domenica 7 marzo 2021

Gloria Riggio e la sua "Stagione del dubbio"

A volte si va alla ricerca di perle preziose senza mai riuscire a trovarne almeno una. Forse la ricerca in quei casi è stata indirizzata male, o su presupposti non perfettamente onesti e liberi da facili pregiudizi. Allo stesso modo, sovente si va a cercare la Poesia in ambienti e personaggi già ampiamente e meritoriamente “baciati” dalla musa, trascurando o sorvolando su alcuni autori che, apparentemente, per la loro giovane e a volte giovanissima età, non si ritiene possano rientrare nel novero dei poeti affermati: sì, sono bravi indubbiamente, ma devono “maturare” ancora un poco, è facile sentire in questi casi.

Ma la Poesia ha un’età? O, per essere più precisi, può (o deve) la Poesia distinguersi a seconda dell’età dell’autore? Direi che non sempre è così; ci sono delle eccezioni. E una di queste eccezioni è senza alcun dubbio Gloria Riggio: appena ventenne, devo dire che la sua poesia mi ha stupito, e a mio giudizio ritengo che la nostra giovane autrice non ha nulla in meno, per capacità e profondità del fare poetico, rispetto ai poeti “navigati”. È stata una grande e piacevole sorpresa. Ho preso in esame, per così dire, il suo ultimo testo poetico che la Riggio mi inviò cortesemente alcuni mesi fa, con la preghiera di scrivere qualche riflessione in proposito, e soltanto ora “riscopro” questa perla preziosa che stava proprio qui, accanto ai miei libri da leggere e da studiare, e per i quali mi riprometto di stilare qualche nota. Una perla che ora ho qui sulla scrivania, anzi in video, ma che già irradia tutto il suo proverbiale splendore.

La stagione del dubbio, sua seconda raccolta, pubblicata nel giugno del 2019 da Entropia, è un’opera complessa e molto articolata, dalla quale emerge evidente la ricchezza e la profondità del progetto poetico dell’autrice. Gloria Riggio indaga con audacia e determinazione il complesso mondo interiore che, proprio per la sua giovane età, è in continuo e forte fermento: dubbi, incertezze, speranze, sentimenti ed emozioni che però vengono scandagliati, quasi vivisezionati, e ordinati attraverso un processo poetico che li rende comunicativi e addirittura esemplari. L’analisi del tempo attraverso i testi della prima parte, che è quasi un diario, prosegue poi negli altri scomparti del libro, o capitoli, dove la nostra autrice si sofferma sulle sorti della natura e dell’umanità, per poi giungere alla fase più intima dell’esistenza, quella più fervida e appassionata, l’eros, dove pure si sofferma con eleganza stilistica e allusiva di grande effetto.

Una poesia non legata all’età, o perlomeno non del tutto influenzata da questa, dove l’impulso vitale, caratteristico della gioventù, è abilmente dominato e controllato dall’innato talento letterario della nostra autrice. Talento letterario che le permette di esprimere concetti, riflessioni e stati d’animo, emozioni e ambientazioni, con un dettato poetico colto, appropriato e liricamente alto.

Proponiamo qui di seguito alcuni brani tratti dal suo  libro “La stagione del dubbio”.




5 GENNAIO O DEL RITROVARSI

AL MEDITERRANEO



Per sorridere alla tua schiuma
che mi bacia le caviglie

e celebrare le mie (lac)rime
che diventano tue gocce,

per cingere d’inchiostro
l’orlatura del tuo ventre

insignificante, dinanzi le tue onde

scrivo
al cospetto degli altari tuoi

e forse tu
neppure lo saprai.


***


11 NOVEMBRE O DELLA DIPARTITA


La palude stagna
nel fango di occhi sfuggenti
la coscienza della fine
digrigna i denti

ascolta
i tumul(t)i esausti e fatiscenti
di eserciti in marcia
su bare sferzate da urla o da canti

e la catatonia del tuo corpo
al cospetto dell’afasia dei miei altari:

nulla intorno
al rito orfico dell’amore.

Il mugghiare del mare
si incre(s)pa sull’indifferente
riva del mio petto

non più concitata dal doloroso
e cupo abisso
ma ormai inerte al cospetto
del pentimento.


***


LA VALLE DEI VACILLI O DELLA PAREIDOLIA

(DI UN DIVERSO)

Una strada sterrata
lenta e inesorabile
correva chilometri di silenzio e afa
prima di slabbrarsi
in un incrocio privo di esitazione.

Adele abitava al di là della scelta
alcuni passi e cespugli
dopo una chirurgica biforcazione.

Dal ciglio a strapiombo sul mare
l’unica sua violenza
era imporre alle nuvole
nel cielo di carta,
una forma.

Quando se ne accorse,
lo strappo giunse            [alla sua porta.

E graffiando l’ampolla vitrea
di quel cosmo e le sue leggi,
il rito di iniziazione alle pendici dei vacilli:

Benvenuta dinanzi la porta dell’esattezza.
Cosa vuoi sbagliare oggi
?”


***

LA CITTÀ DI DITE O IL PESO DELLE PAROLE


“Dite pure!”

Alle porte degli inferi
le parole che usaste come armi
riecheggeranno - empia melodia -
nei lobi degli infermi.

Caronte digrigna il suo abbraccio,
        e urla ancora dal relitto:

La nicchia ecologica
ha il ventre putrefatto
”.


***

  
INVERNO O DELLO STRAPPO


Ti ha fatto male,
questo ti ha colpita:
uccisa da chi ti teneva
tra le dita.

Un pugno sotto le costole
brucia al centro dell’addome
come ferro ardente,
come il morso di un rapace.

I denti della iena
ridono sguaiati e beceri
lacrimando ancora caldo
un rivolo di sangue;

da lontano appena un canto

e le tue ossa nude
sullo sfondo del tramonto.


***

  
SO(G)NO SIRIA

Il tramestio di fango e terra morta
sotto le suole delle prefiche
apre lo sguardo a un sentiero funebre

e - avvolto dal buio - il rituale di commiato
di infanti nudi
e innocenti.

Compunto, il dolore dei loro assassini
getta ad ogni lacrima una rosa,
distese di petali feriscono il buio
della notte luttuosa
senza vergogna, senza ferocia.

La strada è terminata
e intanto che muoio
ti vedo di spalle su un’altalena,
tu che per contrappasso
sorridi alla vita.

Mi trafigge una lama il grembo
e mentre tu ridi nel tuo limbo
sputi un crisantemo
ed il suo dolce gambo


***


EROTICA IX

La purezza della linfa
sulle labbra
e l’aria che fresca si poggia
e non ne dissolve l’essenza

il primordiale nutrimento
come l’embrione al suo grembo
come forma di vita
appesa al precipizio
dell’ultimo (salvifico) pasto.


(Brani poetici tratti da "La stagione del dubbio", di Gloria Riggio, Ediz. La Gru, 2019)

Gloria Riggio, nata ad Agrigento nel 2000, studia Lettere e Filosofia presso l'Università di Trento, dove frequenta il corso di studi storici e filologici-letterari.
La sua prima raccolta poetica è Il mirto e la rosa (Ediz. La Gru, 2017).
Studia pianoforte sin da quando era bimba, nutrendo grande passione per la musica così come per la fotografia, i viaggi, il teatro, il mare, i libri e la scrittura.

giovedì 4 marzo 2021

La variegata visione del mondo in "Oggi ti sono passato vicino" di Tommaso Urselli

La Poesia come esperienza e a volte anche metodo esplorativo per indagare sulle cose che ci circondano: cose, natura, ambienti, ma anche e soprattutto sensazioni, sentimenti, emozioni, affetti. Utilizzare la Poesia, il fare poesia, nel pieno rispetto del termine greco classico poiein, per interrogarsi e poi darsi delle risposte che vadano al di là dell’immediata e materialistica visione del mondo e delle cose, è prerogativa di menti creative e artistiche dotate di grande sensibilità e cura nei confronti della propria esistenza e del creato.
È il caso di Tommaso Urselli, maturo e valido poeta di origini pugliesi, residente a Milano, che con questa sua corposa opera poetica intitolata “Oggi ti sono passato vicino”, tenta di abbracciare tutto un mondo fatto di riflessioni, di luoghi, di considerazioni su cose e situazioni, ma anche di ricordi e di affetti. Ci riesce benissimo, e il testo complessivo appare continuativo ed esaustivo nell’organicità complessiva delle sue parti, in cui sapientemente e con grande intuito poetico il nostro autore ha suddiviso il libro: ciascuna delle sezioni ha un suo respiro particolare, s’intende, ma questo respiro lambisce e alimenta tutti i tasselli, fino a creare un mosaico di visioni e considerazioni più ampio e significativo.
Il libro si apre con un percorso dedicato alla figura del padre. Il ricordo rivive e si attualizza nell’autore, il quale ne utilizza il segreto e potente fermento affettivo interiore per ricostruire la propria idea di vita futura e quindi per ripartire: quel passare accanto alla figura paterna è simbolicamente un ricaricarsi di energie per riaffrontare il domani: non è nostalgia, o perlomeno non solo quella, ma è valore fermo di una realtà certa che è stata ed è fondamentale pietra di paragone per la realizzazione di un futuro che abbia ancora un senso.
Come pure tutte le cose e le città, i luoghi che sono rimasti imprigionati nel lockdown, buio che favorisce momenti più frequenti e fecondi di meditazione e di interrogativi: queste cose e questi luoghi parlano, hanno da dire finalmente la loro verità, e quale mezzo più esplicativo e sublime della poesia può essere in grado di comunicarlo?
E intanto, all’interno e all’esterno di queste riflessioni, c’è il desiderio di evadere, di innalzarsi e di sognare: inventa qui Tommaso Urselli la sezione dedicata al mistero del Labirinto, in cui si immerge affrontando enigmi e chimere, sogni e divagazioni ellittiche, substrati di quel mondo arcano che è in noi e alimenta la nostra fantasia creativa.
Una poesia che è dunque poliedrica, tutta fondata sul potenziale intrinseco che trapela dalla parola e dal verso: poesie brevi, come afferma anche Giuseppe Conte nella sua concisa ma intensa nota, ma esplicative, allusive nella loro, a volte, simbolica espressività.
Nel complimentarci con il nostro Autore, e nell’augurargli sempre maggiori affermazioni in campo letterario e poetico, proponiamo qui di seguito alcuni brani tratti dal suo libro.


Giorno uno

Seduto nella poca luce dove
sedevi tu
tra le mani uno dei libri che
leggevi tu
vicino al fuoco che
guardavi tu
sto
come stavi tu, immerso nel calore.

 

***

Oggi

Papà: questa parola, a chi la dico
adesso? A me. Dimmela. Ancora.

Ti sento, è la tua voce, il tuo
articolare lento e cadenzato.

Oggi ti sono passato vicino.


***

(dalla sezione La lingua delle cose)

Unidentified flying virus

È silenzio tra le mura di casa
(sembra casa nuova, invece è solo
nuovo assetto delle cose), tagliato
unicamente dal passare tetro
di ambulanze: chissà per chi? domandi
quasi a scongiurare possano essere
per me per te o per qualcuno che
conosciamo. Come se già l’umano
genere non fosse unito da un filo, ora
viene un virus a ricordarcelo: non
umano non animale, nemmeno
cellulare: unidentified flying virus.


***

(dalla sezione Corpo-città)


I

Che cos’è questa nebbia
questi occhi in mezzo alla nebbia
queste mani queste facce
che mi sembra di essere morto
in mezzo a pianure di parole tutte morte
in fila riposano
ridono sguaiate
si spogliano sgrammaticate
sono zoppe e s’impigliano
nel canale della gola
si tuffano con la testolina piccola piccola
dentro le vene e premono
contro la pelle premono
e vogliono uscire, segnare
tutta la geografia del corpo
scavare canali, crateri


***

(dalla sezione In labirinto)

Icaro caduto

È qua tra le costole che
mi spuntano germogli
mi crescono rami
s’incrociano le vene e
diventano verdi le mie braccia
radici le mie ciglia
una chiesa la mia fronte
il petto un grande scoglio
i piedi fiumi abitati da mille pesci
e i miei occhi, cavi

 

***

(dalla sezione parole alle formiche)

La strada

C’è solo una strada e non è dritta
c’è solo una strada che porta
i tuoi piedi; le altre sono morte, affacciano
su foreste di nulla o poco più.

C’è solo l’andare senza fermarsi:
se i piedi il sonno volesse mangiarseli
è permesso cadere, non addormentarsi.

Se in sogno appare la strada: ripartire
da zero o poco più.

***

Collezione di respiri

In fila ordinati etichettati in
barattoli trasparenti lucidati
dal più giovane al più vecchio i miei
respiri: i lunghi i brevi fino a quello
laggiù in fondo nato prima
di me, prima del mondo.

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Brani tratti dal libro Oggi ti sono passato vicino, di Tommaso Urselli, Edizioni Ensemble, 2020, nota di Giuseppe Conte.

Tommaso Urselli (Taranto, 1965) vive a Milano ed è autore prolifi­co di teatro. Oggi ti sono passato vicino è la sua prima raccolta poetica e la sezione Parole alle formiche è giunta ­finalista al Premio InediTO – Colline di Torino 2019.

 

giovedì 25 febbraio 2021

La poesia sensuale di Clara Lecuona Varela

Tutto il calore e l’enfasi passionale di una terra esotica, pregna di vitalità e ardore, traspare in questi testi di Clara Lecuona Varela, poetessa e scrittrice cubana, che volentieri ospitiamo in Transiti Poetici, nella rubrica riservata alle voci dall’estero.
Le poesie di Clara, proposte in lingua originale spagnola con la traduzione in italiano, evidenziano un sentimento d’amore molto forte, in cui l’aspetto erotico, simboleggiato magistralmente dall’autrice con figurazioni varie, come il cavallo, la tempesta, il quadro, acquista un elegante, discreto e delicato valore comunicativo. I versi irrompono dolcemente e fluiscono fin nell’intimità del lettore, coinvolgendolo emotivamente.


La tormenta como un dios

Una tormenta
es siempre inspiradora
sobre todo
si las luces
iluminan las ventanas
y los árboles se mueven
como un dios frenético.

Pero qué sabe
del baile de mi cuerpo
qué presiente maldito
del otro lado de la ventana.
Acaso conoce
el deseo racional de ungir
su boca con mi boca
serpiente de lengua azul
que serpentea,
y le pregunto
qué sabes sabes de mis luces.
Allí donde todos escuchan
tus estruendos
yo te escucho gemir
y siento pena.
porque sólo una ventana
nos distancia.

Así, apaciguo su delirio.
Así, lo aquieto por un rato.
Aunque sé volverá
con la lluvia a provocarme
a indagar por mis sombras…mis postigos.

Yo, que no tengo conciencia
en estas horas
más bien me hago servir.
Lo invito a complacerme
en esta tarde
de tan absurdas maneras.


La tempesta come un dio

Una tempesta
ispira sempre
soprattutto
se le luci
illuminano le finestre
e gli alberi si muovono
come un dio frenetico.

Ma cosa sa
della danza del mio corpo
che sente dannatamente
dall'altra parte della finestra.
Conosce forse
il desiderio razionale di ungere
la sua bocca con la mia bocca
serpeggiante dalla lingua blu,
e gli chiedo cosa sai delle mie luci.
Ovunque tutti sentano
il tuo rumore,
ti sento gemere
e mi dispiace.
perché solo una finestra
ci allontana.

Così, placo il suo delirio.
Quindi, lo zittisco per un po'.
Anche se so che tornerà
con la pioggia a provocarmi
a indagare sulle mie ombre ...
le mie persiane.

Io, che in queste ore non ho coscienza,
mi costringo piuttosto a servire.
Vi invito a compiacermi
questo pomeriggio
in modi così assurdi.


***

Pulsaciones

El día en que el tiempo
se crispó
sobre un abanico,
lamiendo
tus ojos y tu boca.
Descubrimos,
disueltos en las horas
la misma avidez
delimitando
nuestros contornos
en el espejo.

De frente, hay un cuadro
y una pared
donde cuelga dócil
tu cuerpo, entre tonos
violetas y amarillos.
Adentro,
acaba y comienza
mi placer,
en el prepucio
del cuadro
o de la pared
que se mueve
intermitente.

Pulsaciones,
desde el espejo
que descienden
en círculo pertinaz
por mi garganta.



Pulsazioni

Il giorno in cui il tempo
si contraeva

su un ventilatore,
leccandoti
gli occhi e la bocca.
Scopriamo,
dissolta nelle ore,
la stessa avidità
che delimita
i nostri contorni
nello specchio.

Di fronte c'è un dipinto
e un muro
dove il tuo corpo
pende docile, tra le sfumature
del viola e del giallo.
Dentro
il mio piacere
finisce e comincia,
nel prepuzio
del quadro
o nel muro
che si muove
a intermittenza.

Pulsazioni,
dallo specchio
che scendono
in un cerchio ostinato
nella mia gola.

***

Las aldabas del tiempo

El humillo que se eleva entre tus piernas,
es una imagen insuficiente, de las tantas que provocas.

Yo, quise cantar una canción que te inmortalizara.
Dibujarte, desnudo sobre un caballo al óleo,
que trota en la arena, mira hacia el poniente,
se torna inmóvil y apacible.

Pero cuando el sol se tiende sobre el mar,
mi sexo, húmedo como las anémonas aguarda.
Mientras, la luz golpea los ojos del caballo
que se ha detenido para siempre
- eso parece -
Su espinazo tiembla imperceptible
como si las manos de Dios lo acariciaran.
Pero las manos de Dios son las de un muchacho núbil,
que se corre en el sabor de mi lengua tibia,
en mi sinuosidad de anémona.
El caballo te deja caer sobre la arena (suavemente)
comienza a entrar en el agua
como cada atardecer,
en la levedad del tiempo
y sus aldabas.



I battiti del tempo

L'umiltà che sale tra le tue gambe,
è un'immagine insufficiente, delle tante che provochi.

Io volevo cantare una canzone che ti immortalasse.
Ti disegna, nudo su un cavallo da petrolio,
trotto sulla sabbia, guardando verso ovest, diventando
immobile e tranquillo.

Ma quando il sole tramonta sul mare,
il mio sesso, bagnato come anemoni, attende.
Intanto la luce colpisce gli occhi del cavallo
che si è fermato per sempre
- sembra -
la sua spina dorsale trema impercettibilmente
come se le mani di Dio lo accarezzassero.
Ma le mani di Dio
sono quelle di un ragazzo celibe,
che scorre nel sapore della mia lingua calda,
nel mio anemone sinuoso.
Il cavallo si lascia cadere sulla sabbia (dolcemente)
comincia ad entrare in acqua
come ogni tramonto,
nella leggerezza del tempo
e dei suoi battiti.


***

Clara Lecuona Varela, cubana, risiede all’Avana. È poeta, scrittrice e critico letterario.
Attualmente lavora come editorialista culturale presso la casa editrice Cubaliteraria.
È Presidente a Cuba del Comitato Internazionale di Poetap e Alleanza Ispanica. Presidente e rappresentante a Cuba della International Poetry Foundation, con sede nei Paesi Bassi.
È stato membro di giuria in eventi letterari provinciali e nazionali a Cuba e in Argentina. Nel 2002 ha tenuto una conferenza sull'attualità della letteratura cubana e le sue sfide presso l'Università di La Laguna a Santa Cruz di Tenerife, Spagna. Ha studiato Fisica e Astronomia. Ha pubblicato 14 libri e i suoi testi sono stati inseriti in una trentina di antologie. Le sue poesie tradotte in francese, italiano, inglese, portoghese e russo, sono state incluse in pubblicazioni periodiche e digitali.
Ha collaborato in programmi radiofonici e televisivi. Ha ricevuto diversi premi letterari a Cuba, per la poesia, la narrativa e la critica letteraria. Ha pubblicato recensioni culturali e ha collaborato con la rivista femminile digitale Alas Tensas.
È stata pubblicata sulla rivista miNatura (Spagna), specializzata in fantascienza, horror e fantasy.
È Collaboratrice del quotidiano Los Realejos di Tenerife. Isole Canarie.
Commenti sul suo lavoro possono essere trovati in vari media digitali, radiofonici e televisivi.
Primo premio al Concorso di poesia ¨Un Aloud Poem¨ 2019 promosso dal Festival Internazionale di Poesia dell'Avana e dalla rivista letteraria di San Pietroburgo. E.U.A. Primo premio Farraluque per la letteratura erotica, 2021. Dal 2000 è membro del fronte Affirmacion Hispanista. FAH. Messico.

martedì 23 febbraio 2021

Laura D'Angelo e le distanze non colmate

Proseguendo il nostro viaggio nel mondo della poesia contemporanea, ci soffermiamo su una giovane autrice molisana, di Montenero di Bisaccia, una cittadina in provincia di Campobasso, tra Vasto e Termoli. Si tratta di Laura D’Angelo, poetessa che già si è distinta in diversi e importanti concorsi letterari nazionali, e che inoltre dedica molto impegno nello studio e nella ricerca letteraria, con saggi ed articoli vari.
La sua è una poesia del rimpianto, quasi del dolore; la sua acuta sensibilità di poeta e di persona incline alla creatività artistica, le suggerisce una visione d’insieme del mondo e della società, avvolta da un velo di nostalgia, per tutto ciò che di bello e di buono potrebbe essere e che invece è continuamente degradato dall’indifferenza e dall’abbandono dell’uomo. C’è un dolore sordo nelle distanze non colmate, riflette la nostra autrice, ed è questa la constatazione che, al di là di un mero pessimismo universale, si fa vera e propria denuncia, grido di allarme rivolto alla storia e alla società attuale, troppo dedita a coltivare interessi egoistici e personali, aumentando così le distanze affettive e incrementando il vuoto, il prolungamento dei silenzi e l’assenza di una rete salvifica d’amore e di fratellanza. Anche il lockdown, necessaria cautela per difendersi dal contagio, diventa qui metafora di una chiusura più grave, di una tendenza dell’uomo a chiudersi in se stesso ulteriormente, sotto il gravame di input negativi e oppressivi che provengono da una società ormai omologata e saldamente indirizzata a mete di mero benessere materiale, a discapito di valori etici ben più importanti ma purtroppo meno appariscenti e immediati.
Il verso della D’Angelo è immediato, diretto, e offre diversi spunti di riflessione. Proponiamo qui di seguito alcuni suoi testi.


Nel tempo

C'è un dolore sordo,
nelle distanze non colmate.
Negli addii senza mani,
senza abbracci, senza parole
– quale parola si può mai dire –
per riempire il mare enorme
di possibilità e speranze,
per svuotare dagli abissi il dolore
a poco a poco, come una lunga
cantilena, un caro nome,
una preghiera che ci resta
a coprire il silenzio
di un dialogo ininterrotto
con i miei morti
un affogare nel tempo
che precipita in avaria
e non ci offre approdo.


***

Era d’estate

E così, quello che era il nostro mondo,
se ne va a poco a poco. Ho guardato
il tramonto fino all'ultimo istante, e
non sapevo, il senso di un tramonto
d'estate. Pioggia, non so fermare
queste mie lacrime. Congelami
il cuore, quella estate è lontana,
quando piove ho freddo
e tu non ci sei.


***

Pianto antico, un amore

Piango il tempo che fugge,
una ruga sul viso, un sorriso.
Piango il tempo perduto,
sprecato, il tempo
incompreso, perché
non ero capace, non sapevo.
Piango gli alberi in inverno,
i rami inchinati, il vento,
i passi gelati.
Piango i tetti delle case
vuote, chiuse, disabitate,
piango le strade deserte,
le piante assetate.
Piango il campanile solitario,
dall'alto della sua altezza,
piango il tempo passato,
un bianco e nero sfuocato.
Piango la bambina che ero
e non sono più, il filo
di un aquilone spezzato,
un girotondo lasciato.
Piango i sogni perduti
lungo il percorso,
la strada più lunga,
gli errori, i lupi del bosco.
Piango gli autobus vuoti,
i binari di una stazione,
i pomeriggi di paese,
la panchina su cui
un anziano siede,
piango i vecchi giornali,
dimenticati, accartocciati,
le parole di un tempo,
il silenzio,
un treno ormai fermo.
Piango le donne che
non sono mai stata,
i riflessi allo specchio,
una doccia gelata.
Piango il troppo presto,
il troppo tardi,
i perché senza perché,
la vita che ti piove addosso,
senza un preavviso,
senza alcunché.
Piango gli errori dispersi,
i battiti incerti, la paura
e la promessa,
l'ombra di una qualche felicità,
senza certezza.
Piango la plastica
lungo la spiaggia,
il balenottero abbandonato,
nella rotta sbagliata,
nell'onda improvvisata.
Piango il lamento del cane
abbandonato,
la foglia accartocciata
il paese inquinato.
Piango la terra che non dà frutto
la terra che fa guerra,
che muore.
Piango l'amore che pure resiste,
in questo pianto di stelle,
antico, un amore


***

Lockdown

Nella conta dei lutti, in questi
giorni di nulla e silenzio, dimmi
amico mio, si può dare una ragione
al dolore? Il dolore che riempie
il silenzio copre tutto, è il mio cuore
senza voce, senza una parola,
il mio cuore che si spezza.
Un paese straziato è la crepa
del mio cuore.
Ci sarà un posto per il dolore,
per l'amore che piange,
per la vita incurabile.
L'amore che rimane,
lasciandoci soli.

Laura D’Angelo, nata nel 1986, si laurea con lode in Lettere classiche e Filologia classica, e consegue un Dottorato di ricerca in Studi Umanistici. Pubblica articoli e saggi critici in riviste scientifiche e collabora con riviste culturali online e quotidiani. Partecipa a convegni, concorsi letterari e di poesia, ottenendo riconoscimenti e premi, tra cui il primo posto sezione “Poesia”, al Premio letterario “Putignano racconta”, Storie dalla pandemia (ed. 2020), Menzione speciale al Concorso Internazionale di Poesia “Ut pictura poesis”, (ed. Fuerteventura 2020), secondo posto al Premio Internazionale “Lettera d’Amore” Torrevecchia teatina, edizioni 2017 e 2020. I suoi interessi spaziano dalla letteratura alla poesia, dalla scrittura creativa a quella scientifica. Suoi testi poetici sono raccolti in antologie. Ha pubblicato il volume Sua maestà di un amore (Scatole Parlanti, 2021), e articoli scientifici inerenti al mondo di Gabriele D’Annunzio e alla ricezione del classico in Letteratura.

domenica 14 febbraio 2021

Il "Dopo di che..." di Lucia Stefanelli Cervelli

È davvero ammirevole che un autore, un poeta, si riferisca ancora a termini della nostra gloriosa etimologia classica latina, per individuare, sovente nel bailamme e nella superficialità dei modi di esprimersi attuali, una giusta e precisa linea del proprio dire. A volte, il latino, la nostra lingua madre, ci viene in aiuto per allargare i confini dei significati, in quanto molti termini e parole acquistano uno spessore rilevante, che va ben al di là del significato più semplice ed immediato. Fortunati noi, e degno di lode senz’altro l’autore che attinga dalla fonte dei classici il tesoro sepolto sotto anni di evoluzioni, dispersioni, sfrangiamenti, contaminazioni subiti dalla nostra lingua. È il caso di Lucia Stefanelli Cervelli, poetessa e autrice di grande cultura, che con il suo recente libro di poesie, intitolato “Postea”, riesce appunto a sintetizzare nel titolo una linea filosofica di pensiero alquanto rilevante e significativa. Avrebbe potuto semplicemente scrivere “dopo di che”, come è suggerito nel sottotitolo, tra parentesi, ma il termine latino “postea” è in tutta evidenza un qualcosa che oltrepassa l’enunciato, ed inoltre appare più solenne e degno di attenzione. La poesia infatti non può correre il rischio di cadere nell’ovvio e di sdrucciolare sulla mera superficie delle apparenze, ma deve mantenersi a livelli alti per offrire tutta una serie di significati, uno all’interno dell’altro, uno che richiama l’altro. In “Postea” si avvera tutto ciò.
“Quello che accadrà” non è dato sapere. Ma intanto urge la necessità di ricercare, sperimentare, indagare o perlomeno intuire, dalle cose che si hanno al momento disponibili, dai fatti contingenti, dallo stato d’animo attuale, cosa ci possa riservare il domani. Ma proprio mentre lo si pensa, lo si ipotizza, siamo già nell’oltre, siamo già ai confini del vago, dove la sfilacciatura delle certezze si aggroviglia in una matassa di probabilità, di vie divergenti, e ci si accorge così di essere, sempre, su un punto di labilità! Tutto questo sembra suggerire il pensiero poetico della nostra autrice, che pone nell’assolutezza del verso, nelle sue parole precise e nello stesso tempo allusive ad altre possibili e consequenziali aperture, l’ineluttabilità del fluire del tempo e la necessità di operare un hic et nunc di immediata consistenza esistenziale: “Pietrificata lava del pensiero rende cristallizzate le presenze / sospese al loro tempo intatto”, declama la nostra poetessa in un suo brano, a conferma dell’inanità di aprire porte sul domani, di conoscere l’oltre; e ove mai così fosse, si sfalderebbe il polverìo dell’ignoto, denucleato di ogni consistenza.
Amare dunque più il viaggio, l’andare, che la meta, afferma ancora la Stefanelli, come per ribadire questa vaghezza che ci attenderebbe se noi raggiungessimo la meta del nostro infinito cercare, di questo nostro incessante desiderio di conoscere ciò che sta oltre i confini; e d’altra parte è il viaggio, l’andare, il tentativo irrefrenabile e inarrestabile, che ci spinge e ci motiva il percorso stesso.
Postea è così un percorso filosofico nell’esistenza e nella quotidianità di ciascuno, espresso con un dettato poetico stringente e assolutamente consono, elegante e colto, che si snoda cadenzato e solenne, sviluppando la tematica di fondo in progressivi quadri sempre differenti tra loro ma, come i vari tasselli di un grande e pregevole mosaico, validi a ricomporre l’intero pensiero.




Dopo di che… è già l’Oltre
Il residuo del tempo che si sfalda annuvola di polvere
e allontana la netta turbolenza
d’esplicito contesto di visione
Dopo di che… è l’Attesa
che, pallida, si affida alla sua noia

Sfoglia nell’anticamera il giornale il gesto,
arido d’esproprio,
che assorbe la sottile inconsistenza
Non passa il giorno
ma si protende lungo assonnata parabola di ponte
che sempre più declina
fino allo squarcio lieve di acre fenditura
ove s’insinua quell’assorbita linea del disegno
Ritorna il condensato punto della fine.



***


Accorgersi d’un tratto di occupare labilità di un punto
Pietrificata lava del pensiero rende cristallizzate le presenze
sospese al loro tempo intatto
Non comprendi il dialogo impossibile
Fratte parole sostengono il cosmico rumore
dell’eco lontanante nel boato
Come, nell’infinita solitudine, rintracciare la meridiana del ritorno?

È lo sfaldarsi al polverìo d’ignoto
denucleato di ogni consistenza



***


Affrontare un infinito viaggio,
amare più l’andare che la meta,
transitare per luoghi senza nome
e l’uno all’altro averli sovrapposti
Allora sì che coincide il viaggio
con il passo del tempo pellegrino
Ogni ora incasella nell’incastro
la cattura del luogo al suo momento
Solo così può esserci il ricordo,
datato dalla pagina,
in progresso
o giocando all’inverso
La vita, nelle immagini, è sommario,
collezione di antiche cartoline
affrancate al bollo del vistato
Tutto pagato, tutto già spedito



***


Non esiste silenzio

Il sottofondo canta perenne in agonia
ma senza morte certa
Un palpitare querulo e distante
roco all’ascolto
e privo di domande

Il silenzio non c’è
se non l’assillo
per l’escavato vuoto
ad annegare
disagio di parola


***

Esilio, cittadinanza d’esserci
Un vivere s’aggira concretamente vuoto
Pare contraddizione la parola
ma vera si ipotizza nell’innesto
al tracciato dei giorni

Qui rimanere al cosa fare incerto
Questo il quesito di una corsa breve
ansante già da quel suo primo passo

Raggrinzisce il pensiero
e ancora illude a reggere sconfitta


(Brani tratti da Postea (Dopo di che…), di Lucia Stefanelli Cervelli, Terra d’ulivi Edizioni, 2020)


Lucia Stefanelli Cervelli, casertana di nascita, vive a Napoli. È scrittrice, saggista, poetessa. Già docente di Lettere e Filosofia, è anche sociologa. Regista e attrice, ha scritto numerosi testi per il Teatro, cui ha dedicato oltre un ventennio di insegnamento presso l’Associazione Internazionale Accademia V. Bellini. Nel 1990 ha fondato, con il regista Gianni Spataro, l’Associazione di Cultura Teatrale “L’ascolto”. È nel Comitato Scientifico della Rivista dell’Università di Roma “Teatro contemporaneo e cinema” diretta dal prof. G. Bartalotta. È autrice di numerose raccolte di poesia e di narrativa.

Alda Merini vista da Ninnj Di Stefano Busà