mercoledì 16 maggio 2012

Le "meditazioni al femminile" di Michela Zanarella

Una poesia sincera, aperta alla vita e all'amore, quella di Michela Zanarella, giovane poetessa padovana ma già esperta nel manipolare la parola poetica, per trarne la migliore forza espressiva. Sono "meditazioni", quelle che qui presentiamo, tratte da un libro edito che avrà sicuramente fortuna, che si soffermano sulla vera essenza della vita e sulla plasticità e bontà delle immagini, del proprio mondo intimo come di quello esteriore.
Abbiamo scelto alcuni suoi testi, tratti appunto dalla raccolta edita "Meditazioni al femminile" (Sangel Edizioni), nella certezza che i molti amici lettori vorranno esprimere un loro spassionato commento.



LAPILLI  DI  VITA

In queste ossa
viaggio
e insieme mi porto
lapilli di vita.
Scavo calore
consumo il fiato,
amo.
Voglio andare
con la pelle
a restare magia
nel destino.
Voglio esplodere
di te
e sapere il sapore
del mare.

INSIEME OLTRE

Sogno un altrove,
un respirare
nuvole ed eterno
a nutrirela schiena
di vapori ancora intatti,
ancora nostri.
Insieme oltre gli schemi della fine,
ci spingeremo alati
sulle assi del tempo,
come a scoprirci nudi
per la prima volta,
nervosi d'amore,
pronti a scavare intimità
d' acque e universo.
Non svaniranno le falangi
in fiamme,
non morirà il sudore avido
di gioco,
consumeremo il cielo
gocciolando innamorati sui marciapiedi
del destino.
Fradici di sensi
esisteremo anche
dove assente è l'infinito.

MONGOLFIERE

Una lacrima cresce tra le mani,
diventa fiume in corsa nelle vene
appena ti allontani.
Non vivo senza il chiaro dei tuoi risvegli,
quando mi baci prima di partire
e stringi il cuscino per annusare l’odore
che ci ha unito nell’infinito.
Ho ascoltato il canto delle serrature
fingendo che fosse solo musica,
ho visto il tuo sorriso svanire
dietro gli angoli d’uno sbadiglio.
Dormo ancora.
Appari dentro i colori d’un arcobaleno
voli nelle mongolfiere dell’anima,
spargi coriandoli di vita dalle sponde del cielo,
accompagni un bimbo al parco della giovinezza,
un uomo abbracciato alla propria immagine
che gioca con palloni di luce
nelle strade bianche della libertà.
Il sogno respira la mia mente.
Trovo una pagina di terra da riempire,
scrivo col fiato qualche domanda,
chiudo gli occhi
e parlo di te alla solitudine.

E  RESTIAMO  COME  VELE

Davanti a noi il cielo accantona
nuvole e lontananza,
soli di ghiaccio e panni rossi.
La vita è lì
che ci scorre negli occhi
e nelle vene
tra grossi dubbi e silenzi.
Suonano i passi
dellerughe che scrivono
il tempo dentro e fuori
le carni.
Ci avvolge la notte,
la furia del giorno
una terra materna
ed un mare che sfila sussurri
dondolante.
E restiamo come vele
ad aspettare che si spogli
un sorriso all'orizzonte.




PADRE

Padre,
mi vanto del colore e del suono
che ridendo rincorri
per stagioni e grembi di luce.
Dico alla pelle
quanto entrambi affondiamo radici
in estro e città.
Occupi sempre più
il profondo del mio giocare alla vita,
quello spazio di somiglianza calda
alle vetrine di un sogno.
In parte nel tuo asfalto di uomo
cerco vapori d'eterno orgoglio,
quel silenzio che so
veliero di grande calore.


SCARTAFACCI DI VITA
(a Pier Paolo Pasolini)

Nelle fragilità del tempo,
tra miserabili scartafacci di vita
è ancora umano
amalgamare parole e coraggio
al costato
di un glicine e ad obliqui occhi
di città.
Pier Paolo, patimento oscuro
è dentro le vestali del tuo quartiere
e nel ciclo di pietre assorte
a diventare silenzio.
Tradito come un autunno
in maledizione
è stato il tuo canto di verità.
Non si accorsero che assassinando
un guscio secolare di saggezza
estirpavano fiore universale di poesia.

DEI TUOI NAVIGLI
(ad Alda Merini)

Era bacio maledetto
quell'arteria di luce
chiusa nelle ultime saggezze
di novembre.
Quello sguardo ingordo di poesia
svaniva dietro impulsi astratti
d'autunno.
La morte molestò ilsuono
dei tuoi Navigli,
sconvolse il verde dei tuoi respiri.
Alda, io in te cerco radice ai miei silenzi,
sogno riparo ad un equivoco di solitudini.
Intorno a una grandezza di ciglia
e orizzonti,
i miei umili spiragli d'istinto scapigliato
come intoccabili destini
alla tua memoria concedo.

MEDITAZIONI AL FEMMINILE

Mi scopro
in una gradevole epidermide
insieme ad arterie e volontà preziose.
Non mi curo del tempo
e del silenzio
che entrano come pioggia.
Il cielo e l'amore
appagano il mio fiato
dopo un privilegio
divino alla vita.

Michela Zanarella, poetessa, scrittrice, giornalista, ama la letteratura e l'arte in ogni sua forma ed espressione. E' nata a Cittadella (Padova).
Inizia a scrivere poesie nel 2004 e scopre un talento naturale nella espressione della vita in versi.
Ottiene alcuni risultati nel campo della poesia come le menzioni di riconoscimento nei concorsi Beniamino Capparelli nel 2005 e Don Luigi Riva di Varese.
Ottiene pubblicazioni in diverse antologie di poesia a tiratura nazionale.
Pubblica una sua prima raccolta di Poesia dal titolo Credo con L'associazione culturale MeEdusa. La raccolta ottiene un buon riconoscimento popolare con una tiratura di mille copie.
Partecipa attivamente alla diffusione della poesia sia come mezzo di comunicazione sia come elemento di dibattito tra i giovani.
Tra le sue passioni troviamo la letteratura internazionale con particolare interesse per la letteratura francese, lo studio dei grandi pittori della storia, i viaggi e la conoscenza di nuove culture. E' stata ospite alla trasmissione radiofonica di Rosanna Perozzo su Radio Cooperativa a Padova.
Alcuni articoli sono presenti su quotidiani quali il Mattino di Padova, il Gazzettino di Padova, il Padova, la voce dei Berici.
Ha partecipato alla trasmissione televisiva "Poeti e Poesia" di Elio Pecora su Televita, a Roma.
Risvegli, ed. Nuovi Poeti, è la sua seconda raccolta poetica.
Ha ottenuto il primo posto assoluto al premio"Calogero Rasa" di Palermo, secondo posto al premio "L'aquilaia", Grosseto, secondo posto al premio "Invito alla poesia" di Trieste, menzione speciale al premio "Irpinia mia" di Avellino.
Ha iniziato a scrivere i primi racconti nel gennaio 2008.
Ha collaborato alla realizzazione del libro "Solitudini dentro" di Carmen Tomasi, ed. Nuovi Poeti.
Nel 2009 ha ottenuto menzione di merito nel concorso internazionale poesia e immagine "Marco Pantani", si è classificata al terzo posto al "Premio Animo Animale" di Pordenone, primo posto al Premio "Anime e luci 2008", a Padova, secondo posto al premio "La Rondine", di Trento.






martedì 8 maggio 2012

Nuovi inediti di Alessandro Canzian


Ricordo di aver iniziato questa fortunata rassegna di poeti e di poesie "in transito" proprio con Alessandro Canzian, poeta e critico, nonché responsabile della Casa Editrice Samuele di Fanna (Pordenone). Grazie a lui, molti poeti hanno trovato spazio in questa rubrica.
Riproponiamo ora, molto volentieri, altri testi del validissimo Alessandro Canzian, tratti da "Histoire D'O" - (versi attorno al Luceafarul), un poemetto dal tono delicatissimo, confidenziale, immediato, in cui l'amore è visto e vissuto intensamente, nel ricordo ma anche nel momento contingente.
Attendiamo, come sempre, i graditi commenti dei lettori affezionati e degli amici poeti.


                    *

                                   E poi
è quando più ti manca il fiato
che la ami. Quell'immagine

inconsistente che fa memoria.
                 Quella goccia di saliva
- dalla tua bocca alla mia bocca -
che ti manca e che sublimi
col cibo o la Grafenwalder.

Ma che non passa dal cifrario
       delle cose dette e non andate.

                  *

È pericoloso dirsi amore,
dirsi il mio corpo è solo tuo.

Perché poi uno ci crede
creandosi un'iconologia dell’altro,
quasi un dizionario dei dettami,
                delle carezze.

E poi arriva un insetto qualunque
che si appoggia sulla pelle,
              e non è più tua.

               *

Dicono la poesia sia grande
            quand’è necessaria,
quando te la chiede il mondo
-in realtà lo dice Guido ma
è come lo dicessero tutti-.

Fa un po’ ridere questa presunzione.

Sopratutto se per scrivere hai
bevuto birra doppio malto e hai
                     pianto tanto,
ma non lo puoi dire.

             *

                   Sai, potrei dirti che
ho provato un male inimmaginabile
a sentirti andare via.

Che ho pensato anche di morire
nel banale desiderio
                di farti un po' del male.

O potrei dirti che sono felice
                    che tu sia felice,
ma sarebbe una bugia.

E allora non ti dico nulla
            per non sbagliare ancora.

                     *

Che poi siamo stati fortunati.

Che se t'innamoravi di lui che
avevamo già una casa due auto
un criceto che scappava dalla gabbia
un qualcosa di preso in prestito e
non tornato, qualche figlio
              - non credo solo uno -
pensa che guaio sarebbe stato.

Così almeno, non abbiamo fatto soffrire
                   quel criceto.  

                    *

Oggi ho visto un uomo che
                        sembrava felice.

Usciva dal lavoro di corsa
                    col sorriso slanciato.

E mi sono chiesto se anche lui
                  torna a casa in questo modo.

Dove tu lo aspetti, le calze
prese all'Adriatico di Portogruaro
            e il reggiseno sotto
col brillantino luminoso in mezzo

-tutte cose che abbiamo comprato
insieme, ma non gliel'hai detto-

                            A volte
siamo così banali nei pensieri.

                     *

Oggi ho voglia di stare male.

Di ricordare i pomeriggi in cui
dicevi “assolutamente oggi non voglio
                             fare l'amore”,
e si finiva col gioco delle ombre
                 - l'uno dentro l'altra -
senza nemmeno accorgersene.

Le cose migliori vanno fatte
                        parlando d'altro.

*

Ieri ho incontrata una presunta
                                   poetessa,
poi tu mi hai scritto che sei triste
ed era da tanto che non ti sentivo.

E ho pensato a quel mio professore
del Liceo, diceva "Ragazze se il
vostro ragazzo dice che siete più
belle quando piangete state
attente, cerca solo un pretesto per
                                 picchiarvi".

E allora mi chiedo se anche io
ti ho fatta piangere per averti
                   un pò più bella.

                    *

“Però le cose cambiano”
mi dici dallo zenith
                    d'un accento
che non mi è possibile tradurre.

E forse hai ragione che
il male ha da venire
per curare ciò che resta
                         delle cose.

                          Ricordo
quella volta di Bordano
- alla Casa delle Farfalle -
tu ridevi della mia paura
degli insetti e non sapevi
che anche una farfalla sa far
                                     star male
quando ha le ali troppo grandi.

                        *

Ti racconto la mia malinconia.
È l'entrare in un negozio sapendo
che già ci sarai stata a braccetto
con lui, o mano nella mano, o
in una qualunque altra forma
                                affettuosa
che ti ha legata a un altro uomo.

È l'ascoltare una donna che mi vuole
curare la tristezza con un'ora
                               - forse due -
nel letto, quasi madonna dolorosa
                       in un atto di pietà.

È il ricordare il sorriso del tuo volto
                        sapendo che lui lo bacia.

E questo sapere che ti ho amata
per 3 anni sette mesi e quindici giorni
e qualche movimento della terra
                               intorno al sole.

                     *

              Ti racconto la tua dolcezza.

É la tua mano che posa la mia mano
                                     sul tuo seno
-e nemmeno te ne accorgi, io
provo a scostarmi ma tu
                                    ritorni-.

É il mio toglierti le scarpe interrompendo
                              i tuoi discorsi
-il tempo ci ha in fondo regalato
                         due paia di ciabatte -.

É il tuo abbraccio che evita le labbra
con dentro agli occhi un'altra cosa.

L'amore è un libro che si chiude
con un ultimo estratto scritto
                     sulla quarta di copertina.

                         *

Ti racconto cos'è la mia passione.

È un letto che da solo mi è troppo
                     stretto e corto,
e con te troppo lungo e vasto

-ci abbiamo fatto il Kamasutra
intero e anche la seconda edizione,
                             ricordi?-

È l'averti guardata così a fondo
                     da farti vergognare.

E l'averti desiderata sulle scale
              mobili d'un supermercato

-e ti eri girata e mi avevi sorriso-.

Ed era il sentirti dire che sei casa
dove farmi entrare per un bene
                      solo mio, solo nostro.

                            *

Ciò che resta di noi, dopo di noi.

Una pioggia al di là delle montagne
o un verso come una bocca di leone
                                 sferzata dal vento

-una citazione, un plagio delle cose-.

Qualche memoria dentro i muri
                      d'una stanza, o in macchina

-il tuo odore tra le strade di Padova
e Udine, e Claut, dicono che
l'elenco dei ricordi sia già
                                  una bella poesia-.

E un tremore nelle mani per il troppo
                                      amore provato.


                          *

Sono stato al laghetto dopo più
di un anno dalla nostra apocalisse.

                   Tutto era come allora.
Gli stessi steli d'erba le stesse
                                    papere
-almeno credo- la stessa polla
d'acqua dove ti regalai la stessa
                                    rosa.

Mancavano solo i nostri baci
                                   lunghi,

il tuo sentirti bella dopo
aver fatto l'amore e il mio
sentirmi l'unico uomo
                                  per te.

Mancavano anche i tuoi occhi
dello stesso colore dell'acqua.


domenica 29 aprile 2012

Cinzia Marulli e i suoi percorsi poetici nell'amore e nella luce


Da dove viene l'esigenza di scrivere poesie? Sarebbe lungo il discorso, e facilmente si cadrebbe in discorsi retorici, saccenti e persino ovvii. Ma si può riassumere la risposta al provocatorio quesito con le stesse parole della poetessa Cinzia Marulli, che qui volentieri ospitiamo: "Scrivo perchè sento la luce farsi specchio, perchè cerco il percorso che mi porti ad una meta senza arrivo...". Ecco la speranza/disperata, la gioia/contrizione di un percorso che porti infinitamente oltre, alla ricerca di un bene e di un amore, con la consapevolezza nel cuore di dover cambiare le cose di qui, di questo momento, spesso deturpato dal male e dal fumo nero degli eccidi, fatto di carni e di dolori.
Proponiamo dunque qui di seguito alcuni testi inediti della poetessa romana, che a mio parere ben identificano il suo progetto poetico, teso al canto per la natura e per l'uomo. I lettori attenti, come sempre, sapranno aggiungere le loro gradite riflessioni.


Percorsi

E’ la mia strada
              che non conosco

ma non mi importa
mi piace il vento
               e il suo trasporto.

***

Oltre

S’è fatto mare il pensiero
e m’ha immersa nel sogno

nella sua frescura mi piace restare

non la voglio l’afa del vero
quel suo essere pietra dura
mi scheggia il dolore

ma c’è luce alla finestra
m’acceca
e la sveglia continua a suonare
la monotonia dell’apparenza.

***

Yin-Yang

Forse è nel silenzio che si ascolta
la musica più sublime
In quel vuoto che avvolge di nuvola
tra la sospensione ansante del respiro
e l’attimo incerto sul bordo del destino

Nella polvere lucente delle stelle
si nasconde il buio del deserto

Si sfiorano i sentieri del domani
nell’apparente conclusione di un percorso

***

Scrivo?

Scrivo perchè sento la luce farsi specchio
perchè cerco il percorso
che mi porti ad una meta senza arrivo,
ad un bosco che odori di bosco,
perchè mi sento ghianda
                          dispersa nella terra

Scrivo perchè un giorno un amico
mi regalò una penna
                          facendomi credere
                          che fosse una bacchetta magica.

***

L’apocalisse del male

Non sono le ossa a lacerarmi il pensiero
ma gli sguardi persi dei miei fratelli
il rumore sordo del loro urlante silenzio
le rughe dei bambini emaciate dal sorriso
Non sono le sbarre delle loro camicie
sporche a imbrattare le immagini
ma l’alito sfinito della loro nonvita
quelle loro spalle scese
costrette a portare un peso inaudito.

Il fumo si leva ancora alto
non è quello delle nostre case
calde, dei camini accesi con la gioia
intorno: è un fumo nero, nauseabondo
fatto di carni e di dolore
Ci sono le urla isteriche dei mostri
che tagliano l’aria satura di paura.

Tutti quei corpi ammucchiati
le ossa contro le ossa
quelle ossa sulle ossa
milioni di anime sospese nel tempo
sopra i loro cadaveri a guardare pietose
ciò che erano, a guardare tristi i loro
fratelli aguzzini. 

E l’aria si smosse perché tutte quelle anime
sature di bene, ma ancora sanguinanti
avvolsero quei mostri, li abbracciarono,
li accarezzarono come fossero figli amati.
Il male cadde, cadde sotto la dolcezza del bene
cadde nella polvere
si sgretolò e divenne polvere
anch’esso finché il vento,
lo portò con sé, lo disperse - granello a granello lo distrusse.

***

Bambina

Vorrei nascere fiore
colorato come il desiderio
e scaldarmi al sole
con i petali aperti al futuro
o
rondine
per inseguire la primavera
e sentire di cosa è fatto
il cielo

Vorrei nascere nuvola
per trasformarmi in acqua
e dissolvermi nel vento
eterea e impalpabile
come i sogni

Se proprio
sì, se proprio - devo
nascere donna - allora
vorrei avere sempre
gli occhi di bambina
per guardarmi intorno
con stupore
per giocare la vita
col sorriso innocente della verità

***

Cinzia Marulli. Nata a Roma nel 1965, dove vive e lavora. Ha sempre coltivato la passione per la poesia e la letteratura ampliandone la ricerca anche attraverso forme di sperimentazione che l’hanno portata a creare connubi con altre arti come la musica, la pittura e la video-arte. Ha collaborato con alcune case editrici e per le Edizioni Progetto Cultura cura la collezione di quaderni di poesia Le gemme. È redattrice nella rivista letteraria «Polimnia», per la quale cura la rubrica Opere prime. Organizza incontri tra poeti allo scopo di diffondere e divulgare la poesia. Nel 2011 ha pubblicato la sua prima raccolta poetica, Agave (LietoColle), con l'introduzione di Maria Grazia Calandrone e una nota critica di Plinio Perilli.








mercoledì 18 aprile 2012

Antonio Spagnuolo e i suoi "Parametri" di poesia

Non poteva mancare in questi "Transiti", e ne sono onorato, la voce poetica di uno dei più attivi ed importanti poeti del secondo novecento, napoletano sì, in quanto vi nacque ben 81 anni fa, ma notissimo negli ambiti poetici e letterari nazionali più acclarati: Antonio Spagnuolo. Ancora oggi il suo impegno non solo in poesia, ma anche nella critica letteraria, nella narrativa e nella saggistica, è davvero forte, e sovente è chiamato a presentare eventi ed incontri di varia natura letteraria, nonché come curatore di collane e interessanti progetti editoriali. La sua produzione letteraria e poetica è tuttora molto prolifica, riuscendo a mantenere un alto livello di qualità che gli viene riconosciuto da tantissimi poeti e critici di indiscussa professionalità.
La poesia di Antonio Spagnuolo è fortemente riflessiva e si snoda lungo direttrici e parametri emozionali che emergono sovente da un profondo e intimo sentire la propria essenzialità d'uomo carnale e spirituale insieme. Sono versi ricchi di allusioni e rimandi, che si susseguono con un ritmo dolce e confidenziale, dal tono narrativo.
Proponiamo qui di seguito tre suoi testi inediti, invitando i lettori attenti ad esprimere qualche loro gradita riflessione in proposito.

Parametri

Il coraggio di dirsi nelle dimensioni del senso,
uno spazio di contraddizioni per il pretesto
di aggiungere alla memoria le crisi di una sinfonia.
Noi ripetiamo ai giorni le nostre fantasie
quasi un colore inciso fra le ombre per rileggere ancora i pochi versi
che ristagnano nelle pieghe del cervello.
Mentre si libera la rassegnazione, penetrare nella pelle
nevrotica e controfigura, fingo di rispecchiarti
scavando le impotenze dell’attesa.
Secondo l’ora del tempo vago lungo le strisce ormai usuali dei ritmi,
trascinando diafane figure o entrare nella metafora affannata
ove rimane il rituale al prezzo che la vita risparmia.
Volgemmo segni e dialettiche,
secondo sguardi, vagando lungo strisce del ricordo:
ogni crepuscolo breve vuota le mani da pensieri,
e le interrotte parole degli amplessi ripetono gli odori del fumo,
ripeto gli abbandoni, tra le vibrazioni irriverenti e gli infiniti risvegli
gonfi di altre notizie entro nella libertà della poesia.
le notti strette intorno alla mia gola
inviolabili matasse dell’attesa
o vulnerabili pagine nell’asfissia dei pensieri
ed impariamo che il raccontare è sillaba
delle confusioni, di segreti ormai logori
così capovolgiamo il consumarsi dell’aria,
in aperture impossibili come al fondo dei dubbi.
Nei rinnovati accostamenti, attraverso memorie,
impegniamo gli specchi per ricostruire
quanto abbiamo atteso e rivissuto: il segreto del ritorno.
Il timore e il ricordo della strada rientra
negli argini della consapevolezza,
quando presenze nascoste annullano gli spazi per creare
le forme infrante delle coincidenze.
E’ colma la memoria dei cancelli limite,
dei frammenti che ricuciamo a stento per creare profili.
Ormai l’improvvisa speranza offre orizzonti
ove plasmiamo le nuove luminose immagini.

***

Antiche mura

La strada è sempre un tocco di ricordi,
tra le memorie, in cerca degli autunni trascorsi:
foglie di betulla, gialle, le chiavi del cancello,
l’andirivieni degli scrosci, le utopie,
di quei teneri colori di violetto,
quando la città consumava il suo sonno,
e i disinganni laceravano tele
per i polsi incalliti  nella gloria.
Ad ascoltare melodie, o nelle tracce apparenti,
il susseguirsi delle urgenze quotidiane
incidono in cadenze ed i ciottoli hanno il timore
di presenze nascoste.
I calzari nell’improvvisa speranza
hanno la rabbia allacciata alle vicende
del destino che incombe.
Fu in quel tempo che gli sguardi
intesero indecise le parole,
per raccontare gli assurdi mutamenti
di una antica metropoli,
nelle incaute libertà delle ombre.
Ma oltre il respiro un tentativo
di stupire alla corsa,
prima di distruggere i consensi,
e confondere il sudore che segna l’orizzonte.
A riallacciare i nostri giorni al passato
egualmente  lusinghe e narrazioni
scandiscono il pensiero riflesso tra le ciglia.

 ***

Pelle

Nelle impronte della mia carcassa,
al misterioso anatema del mattino,
rincorro gli aromi del golfo,
ripeto il verso impaurito,
pulsando una carotide sdoppiata.
Pelle a pelle il linguaggio delle trasparenze
stordisce l’isteria della città,
mentre la fantasia rimbocca ancora
altri giorni contati,
come i grani di un rosario impazzito.
Nelle sere di agosto la tua vana rettifica 
contrasta  persiane, accostando le sillabe
per scongiurare i baci.
Le immagini dei flutti gonfi di sabbia
sono fruste dell’altrove
trasformate nello sfolgorio che illude,
per quel che fummo nel polline,
ora cometa da rincorrere e odiare.

Antonio Spagnuolo, nato a Napoli nel 1931, è poeta, scrittore e saggista di notevole spessore, molto noto nei circuiti letterari nazionali. Svolge la sua intensa attività a Napoli, città in cui risiede. Ha pubblicato numerose opere poetiche: Ore del tempo perduto (1953), Rintocchi del cielo (1954), Erba sul muro (1965), Poesie 74 (1974), Affinità imperfette (1978), I diritti senza nome (1978), Angolo artificiale (1979), Graffito controluce (1980), Ingresso bianco (1983), Le stanze (1983), Fogli dal calendario (1984), Candida (1985), Dieci poesie d'amore e una prova d'autore (1987), Infibul/azione (1988), Il tempo scalzato (1989), L'intimo piacere di svestirsi (1992), Il gesto, le camelie (1992), Dietro il restauro (1993), Attese (1994), Io ti inseguirò (1999), Rapinando alfabeti (2001), Corruptions (2004), Per lembi (2004), Da Napoli/verso, antologia di poeti contemporanei (2007), Fugacità del tempo (2007), Fratture da comporre (2009); alcune di prosa: Monica ed altri (1980), Pausa di sghembo (1994), Un sogno nel bagaglio (2006), La mia amica Morèl e altri racconti (2008); e per il teatro: Il cofanetto (1995). Ha ricevuto diversi primi premi in concorsi letterari: 1985, "Città di Adelfia"; 1986, "M. Stefanile" e "Venezia"; 1991, "Spallicci"; 1993, "Minturnae". Spagnuolo è inoltre presente nel "Dizionario della letteratura italiana del Novecento" curato da A. Asor Rosa e nel volume antologico "Disordinate convivenze. Poeti di fine secolo" curato da G. Manacorda. Il suo libro più recente è "Misure del timore", Kairos Editore 2011, una considerevole antologia della sua migliore produzione poetica.
Cura la collana di poesie "Le parole della Sibylla" per conto della Kairos editrice di Napoli, e, sul web, il sito "Poetrydream", una interessante rassegna di poesia e di poeti contemporanei.

mercoledì 28 marzo 2012

Ketti Martino e i suoi grappoli di nuvole poetiche

Indubbiamente la poesia è un mezzo di eccezionale efficacia per dire le cose come stanno veramente: non solo agli altri, a coloro che amano seguire la scia poetica dell'autore e l'eco plurisemantico che ne scaturisce, ma soprattutto a se stessi. Anzi, è la poesia stessa verità interiore da cui non ci si può nascondere. Ketti Martino dice pane al pane e vino al vino, con un'enfasi poetica equilibrata, venata anche di una sottile ironia, ma molto riflessiva. I suoi versi ben costruiti si susseguono in un'atmosfera che fa sembrare la realtà quasi distaccata dalla superficie del mondo e della natura umana: ma a ben vedere, anzi a ben leggere, ci si accorge che il suo canto è assolutamente aderente ad un mondo autentico, genuino, privo di qualsiasi scoria, come se venisse riflesso da uno specchio che accentua e risalta la parte migliore, la parte più luminosa dell'anima e del creato.
Di Ketti Martino, che è poetessa autentica e impegnata, proponiamo qui di seguito alcuni suoi testi tratti da raccolte edite. Invitiamo i nostri lettori ad aggiungere qualche altro interessante commento.

Da "I poeti hanno unghie luride", Boopen Led Editore

I poeti hanno unghie luride

I poeti hanno unghie luride e occhi fissi
guardano come lupi l’altro che siede accanto
e non si voltano a cercare gesti.
Amano il vento che spettina i capelli
e confidano nella notte
che straripa rime ingorde.
Pensano poche cose
ma le pensano davvero
perché credono alla magia della parola ferma
e al miele sul pane caldo la mattina.

I poeti hanno unghie luride
perché si grattano la pancia
mentre guardano le stelle
e invocano il dio dei disperati
ché legga i loro versi empi.
Fanno una prece per chi li compra
cogliendo come acini d’uva
i sogni di una vita.

***
Annuso dei nostri corpi

Annuso dei nostri corpi
il timbro del vortice scomposto,
prezioso monolite tra vene e malta.
L’alito scaleno si attarda nella gola
stana i flutti e suggella i nomi.
Odo il mistral che segna a chiaroscuri il collo
e il trucco screziato che l’occhio tuo non scorge.
Sosto guardinga,
volpe tra foglie rosse e oblique rime.
                                                   
Discendo la transumanza tattile di quest’abisso.

***
La loggia

Occupa tutto lo spazio e anche il tempo questa loggia
coi grappoli di bougainville sigillati al tufo
come figli abbarbicati al seno.
Non lascia tratti inviolati il mio occhio
né fessure trasparenti e piane;
ricopre la distesa azzurra
riparo d’infanzia e magie
giocate dietro i cespugli di ginepro
coi calzettoni lilla.

***
La mia vita è un quartiere sgombro

La mia vita è un quartiere sgombro
ingoiato dal silenzio
landa genuflessa senza lavori in corso
e strade parallele
abitacolo sventrato
con gli abiti dismessi impolverati
e quelli ancora nuovi e già invecchiati.

Ho traslocato mille volte da me stessa
e sempre son tornata
con rime mal cucite
e un Golgota sedato dentro al cuore.

Taccio solo per uniformarmi allo sgomento
rivestire i luoghi 

svuotare due bagagli.

***
 Se questi giorni

Se questi giorni fossero adorni di carezze
e occhi vaporosi in cui annegare,
sarei briciola nella brocca di cristallo
Se fossero arruffati
dal canto dispettoso della cinciallegra,
o danza di passione già sbocciata,
sarebbero presagio di futuro
e ostili all’odio.
Forse privi di parole e locuzioni audaci,
ma basterebbero a me, ed io a loro,
anche senza scrivere.

***
Nuvole

Sono grappoli d’uva quelle nuvole
segnano svolazzi nella mente cava.
Frugo nel pantano
cercando il senso delle nostre vite audaci
ma nella spelonca livida
resta solo il candore del ricordo
Corpetti inamidati e lenze mai scagliate
Annaspano come coperte d’amore atavico,

e nostalgia.

***
Della poesia voglio le ossa

Della poesia voglio le ossa
le trasparenze scorticate e monde
agguantare la sostanza dura
fino all’anima spugnosa
sentirla trasudare da ogni poro.
Trattengo il verso tra mascelle e denti
stritolo la carne e la rimando,
bolo suggellato appeso a cento arpioni.
Lo digerisco e poi lo cerco ancora.
Smantello la sequenza
i riti blasfemi le verità
e castro l’essudato che tentenna.

***
Testi tratti da “La poesia è una città” a cura di Floriana Coppola e Ketti Martino, Boopen Led Editore, 2011

Angoli

Ci sono angoli
in questa città
dove ogni cosa è certa
tutto si ricompone
e si raggrumano
anche le lacrime
sul viso/maschera.
È lì che il mondo
scorre nelle vene
come quando un giorno, in auto
al parco delle Rimembranze
coi fogli di giornale appiccicati ai vetri
chiedevi: mi ami?
Ci sono angoli in questa città
dove ripieghi le ali sulla vetta
e lanci un urlo
o puoi ingoiare il buio di un viale
per sentire il crepitio
di foglia sotto le suole.
Ci sono curve
in questa città
dove il respiro conosce solo affanno
e il coraggio è ruga spesa
sulla fronte in cerca della vita.
e poi ci sono
cerchi
in questa città smarrita
sostanze sterili
assedi di campanili
che non puoi solcare
nemmeno a mani giunte
e con la croce sopra
al petto.

***
Quartieri spagnoli

i quartieri spagnoli
sono ferite aperte
che vomitano pus
di tanto in tanto
interstizio intraducibile
di vicoli
limitare affranto
di presente e futuro già passato
compasso invisibile su tettoie
e balconi avari.
La luce rubata con gli specchi
ne fa zattera/postribolo
aggrappato alla collina
mimetizzato antro
dimora di plebe
scalza di sogni e indignazione.

***
Da "Arbor poetica", a cura di Diana Battaggia, Lietocolle

Non vedo cielo e nuvole

Non vedo cielo e nuvole da qui
mi guardano finestre cieche
squadrate gabbie inchiodate all’utopia.

Le vivo come presenze tossiche
cattedrali oblique che falciano la bruma
quando il diaframma è accumulo di lecci.

Una fioritura di detriti mi avvolgerà, lo so
dolce narcolessia in cerca di un abbrivo.

***
Da "Le strade della poesia", a cura di Mimmo Cipriano, Delta 3 editore

Terre(na)

la corteccia sbucciata è pelle
frutto oltraggiato
rinsecchito dal troppo stritolare

le formiche ricamano una scia che
sa di passi giusti
e io accarezzo il punto esatto
in cui i ricordi sfumano nel divenire
fino a sprecare l’ultimo sorso di
romanzo

il gusto di schiacciare
un sogno una foglia dà dolore

l’apologia di te è ancora madre
feconda superficie in cui affondare.

Ketti Martino, nata a Napoli, laureata in filosofia, ha insegnato nella scuola pubblica e si è occupata di promozione teatrale e musicale. Fa parte della compagnia di scrittura Homo Scrivens. Ha pubblicato testi poetici nelle antologie: Dalla bocca del Vesuvio, a cura di G. Marino (G. Perrone,2007); Nella notte di Natale (G. Perrone, 2007); Fili di parole (G. Perrone, 2008 ); L’amore, (G. Perrone, 2008); La notte (Giulio Perrone, 2008); Il tempo (Giulio Perrone, 2008); Logos (Giulio Perrrone, 2008); Le parole che nascono dall’anima (I giardini dell’anima, 2008); Arbor poetica, poesie su immagini di Stefano De Francisci, a cura di Diana Battaggia, 2011 Lietocolle; Le strade della poesia a cura di Mimmo Cipriano, Delta 3 edizioni, 2011; Le parole del mistero. Il perturbante nel quotidiano a cura di Gloria Gaetano, Neverland edizioni; Alchimie e linguaggi di donne, Terzo quaderno antologico di poesia, collana diretta da Esther Basile a cura di Floriana Coppola, Photocity edizioni.
Finalista al Premio Letterario Le parole che nascono dall’anima 2008.
È fra i compilatori dell’Enciclopedia degli scrittori inesistenti, a cura di Giancarlo Marino e Aldo Putignano, Boopen Led, 2009. Suoi racconti sono presenti in rete su siti letterari. Nel 2010 ha pubblicato la silloge poetica I poeti hanno unghie luride, Boopen Led editore. Ha curato, assieme alla poetessa Floriana Coppola, l’antologia poetica La poesia è una città, 2011, Boopen Led editore.
Ha preso parte a numerosi reading ed eventi letterari.

Alda Merini vista da Ninnj Di Stefano Busà