sabato 2 novembre 2013

Per ricordare Domenico Luiso

La parola è un miracolo. La parola poetica è un miracolo ancora più grande. Perché l'uomo se ne va, colui che l'ha pensata e l'ha scritta se ne va, prima o poi, e di lui resta poco, i ricordi, le cose che parlano di lui, qualche impronta, forse a volte anche un lieve soffio d'aria nelle stanze ormai vuote. Ma passa breve tempo e poi anche tutto questo si perde, evapora, sbiadisce.
A che cosa sarà valso tutto l'affanno del poeta, la sua ricerca assidua e a volte sfiancante, la sua sofferenza nel voler a tutti i costi trovare una spiegazione al perché del mondo, al perché dei sentimenti, fissando tutta questa ricerca sul suo taccuino di poeta? Sarà stata solo un'intima esigenza creativa per non essere sopraffatto dall'inspiegabilità razionale della vita e del creato? Dopo la morte del poeta, chi erediterà le sue ricerche? Chi troverà qualcosa di interessante nel suo quaderno, qualcosa di utile per proseguire le ricerche?...
Anche l'opera del poeta, spesso, si inabissa con lui, con la sua fine terrena. Parlo naturalmente dei "comuni mortali poeti", perché grazie a Dio di quelli "grandi" la storia ne parla ancora (ma fino a quando?...).
Domenico Luiso, come tanti altri "comuni mortali poeti", è stato un uomo creativo che ha pensato e scritto tanto, ha fatto tante ricerche. Non so se sia riuscito a trovare qualcosa di esaurientemente soddisfacente, credo di no, perché i poeti, i poeti come lui, non si fermano mai, vanno scavando sempre più in profondità... So per certo, però, che purtroppo la sua voce, come la voce dei tanti altri "comuni mortali poeti", andrà affievolendosi a poco a poco, si perderà nel sacco senza fondo del tempo.
Per questo, forse, bisognerebbe di tanto in tanto ricordarli. Bisogna ricordare Domenico Luiso, farlo riemergere, tenerlo a disposizione sulla scrivania, leggere di tanto in tanto le sue poesie, e rileggerle ancora. Farsi trasportare dalle sue parole, dai suoi versi a volte aspri, a volte dolci, sognatori, amanti del bello e amanti dell'amore. Ascoltare ancora le sue parole fatte di nostalgia, di rimpianto, ma anche di sprone e di speranza.
Lui ha scritto un libro, l'ultimo libro: "Di febbri e di parole". Il male che lo avvinghiava senza tregua non gli ha permesso di sentire il suo profumo fresco di stampa, non gli ha dato tempo di gustarlo rileggendolo e rileggendosi. Lo dobbiamo fare noi. Perché Domenico Luiso, in ultima analisi, non era un "comune mortale poeta", ma era un poeta grande e autentico. Amava scherzare, ma quando scriveva, la sua poesia era terribilmente seria, profonda, solenne.
Non dobbiamo dimenticare Domenico Luiso. Come non dobbiamo dimenticare gli altri amici poeti che abbiamo conosciuto e che nessuno più richiama o nomina: la loro poesia è fatta di piume che vengono trasportate lievemente dal vento, e il vento è il nostro ricordo, il nostro parlarne, il nostro scriverne: così che le loro parole possano depositarsi nei nostri cuori, facendo germogliare altri pensieri, altre creazioni, altre poesie.
E quindi non addio, Mimì Luiso! Ma "arrivederci": la tua poesia è ancora qui, viva e palpitante, come la tua voce con la divertente cadenza barese. Se facciamo un poco di attenzione, ti sentiremo sicuramente, come se fossi tu a leggere le tue belle poesie!

Riportiamo qui di seguito alcune sue poesie tratte dal libro "Di febbri e di parole", Bastogi Editore, 2013, prefazione di Armando Saveriano.
Saranno molto graditi i commenti dei lettori.

Se questa vita

Se questa vita è una piuma sospesa
dentro un'ampolla diafana di carne
reclina il capo il fiore germogliato
dell'odio astioso
e ridiventa amore

muore lo scroscio delle tue mani ossute
e ridiventa una carezza triste

stesa con gli occhi chiusi questa vita
annega nebbie pazze di parole
nelle placide acque di un sorriso

non ha ferite e pieghe nei suoi fianchi

riflette il segno del tuo sguardo amico
e nella bocca muta s'agita lo stelo
del balsamo di un bacio che non muore.

***

La sera lenta

La sera lenta ci veniva incontro
coi suoi cespugli d'ombre e di silenzi
e di noi due seduti a una panchina
non furono più vive le parole

un vento grigio oltre lo steccato
già ci annusava e ci lambiva gli orli
e a noi che fummo ardenti di pensieri
si fecero ricordo anche gli occhi

in quella sera ai margini di noi
ebbe sete di nebbie la lumaca
e fummo un rigagnolo sfumato

di noi rimase la beatitudine
di carne e pietre fattisi stupore.

***

Ottobre

Lattiginoso ottobre alle mie labbra
assorto accosto il tuo vetro opaco
e assaporo lenti sorsi di languore

si fa diafano il clangore nella gola

tra le mie mani il tuo velluto grigio
tra queste mani la memoria lieve
d'ogni parola arsa
d'ogni sete

ottobre pigro che m'invadi gli occhi
con il tuo velo sulle cune rotte
(si fermano le larve del pensiero)

ottobre lento
cuore di me stesso
ottobre muto ottobre ignaro ottobre
sulle tue foglie sparso evanescente

torpido ottobre sui miei rami stanchi.

***

Piuma

Piuma che rivaleggi
col cuore arroventato
un segnalibro forse tu sei che scandisci il vento
dei frenetici fogli del mio libro
pagine brune diventate cenere

diafana piuma, incombusto segno,
mosca scacciata che ritorna sempre

piuma che mi scandisci la lettura
volto ogni pagina e mi trascino dietro
pulviscoli di pena e di paura

piuma assurda e incerta
forse mai morta
forse mai nata
nacqui al posto suo
e forse morirò
bruciando i miei occhi tra le sillabe

eterea piuma lieve come l'alba
che istoriava il mio libro

e la credetti un sogno.

***

Sul muro rabberciato

Sul muro rabberciato il sole lento
s'aggruma
in mille scaglie di sale
che non sentono più il vento

se bisbigliava un'ombra tra le pietre
un'immemore notte la raccolse
spegnendola nell'intimo lamento

l'ondivago mio passo si rafferma
in quel momento
di luci e di parole
calcificati senza movimento

e mi confonde il discorso antico
dell'ennesima morte
della morte

ma sono niente le parole
e il filo
che scorre rampicato sulla china
s'impolvera e si perde

ai miei occhi
resta il veleno aspro dell'abbaglio.

Domenico Luiso è nato a Bari il 10 ottobre 1937 ed è morto il 7 settembre di quest'anno, 2013. Risiedeva con la famiglia a Bitonto, dove ha sempre svolto una intensa attività letteraria, specialmente negli ultimi anni, dando il suo fattivo contributo nell'organizzare importanti eventi culturali ed anche concorsi, come il concorso di poesia e narrativa "Città di Bitonto". Ha pubblicato diversi libri di poesia; l'ultimo, uscito postumo, è intitolato "Di febbri e di parole", Edizioni Bastogi, Foggia, con prefazione di Armando Saveriano.
Domenico Luiso è stato un assiduo partecipante dei concorsi letterari nazionali, e sempre si è distinto in questi, ottenendo molto spesso il primo premio ed altri significativi riconoscimenti. Il suo nome è inserito in numerose antologie e riviste di poesia. E' stato membro di giuria in molti concorsi letterari di rilevanza nazionale.

Il ricordo degli amici

Caro Giuseppe,
Mi dai una tristissima notizia. Anch'io ho avuto modo di conoscere Domenico e di parlare con lui. E ciò in molte occasioni. Voglio solo ricordare un nostro incontro a Sant'Anastasia ed un altro a Vecchiano, quando vinse il Premio "Santa Maria in Castello-Città di Vecchiano". Mi viene in mente la Sua voce e la Sua simpatia. Hai ragione, Domenico resta pur sempre con noi, anche se non materialmente. Le Sue parole e la Sua poesia saranno sempre presenti nei cuori di coloro i quali - ed io sono tra i tanti - hanno avuto modo di ascoltarla e di apprezzarla.
Giovanni Bottaro.

Mi dispiace molto. Siamo stati insieme ad Udine per un premio e partecipò diverse volte al nostro Reali. Molto bravo. Ma le parole restano.
Un caro saluto.
Bruno Bartoletti

Che tristissima notizia! A Mimì mi legano tantissimi ricordi di vita letteraria e poetica nonché un’amicizia che aveva ed ha il suo credo nella spensieratezza e nel rispetto reciproco più profondo. Non un addio ti do, caro Mimì, ma un dolce arrivederci, ricordando il nostro primo incontro a Modena dove tra il serio e il faceto mi chiedesti: “ma come fai a scrivere così…”.
Ho scritto di recente una poesia intitolata: “La morte del poeta” che alcuni conoscono, e che ti dedico dal profondo del mio cuore.
Ciao Mimì, e che ti sia lieve il passare sulla Terra. Benito. Galilea

La notizia della scomparsa di Domenico ci rattrista e ci sconvolge. Lo abbiamo visto l’ultima volta a Porto Recanati l’anno scorso, ma senza Caterina. Ci aveva promesso che sarebbe tornato la settimana successiva a Montefiore, dove doveva ritirare un primo premio, ma a quell’appuntamento non si presentò. Lo ricorderemo com’era, sempre brillante e un po’ guascone, ironico e salace; e certo ricorderemo la sua poesia, musicale, inquieta, visionaria.
Umberto Vicaretti

Caro Vetromile,
l'ho saputo pure io stamani della morte dell'amico poeta D. Luiso. Ci siamo ritrovati insieme in tante competizioni di Poesia. La morte ghermisce senza distinzioni in modo inesorabile. Noi tutti lo piangiamo.
Antonio Coppola

Questa triste notizia mi ha addolorato, benché non conoscessi di persona Domenico Luiso. Ne ho però sempre apprezzata la bravura poetica e la profonda umanità che pervadeva (e pervade) le sue liriche. Hai proprio ragione: la nostra materialità si disfa, ma non la poesia. Se è vera, come quella di Domenico Luiso.
Pasquale Balestriere




domenica 6 ottobre 2013

L'irlandese Eamonn Lynskey

Tornando ai poeti esteri, presentiamo qui una interessante voce irlandese: Eamonn Lynskey, che ho avuto il grande piacere di conoscere anni fa, durante una suo viaggio a Napoli. C'è stato con lui, in quest'ultimo periodo, un fitto scambio di testi poetici e di riflessioni, e l'intesa tra di noi sul ruolo della poesia in generale e sul suo evolversi, è stata ottima e proficua, nonostante le difficoltà comunicative di entrambi a causa delle lingue diverse. Ci siamo rivisti ultimamente, sempre a Napoli, e abbiamo a lungo discusso sull'eventualità di seguire un progetto comune di interscambio poetico.
Pubblichiamo qui alcuni suoi testi nella lingua originale, tratti dall'ultima raccolta "And Suddenly the Sun Again", con traduzione in italiano eseguita dall'autore ma riveduta in alcuni punti da me.
La sua poesia, come si potrà notare, è una poesia dell'immediato, della cronaca, del quotidiano, dove spiccano le memorie e i sentimenti, resi con un linguaggio diretto e personale.
Saranno graditi, come sempre, commenti e riflessioni di tutti voi che seguite da tempo questo mio spazio poetico.


New-mown grass


New-mown grass, and once again my head
is filled with smells and sunlight and myself
grown small - Those endless summer afternoons
we built our houses, fortresses and castles
from the grass that lay in fresh-cut mounds
in Islandbridge Memorial Park, my mather
reading romances to keep her mind away
from bills and household worries and away
from him that moment working down the mines

in Lancashire, and his letter that hadn't come.

Erba appena tagliata

Erba appena tagliata, e di nuovo la mia testa
si riempie degli odori, della luce del sole e di me stesso
diventato piccolo - Quei pomeriggi d'estate interminabili
quando noi costruivamo case, fortini e castelli
con l'erba ammucchiata in colline fresche
nel Memorial Park di Islandbridge,
mentre mia madre leggeva romanzi per distrarsi
dalle bollette e dalle ansie di casa, e per non pensare a lui
che in quel momento lavorava in fondo alle miniere
del Lancashire, e alla sua lettera che ancora non arrivava.

Daffodils Along the M50

I never see the daffodils line up
along the motorway but I remember them
that day I drove to work distraught
becouse I'd phoned the week before to say
I'd call to see you sometime soon, but didn't.

They deck the highways every year I think
to tell us something good about ourselves -
despite all evidence to the contrary:
our day-to-day dishonesties, deceits,
our unintended cruelties, neglects.

And every year they tell us to keep close
our friends because we do not know the day,
the hour they will be thieved away, and we
be left alone with those to whom our stay
or passing is a matter of small moment.


Narcisi lungo l'autostrada

Non vedo mai i narcisi in fila
lungo l'autostrada, ma li ricordo
quel giorno che ho guidato sconvolto
perché ti avevo telefonato la settimana prima per dire
che ti avrei visto presto, ma non l'ho fatto.

Decorano le strade ogni anno, penso,
per dirci qualcosa di buono su di noi -
nonostante tutto dimostri il contrario:
le nostre quotidiane disonestà, truffe,
le nostre inconsce crudeltà e trascuratezze.

E ogni anno ci dicono di tenere vicino
i nostri amici, perché non sappiamo né il giorno,
né l'ora che andranno via da noi, e noi
rimaniamo soli con quelli per i quali il nostro stare
o andare, è cosa di piccola importanza.


Times I Hear of Lives Lost

("35 miners die in Ukraine coal mine fire near Kiev",
"25 coal miners killed in north-eastern China" - News reports)

Times I hear of lives lost
underground I hear again
the iron cage clang shut, I hear
you telling of the fear that struck

the earth each time the cables tightened
overhead. Again, I see you
and your fellow colliers
descend through levelled ages, faces

grey with dust no razor gleaned,
no water cleaned - I feel the pick
and shovel cramped against your skull.

 ***

At home on holidays you puzzled
over diagrams I'd made
at school until suddenly you laughed.
"Why, dammit! That's a Davy Lamp!"

Two weeks of holidays and then
the suitcase in the hallway, then
the letters stamped in Manchester
or mining towns in Wales. Some nights

I see you climb from my dark reservoir
of loss, your shoulders cloaked with coal dust,
lamp in hand. I always call
to you. You always turn away.

A volte sento di vite perse

("35 minatori morti in Ucraina, vicino a Kiev",
"25 minatori di carbone uccisi nel Nord-Est della Cina" - titoli di giornali)

A volte sento di vite perse
sottoterra sento di nuovo
la gabbia di ferro che si chiude con fragore, e ti sento
raccontarmi la paura che struggeva

il cuore ogni volta che i cavi si tendevano
in alto. Di nuovo vedo te
e i tuoi compagni di lavoro
scendere tra gli strati livellati, facce

grigie di polvere che il rasoio mai rasava,
l'acqua mai puliva - Sento il piccone
e la pala appesi alla tua giacca,
il casco ben fissato alla tua testa.

A casa, in vacanza, un disegno
che avevo fatto a scuola, ti ha lasciato
perplesso, fino a che hai riso:
"Accidenti! Quella è una Davy Lamp!"

***

Due settimane di vacanza e poi
la valigia nell'entrata, poi
quelle lettere affrancate Manchester
o paesi di miniere in Galles. Qualche notte

ti vedo risalire dal buio, dietro
il mio serbatoio d'ossigeno vuoto,
le tue spalle coperte di polvere di carbone,
lampada Davy in mano. Sempre ti chiamo.
Ma sempre ti giri dall'altra parte.

Eamonn Lynskey è nato a Dublino nel 1949. Scrive poesie fin dal 1980; la sua prima raccolta poetica ("Dispatches & Recollection") è stata pubblicata da Lapwing (Belfast) nel 1998. "And Suddenly the Sun Again", Seven Towers Publication Editore, 2010, è la sua seconda raccolta poetica.

domenica 14 luglio 2013

Vanina Zaccaria e la poesia di "Ivan"

Vanina Zaccaria, giovane poetessa napoletana, molto impegnata nello studio dell'arte teatrale e nella ricerca poetica anche estera, in particolare quella russa, ha un dettato poetico molto originale, basato prevalentemente sul monologo. Un verso libero che però ha la sua giusta cadenza e tonalità, la sua giusta musicalità. Volentieri ospitiamo qui un breve saggio della sua poesia, che è forte, profonda, con immagini che richiamano velatamente scenari russi, ma anche ellenici e classici. Si tratta a mio parere di una poesia affascinante, che prende il lettore ma che è resa ancora meglio quando è la stessa nostra autrice a declamarla, con la destrezza, la competenza e la bravura di un'attrice di teatro quale essa, peraltro, è.

Una umanità ferita, dimenticata, il desiderio di riscossa, il grido di dolore di un soldato: questi i temi fondamentali che delineano, almeno in questi testi, la fisionomia poetica di Vanina Zaccaria. Ma, come sempre, sarà l'amico lettore attento che vorrà aggiungere eventuali altri graditissimi commenti su questo mondo poetico del tutto particolare e certamente molto valido e interessante.

Gli occhi di Ivàn

Non esistono azzardi Isidora
è solamente il tempo che ci perisce
benché ci pensammo giunchi
irresponsabili sotto il peso dell’acqua.
Abbiamo corso sui gomiti, sui palmi delle mani
e sui ginocchi
una catechesi feroce tra noi e la strada
e lo sguardo di tua madre, a cui non si ebbe accesso,
immacolato come un feretro cristiano.

Mi hai raccontato di Lui
che ebbe per te lo stesso peso di una morna
e lo cantasti e ricantasti, trasfigurato
come se non dovesse finire mai
l’azzurro nebuloso dei suoi occhi
che solo quello il ricordo salvò
il resto in pasto alle stagioni,
veloci come cani da slitta.
Te lo portasti dentro come una nenia,
tua madre non sapeva,
e ne amasti i tratti
con la solitaria passione dell’uccello feroce
destinato al suo esilio di rupi.

Non esistono azzardi mia bella
è solamente il tempo che ci monda
in questa irriducibile primavera
e ci consegna come ostie nelle bocche dei credenti.
E ancora il ricordo tremendo
della sua pelle bianca
quando al confine con Palanga
si rinserrava austero nella piccola giubba.

Il gioco del soldato

Ci acquartierammo in un sogno
per mancare la traiettoria della mitraglia
nell’estate fremente di San Martino,
quando venimmo a gemere presso la porta di casa.
Padre io non lo so, padre io non lo so
se fummo noi il reato o l’amnistia
nascosti com’eravamo nella nebbia.
Avemmo da credere al presentimento della resa
mentre rassomigliavi alle rive della città di Pietro
che fonde il nero con gli ori quando la Sfinge, al vespro,
china il suo corpo di animale nelle acque della Neva.
Mentre rassomigliavi ai venditori di porcellane
che piegano verso oriente nelle mattine di neve
con occhi chiari e mani minute.
Percorremmo la strada dei viadotti
salendo a fatica l’aspra montagna
la sera, come una creatura nuda,
serrava vergognosa le ginocchia.
Padre non lo compresi
se fummo noi il delitto o la giustifica,
piegati com’eravamo nella nebbia
salmodiammo e ragliammo come l’agnello
nel giorno in cui gli fendono la gola.
Con la dinamite legata alla schiena
provvedemmo a non morire,
mentre rassomigliavi alla pista di ghiaccio
che si dipana dal Ladoga
in vividi riflessi boreali
mentre, asserragliato nella notte,
rassomigliavi alle robuste erbe della steppa
pagane e bionde, aggrappate alla terra
quando il vento feroce ne mina la bellezza.

Ti ho estratta a mani nude dalla pietra

Ti ho estratta a mani nude dalla pietra
che gemevi nella sera composta, al verso di animale della laguna
L’abito scolpito, corrotto dall’acqua salmastra
insisteva lamentoso nel vento
senza che tu potessi muovere un solo passo
Contratta ti vidi, col collo torto
e ti estrassi a mani nude dalla pietra
era l’ora barbara del mercato, l’uccello bianco attendeva
scarti di interiora
Il cuore calmo declinava ogni invito
l’acqua scura cospargeva di bave le tue anche di marmo
fosti informata dei fatti, dell’epoca remota
corrispondemmo coi morti per brevi istanti.

Ti ho estratta a mani vive dalla pietra
come la levatrice al grido nero
risposi segnando il lutto,
il tuo sguardo cieco fece un cenno di biasimo
e fummo a un passo dalla disfatta
Venimmo a decisioni feroci
e prima che il lume rivelasse il volto
seppi dell’occhio di Ciclope
che assumeva i tratti immondi della tua memoria
Fu l’uomo bruno, figlio degli achei
a mostrarti fremente la costa,
il tuo corpo di fiera
barcollò sull’acqua, turgido di bruna.

Nessuno dimora

Guaderemo il fiume, nel tempo severo del marzo
procedendo muti e senza espressione.
Mi dicesti  non c’è rimedio
e rivolgesti lo sguardo verso la pietra,
nessuna attesa, e il tempo si mise di schiena.
E invece guaderemo il fiume, come animali stanchi
passeremo il confine
mostrando il segno del morso dietro la schiena,
senza impietosire nessuno
senza che nessuno ne abbia misura
misura e coscienza
nel tempo severo del marzo
il marzo stanco, senza rimedio.
Ci duole la schiena, curvi alla foce
alla foce ventosa, scossa da uccelli
noi chini alla foce, scardinati dagli anni
minute figure, minute come l’aratro
e come il secchio
nella sconfinata campagna, oltre il confine
tornando dove ricordavamo casa,
la casa smarrita, contratta sotto le polveri.
Rammaricato alla finestra, tenuto alla fune,
come impiccato
il tuo vestito di lino
quello che indossasti per la festa, sbottonato alla gola
per soffiare il clarino e l’armonica
prima del fiume, prima del marzo.
E adesso che non credi più
a nemmeno una voce
e nemmeno ti volti a guardare
il nobile lino scolora
e nel paese estinto
se ne vanno i vecchi languidi
seguiti dal tempo che incensa le strade.

Vanina Zaccaria vive e lavora a Napoli.
La sua attività si è costantemente divisa tra il percorso artistico-letterario e l’impegno nel campo della ricerca sociale e delle politiche sociali.
In ambito artistico si è dedicata al teatro, sia portando in scena spettacoli come attrice, sia collaborando come direttore artistico per l’associazione culturale Passiodea, per la quale ha scritto e diretto performance teatrali.
I vari lavori teatrali, di cui ha curato regia e sceneggiatura, hanno avuto sempre come epicentro la letteratura e la poesia; del 2010 è il lavoro teatrale ‘Storie di Tango’, performance che ha unito un concerto di tango per voce e chitarra solista con un percorso nella poesia e nella letteratura argentina.
L’ultimo lavoro teatrale come protagonista è stato il monologo ‘Un soffio tra i capelli’, tratto dal racconto di Giovanna Castellano e portato in scena al Teatro Il Primo di Napoli nel 2011.
Attualmente di rassegna stampa internazionale e ricerca nel campo della storia e della geopolitica.
Collabora con il giornale in lingua italiana e russa Sussurri e Grida  come curatrice della rubrica ‘Osservatorio Etico’, che si propone come spazio di libero pensiero e riflessione intorno ai temi della politica contemporanea, usufruendo del contributo delle scienze sociali.
La poesia, come costante di ogni percorso, è stata un lavoro intimo che ha portato alla nascita di tre raccolte: la prima ‘Senza che gli altri ne sappiano niente’, dedicata ad Anna Achmatova e alle donne della resistenza russa, ha i toni della prosa poetica e del racconto e subisce le suggestioni di lunghi anni di viaggio; la seconda dal titolo ‘Il Novecento in calzamaglia’, dedicata a Cesare Pavese, è una raccolta asciutta ed ermetica che diviene un dialogo intimo sulla vita, pensata come teatro di guerra e di rinascita; l’ultima, ancora incompiuta, è ‘Storie dei pesci fischiatori’, nata e sviluppata a Venezia, meta reale e simbolica, luogo epifanico e di confine, è la voce di innumerevoli personaggi che si affastellano nell’immaginario di chi vive per la poesia e nella poesia.

giovedì 13 giugno 2013

La poesia di Anna Ciufo

Riprendiamo le presentazioni di poeti e poetesse che con la loro intensa ed impegnata attività letteraria lasciano un'impronta davvero significativa nel nostro percorso artistico e culturale attuale, così variegato e a volte anche difficoltoso, ma sempre e comunque meritorio e degno di rispetto.
E' la volta dunque di Anna Ciufo, persona sensibile e poliedrica, artista completa e originale, in quanto i suoi interessi e la sua attività spaziano dalla poesia, alla pittura, alla promozione culturale.
La sua poesia è di rilievo, appare eterea ma nello stesso tempo carica di energia, energia che ella richiama, evoca, soprattutto dalla natura, dal cosmo. E' un canto che si struttura partendo dalle dimensioni terrene, per poi proiettarsi verticalmente in alto, "spogliando" la natura del suo gravame e rivestendola con soffici panni di luce. Caratteristiche, queste, che si possono notare anche nelle sue originali composizioni pittoriche.

Lasciamo ora il campo ai nostri affezionati lettori, i quali sapranno sicuramente aggiungere qualche altra gradita riflessione sulle poesie di Anna Ciufo riportate qui di seguito.

Fiume

- Forte, più forte - gridava il fiume,
le mani piantate nei fianchi
dove l'acqua si gonfiava dimenandosi,
puntava il piccolo fosso fra le rocce bianche,
penetrava sfrontata in cerca di un'estasi salvifica.
E noi fummo gocce,
                    e terra
                    e pietre,
sotto gli scrosci e il tremulo verde
delle piante specchiate.
Feriti, lavati, lacerati dalla piena che si levò
in gorgoglìi di trine
verso dita di salice.
Fummo dolore, ebbrezza,
parole di colla e frammenti divini,
sciami di neve agli inguini
e poi fuoco.

Sanguigna

E' qui che sgocciola il duemilacinque,
in questi giorni da calpestare ancora
con impeto consueto
e una maschera di dolcezza,
sotto un cielo che illividisce e pesa
e già s'inverna di bava bianca sulle cime-guglie
della nostra immensa cattedrale di terra.
Sfuma in respiri asmatici,
agonizza dietro un fianco di luna l'anno terminale,
con rapidi sussulti vitali
in attimi impregnati di uno sguardo che ravviva
e proietta nel futuro, in un mattino spezzato.
Le prove di cenere e carbone
hanno passi di sanguigna, a tratti.
Basta un colpo di spugna.

Incipit

Morbido il guscio che richiama alla terra
in macchie sfrangiate,
scotomi flosci e cangianti;
ed ecco la lesione,
il primo odore vago d'erba umida,
il respiro penetrante, avido d'ossigeno.
Poi tutto si spacca, si sfalda,
il corpo esplode al mondo
e già rimpiange l'amniotico silenzio.
Gli specchi, l'acqua,
la voce che avvolge e compensa,
la mano calda che imprime l'istante dell'inizio.
Si aprono le danze già frenetiche,
al ritmo di una polca senza fiato.

La voce al cielo

La ninfèa galleggiava sul suo letto d'acqua,
separava i giorni dal dolore
e pietre mascheravano il viaggio ambito,
la speranza raccolta nel pugno
stretto più della gola.
Lì sognava steli d'ombra
e schiaffi di pioggia,
la mano incurante che la recidesse.
Spinsi la voce al cielo a estorcere promesse
ma già pronto era il Golgota,
nitido, perentorio come un dono,
come il filo che cuce la sera.

(Poesie tratte dal volume "Katana", Spring Edizioni, Caserta).

***

Divenimmo presto schiavi
quando una foglia fu eletta argine d'impudicizia.
Avvertimmo la pelle limite frustrante, guaina di ferro,
e in essa un corpo da comprimere.
Mutare, allora, fu salvezza: gonfiarsi, dimenarsi,
spaccare il velo, abbandonarlo infine.

1)
Verso di me che verso scagli, velenifera musa,
con quale verve ti avventi a vellicare
gli spazi vertebrali, con verginale tocco,
toto corde. Totem del mio tempo sei tu, dolceamara,
e non so se temere la tua ombra o tutta indossarla
toccando il fondo.

(Da "Exuvia", inserita nell'Antologia "Il Nettare e la Musa" curata da Armando saveriano, PerVersi Editori).

Anna Ciufo è nata a Formia, vive e lavora a Salerno. Ha pubblicato le raccolte di liriche "Di questi giorni parlati"e "Il timore accigliato delle pause" con l'Editore Ripostes, e "Katana" con le Edizioni Spring. La sua attività poetica è stata recensita su riviste letterarie e molte delle sue liriche sono inserite in antologie di poesia contemporanea, tra le quali, ultimamente, "Il Nettare e la Musa", PerVersi Editori, curata dal poeta e critico Armando Saveriano.
Scrive per la rivista online "Lapilli". Collabora con la Rivista Culturale "Miscellanea". E' vicepresidente del Centro Artisti Salernitani.

sabato 4 maggio 2013

Bandita la XI Edizione 2013 del Concorso Nazionale di Poesia "Città di Sant'Anastasia"


E' stata bandita la XI Edizione del Concorso Nazionale di Poesia "Città di Sant'Anastasia", con una novità: l'introduzione di una sezione riservata al libro edito di poesia.
Qui di seguito il regolamento:


CONCORSO NAZIONALE DI POESIA “CITTA’ DI SANT’ANASTASIA” - XI EDIZIONE 2013

Regolamento

Il Comune di Sant'Anastasia (Napoli) indice e promuove la XI Edizione 2013 del Concorso Nazionale di Poesia "Città di Sant'Anastasia", avvalendosi dell'Organizzazione e Direzione Artistica dell’Associazione “IncontrArci” di Sant’Anastasia - Circolo Letterario Anastasiano. Al concorso potranno partecipare tutti i cittadini residenti in Italia o all’estero, purché i testi siano in lingua italiana.

SEZIONE POESIA SINGOLA

Si partecipa a questa sezione inviando una o due poesie in lingua italiana a tema libero, di lunghezza non superiore ai 50 versi, in 6 copie, di cui una soltanto completa di generalità, recapiti telefonici ed e-mail, e di una dichiarazione firmata in calce che ne attesti la paternità.
Nell'ambito di questa sezione è anche possibile presentare un'ulteriore poesia ispirata al tema: "Ambiente e territorio vesuviano", in lingua italiana od anche in vernacolo napoletano, sempre in 6 copie di cui una con le generalità.
Si precisa che l'Organizzazione non pone alcuna restrizione sull'inedicità delle poesie presentate, o se trattasi di testi già premiati e/o segnalati in altri concorsi: unica norma da rispettare è che l'autore dichiari che il testo presentato è di sua esclusiva creatività e proprietà.

Si richiede un contributo unico per spese organizzative di Euro 10 (dieci) da versare su c.c.p. nr. 63401236 intestato all’Associazione “IncontrArci”, con causale: Concorso di poesia Città di Sant’Anastasia XI Edizione, Sez. Poesia Singola. Fotocopia del versamento dovrà necessariamente essere allegata agli elaborati.

Premi

Soltanto per la sezione a tema libero in lingua italiana, sono previsti i seguenti premi:
1° premio: Euro 600; 2° premio: Euro 350; 3° premio: Euro 250.

In base alla graduatoria generale stabilita dalla Giuria, saranno inoltre premiati con Targhe ed eventuali premi speciali:
- la migliore poesia ispirata al tema "ambiente e territorio vesuviano";
- la migliore poesia di un Autore giovane (fino a 23 anni);
- la migliore poesia di un Autore del territorio (Sant'Anastasia e dintorni).

SEZIONE POESIA EDITA

Si partecipa a questa sezione con un libro di poesie pubblicato non anteriormente al 2010.
Il libro va consegnato in 4 copie, accompagnato da un foglio che riporti le generalità complete dell'Autore, i suoi recapiti telefonici ed eventuale e-mail.
Si richiede un contributo per spese organizzative di Euro 5 (cinque) da versare su c.c.p. nr. 63401236 intestato all’Associazione “IncontrArci”, con causale: Concorso di poesia Città di Sant’Anastasia XI Edizione, Sez. Poesia Edita. Fotocopia del versamento dovrà necessariamente essere inclusa nel plico.

Per questa sezione è previsto un unico premio di Euro 500.

DISPOSIZIONI GENERALI VALIDE PER AMBEDUE LE SEZIONI A CONCORSO

1) E' possibile la partecipazione contemporanea ad ambedue le sezioni di poesia singola e di libro di poesia, versando il contributo totale per spese organizzative pari a Euro 15 (quindici).

2) I plichi dovranno essere spediti unicamente al seguente indirizzo: SEGRETERIA DEL CONCORSO NAZIONALE DI POESIA “CITTA’ DI SANT’ANASTASIA”, PRESSO UFFICIO POSTALE DI MADONNA DELL’ARCO, 80048 MADONNA DELL’ARCO (Napoli), entro il 15 ottobre 2013. Si prega caldamente di evitare le raccomandate. Per la Sezione Poesia Singola è anche possibile l’invio per posta elettronica all’indirizzo circolo-lett-anastasiano@hotmail.it  In questo caso si dovrà allegare anche la fotocopia dell’avvenuto versamento, oppure indicarne gli estremi.
Gli elaborati non saranno restituiti. I libri entreranno a far parte della Biblioteca Comunale. L’Organizzazione non risponde di eventuali disguidi postali o mancati recapiti.

3) A discrezione dell'Organizzazione, e in base alle valutazioni della Giuria, potranno essere inoltre conferiti altri riconoscimenti consistenti in manufatti in rame dell’artigianato locale, libri e pubblicazioni artistiche messi a disposizioni da eventuali Sponsor.
I premiati e i segnalati riceveranno inoltre diplomi con motivazioni.

4) I nomi dei componenti della Commissione esaminatrice, il cui giudizio è insindacabile e inappellabile, verranno resi noti il giorno della premiazione, che si terrà in Sant'Anastasia in giorno e luogo da stabilirsi (comunque entro l'anno 2013). Soltanto i premiati ed i segnalati saranno tempestivamente avvisati.
Gli altri partecipanti potranno conoscere i risultati del concorso sui siti: http://concorsopoesiasantanastasia.blogspot.com; http://circololetterarioanastasiano.blogspot.com,  e sugli altri siti letterari, oppure telefonando in Segreteria.
I premi dovranno essere ritirati direttamente dagli interessati. Soltanto in caso di seria e comprovata indisponibilità, è ammessa la delega per iscritto. In caso contrario, i premi non verranno consegnati né spediti.
Ai sensi dell'art. 10 della L. 675/96, si assicura che i dati personali relativi ai partecipanti saranno utilizzati unicamente ai fini del Concorso.

Per eventuali informazioni, è disponibile la Segreteria (081.5301386 ore serali); e-mail: circolo-lett-anastasiano@hotmail.it.

L'Organizzazione ringrazia tutti coloro che vorranno diffondere la notizia del presente Concorso di Poesia.
Si prega di non attendere gli ultimi giorni per l’invio degli elaborati, onde facilitare il compito della Segreteria e della Giuria.    

I VINCITORI DELLE PRECEDENTI EDIZIONI

I Ediz. 2002: Clara Di Stefano (sez. A).
II Ediz. 2003: Salvatore Cangiani (sez. A); Giovanni Caso (sez. ambiente e territorio vesuviano).
III Ediz. 2004: Armando Saveriano (sez. A); Salvatore Cangiani (sez. ambiente).
IV Ediz. 2005/6: Gennaro Grieco (sez. A); Vincenzo Russo (sez. ambiente).
V Ediz. 2006/7: Carmen De Mola (sez. A); Armando Saveriano (sez. ambiente); Alessandro Nannini (sez. Giovani); Massimo De Mellis (sez. Locali).
VI Ediz. 2007/8: Giovanni Bottaro (sez. A); Agostina Spagnuolo (sez. ambiente); Vanina Zaccaria (sez. Giovani); Alessandra Mai (sez. Locali).
VII Ediz. 2008/9: Rodolfo Vettorello (sez. A); Adolfo Silveto (sez. ambiente); Erlinda Guida (sez. Giovani); Raffaele Liguoro (sez. Locali).
VIII Ediz. 2009/10: Paolo Polvani (sez. A); Rossella Luongo (sez. ambiente); Francesco Iannone (sez. Giovani); Domenico Cassese (sez. Locali).
IX Ediz. 2011: Loriana Capecchi (sez. A); Raffaele galiero (sez. ambiente); Giovanna Garzia (sez. Giovani); Anna Ruotolo (sez. Locali).
X Ediz. 2012: Benito Galilea (sez. A); Giovanni D'Amiano (sez. ambiente); Sandra Biondo (sez. Giovani); Floriana Coppola (sez. Locali).

Alda Merini vista da Ninnj Di Stefano Busà