giovedì 19 settembre 2024

La "Reveries" di Cinzia Coppola

C’è un delicato velo di malinconia, nei versi di Cinzia Coppola, che qui proponiamo, tratti dalla sua recente raccolta Reveries. Cinzia Coppola è una poetessa avellinese che già da molti anni si dedica alla scrittura poetica e anche alla narrativa, con lusinghieri e meritati successi. Questa sua delicatezza è però accompagnata da un’urgenza del dire, sapientemente esposto, generalmente, in pochi essenziali ed incisivi versi. Una malinconia, dicevo, che è piuttosto un languore, un senso di mancanza, di incompletezza generato dalla consapevolezza del transeunte quotidiano, da una visione di un mondo che passa in fretta e si degrada, si dissipa. D’altra parte, il titolo veramente indovinato della raccolta, Reveries, indica proprio questo senso del divagare, di pensieri e riflessioni le più svariate, che la realtà circostante suscita nell’autrice. Ma attenzione! Qui non si tratta di una mera passeggiata, di un tranquillo sognare ad occhi aperti sulle cose e sui fatti del mondo, non è un semplice scarrellare da un quadro all’altro della realtà, bensì è un consapevole osservare, nei dettagli anche minimi, il mondo! Come solo un artista creativo può fare! Come solo un poeta, una poetessa, può fare! Con la sua sensibilità, con il suo intuito, con la sua disponibilità a meravigliarsi e a dispiacersi, addolorarsi, di fronte alla natura che le mostra tutti i variegati aspetti del suo evolvere.
Reveries non è dunque un superficiale viaggio nell’effimero, come il titolo potrebbe suggerire, bensì è un percorso ben studiato e progettato, sulla base di intuizioni emotive ed elaborazioni riflessive sul fluire della realtà circostante e sul proprio stato d’animo influenzato dai fenomeni esterni. Acuta osservatrice, Cinzia Coppola sa tradurre in voce poetica la voce del mondo e gli intimi sussurri della propria anima. La sua poesia è precisa, breve, ma anche allusiva, laddove dà spazio ad altri significati, ad altre possibili interpretazioni.

Certe mezzelune

 

Certe case restano sempre chiuse

perché nessuno ci entri dentro.

Sono ombre di qualcosa,

riempiono i minuti,

i tramonti estivi

e certe mezzelune.

Pensi sempre che poi varcherai la soglia

sapendo che sono solo un miraggio.

 

 

***

 

Senza titolo

 

Sono nata

per ultima.

potevo fiorire ma in ritardo

sotto cieli stranieri.

Mi piaceva la sua voce

che mi sembrava piantasse viali alberati

tra lo stomaco e il cuore.

Cadono fiori appassiti dal davanzale.

 

 

***

 

Questo amore

 

Questo amore è come una casa in collina.

Si può entrare quando fuori piove.

Io ci vado quando voglio,

ti porto quando non ci sei

e quando non lo sai.

Poi chiudo la porta per non farti uscire.

 

 

***

 

Fiori sepolti

 

Sono fiori sepolti

le parole,

le ore di studio,

e il volo d’uccello.

Ho trovato nuove lusinghe in altre frasi,

in altri libri.

I ricordi sfumano piano

in un sonno agreste.

 

 

***

 

La condizione umana

 

Oltre tutti i limiti inconsci

c’è una lingua di pianura che emana improvvisi bagliori verdi.

Ogni gestazione è rischiarata,

solo che la cornice è doppia.

Allora si nuota nella sorpresa

di parole fiorite dalle immagini,

tutte le volte diverse

anche se le pronuncio sempre io.


(Brani tratti dal libro: Cinzia Coppola, Reveries, Delta3 Edizioni, 2023; prefazione di Alessia Amato)

Cinzia Coppola è nata ad Avellino, dove vive. Laureata in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Salerno, insegna Lettere in un Istituto di Avellino. Ha cominciato a pubblicare versi nel 1997 partecipando alla Rivista Poeti Irpini e Post-Avanguardia, Delta3 Edizioni, e nel 1998 alla Rivista Altofragile di Franco Arminio.

Nel 2018 il suo racconto intitolato Avellino City entra a far parte della raccolta di autori vari Punti Cardinali edita dalla Casa Editrice romana Chance Edizioni.

Ha contribuito con la sua testimonianza professionale al libro Fare scuola con le storie, curato da R. Tiziana Bruno, edito nel 2022 dalla Casa Editrice Erikson.

Reveries è la sua prima raccolta poetica.



sabato 14 settembre 2024

La "Mater" di Laura Pierdicchi

La figura della madre è stato sempre un tema importante in poesia, trattato ampiamente dalla maggior parte dei poeti, dai minori a quelli più noti, in tutti i tempi. “Lettera alla madre” di Quasimodo, o “A mia madre” di Montale, bastino a darne un esempio più che fulgente.
Anche Laura Pierdicchi, valente poetessa veneziana, autrice di diverse pubblicazioni, non si sottrae a questo argomento, avendo da poco pubblicato con le ottime edizioni "La Valle del Tempo", una raccolta omogenea dedicata alla madre, dal titolo schietto e diretto “Mater”. Ad arricchire la sua pubblicazione, una dettagliata e colta prefazione di Antonio Spagnuolo, illustre poeta napoletano e Direttore della Collana editoriale de “La Valle del Tempo”.
Premesso che il tema della madre, generalmente e ampiamente riferito da tanti, può dar adito a sconfinamenti, a sdolcinature, ovvietà e superficialità (come del resto qualsiasi altro argomento che investe la sfera sentimentale, come l’amore, l’amicizia, la bellezza, eccetera), bisogna dire che l’attenzione nel trattarlo deve essere massima e l’originalità, lo stile e le altre modalità di scrittura poetica devono essere convincenti ed avvincenti. Laura Pierdicchi, da poetessa esperta, illuminata e competente, è consapevole di tutto questo e quindi ben si allontana dal baratro dell’inconcludenza e della banalità, costruendo, è il caso di dirlo, un edificio poetico ben strutturato, sia nella modalità espressiva e sia per il contenuto; contenuto, cioè Mater, la madre, che riempie le pagine con un afflato, un’eleganza del dire, stringata ma decisa, essenziale, eccezionale e singolare. I testi non hanno titolo, giusto per dare continuità alla raccolta, e pur essendo significativamente autonomi, completano un mosaico armonioso, dove la madre è al centro del concetto creativo dell’autrice. Il suo è un dire poetico lungo, articolato, ma mai monotono e ripetitivo, giacché le figurazioni, i ricordi, gli stati d’animo, i paragoni con e nella quotidianità con il senso generico della mancanza, dell’abbandono, della solitudine e della morte, vengono declamati da svariate angolazioni e situazioni. Sicché la madre, Mater, risulta figura di riferimento attorno alla quale ruota la vita dell’autrice, e in definitiva la vita di ognuno di noi, con tutti i suoi problemi esistenziali, i dubbi, i sensi di colpa, le nostalgie, ma soprattutto gli affetti, i bei ricordi, i valori di un tempo. Tempo che sembra fuggire (“Il tempo ormai è un fremito / che scuote la mente / come un vento continuo”…), e che l’autrice tenta di recuperare attraverso il ricordo della madre, per poter affrontare il domani con rinnovato vigore, frantumando l’incapacità di reagire alla scomparsa della madre, ovvero alla morte! C’è dunque un senso di rispetto ma anche di devozione, di solennità, in queste poesie, che tra l’altro lo stesso titolo in latino, “Mater” sembra senz’altro evidenziare, proprio per riconfermare, per ricalcare quella grandezza, quella centralità classica che un mero termine attuale, madre, poco avrebbe potuto indicare. Ma non è tutto qui. Mater è anche una sorta di diario, nel quale l’autrice va annotando giorno dopo giorno riflessioni ed emozioni che, a partire dalla scomparsa della genitrice, confluiscono nel suo animo, contribuendo ad una nuova visione dell’esistenza e della realtà umana, maturata e arricchita dall’esperienza affettiva e filiare. Una esperienza amara, ma lucida e necessaria per affrontare il futuro partendo dall'ineluttabilità della morte: “Non è possibile esprimere un prima / e un dopo poiché tutto succede / in seguito a quello che è accaduto”… Una esperienza dunque che le offrirà le giuste speranze “aggiungendo al mio passo il tuo passo d’aria / per continuare a camminare assieme”…
È un libro commovente, ma anche rincuorante. Accanto alla ricchezza del tema, c’è un dettato poetico che fluisce e incide profondamente nell’anima del lettore.


Il tempo ormai è un fremito

che scuote la mente

come un vento continuo –

tra le stanze

un costante fruscio di ombre

in successione.

Solo il mio respiro

solo il mio corpo

sola l’energia che trabocca

in pensieri – pensieri – pensieri

e ricordi.

 

Mai avrei creduto – mai capito

la tortura dell’assoluto nonsenso

e il desiderio di tornare indietro.

 

 

***

 

Non è possibile esprimere un prima

e un dopo poiché tutto succede

in seguito a quello che è accaduto

 

è difficile concepire una realtà

che accarezza solo la parte fisica

privata della radice – svuotata

che chiama e insiste a chiamare

quella radice ora nell’invisibile –

 

per una sperata conversione

per contemplare un nuovo giorno

per frantumare

l’incapacità di reagire.

 

 

***

 

 

Tu non sei più

tu sei tra i più

 

qui tutto scolora nelle ore

passate in memoria

e mi chiedo

se rimanere qui senza scopo

possa accendere ancora splendore

 

oppure se devo aggiungere

al mio passo il tuo passo d’aria

per continuare a camminare assieme

 

                        tu mia radice madre

 

 

***

 

 

Agito la clessidra del tempo

affinché quello che è accaduto

si fonda con il divenire

e tutto possa variare

 

possa crearsi una nuova forma

una nuova vita –

come caleidoscopio

dalle multiple riflessioni

 

     ricominciare

 

davanti a uno schermo bianco

vergine d’intenti e di emozioni.

 

 

 

***

 

 

È finito.

 

L’evento ha dipinto di nero

la pagina del passato.

 

Separarsi

è l’obbligo – l’abbandono

consuma e supera

la misura del comprendere.

 

 

***

 


Seduta in poltrona

le spalle curve

le braccia in grembo

le piccole mani incrociate

(che si perdevano

nella maestosità del corpo)

sembravi un ritratto di Gauguin.

 

Con gli occhi lucidi

mesta parlavi del tempo

che ha corso

più in fretta di noi.

 

Ormai anche tu

hai il cuore nell’aria.


I brani sopra riportati sono tratti dal libro:

Laura Pierdicchi, Mater, Edizioni La Valle del Tempo, 2024; prefazione di Antonio Spagnuolo.

Laura Pierdicchi è nata a Venezia e vive a Mestre. Ha pubblicato quattordici volumi di poesia e un libro di racconti. Cura recensioni e articoli per riviste e quotidiani con argomenti di letteratura e di cultura varia.



giovedì 5 settembre 2024

Guglielmo Aprile: Quando gli alberi erano miei fratelli

Di Guglielmo Aprile, valente poeta napoletano, e meritevole secondo me di una sempre maggiore attenzione da parte dei lettori e dei critici, già ci occupammo tempo fa, avendolo inserito nel Volume XXXI dell’Antologia “Transiti poetici” (https://antologieditransiti.blogspot.com/2021/12/volume-xxxi.html) che curo da anni e che, al momento, è giunta al numero 46. Per cui ben volentieri ne parlo ancora, in occasione dell’uscita nel corrente anno del suo nuovo libro “Quando gli alberi erano miei fratelli”, per le Edizioni Tabula fati, e in considerazione del suo grande e serio impegno nel campo delle lettere.
Credo che la qualità di un poeta si esprima anche attraverso la sua ricerca “silenziosa” di quell’inafferrabile e sovente indeterminabile senso di incompletezza che ci angustia e spesso ci mette a disagio, ben osservando e cercando di interpretare i segnali più o meno chiari che la realtà circostante ci rilascia. Lavorare in silenzio, in umiltà, consapevoli dei propri limiti, ma nonostante ciò, essere tenaci e perseverare nella ricerca, all’interno dei tessuti sfilacciati della società e di un mondo ormai, ahimé, in probabile declino sotto tutti gli aspetti.
Guglielmo Aprile è, come dicevo, uno di questi poeti, laddove per poeta intendo una persona creativa capace di ascoltare il “silenzio”, mi si lasci passare l’ossimoro, o perlomeno desumere dai rumori e dal garbuglio esterno, quel segreto, quel nocciolo di verità di ungarettiana memoria: quel qualcosa che nobiliti e che addirittura salvi l’uomo e l’umanità dalla stoltezza, dall’incapacità di amare e di vivere in armonia con tutti e con la natura stessa. Perciò, ad un certo punto, il poeta si rivolge a questa stessa natura, tradita e vilipesa specialmente in questi tempi così balordi. Quando gli alberi erano miei fratelli: il desiderio, direi utopico, di ogni uomo di pace e sano di mente e di cuore. Il desiderio di un creativo, di un artista, di un poeta.
La raccolta di cui qui parliamo si presenta in modo davvero omogeneo: il tema evidente è l’albero, visto e pensato in tutte le sue prospettive, dalla descrizione in quanto elemento importante della natura, al rapporto con l’uomo, alle sottili interconnessioni emozionali e sensazionali, ai legami affettivi tra questo ricco mondo vegetale e l’umanità stessa. Insomma, è un canto nei confronti di questa realtà verde che, in un modo o nell’altro, è una necessaria presenza nella nostra vita.
Guglielmo Aprile affronta dunque questa realtà verde, e ne parla con rispetto e ammirazione, sovente immedesimandosi in essa, fin quasi a pensare che, forse, tutta la raccolta possa essere, nel pensiero creativo e illuminato dell’autore, una grande metafora dell’umanità, laddove l’albero, visto come un antico fratello, non è altro che l’uomo, uomo che oggi ha perso o sta perdendo quella sua linfa, quel suo vigore, quella sua tenacia e nello stesso tempo quella sua “accoglienza”, quella sua bontà nei confronti del prossimo. Ma la speranza, che è anche una virtù del poeta, è sempre all’orizzonte. Così, come l’olivo magro e scheletrito, anche l’uomo potrà mantenere integra la sua umanità, soffrendo ma alzando le sue braccia preganti al cielo!
Un libro che, come dicevo, merita di essere letto e meditato, per i suoi versi convincenti e ben strutturati, fluidi come la linfa che eternamente fluisce negli alberi e che li rinnova, diretti e saldi come le radici che li tengono in essere.

Proponiamo qui di seguito alcuni brani tratti dal suo libro, affinché i lettori possano contribuire aggiungendo eventuali altri graditi commenti.


LA FORZA DELL’OLIVO (I)

 

Guardalo, questo olivo: così magro,

tenere le sue braccia, da fanciullo,

eppure salde, che sembrano tese

al cielo a tenerlo su, loro sole.

 

E le radici, con quale tenacia

avvinghiate alla roccia, che nemmeno

una piena del fiume, una burrasca

le disarcionerebbe dal terreno.

 

E il seme è duro, paziente, sopporta

gelate e siccità, con la fierezza

di un martire: lo sa, prima o poi il tempo

verrà di aprirsi, basta solo attendere.

 

Appare delicato, quasi fragile;

ma c’è una forza nascosta in ogni albero,

la stessa che nel grembo oscuro dorme

che genera i vulcani, i fortunali;

 

e una linfa indomabile attraversa

le sue vene e cavalca lungo il tronco:

quella che nutre anche i fiori d’argento

sparpagliati nei prati bui del cielo.

 

 ***

 

BIBBIA DI FOGLIE

 

Pagine di un poema le vostre, alberi,

che la pioggia con le sue molte dita

ha diritto a sfiorare, ma non l’uomo,

 

parole che solo il vento conosce

e sfogliando libri di foglie legge

e a memoria ripete e poi disperde,

 

rune scolpite nei tronchi, parabole

inaccesse se non alle sibille

che in pepli d’ali e piume profetizzano,

 

saghe di cui è depositario il bosco,

favole che potrebbero narrarci

i rami se la lingua ne intendessimo,

 

intrico delle labbra vegetali

che balbettano una rivelazione

appena udibile, su noi e sul cosmo:

 

rotoli sigillati, ancora intatti,

codici d’erba e pietra d’acque e nuvole,

papiri solo da aprire, ancestrali.

 

(Dalla sezione “Un albero mi ha parlato”)

 

 ***

 

CONFIDENZA CON GLI ALBERI

 

Sussurra il pioppo il suo segreto al cielo

e il cielo è chino su di lui in ascolto;

ogni creatura con le altre comunica

ma in un codice non intellegibile

dai nostri sensi, se non per pochi attimi

privilegiati, in cui ci fanno parte

gli alberi della loro confidenza

e in cui non più inerti e muti ma vivi

crediamo i loro volti, di persone

anche se non umane, e ci accorgiamo

che c’è fra loro un accordo, una sorta

di sintonia sottile anche se tacita,

una complicità ma sottintesa;

e quasi, mentre sembrano guardarci,

una condiscendenza intenerita

verso di noi, una pietà indulgente.

 

(Dalla sezione “La via degli Eremiti”)

 

 ***

 

IL VENTO È UNA PROMESSA

 

Esiliato in un bosco, è come se

mi fossi agli occhi del mondo nascosto

in un angolo della più lontana

galassia; nessuno sa in questo istante

dove io sia né quali echi sottili

dal folto delle balze si diffondano

e mi chiamino, verdi melodie

sull’arpa tesa tra opposti crinali;

narratori di favole, benevoli

gli alberi mi accompagnano mi indicano

un luogo a loro soli noto, in fondo

a un sentiero dove l’oblio elargisce

una fonte a chi attinga alle sue acque;

e il fiume sa a memoria ogni mio passo

e nel suono che fanno le sue labbra

contro la pietra colgo una sommessa

esortazione a spingermi più avanti;

e c’è nel vento una verde promessa.

 

(Dalla sezione “Orme nel bosco”)

 

 ***

 

PROFEZIA DELL’ACACIA

 

Acacia in fiore, insegnami a sperare!

Genitrice di ogni primavera

e del dio che dalle ombre fa ritorno,

hai per corona un intrico di rami

ispidi e duri, ma di nuovo è marzo

non più aculei la fronte ti trafiggono,

ma frecce bianche e dritte, che l’arciere

del cielo scocca in ogni direzione:

ma raggi della ruota d’oro e fuoco

del carro che attraversa l’equatore

e annuncia che un qualche risveglio è prossimo;

a miriadi i tuoi petali minuti

ne sono anche quest’anno testimoni.

 

(Dalla sezione “Teofanie silvestri”)

 

 ***

 

PERCHÉ PIÙ NON PARLATE?

 

Un delirio gentile mi fa credere

che ognuno di questi alberi (ne ignoro

anche il nome, se siano forse larici

oppure lecci, eppure riconosco

esseri a me fraterni in tutti loro),

abbiano al pari degli uomini un cuore

che sa che sono estasi e abbandono,

che sa provare turbamenti e incanto,

che conosce malinconia e letizia

in base a come l’ombra delle nuvole

di passaggio sopra le loro fronti

ora si allunga ed ora si ritira;

eppure non confidano né a noi

né al vento la loro intima vicenda,

il vento dalle lunghe dita tenere

che ne accarezza le ciocche ora crespe

ora fluenti, ne sfiora la guancia

perché come bambini si addormentino,

ma stanno assorti in un riserbo altero

che un qualche loro oracolo protegge

terribile o magnifico chissà,

troppo grande perché lo condividano

con chi quasi senza guardarli passa

distratto, sotto i portici e le volte

che i loro corpi fingono sull’argine.

 

(Dalla sezione “Il silenzio degli alberi”)

 

 Brani tratti da: 

Guglielmo Aprile, Quando gli alberi erano miei fratelli, Edizioni Tabula fati, 2024

Guglielmo Aprile è nato a Napoli nel 1978. Attualmente vive ad Ischia, dove si è trasferito per lavoro. È stato autore di alcune raccolte di poesia, tra le quali Il dio che vaga col vento (Puntoacapo Editrice, 2008), Nessun mattino sarà mai l’ultimo (Zone, 2008), L’assedio di Famagosta (Lietocolle, 2015); Il talento dell’equi librista (Ladolfi, 2018); Elleboro (Terra d’ulivi, 2019); Il giardiniere cieco (Transeuropa, 2019); Falò di carnevale (Fara, opera 1ª classificata al concorso Narrapoetando 2021); Il sentiero del polline (Kanaga, opera 1ª classificata al premio “Arcore 2021); Thanatophobia (Progetto Cultura, opera 1ª classificata al premio “Mangiaparole” 2021); per la saggistica, ha collaborato con alcune riviste con studi su D’Annunzio, Luzi, Boccaccio e Marino, oltre che sulla poesia del Novecento.




sabato 22 giugno 2024

Le "DiStanze" di Marco Petruzzella

Inizia bene la sua proposta poetica in questa raccolta, il milanese Marco Petruzzella, affidandosi in esergo alla famosa poesia ungarettiana “Commiato” indirizzata all’amico poeta Ettore Serra. È proprio su questa definizione, infatti, che il nostro autore fonda il suo progetto poetico di “DiStanze”, ponendo l’accento sull’importanza della poesia e in particolare sullo spessore poetico che la stessa parola assume nel contesto.
Ne consegue un progetto robusto, realizzato utilizzando il gioco di parole sottinteso nel titolo: DiStanze, che offre subito una doppia interpretazione a seconda che si legga tutta la parola insieme, o che si voglia specificare un contenuto poetico allocato in sedi (stanze) opportune, che siano materiali o scomparti di tipo affettivo o psicologico.
È vera pertanto la prima interpretazione, “distanze”, se consideriamo il punto di osservazione dell’autore, che cerca di prendere le distanze, diciamo così, da una realtà circostante che non risponde a quelle prerogative di umanità e di socialità che avrebbe desiderato, peraltro condivisibili da tutti. È una società infuocata, eccessivamente materializzata, calcificata, compartimentata, quella descritta nei versi di Marco Petruzzella, che non concede spazio a sentimentalismi e ad armonie naturali: “Sono infuoco oggi. / Quanti e quanti attorno. / Milano è / la luce, infuoco;”… Sembra non ci sia scampo, in questo groviglio di mattoni e cemento, di cantieri edilizi con gru che invadono il cielo, di folle senza meta, e non c’è possibilità di rivedere il passato, più a misura d’uomo, più dolce e ricco di emozioni: “Dov’è il vicolo sterrato / che ha visto passi bambini… / Le sedie fuori dai negozi, / i rapidi ghiaccioli verdi, / il ciabattino curvo, / i sassolini; dov’è / ieri”…
Ma è plausibile anche, contemporaneamente, la seconda ipotesi interpretativa, e cioè “di stanze”: qui la stanza è metaforicamente il luogo in cui racchiudere i tesori e le valenze disperse o addirittura denigrate dalla infuocata società attuale di cui sopra; un punto d’osservazione consapevole e responsabile, al limite della denuncia, perché il poeta ha pure questo compito, in quanto la poesia è verità e limpidezza, è parola che scuote, che scava e che sveglia, indica la giusta strada, il percorso giusto da seguire per migliorare e migliorarsi (e qui torniamo all’esergo ungarettiano!...). Ritornare dunque non a Itaca, come declama il nostro autore, cioè non vivere la realtà stereotipata e guasta come quella attuale, bensì cercare di ricostruire un mondo migliore “stolti dai segni / di una vita trascorsa.
Una raccolta intelligente e propositiva, con brani poetici che incidono e coinvolgono, anche grazie al frequente uso di neologismi.

Riportiamo qui di seguito alcuni brani tratti dal libro. Sono graditi commenti da parte dei nostri lettori.


Milano

(06/09/96) 

 

Sono infuoco oggi.

Quanti e quanti attorno.

Milano è

la luce, infuoco;

mai il mio io

così poco londrico.

Srotolo pensieri.

Vorrei essere

più alto per guadare lì,

più in basso

le loro menti.

La gente piroetta

nel mio stomaco felice;

ha scavalcato fanghi biblici,

sembra plasmata nel neon.

Infuoco e amo

questa città.

Luminescente stella viva!

[a Milano]

 

*** 

 

Ieri

(La nostalgia)

 

Dov’è il vicolo sterrato

che ha visto passi bambini.

Il cielo della fantasia,

distratto dai tuoi occhi avidi.

Le sedie fuori dai negozi,

i rapidi ghiaccioli verdi,

il ciabattino curvo,

i sassolini; dov’è

ieri

 

 ***

 

La luce accesa

(La morte)

 

È marmo e d’alberi

prossimi al cielo

figli della terra

è terra;

Talvolta sangue, baci e carezze.

È la mano tremante,

è nenia è ninnananna;

Quando non c’è

più nessuno

che lascia

la luce

accesa.

 

 ***

 

Itaca

 

Rinunciare all'idea pavoneggiata

rinunciare all'onda

dedicare inciampi

valutare appetiti ancestrali

sminuire dolori solari.

A tutto questo

possiamo tragicamente approdare

stolti dai segni

di una vita trascorsa.

Non voglio

affatto

sbarcare

ad ITACA

 

 ***

 

Reminder

 

Ricordi il terrazzo

prima del sogno

del sole di marzo?

Ricordi mia forza, mio sempre

mia sola amica,

lo sciocco insolente cavaliere?

E ti davo da mangiare le ciliege

e sorridevi

e salvavamo assieme

le allodole smarrite

dagli specchi assassini del futuro!

 

 ***

 

La gru

 

E perché mai

Una gru dell’edilizia

Col cielo vicino

appare epoca, evocazione,

tempo dolce?

Totalmente estraneo l’auspicato futurismo

moderno materialissimo

Credo sia il cielo

Sono quasi certamente dubbioso

Anche il fracasso di una betoniera

se mischiato alla nebbia e

al capriccio di un bambino

col loden verde degli anni di piombo

avrebbe restituito

lo stesso significato

Avrebbe strappato il momento

Fagocitato dall’innaturale e sconosciuto

slime

I bambini non giocano più in cortile

E finalmente chissenefrega.


Marco Petruzzella, DiStanze, Edizioni Progetto Cultura, 2020, Prefazione di Oreste Castagna.

Marco Petruzzella nasce a Milano nel 1972. Consulente aziendale per professione, artigiano della poesia per vocazione. Attivista per i diritti umani per anni in Italia e all’estero. Ha pubblicato in antologia con Robin Edizioni nell’ottobre 2023; di prossima pubblicazione un suo racconto per ragazzi.
DiStanze è la sua opera prima.


martedì 11 giugno 2024

Gli "Agri Fogli" di Rita Nappi

 

Tipica pianta augurale, sovente utilizzata nelle festività natalizie, l’agrifoglio è qui suggerito da Rita Nappi con e per l’auspicio di un mondo migliore, più sincero e diretto. Ma è soprattutto l’emblema di un diario di vita in cui amore e sofferenza, luci ed ombre, asperità e gioie, si susseguono, a modellare una sorta di mosaico emotivo forte, ben delineato, fatto di agri fogli, come pure il titolo della raccolta sembra indicare. La poesia di Rita Nappi è dunque qui concentrata ed espressa in questi fogli agri, giocando con le due parole del titolo, volendo mostrarci il suo mondo emotivo e riflessivo di fronte alle asprezze che la vita le ha riservato, ma anche quei lacerti di tempo vissuti con una grande passionalità e gioia. Si tratta dunque di una sorta di bilancio sentimentale ed emotivo, di esperienze vissute sulla propria pelle, narrato su fogli acuminati, pungenti, come afferma anche Alessandro Izzi nella sua dettagliata prefazione, proprio perché la poesia, come l’arte in genere, è l’unico tramite per affermare la propria realtà, la propria verità, senza mezzi termini o giri di parole, ma direttamente, sinceramente. Per l’autore è una sorta di liberazione, anzi di confutazione dell’ipocrisia predominante in una società ancora legata a stereotipi e a formalismi di facciata, in una società che non vede, o non vuole vedere, l’autenticità dell’uomo, o della donna, nella sua naturalità, che non è sottomessa, non lo deve, a qualsiasi imposizione di comportamento esterno.
Il progetto poetico di Rita Nappi è notevole, e viene maturando attraverso le sue esperienze di vita, le vicissitudini amare di lotta continua per il suo stato di salute, attraverso i difficili rapporti in campo affettivo, ma anche attraverso la visione obiettiva di un mondo ingiusto e ipocrita sotto molti aspetti. La poesia autentica sgorga sincera dal cuore e dall’anima, affermando una verità interiore che non teme di essere né sminuita, né contrastata; e la poesia di Rita Nappi ha in sé il coraggio e la limpidezza della propria vera natura, va delineandosi e strutturandosi in un susseguirsi di versi pregni di languore e, nello stesso tempo, di veemente slancio di disapprovazione nei confronti di una società, come dicevamo, ipocrita e superficiale; ma sono anche versi appassionati, in cui non manca la nota lirica e il buon ritmo, a testimoniare uno spessore poetico non comune, una notevole padronanza della parola poetica nella struttura complessiva dei testi.
Agri Fogli, una raccolta ben suddivisa in tre sezioni ("Dell’amore", "Lacci dal passato", "Rimanenze"), che sapientemente tracciano un’esperienza di vita, espressa in poesia, in cui i versi dedicati all’amore si legano poi ai ricordi nostalgici e a riflessioni su momenti che hanno particolarmente caratterizzato la sua vita, mentre in Rimanenze, la sezione conclusiva, l’autrice raccoglie il residuo di verità che alimenta la sua anima e che gli altri ancora non vedono: "Voialtri non v’accostate, non v’affacciate negli occhi, pensate di sapere.../ E invece quel po’ di me che resta lo lascio lì a me stessa".



Musa

Celo parole già dette per scoprirne altre,

scavo nel profondo perché meriti il mio nuovo cuore.

Doni e dai, anche nei plumbei cieli grigi

di giorni nati storti.

E vorrei poterti regalare il tic tac del tempo,

il batter ciglio,

l’istante dopo aver goduto,

la tremante voluttà dell’attimo prima del bacio,

il sole allo zenit...

Se mi fermo è solo per raccoglierti

e ripartire.

Siamo oltre.

E mi accorgo che il rigo della pagina è troppo breve,

perché tu sei poesia.

Inenarrabile.

 

 ***


8 settembre 2018

Non premo tasti e corde senza suono,

mi basta aver udito per un attimo la tua voce.

Il sonoro della gola s’increspa di saliva,

mentre m’accovaccio negli angoli dell’inguine.

Tu premi a fondo,

io annaspo, incalzo e mi fermo.

Tu freni, io ripeto gli accordi che m’hai insegnato:

aspetta, dai tempo.

Son tue le parole,

le menzioni di lode che scrivi sul corpo.

E giaccio su queste onde del cuore,

in testa all’equilibrio di un sussulto già finito,

aprendo l’anima allo spazio,

mi piaci così.

Eterna notte di promesse

e silenzi digiuni di parole,

perché nel calore e del fiato

non va mai sprecato.

Quel che ho lasciato libero è alla porta:

trovami altrove.

Trovami anche quando mi sono persa.

 

(Dalla sezione “Dell’amore”)

 

 ***

 

Libertà

Bisognerebbe vivere di nuovi inizi.

Avere l’ingenuità delle prime volte,

la curiosità dei primi passi,

il coraggio di perder l’equilibrio.

 

L’incoscienza di liberare il palloncino

e non abbandonare la mano della madre.

 

Bisognerebbe ridere a ogni caduta,

sorprendersi di non poter guardare il sole.

Si vive di ragioni e arrendevolezze.

Basterebbe tornare a sognare,

tornare a viaggiare

e chiedersi perché...

 

 ***

 

Sensibilità alterata

La sensibilità alterata,

così la chiamo,

è quella in cui un soggetto

riesce a percepire un dettaglio,

una virgola, una doppia punta,

il riflesso sulla pozzanghera,

il mignolo, un ricordo accantonato,

lo stelo caduto, il soffio del vento,

le lacrime nascoste dalla madre.

La sensibilità alterata

non è per tutti, è unica.

Si cela perché spaventa.

E ciò che si teme, si emargina.

Ma solo l’incontro

con un altro soggetto sensibile,

può permettere al primo

di aprirsi e amare

a cuore aperto.

 

(Dalla sezione “Lacci dal passato”)

 

 ***


Presente

Non ho perso,

ho solamente azzardato sogni

e vite diverse;

ogni volta

un cuore nuovo

e braccia aperte.

Non ho tralasciato nulla

se non il mio dito puntato alla luna,

un po’ come i bimbi che seguono le nuvole.

Non temete,

non ho ancora ceduto

se non i pensieri passati

e la volontà di spingerli oltre.

Non ho più gli occhi miei

li vedo ombrati

straniti

impauriti,

ma non abbiate paura

io resto.

Questo è il mio posto,

la mia terra

con fango e acqua

luce e riflessi

traslo istanti

li rivivo.

Io sono qua

presente.

 

 ***

 

Alla mia LMC

Questa dissolvenza

impaurisce

e sbiadisce,

aumenta e sfoca la mia immagine,

ogni parte del mio corpo,

ogni cellula del mio sangue.

Questo freddo che percuote

e fa sudare dolore,

invoco pietà

per aver un minuto di quiete.

E ho timore di non vivere,

di non avere più un’ombra...

 

 ***

 

Rimanenze

Quel po’ di me che resta

emerge e sfavilla

d’improvviso s’abbassa,

s’increspa e inciampa.

Mi tengo a freno:

vorrei, ma non posso.

E tutta la vita che scorre davanti

non si ferma un secondo.

Non riesco ad allungare il dito

neanche a quel Dio che mi ha tanto proibito.

Resto o vado via?

Alibi e scommesse, per chi come me

gioca a carte con la morte.

Voialtri non v’accostate, non v’affacciate

negli occhi, pensate di sapere...

E invece quel po’ di me che resta lo lascio lì

a me stessa.

 

(Dalla sezione “Rimanenze”)

Rita Nappi, Agri Fogli, deComporre Edizioni, 2021; prefazione di Alessandro Izzi, postfazione di Sandra Cervone. Copertina di Suma Mellano

Rita Nappi è nata e vive a Napoli. Appassionata di scrittura fin dall’adolescenza, ha partecipato a premi nazionali e internazionali, conquistando nel 2004, a soli 16 anni, il primo posto al Premio Nazionale di Poesia Trecase. Finalista nel 2016 al Concorso Letterario Nazionale Gioacchino Belli, tenutosi in Campidoglio. Inserita in diverse antologie poetiche, nel 2015 ha pubblicato la silloge I miei orizzonti di… versi con deComporre Edizioni, approdata a Cheverny (Francia) nel 2019 in uno spettacolo di musica lirica e versi con la mezzo soprano Suma Mellano. Attualmente è impegnata nella stesura del suo primo romanzo.

Il libro è stato presentato presso la Libreria Mancini di Napoli, nell'ambito della Rassegna "Un caffè da Mancini" ideata e condotta da Gennaro Guaccio e Giuseppe Vetromile, il 10 giugno 2024. Durante l'incontro sono state esposte le opere pittoriche dell'artista e poetessa Susy Oliva, autrice di alcune illustrazioni del libro.



Alda Merini vista da Ninnj Di Stefano Busà