mercoledì 14 ottobre 2026

Lucilla Trapazzo e la sua "Formula della distanza"

La Poesia necessita sempre di nuovi orizzonti, di nuove strade e nuove teorie per conservare, mantenere quella linea di originalità e nello stesso tempo di percezione del diverso, del possibile e persino del plausibile, onde giustificare, se è lecito usare questo termine, la sua essenza in quanto espressione artistica letteraria: un poeta non può esimersi dal tentare nuovi itinerari e nuovi approdi, altrimenti cadrebbe nel deja vu, nel già detto, nell’ovvio. Ma d’altra parte non bisogna disperarsi e ad arrabattarsi a ricercare a qualunque costo le novità, in contenuti e in forme stilistiche, per non cadere nell’eccesso opposto, e cioè quello di sconfinare nell’assurdo e nell’esorbitante mondo immaginifico.

L’originalità e l’intuizione del possibile, innanzitutto. E queste qualità sono insite in un poeta formato ed esperto, come lo è Lucilla Trapazzo, in modo particolare in questa sua opera poetica dal titolo veramente suadente e suggestivo: La formula della distanza (Il Convivio Editore, 2025). La matematica e la fisica, con le loro leggi ineccepibili con le quali descrivono i fenomeni della natura, sembrerebbe che non abbiano nulla da condividere con l’arte e la poesia: determinismo, razionalità, precisione, esattezza, contrastano (apparentemente) con i principi dell’arte creativa, dove predomina la libertà, l’immaginazione, il vago, il probabile, l’utopico persino. La digitalizzazione contro l’analogico, i bit contro il flusso di corrente in continua variazione. Ma allora, a parte le novità della meccanica quantistica che in qualche modo scombinano tutte le teorie classiche finora acquisite, mescolando determinismo e probabilità in un unicum ancora da chiarire, perché Lucilla scrive queste poesie mutuando dalla fisica e dalla matematica concetti e formule appartenenti a quel mondo? A ben vedere, a ben leggere, non si notano equazioni né formule né postulati nei suoi versi, come forse il lettore si aspettava. Ma è evidente che questo lettore ipotetico non è dotato della necessaria chiave di lettura per poter bene interpretare la tematica di Lucilla in questa raccolta. (Dico sempre per inciso che la poesia non è come la narrativa: il lettore di romanzi o di racconti si adagia sul divano e scorre le pagine acquisendo alla fine la storia senza particolare difficoltà interpretative - nella maggioranza dei casi, s’intende!). Ma la poesia va letta e riletta più volte, anzi va introiettata nell’anima e nella mente, va fatta propria… e perciò è una forma d’arte, non un semplice “oggetto” da utilizzare per divertimento, svago o altro...

Ma torniamo a noi. Torniamo a questa “formula della distanza”, che in modo molto approfondito ha illustrato Carlo Di Legge nella sua dettagliatissima prefazione, prendendo a riferimento alcune leggi della fisica, come ad esempio quella di Dirac (ma qui non è il caso di parlare in modo specifico di queste leggi…).

Lucilla Trapazzo, in questa silloge, non utilizza direttamente il linguaggio matematico e della fisica nei suoi versi, come dicevo, bensì ne mutua il significato in modo ampio, ne utilizza il riferimento, come una verità ineccepibile che sta all’orizzonte del quotidiano, come un sole che ci illumina discreto ma potente, come l’amore che si sa che esiste, laggiù, come impellenza d’unione, e che ci rassicura e ci dona la speranza di raggiungerlo e di attuarlo, prima o poi, nella vita! Leggi matematiche e fisiche che stanno dunque in sordina, che si disvelano in filigrana nei versi di tutte le poesie, laddove la distanza (tra l’io e il mondo, tra l’io e la felicità, tra l’io e l’amore…) è un qualcosa di misurabile, è una certezza che però va sperata, va proclamata, va ricercata: “Guido – mi muovo / sempre avanti una retta / orizzontale passante / tra due punti / y=y1…” E ancora, nella chiusa meravigliosa che, direi, sintetizza il progetto poetico di Lucilla in questo libro: “Guido verso un altro niente / senza fermarmi guido / fino ad arrivare / al mare…”

È un libro che merita una grande attenzione. Lucilla Trapazzo sa costruire opere poetiche intense e significative, e in questa raccolta esprime la sua grande capacità di attingere input creativi nuovi e originali anche da mondi difficili e inusitati, come quello della fisica, riformulando e rimodulando sui loro principi di ineluttabilità e di esattezza, una realtà propria fatta di tendenze, di raggiungimenti, di misurate emotività.


C’era una parola

 

l’avevo conservata sullo schermo

in un angolo tra Broca e l’Ippocampo

ma non era cucita a doppio filo

 

e allora è andata via si è perduta

in qualche dove nello spazio

tra le app – così come muoiono

gli amori e le rose nella grazia piena

dell’estate

 

della parola non ricordo neanche più l’odore

o il suono o il senso

che squaderna matrici antecedenti e relazioni

di causalità (me ne figuro invero una certa

eziologia, come una grisaglia, causeffetto

senza soluzione di continuità)

 

ti lascio la parola sulla spalla

senza far rumore

una piccola scimmia addormentata

uno scialle di mare

che ti copra quando fuori piove

 

 ***

 

 

E i mesi e i giorni?

 

Nemmeno più i secondi avanzano

per scompigliare questo fiume

che non reca più sorprese

lungo il delta.

 

S’intuisce appena percezione

di un mistero

nel raggio d’oro che trafigge il cielo

 

mentre scrutiamo (confessalo) silenzi diversi.

 

Un uccello d’acqua – forse una poiana

dal fiume s’alza in volo

nel becco ha un bigattino e tra le zampe

il mare.

 

 ***

 

A1

 

Guido – mi muovo

sempre avanti una retta

orizzontale passante

tra due punti

 

y=y1

 

Guido con la testa incollata

allo schienale la strada

si dilata in bande parallele

di velluto grigio

 

lavare a mano, 40° al max

delicatamente brevemente

 

Continuo a guidare e invoco segni

uno squarcio di luce

nella nebbia

la testa sempre appiccicata

allo schienale

 

scivola un punto verso l’altro col sale

a profusione sui chilometri

 

Guido verso un altro niente

senza fermarmi guido

fino ad arrivare

 

al mare

 

 ***

 


Esiste un campo azzurro dei ricordi

 

lì continui a prendermi per mano

e a sciogliere le ombre.

impavide e sfrontate

crescono al canto spudorato degli insetti.

 

Esiste poi il giardino lento della dimenticanza

corredo di magliette e brache che svanisce

negli armadi. Saremo tutti stelle un giorno

conteniamo moltitudini.

 

Divina solitudine di un campo di papaveri

 

 

 ***

 

Post Scriptum

 

Nel tempo e nei giorni di carta

carbone sei uomo.

Il suo volto di roccia.

 

Io donna ed ansa

di fiume.

 

Shh, non parlare. Dissoda.

Dissoda e coltiva il mio campo

di rose e di atomi in fuga.

 

Che importa se il sole è ferita

sul mare. Che importa

se il verbo è abbaglio e utopia.

 

Nel tempo assoluto del dunque

coloro le assenze e le estati

trascorse.


Brani tratti dal libro:

Lucilla Trapazzo, La formula della distanza, Il Convivio Editore, 2025; prefazione di Carlo Di Legge.

Lucilla Trapazzo è poeta, traduttrice, artista, performer e formatrice teatrale italo-svizzera. Dopo anni trascorsi all’estero per studio e lavoro (DDR, Belgio, USA), ora vive tra Zurigo, New York e Roma. Convinta sostenitrice dei diritti umani e del pianeta, il suo punto di vista sociale e femminile si riflette in molti dei suoi scritti. Da una sua poesia, Salmodia, che narra di una sposa-bambina, è stato tratto un video (Palazzo del Poeta, OST Marco Di Stefano), trasmesso da RAI 1 nel 2021. Al suo attivo ha diversi libri di poesie, una serie di traduzioni di poeti internazionali, numerose collaborazioni letterarie con associazioni, riviste e antologie di poesia in Italia e all’estero (come poeta, editore e traduttrice), e un CD con composizioni di Marco Di Stefano.

 

 

 

 

 

 

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