al bollo del vistato
Tutto pagato, tutto già spedito



***


Non esiste silenzio

Il sottofondo canta perenne in agonia
ma senza morte certa
Un palpitare querulo e distante
roco all’ascolto
e privo di domande

Il silenzio non c’è
se non l’assillo
per l’escavato vuoto
ad annegare
disagio di parola


***

Esilio, cittadinanza d’esserci
Un vivere s’aggira concretamente vuoto
Pare contraddizione la parola
ma vera si ipotizza nell’innesto
al tracciato dei giorni

Qui rimanere al cosa fare incerto
Questo il quesito di una corsa breve
ansante già da quel suo primo passo

Raggrinzisce il pensiero
e ancora illude a reggere sconfitta


(Brani tratti da Postea (Dopo di che…), di Lucia Stefanelli Cervelli, Terra d’ulivi Edizioni, 2020)


Lucia Stefanelli Cervelli, casertana di nascita, vive a Napoli. È scrittrice, saggista, poetessa. Già docente di Lettere e Filosofia, è anche sociologa. Regista e attrice, ha scritto numerosi testi per il Teatro, cui ha dedicato oltre un ventennio di insegnamento presso l’Associazione Internazionale Accademia V. Bellini. Nel 1990 ha fondato, con il regista Gianni Spataro, l’Associazione di Cultura Teatrale “L’ascolto”. È nel Comitato Scientifico della Rivista dell’Università di Roma “Teatro contemporaneo e cinema” diretta dal prof. G. Bartalotta. È autrice di numerose raccolte di poesia e di narrativa.

sabato 6 febbraio 2021

Marvi Del Pozzo: "La logica delle nuvole"


Poeta / è chi riesce a farsi aria, / quella che avvolge / il senso delle cose, / trasvolando / e uscendo dalla storia / da miserie di un sé in disfacimento… “. Sono le parole sublimi e nello stesso tempo perentorie, di Marvi Del Pozzo, in una sua poesia. Ritengo che ogni buon poeta, e Marvi Del Pozzo lo è senz’altro – e quando dico “buono” intendo anche completo, di spessore, significativo – debba avere un suo personale concetto della “poesia” e di tutto quanto ad essa è legato o attinente: ogni buon poeta è in grado di esprimere la sua “dichiarazione” di poetica, nella quale concentra tutta l’essenza del suo pensiero, della sua linea progettuale a proposito di poesia e di fare (la sua) poesia. Bene, è opportuno dunque partire da questi versi della nostra autrice torinese, per introdurre una sia pur breve riflessione su quanto essa va “dichiarando”, e sviluppando, nella sua recente raccolta “La logica delle nuvole”, edita l’anno scorso da La Vita Felice.
Si tratta orbene di una raccolta davvero voluminosa, densa e intensa, nella quale Marvi Del Pozzo, certamente non nuova alla frequentazione del mondo poetico, esprime tutta la sua filosofia della vita e della natura, dell’umanità e dei sentimenti, ponendosi un attimo al di sopra della fragilità e del disordine terrestre e traendo da questi ciò che maggiormente è intriso di purezza e di spiritualità in questa nostra travagliata esistenza. La logica delle nuvole, appunto: nessuno può stabilire la loro presenza e il loro vagare nel cielo, se non il vento, la natura, le correnti, e in un certo senso il caso. Il destino entra allora nei versi della nostra poetessa come un vento in grado di scompigliare e disordinare gli eventi, la vita. A noi non resta che la preghiera, la speranza, la forza dei nostri sentimenti, corroborati da ricordi e memorie che hanno reso la nostra vita degna e nobile.
Il progetto poetico di Marvi Del Pozzo, in questa raccolta, è dunque ampio e abbraccia tutto un mondo e una vita di considerazioni e di riflessioni profonde sulla natura, sul senso dell’essere, sugli affetti, sui ricordi, sui valori etici, sulle geografie: tematiche che vengono trattate, dalla nostra autrice, con l’immediatezza del suo afflato poetico, con la cadenza lirica che le è propria, con versi diretti e scevri da ogni possibile e fuorviante ridondanza o sovrabbondanza; uno stile che è impronta personalissima e accorata, aderente ai contenuti e per questo, dovendo esprimersi su un panorama piuttosto ampio, come lei stessa ha affermato nella sua introduzione, l'Autrice ha voluto suddividere il percorso poetico in cinque sezioni: “Filosofia del naturale”, “La folgorazione dei frammenti”, “Il nutrimento degli affetti”, “Vita dei miei silenzi”, e “Fantasticherie”.
Il libro è comunque fluido, vi si nota in tutti i brani e in tutte le sezioni, la ricerca accorata del senso della vita, che solo la poesia può suggerire, invitando a considerare le meraviglie del creato, a perseguire la libertà (o logica indipendente) delle nuvole, metafora di una libertà ancora più sacra, direi suprema: quella che ogni uomo dovrebbe saper acquisire e condividere con tutti gli altri.
Ma non vi è solo libertà nel girovagare delle nuvole. Nella dimensione che è sopra di noi, metaforicamente immersa in una sfera di valori essenziali che innalzano l’uomo dalla mera superficialità materiale, l’umanità di Marvi Del Pozzo acquista tutta la sua naturale ragione d’essere, mediata da una parola poetica alta, coinvolgente, esemplare.
L'importanza della poesia come (anche) centro comune e condivisibile di dialoghi, riflessioni, idee, sentimenti fra persone, è espressa molto bene nella parte finale del libro, che accoglie un interessante carteggio tra l'Autrice e la poetessa Cinzia Marulli, sua cara amica e sostenitrice.
Nell'invitare a leggere l'intero libro, proponiamo intanto qui di seguito alcuni brani.



Scrivere poesia
è forma di preghiera.
Individuale
minuta intelligenza
nel crogiolo dell’anima
del mondo.
Come in vasi comunicanti
non sai più
chi dà e chi prende.
Scrivere poesia
è un senza tempo
di tragica Sibilla,
un Dio
metafisico e laico
fatto uno col poeta
tramite la parola, accade.
Sgomenta il pensiero
che a questo Dio
invisibile
sei tu a donare vita.


***

Vela

Da terra
una vela bianca alta
sul mare.
Vola il respiro in petto
per la gioia
primitiva dell’essere
vitale
all’Aperto, nel Sole
all’Avventura.
Con gli occhi, a riva,
abbraccio ciò che vedo,
vivo l’ubriachezza
dell’andare
ma io giungo al di là
dell’orizzonte
e più di quella vela
vado oltre.

(dalla sezione “Filosofia del naturale”)


***

Battiti del divenire

Come diapason
irrevocabilmente ossessivo
imprigionato
nei confini di vetro
di un vuoto a perdere
sento i battiti del divenire.
Seppure immaginassi
castelli di cristallo
d’intorno
m’inchioderebbe al reale
questa bottiglia claustrofobica
sbatacchiata in balia
d’un mare ignoto.
Io proprio non capisco
lo scopo
d’infinite spazialità intorno
a noi, lillipuziane creature,
autocondannate alla pena
di fantasmi diversi, in
solitudine uniforme.
Sotto vetro e sotto vuoto.
Ergastolani.
L’Aperto è fuori. Forse.

(dalla sezione “La folgorazione del frammento”)


***

Fanciullezza

Hai occhi ombrosi
di mirto lucido di sole
le mani da bambina
biscottate di granella
di sale.
Geroglifici bianchi
sul corpo adolescente
di creatura di mare.
Hai capelli di alga
attorcigliata
trascoloranti per la luce intensa
sui ciottoli accaldati
della spiaggia.
profumano d’altrove e di mistero.
Hai piedi di maestrale
quello estivo che lustra
cielo e acqua di colore
e rasserena il mondo
di frescura.
Proprio come fai tu
con un sorriso
di sassolini bianchi e madreperla
quando di corsa al limitar dell’acqua
in silenzio t’abbracci
all’orizzonte
e ti confondi nelle cose intorno.

(dalla sezione “Il nutrimento degli affetti”)


***

Rileggendo “Gli imperdonabili” di Cristina Campo

Perché i miei versi
sono così tristi
se la gioia mi coglie
e duratura
solo che guardi
la natura viva?
Allora sovrappongo tempi e spazi
e ricompongo simboli e parole
in figure nutrite d’armonia
di cultura, di mito, di un’idea.
Oggi il reale è freddo
di bellezza: disperso il favoloso
e il mistero, carente di destino
e profezia, il poeta smarrito
impallidisce
chiuso nel cerchio suo
di disincanto,
asfittico respira
nebbie inferte.
La memoria del Bello è lacerante.

(Dalla sezione “Vita dei miei silenzi)


***

Poeta

Poeta
è chi riesce a farsi aria,
quella che avvolge
il senso delle cose,
trasvolando
e uscendo dalla storia
da miserie di un sé in disfacimento.
Non vuol sfuggire
ma trasfigurare:
cerca un barlume spirituale e vivo
anche nel buio del dolore e morte.

(Dalla sezione “Fantasticherie”)

Brani tratti da: Marvi Del Pozzo, La logica delle nuvole; poesie. A cura di Cinzia Marulli. Edizioni La Vita Felice, 2020.

Marvi Del Pozzo vive a Torino. Dopo gli anni della formazione al Classico D’Azeglio di Torino e gli studi universitari, non ha esaurito la spinta ad approfondire la frequentazione della poesia. Da sempre si occupa, oltre che di poesia classica, di quella contemporanea nazionale e internazionale e da undici anni coordina il gruppo di poesia Tempo di Parole del Circolo dei lettori di Torino. Ha scritto nove volumi di poesia, autoprodotti. I più recenti: Pietre nel tempo (2014), Immagini ed Immaginazione (2015), Esserci e Riconoscersi (2017). Collabora con la rivista cartacea torinese di poesia “Amado mio” e cura la rubrica fissa di critica letteraria Letture condivise sul blog romano ParolaPoesia.
Ama affiancare all’attività di scrittura poetica quella di autrice di monologhi teatrali, incentrati sulle più autorevoli figure di poeti contemporanei internazionali.

 

 

 

Il Quaderno del Concorso di Poesia "L'Amore: arte e sentimento"

Alda Merini vista da Ninnj Di Stefano Busà

PUNTO, Almanacco della poesia italiana

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