sabato 13 giugno 2026

"Dei vivi e dei morti" di Loriana d'Ari

La fragilità umana, ma soprattutto la precarietà della vita, nella sua fisicità, è al centro del discorso poetico di questa interessante e originale raccolta di Loriana d’Ari, Dei vivi e dei morti, edita da Arcipelago itaca nel corrente anno e vincitrice della XXIV Edizione del Premio InediTO – Colline di Torino.
Loriana d’Ari è poetessa profonda, che riesce a penetrare il segreto senso dell’esistenza, offrendoci dei versi che svelano delicatamente, ma anche con una certa determinazione, il mondo che sta al di là delle apparenze quotidiane, laddove la dimensionalità e lo spessore dell’esistenza non si fermano al mero trascorrere del tempo in azioni e luoghi e storie che fanno parte dell’abitudinaria routine di ognuno di noi: la poesia è questa cosa magica che riesce a interpretare la verità di tutti e di ciascuno, svelando ciò che veramente è dentro di noi e che, solo con essa (e, beninteso, con le altre espressioni artistiche), è possibile tradurre ed esternare.
Dei vivi e dei morti è un canto caleidoscopico, un mosaico spirituale, ma anche carneo, di ciò che è veramente la vita. Si va oltre il movimento e l’estensione dei corpi, oltre la loro energia materiale e spirituale, perché anche i morti, in questa raccolta, hanno da dire la loro, fanno parte integrante della complessa realtà del creato.
Partendo da alcuni riferimenti reali con i quali l’Autrice canta l’inanità della sovrabbondanza corporea, di fronte all’ineluttabile suo dissolvimento fino al regno della morte (“kangde”: Aisin Gioro Pu Yi, imperatore fantoccio; “gyokuon-hōsō”: Hirohito, atto di resa…), Loriana d’Ari lascia intendere che il confine tra la vita e la morte è sottilissimo: “e provo a dire, senza convinzione, perché anche il corpo è / nient’altro che questa soluzione tridimensionale / questo corpo che marcisce felice”. Così conclude la sua indagine su tale confine, dopo le attente, e non prive di una certa vena ironica, incursioni su queste realtà umane, con l’indovinato tentativo di unificarle, o perlomeno di renderle parimenti dignitose: “ognuno ritorna a sera, novembre d’umida carezza / nei rintocchi all’ora di cena. / rincasano gli ultimi, mentre curo la posa dei passi lungo / la scia di foglie cadute, un giallo ocra / che dilava all’avorio della luna.” Ed ancora: “ecco le povere cose, gli esili resti. / nel disarmo i coltelli feriscono / da ogni lato…” (qui risalta ancora di più l’inutilità delle violenze reciproche, dei dissidi, delle guerre… di fronte ad una realtà ben più complessa, misteriosa e assolutamente ineluttabile, quale è la morte, dove beffardamente anche il disarmo dei coltelli diventa ormai vano…).
Con questa raccolta Loriana d’Ari dimostra ancora la sua piena padronanza della materia poetica, la sua profonda capacità di indagine nel mondo delle cose e dell’animo umano, la sua competenza nel tradurre in versi significativi il senso dell’esistenza, sia dal punto di vista filosofico, storico, e sia da quello più prettamente umano, immediato e quotidiano.

Proponiamo ora alcuni brani tratti dal libro:


antigone, testamento

 

io donna nel mio ventre sottile

spezzerò questa catena micidiale

perché antigone è il mio nome

nata al posto di un altro.

fratello, levigherò questa crosta di

sangue e fango fino a restituirti un volto

e soffierò nei tuoi polmoni tanta vita

per quanta sciagurata colpa

è sopravvivere ai morti, portarli

come d’inverno nelle vene un canto

di passeri sepolti nella neve

 

 ***

 

kāngdé

 

c’è voluta intera la vita a divenire un uomo

appreso il peso del corpo perdere i fili uno

a uno. del fantoccio ammucchiato all’angolo

rimane il sorriso sghembo, lo slargo dell’occhio

scucito dalla luce. quanto tutto è reale

ora, che anche l’aria potresti toccarla

e nulla più a lungo trattenere.

la frana dei sensi cede calore alla terra

ne drena la linfa, non rimargina

 

(kāngdé: Aisin Gioro Pu Yi, imperatore fantoccio)

 

 ***

 

le altalene

*

ognuno ritorna a sera, novembre d’umida carezza

nei rintocchi all’ora di cena.

rincasano gli ultimi, mentre curo la posa dei passi lungo

la scia di foglie cadute, un giallo ocra

che dilava all’avorio della luna.

proprio qui, solo ieri, correvano i bambini.

delle altalene gemelle l’una sembra immobile da sempre

l’altra oscilla, come un pendolo, addolcisce

solo il cigolio, e continua

dondolando

                 (senza suono)

 


***

 

mare io t’abbracciavo in un lampo

forse troppo azzurro quando

mi voltai e c’era lei al mio fianco.

un sobbalzo, non tanto

la morte quanto lo spavento che potesse

d’un tratto gli occhi fissi a un orizzonte

verticale che potesse finalmente

parlare da quest’altra dimensione che

sta qui, accanto. che se allungo la mano

anche l’ultima parete di cartone possa

crollare. basterebbe una parola

soltanto, quella che tace.

laggiù in fondo, se guardi bene

c’è un’aura di luce attorno a un lampione

spento

 

 ***

 

dei vivi e dei morti

*

ecco le povere cose, gli esili resti.

nel disarmo i coltelli feriscono

da ogni lato.

qui la colpa è uno scavo di rotule

nel fango, la spola

dei vivi tra gli opposti schieramenti.

quanto ai morti, indugiano

anche loro, da quando è slittata

la soglia non sanno più

dove cadere

 

 ***

 

poesia di chi resta

*

sorelle, cosa resta nella notte

che vi perde?

qui dove noi si raccoglie disordine a voi

disappartiene

il non ritorno e la conta dei resti

sulla massicciata.

non più vostri l’urto né il volo

le rotaie in fuga prospettica di schizzi

e primule.

dove non siete non si ode che il nulla

sferragliare

tace il fischio che strina l’orecchio

caduto sulla linea gialla

 

(Giulia e Alessia P., travolte da un treno alla stazione di Riccione)

 

 ***

 

non lascia segni ciò che scorre senz’attrito

in questo solco

inapparente: l’elemento isolante

del raccordo, la colla del buio che ci tiene.

ciò che funziona si nasconde troppo bene

sostanza che assimila a sostanza.

non frugheresti il sangue non volendo

arrestarne la corsa. ma se premi la crosta

del pane puoi sentire

la danza crepitante delle spighe.

così suoniamo la forma

perduta a divenire

quel che siamo

  

Brani tratti dal libro Dei vivi e dei morti, di Loriana d'Ari, Arcipelago itaca Edizioni, 2026

Opera vincitrice XXIV edizione Premio InediTO - Colline di Torino

Loriana d’Ari vive a Genova, dove lavora come psicoterapeuta. Ha pubblicato su diverse riviste e blog letterari e ricevuto riconoscimenti in occasione di vari premi, tra cui “Bologna in Lettere”, “Poesia di Strada” e “Lorenzo Montano”. La sua raccolta d’esordio, silenzio soglia d’acqua, è risultata vincitrice della VI e-dizione del premio “Arcipelago itaca” (raccolta inedita, opera prima) e pubblicata nel maggio del 2021 per Arcipelago itaca Edizioni.

Dei vivi e dei morti è vincitrice della XXIV edizione del Premio InediTO - Colline di Torino.

Alda Merini vista da Ninnj Di Stefano Busà