domenica 11 ottobre 2026

Gli "Uomini con la coda", di Griselda Doka

“Non siamo uomini con la coda, diceva mia madre quando cercava di spronarmi a fare le cose socialmente condivise e migliorare le competenze che mi avrebbero portate all’indipendenza e all’autoaffermazione…” Questi i versi iniziali della poesia di pagina 39 il cui titolo, Uomini con la coda, dà il nome all’intera raccolta, edita da Macabor nel corrente anno, della poetessa Griselda Doka.
Partiamo da questo punto centrale della raccolta, importante e certamente significativo perché dà un’accelerazione centrifuga a tutta la silloge, per cercare in qualche modo di riflettere sulla caleidoscopica ed effervescente geografia poetico-narrativa della nostra autrice, albanese di nascita ma radicata in Italia, più esattamente in Calabria, da ormai diversi anni. Ed è proprio la Calabria, terra secondo me molto simile, o per lo meno vicina (e non soltanto geograficamente!...) all’Albania (si consideri anche la cultura arbereshe, fortemente diffusa in alcune zone della Calabria), che penso abbia fornito a Griselda, fin dai primi anni della sua nuova residenza, l’input creativo, l’abbrivio letterario e poetico che le ha permesso di maturare la sua poetica lungo gli anni fino a divenire oggi una delle Voci più significative e attive in ambito poetico locale e nazionale.
Uomini con la coda è dunque un pregevole mosaico fatto di tasselli biografici, memoriali, socioculturali e perfino etici, dove la nostra autrice espone, racconta ed illustra, utilizzando una struttura poetica esplicativa, diretta e a volte lasciando il lettore attonito e sorprendentemente coinvolto, quadri, immagini e memorie di una società attuale che si confronta con usi e tradizioni storiche e culturali di una generazione precedente, laddove i valori di un tempo avevano la forza e la ricchezza necessarie per una vita sana e nobile: si tratta di valori universali, e non importa se questi si riannodano a ricordi familiari di altre radici culturali, come appunto quelle albanesi. Quando Griselda parla della famiglia, nei suoi versi appare un senso di universalità e di umanità che accomuna tutte le culture, in un’etica di amorevolezza, di condivisione e di educazione al senso di responsabilità e alla libertà individuale, al rispetto della dignità della persona indipendentemente dalle origini culturali e geografiche: “Mio padre aveva portato un ramo di vite / e lo piantò nel mio giardino calabrese / innestandolo su un vitigno autoctono….” E ancora: “Si parla ai figli in altre lingue / si sogna si danza per non diventare granelli / sale nero sulla sabbia / estranei alla pelle / reclamo l’appartenenza / dell’essere riconosciuta / soltanto in Altre parole….”
Gli uomini non hanno la coda, recita Griselda in contraltare, riportando in versi il giudizio della madre, un consiglio a non disperdere i propri valori etici, morali e storici, in un deserto disumano, quasi animalesco (con la coda!...), ma di perseverare lungo il cammino della storia andando avanti con la determinazione e la consapevolezza della dignità della persona, da difendere ad ogni costo, anche se proveniente da altre culture.
È un libro forte, che induce alla riflessione su vari aspetti della convivenza civile e sociale, in un tempo purtroppo dominato dai pregiudizi, dai falsi valori e dalle antipatie nei confronti di coloro che provengono da altri paesi: “Grido da un’altra sponda / premonizioni che nessuno vuole….”
Affidiamo ora ai nostri lettori alcuni brani tratti dal libro, per eventuali ulteriori gradite riflessioni o commenti da parte loro.

Ti ho vista in un abbraccio furtivo

 

Ti ho vista in un abbraccio furtivo

centrifuga emotiva, accovacciata

ho strizzato gli occhi per congelare nel tempo

la mia figura tra le tue braccia.

Mai più hai creduto alle mie parole

né i silenzi, gli arrivi e le partenze

sei rimasta così, pilastro e fumo

ingrigita, candele, preghiere

tè, caffè, un OKI diviso a metà

pane, formaggio e pomodoro

le urla del vicino alla moglie

nessuno li saluta più nel condominio

nemmeno tu, pilastro, fumo e ingrigita.

 

 ***

 

Mio padre aveva portato un ramo di vite

 

Mio padre aveva portato un ramo di vite

e lo piantò nel mio giardino calabrese

innestandolo su un vitigno autoctono.

Mia madre non smetteva di darci consigli

sul tempo che perdevamo in questa terra

dove tutto si sarebbe seccato all’afa, d’estate

pensava alle conserve, lei,

alle marmellate e alla frutta candita

e per profumarle mi aveva procurato

un geranio malvarosa

che sapeva di menta e limone

rosa antica di radura incolta

e di altri segreti che lei non riusciva

né a spiegare e né ad esprimere.

Entrambi tentarono di preservarmi.

 

 

*** 

 

Hanno occhi umidi i poeti

e la gola secca

la voce, si dice, sia eterea.

Appartengono a tutti

e a nessuno.

Si dice, anche, siano stati stregati

una notte di ottobre

fissando a lungo la luna.

Avranno sentito la stessa melodia

del giovane marmorizzato

che suona il flauto

senza sosta e tregua

così, chi lo fissa

non ha altra scelta.

 

*** 

 

C’era la paura di perdersi

inerpicarsi tra radici

dimenticarsi della collina

sulla valle la speranza

che tutto sia stato soltanto una fiaba.

Si parla ai figli in altre lingue

si sogna si danza per non diventare granelli

sale nero sulla sabbia

estranei alla pelle

reclamo l’appartenenza

dell’essere riconosciuta

soltanto in Altre parole.

 

*** 

 

Grido da un’altra sponda

premonizioni che nessuno vuole.

C’è un serpente sotto le fondamenta

una torre con occhio da ciclope

un bizzarro calendario di sabbia azzurra

che si scioglie al sole e risale col vento.

C’è un vangelo d’argilla sospeso

tra mani di operaio in camicia di seta

una scalinata porpora disegna un bilancio

con numeri corposi e algoritmi psicotici.

La mattina presto cisterne di latte si

cagliano

su strade polverose i vecchi danzano un

sirtaki

col copricapo rosso e fazzoletto bianco.

Grido parole non rilevanti

nubifragi di sponde – approdano in pena.

 

*** 

 

Occhi imbevuti di aceto

ci chiesero della morte nel cuore

su questo cammino di polvere e rovine

laccato dall’osmosi della perdita che veglia.

Essere tristi era un mestiere da grandi

o per ebbri profeti che scalfivano il tempo.

Non si è spento il nulla di ieri

il vuoto di oggi, ancora in fasce

il sangue che avrei dovuto urlare.


Griselda Doka, Uomini con la coda, Macabor Editore, 2026; premessa di Marco Gatto, postfazione di Marialucia Lattuca.

Griselda Doka è nata a Tërpan, Berat (Albania) nel 1984. È Dottore di Ricerca in Studi letterari, linguistici, filologici e traduttologici presso l’Università degli Studi della Calabria. Attiva come operatrice culturale, organizza e partecipa ad eventi sul territorio ed è membro di varie giurie letterarie. Oltre alla sua lingua madre, scrive anche in italiano. Ha pubblicato la silloge bilingue Solo brevi domande esiliate (Fara Editore 2015), Dimentica chi sono (Fara Editore 2018), Il leggero transito delle parole (Macabor Editore 2023). Recentemente ha pubblicato, sempre con Macabor Editore, Uomini con la coda. È presente in varie antologie e festival nazionali e internazionali. Sue poesie sono state tradotte in albanese, russo, spagnolo e francese. Collabora, inoltre con diversi progetti di traduzione professionale e letteraria dall’albanese in italiano e viceversa. Vive e lavora in Calabria come docente di lingue e mediatrice interculturale.


Griselda Doka a Francavilla Marittima, il 29/8/26


















Griselda Doka




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