venerdì 13 ottobre 2023

"I Blues" di Jonathan Rizzo

 “I Blues di Rizzo come i cori/blues di Kerouac sono da leggere così, senza la pretesa di una presa logica sul senso delle cose, ma con l’ondulazione di chi improvvisa strattonato dalle emozioni, in preda al richiamo sciamanico della memoria, saltando da un verso all’altro, da una poesia alla successiva, come in un eterno saliscendi che ha per protagonista la vita”. Così scrive Marco Incardona nella sua puntuale prefazione a questo volumetto di Jonathan Rizzo, ultima pubblicazione a chiudere un ciclo, una trilogia poetica che lo stesso autore definisce “Trilogia dell’Innocenza”.
E vogliamo partire proprio da queste parole del prefatore, che sicuramente centrano l’essenzialità del dire poetico del nostro giovane autore, Jonathan Rizzo, per aggiungere qualche breve ulteriore riflessione in merito a questa sua recente pubblicazione.
Senza voler entrare in merito alla storia, alle origini e alle vaste e articolate definizioni del termine “blues”, specificatamente musicale, ricordiamo solo, per una certa assonanza, i melodici canti tristi dei negri afroamericani in schiavitù. Ma lungo i versi di queste poesie di Jonathan si respira un’atmosfera non solo di pacato e morbido, melodico inneggiare alla libertà e alla vita, laddove i panorami, la natura, il mare, persino i tramonti e le albe parigine, si integrano perfettamente nel senso di solitudine e di malinconia dell’uomo, ma anche un movimento di riscatto e di recupero della propria autenticità. Jonathan Rizzo è infatti uno di quei pochi poeti che va diritto al punto, non percorre strade secondarie né labirintiche per dire la verità, la sua verità, senza compromessi e senza ipocrisie.
Il libro raccoglie 43 poesie, legate l’una all’altra da questo intenso desiderio di libertà e di emozionarsi nella e con la natura, ribadendo l’importanza dell’essere schietti ed autentici, piuttosto che dell’apparire, in una società molto spesso conformista e abitudinaria. E poi c’è l’amore, nudo, cioè diretto ed essenziale, e neanche appesantito da falsi contorni erotici, ma frizzante, pulito e gaio così come deve essere in ogni rapporto (“Champagne per colazione / sull’erba nudi a far l’amore.”…).
Non manca, in questi versi brevi ma intensi, un velo di rimpianto, specialmente (forse) in riferimento ad un amore andato via (“la felicità è come il sorgere del sole, / calda e naturale, / ma passa e se ne va / come avete fatto tu e Parigi / trattenendo la vita mia / appena sbocciata / alla prima alba.”).
Titolo perfettamente aderente al contesto poetico esposto nel libro, “I Blues” di Jonathan Rizzo, con il suo ritmico e a volte sincopato procedere dei versi, richiamano perfettamente il disagio, l’amarezza e il rimpianto, ma anche la gioia di vivere, la determinazione e la consapevolezza di un canto poetico che affranca ed innalza il cuore dell’autore, e quello di tutti, verso orizzonti tersi e sinceri.


L’erba verdeggia

 

Fallo a brandelli,

così che possa bruciarne i coriandoli.

 

L’erba verdeggia,

ne siamo schiavi.

 

L’osserviamo lontani

cresce al vento,

tesi con lei verso la notte calante

silenziosa di sogni appesi.

 

L’erba verdeggia,

ha il colore del tempo

che ignaro ignora

l’età gentile svanire.

 

Falcia il prato

col rispetto nel tocco

di chi imparò curando

l’anima crudele dei gigli.

 

L’erba verdeggia di luce propria

come il riflesso perduto di me

nel bosco dei tuoi occhi.

 

***

 

Pollice ed indice

 

La fantasia galoppa.

 

Immaginarti nuda

ad accarezzare l’avorio

fianco al nero petrolio.

 

Capezzoli amazzoni,

il pianoforte come trasparente macelleria.

 

La giovane pittrice

pollice e indice

fine tratto,

Castore e Polluce,

tratteggia la tua superficie.

Mi perdo ed intingo

l’inchiostro con la lingua.

 

Siamo noi tre,

Dama, Regina e Re.

 

Il tuo piano,

la sua mano

e l’assolo della mia penna

nel teatro vuoto

dall’infuocato eco.

 

 

***

 

Le ombre sul mare

 

La barca

come ricordo dell’anima

rimane

abbandonata sul mare.

 

La luna specchio

di lontane lampare

in leggere tessute vele

e piccole perdute stelle

eco a luci lontane.

 

Ad affogare

in tenui pioggerelle

vibrano fiammelle,

lacrime od onde.

 

L’uomo ed il mare,

io e Baudelaire,

il silenzio che urla

senza fiatare

e poi sfiora

la pelle col sale.

 

Ma non puoi toccare

le ombre del mare.

 

***

 

Come il sorgere del sole

 

Aspetteremo l’alba

seduti al belvedere

dove si spegne Parigi

quando si accende il giorno.

 

Belleville terrazza amica

ci porterà in dono l’aurora

in una tazzina di caffè

da bere in controluce

alla tua tenere aurea figura.

Champagne per colazione

sull’erba nudi a far l’amore.

 

A pensarci bene

la felicità è come il sorgere del sole,

calda e naturale,

ma passa e se ne va

come avete fatto tu e Parigi

trattenendo la vita mia

appena sbocciata

alla prima alba.

 

 

***

 

Emme di mare

 

Inchiostro di pensieri immersi

nell’unico blu possibile.

 

Sparirei in un solo boccone

divorato

dall’eterno leviatano,

bianco di cuore,

nobile e candido amore.

 

Ma l’arenile si fa

tavola sterile,

ed io tutto al più

mi riduco a pasto senile.

 

Ma la mia ratio

mi pone scacciato dall’uomo,

lontano nell’Oceano.

 

Mia sconfinata anima.

 

Madre acqua,

riflesso in te so di essere

protetto dolcemente

e nel tempo caro,

sbattente sulla battigia,

osservato dalle tenui spume.

Ben fin oltre

l’accalcato respiro d’orizzonte.

 

Ma io

sono solo

un uomo

vittima del gentile trucco da nuvola

in cui volo.

 

Per cui limitato e leggero ti saluto

nel sorriso favola,

il quale tenero gabbiano,

lontano piano piano,

viene dimenticato ed evapora.


(Testi poetici tratti da: I Blues, di Jonathan Rizzo, Edizioni Ensemble, Roma, 2023; prefazione di Marco Incardona)

Jonathan Rizzo, di origini elbane, è nato a Fiesole nel 1981. Cresce e studia a Firenze fino alla Laurea magistrale in Scienze storiche. Da lì si trasferisce a Parigi per scrivere il suo primo libro, L’illusione parigina (2016). Poeta e narratore, autore prolifico, con Ensemble ha pubblicato le raccolte poetiche: La giovinezza e altre rose sfiorite (2018) e Le scarpe del Flâneur (2020). Il volume I Blues conclude la “Trilogia dell’Innocenza”.


mercoledì 11 ottobre 2023

Cinque inediti di Alessandro Barbato

Volentieri pubblichiamo qui di seguito alcuni testi inediti di Alessandro Barbato, che già ospitammo in questa rubrica (https://transitipoetici.blogspot.com/2021/10/la-poesia-di-alessandro-barbato.html). Voci di poeti validi, che lavorano spesso in ombra, lontani dalla notorietà ma non per questo da considerare semplici amanti della poesia che scrivono solo per mero divertimento o per esternare la proria creatività artistica. Alessandro Barbato è un giovane poeta serio consapevole del proprio talento e con la giusta misura di quella umiltà che connota i veri creativi, propone ancora questi suoi versi, come sempre significativi, densi e ricchi di metafore.

 

Qualche scalza parola

 

Sono finite scalze le parole

allineate con pazienza

quasi d'ape, per sofisticare

i giorni di sussurri e pronunciarli.

Non hanno più le suole per salire

le montagne di vapore

che nascondono alveari,

né per scendere correndo

e rallentare solamente

quando è il caso di girare.

Però dovresti proprio immaginarle

mentre cercano lo stesso

di vederti o di sentire quando arrivi.

Per camminare scalzi occorre avere

piedi buoni e buone strade,

oppure fame e sete insieme,

tanta voglia di tornare.

 

 

***

 

Cambiostagione

 

Verranno a breve piogge e temporali

da ponente, dove fuggono

le anime cacciate via dal mondo.

Si modelleranno nubi

all'orizzonte e nell'incavo

dei tuoi occhi ricadranno goccia a goccia

le domande e gli sbadigli.

Sembreranno più affannati

anche i respiri con il vento

sempre alto e a un roveto

trascurato sarà simile il giardino,

quando pur concederemo

ancora al cielo una parola.

Nel frattempo puoi accudire

i tuoi propositi di luce:

sono fermi, qui accucciati

sulla coda dell'estate

che si sbuccia le ginocchia e corre

a casa senza piangere, né chiedere

più tempo a vecchi sogni sparpagliati.

 

 

***

 

I pensieri cattivi

 

Vedo impigliarsi a quest'aria salmastra

i pensieri cattivi e sempre

li asciuga, li fa più leggeri:

quasi somigliano, dopo, ai capelli

rimasti intrecciati sul pettine

usato prima di uscire per vite

lontane, risposte ormai avute.

Ecco cos'amo del vento che soffia

di sabbia e di sale, del tempo

che sbianca le scarpe, insabbia le strade:

il lieve sospiro che dice,

non chiede, il cieco tornare

di ogni onda al suo nido

e qualche racconto di filibustiere.

 

 

 

***

 

Se fossi più paziente quando cerco

 

Se fossi più paziente quando cerco

soltanto di sentire nelle pause

tra i respiri la piccola vertigine

di fiato che scompare in questo battito

che unisce i nostri vuoti, potrei forse

rinunciare a costruire, a dire, fare,

ai pochi e scalzi desideri, ai tarli,

al pane, alle preghiere e finalmente

avvicinare le mie dita a sponde

azzurre come i cieli; mentre si aprono

nel traffico di nuvole per dare

incerta luce bianca ai brulli, miseri

sentieri in cui nascondo le mie gioie,

incastonate alla tua voce

 

 

***

 

 

Lucciole e lanterne

 

Discreta scorta ho fatto

di lucciole e lanterne, per le notti

che si aggirano furtive

come ladri alle finestre

che hai sprangato per lasciare fuori

i venti e i cieli pallidi di freddo.

Mantienile nel caldo di quei sogni

dove non finisce il giorno,

non si placano le chiacchiere

d'estate e le canzoni e questa voglia

di restare in quiete al Sole,

quasi pietre, o nude rose del deserto.

venerdì 6 ottobre 2023

"Lontano dal centro", poesie di Antonio Josef Faranda, RPlibri

Lontano dal centro è il titolo di questa interessante raccolta poetica del giovane Antonio Josef Faranda, edita da RPlibri di Rita Pacilio, sempre attenta e competente nel proporre nuove voci che si distinguono nel vasto mare dell’attuale produzione poetica. Oltretutto, il nostro autore è anche un valente musicista, laureato in chitarra e composizione jazz al Conservatorio di Benevento, il che consolida la sua anima fortemente creativa, dedita con passione, studio e ricerca, a queste due attività artistiche di non sempre facile frequentazione.
Proponiamo qui alcuni testi tratti dalla sua raccolta, in cui si evince la profonda riflessione sul senso dell’esistenza, laddove il “centro”, metafora indovinata di un caposaldo immaginario ma necessariamente granitico, al quale affidare le proprie certezze. In una società che tende a frammentare e ad allontanare da questo “centro” ogni azione e ogni pensiero positivo, in un consesso cosiddetto civile dove l’umanità è ormai precaria e defraudata d’ogni luce divina e tutto precipita nel vuoto delle banalità, il poeta sente, avverte lo smarrimento, ricordando (e ricordandosi!) però del centro, della centralità da cui attingere ancora valori e fondamenti per il buon vivere futuro: “Qui, / nelle mie terre / aride e arcaiche, /proprio qui, incontro il tempo / al buio quando nello spiazzale / mi fermo.”
Un poeta interessante, che fa emergere, con i suoi versi brevi, a volte epigrammatici, il rovello interiore alimentato dalle incertezze e dai dubbi della quotidianità, ma anche la delicatezza e la solarità di un progetto di vita che si ricongiunga al “centro” fondamentale di essa.


Smarrirsi

poi il vuoto

la nube ancora lì

sorta dentro di me

non so quando.

 

Perché fuggi per poi tornare?

Ricordando che sei lì,

con occhi a guardare.

 

 ***

 

Qui,

nelle mie terre

aride e arcaiche,

proprio qui, incontro il tempo

 

al buio quando nello spiazzale

mi fermo.

La luna a pieni occhi

osserva

il mio guardare la vecchia madre

che stende il fresco bucato, ora

curiosa ricambia lo sguardo.

 

La quiete essenza

delle notti d’estate è nell’aria:

un’antica magia ferma il tempo

dipingendo l’istante.

 

 ***

 

È da questa vetta che posso

rincorrere ciò che vedo:

un’azzurra distesa

che non ha fine

né inizio.

 

Echi di mondo abbracciano

evocazioni lontane.

 

Le amate distese del tempo

mostrano i segni.

 

Mutano al loro moto.

 

 ***

 

Tra i denti con dolore

stringo sogni

ma a poco a poco

la vista appassisce.

 

Non riesco a vedere,

per quanto corra

rimango immobile

al punto di partenza.

 

Negli occhi la realtà

svanisce come un vecchio

fantasma stanco di vagare.

Non rimane che un boato

un urlo che si espande

nel vuoto più assoluto.


Testi tratti da:

Antonio Josef Faranda, Lontano dal centro, RPlibri, 2023

Antonio Josef Faranda nasce a Sant’Agata de’ Goti (BN) il 12 novembre 1996.
È poli-strumentista, compositore e produttore musicale. 
Si è laureato in Chitarra Jazz e in Composizione Jazz presso il Conservatorio “Nicola Sala” di Benevento. Per la sua Tesi di Laurea magistrale ha composto una Suite per orchestra jazz dal titolo “Iter Animae Ad Divina” in cui ha musicato alcuni versi tratti dalla Divina Commedia. Attualmente frequenta il corso di Composizione tradizionale presso lo stesso conservatorio. È operativo presso il suo studio di produzione ad Airola (BN) dove compone, registra e produce i suoi brani reperibili su tutti i digital store con il suo nome d’arte Joseef. 



martedì 26 settembre 2023

Il senso dell'attesa in "Waiting room" di Giovanni Bracco

Ritorniamo volentieri a parlare di Giovanni Bracco (https://transitipoetici.blogspot.com/2021/12/nocturnes-la-drammatica-attualita-nelle.html), segnalando questa sua recente opera poetica, intitolata Waiting room, edita da Cyberwit.net nel corrente anno. Una raccolta singolare, composta da testi scritti sia in italiano che in inglese, come nel precedente “Nocturnes”.
Qui il tema di fondo è l’attesa, introdotto in modo davvero appropriato dallo stesso autore, che apre la raccolta con una citazione di Mark Strand: “Nei quadri di Hopper ad accadere sono le cose che hanno a che fare con l’attesa. Le persone di Hopper paiono non avere occupazioni di sorta. Sono come personaggi abbandonati dai loro copioni che ora, intrappolati nello spazio della propria attesa, devono farsi compagnia da sé, senza una chiara destinazione, senza futuro.” (Mark Strand, Hopper (1994).
"L’attesa" di Giovanni Bracco è in sostanza uno stato particolare della sua filosofia di vita, non certamente inerente alla mera dimensione temporale, o almeno non soltanto a quella, ma piuttosto ad una più attenta osservazione della realtà circostante, nei dettagli anche minimi e apparentemente insignificanti, durante la quale il tempo sembra rallentare, attenuarsi, per dare maggiore spazio ed enfasi a riflessioni e considerazioni, anche a ricordi, suscitati da tali osservazioni. Così il racconto poetico si snoda con coerente continuità tra sale d’attesa, stazioni, isole, panorami, ma anche attraverso ricordi familiari e riflessioni indotte dal susseguirsi delle stagioni. Dappertutto, in queste poesie di Giovanni Bracco, c’è la pacatezza del dire, quasi un soffio di parole, pensieri delicati che ci giungono gradevolmente e che ci stimolano ad ulteriori considerazioni, come ogni buona poesia, nella sua sintesi, riesce a evocare.
E qui il discorso continua anche in modo globale, proponendo la versione in inglese, tale da abbracciare veramente una platea più ampia di poeti e di amanti della poesia. Noi ci limitiamo a proporre qui alcuni brani in italiano, lasciando ai nostri lettori, che sempre ringraziamo, il piacere di leggerli ed eventualmente commentarli.

 

Procida

 

Su un’isola si aspetta

anche se il mare è calmo.

Sulle isole ho visto

poca gente di mare,

perché è gente costretta

a starsene lontano.

Sulle isole c’è gente

attaccata ai limoni

ai conigli, alle vigne

e a tutte le fortune della terra;

che si ama nella spuma degli scogli

ma se c’è dietro un vento di cicale.

 

 

***

 

Milano Centrale

 

La grata arrugginita del cancello

dove il marciapiede si restringe

e finisce la volta centrale

di Milano Centrale.

La gente che si accalca a ridosso

dell’ultima carrozza

per una sigaretta. Noi, tra poco,

volteremo all’aperto

come i fiori che cercano la luce.

 

***

 

Sala di attesa

 

Domenica, il tempo rallenta. Il fischio

tardo del capostazione scuote

il torpore dei carri semivuoti,

si perde fra i gerani col crescendo

progressivo dello sferragliamento.

 

Mi avvicino allo scemo che ha dormito

fra i giornali nella seconda classe.

“Sala di attesa”, leggo. Ride muto,

gli occhi perduti nei binari: quello

sorride sempre. Aspetteremo insieme

le sorprese del prossimo convoglio.

 

 

***

 

(La madre)

 

La mano bianca sopra il letto bianco:

ed ora siamo soli nella stanza,

la stanza in cui si viene per morire.

 

Eri stonata e non mi hai dato il canto,

ho preso e amato cose anche staccandomi

dal tuo giudizio, e con qualche fatica.

Ma la curiosità del mondo e l’ambizione

li devo per intero a quei tuoi occhi

dolci e mobilissimi, un’ansia

positiva del dopo (a te, peraltro,

non piaceva scavare nel passato).

 

Ho fatto in tempo a dirti ch’eri stata

molto brava, una madre esemplare,

anche per la prontezza trascinante.

Poi quando non abbiamo più parlato,

la mano bianca si è levata un poco

additandomi un punto indefinito.

 

Su un vetro della metropolitana

nel mio ho visto il volto di mio padre,

incorporato per la prima volta,

severo, ma con gli occhi disarmati.

 

In quel riflesso, il segno di un passaggio,

la fine della lunga giovinezza,

ora compressa dietro al mio sgomento.

Non ho provato alcuna tenerezza.

 

 

***

 

Autunno


Il traffico insiste sulla strada

malgrado il pomeriggio di domenica.

Lo studio che s’annotta poco a poco

carica d’ombra immagini di morti.

Indovino il sorriso di mio padre

nella fotografia in mezzo ai libri,

lo sguardo mite, un velo di mestizia

che riconosco nei miei stessi occhi,

la nostalgia di un verso non espresso.

 

 

***

 


Tre giorni a primavera

 

Tre giorni a primavera. Il ciclamino

soffre un poco nel vaso sul balcone:

più acqua e all’ombra. I semi del malvone

è l’ora di interrarli nel giardino.

Nell’agenda è segnata ogni stagione,

coi compiti, le fasi. Solo manca

quante vendemmie ho a disposizione.


Testi tratti da: Waiting room, di Giovanni Bracco. Translations with Heather Milligan and Federica Giovannelli

domenica 24 settembre 2023

Donatella Nardin e il suo "Occhio verde dei prati"

L’”occhio” attento e sensibile di Donatella Nardin, stimata poetessa veneta, raccoglie qui le immagini, i panorami e i ritratti di una natura che si estende dal visibile fino alle più segrete stanze dell’anima, dove non è da tutti percepire l’armonia e la bellezza dell’intero creato. In questa pregevole opera letteraria l’autrice si immedesima essa stessa nell’”occhio” verde dei prati, ed è come se, in un rapporto rovesciato, fosse la stessa natura a parlare e a decantare attraverso la poesia dell’autrice. Un rapporto rovesciato, sì, ma intenso e appassionato, laddove la forza della sua poesia tende a nobilitare un mondo, una natura, che troppo spesso, specialmente in questa nostra epoca così travagliata e degradata, viene sottovalutato se non addirittura ignorato o anche offeso.
È dunque un immergersi completo nel mondo, un abbeverarsi alle fonti naturali del creato, ed è significativo notare, in filigrana, che la poesia, questa poesia di Donatella Nardin, decantando la natura, in effetti mira a ristabilire, a recuperare un equilibrio sacro tra umanità e natura stessa, con la consapevolezza che l’uomo ne fa totalmente parte, malgrado la sua indifferenza nei confronti di questa.
Un richiamo alle radici autentiche, insomma, e in fondo un obiettivo, una speranza, per ricostruire un “mondo altrove lì dove, / in pura nostalgia di pace / e di unità, potranno sottrarre / al tempo giorni migliori / nei bimbi deporre ossa / e vertebre miti…”
Caratteristica interessante, la scrittura poetica di Donatella Nardin, la quale fa sovente uso di termini uniti insieme in un solo vocabolo (sassopietra, nuvolafiore, blunube), libertà stilistica originale e indovinatissima per rafforzare in modo elegante, quasi fiabesco, e in modo coerente alla tematica dell’opera, le immagini e i concetti evocati dai singoli termini: così, sassopietra dà l’idea di un macigno più duro e massiccio, nuvolafiore un ghirigoro arabescato in cielo, e così via.
Ad impreziosire la raccolta, la versione in inglese dei vari testi, ben curata dall’abile Ivano Mugnaini, anche lui poeta di grande spessore.

Proponiamo qui di seguito ai nostri lettori alcuni testi tratti dal libro, tralasciando per motivi di spazio la relativa traduzione in inglese.


L’occhio verde dei prati

 

L’occhio verde dei prati, risvegliato,

fa nido bevendo la nuda

chiarità del mattino

come le vite care appese alle finestre

del loro infinito mancare,

come il biondosole, amore riverso

tra le scapole azzurre rotte

da assenze, commiati, afasie.

Ringraziare ogni risveglio che sia

sassopietra o nuvolafiore,

nell’attimo essere immensamente

grati – ai prati, al mondo, fosse

pure ai respiri affannati –

prima che il verde esca dagli occhi

come le vite care divenute

allo sguardo pura nostalgia.

 

 ***

 

Le madri

 

Si è riempito di buchi dolenti

il cielo infuocato da guerre

e da siccità.

 

Senza dirlo a nessuno,

le madri hanno raccolto in sé

i figli e sono fuggite

 

a fare mondo altrove lì dove,

in pura nostalgia di pace

e di unità, potranno sottrarre

 

al tempo giorni migliori

nei bimbi deporre ossa

e vertebre miti

 

purissimo un sangue nuovo

e ritrovato un futuro, speranza

che non muore

 

nella sua gratuità.

 

 ***

 

L’uomogroviglio

 

Macchia le malve sottili

il volo aggraziato di una garzetta,

proteso il punto perfetto in cui

stanno insieme – nell’animo come

nei sensi – finito e infinito.

 

Solleva lo sguardo dal nulla

l’uomo groviglio, blunube

sulla laguna – che c’è ma non

si mostra – tenta di mettere

al riparo la vita sotto un maglione

infeltrito.

 

Che sia benedetto il punto perfetto

come le malve sottili

rientrati nei corpi e nelle menti

percorrendo le soavissime

vie dello stupore, invisibili

ai più.

 

 ***

 

Verdegiada

 

Ti sia occhio questa turgida luna,

disseminata a cuore

nelle stanze inconcluse

mentre fuori impazzano lotte

e tormenti, notturna commozione

il sangue versato sul suolo

stremato.

Ti sia pace fuggevole il raggio

che verdegiada artiglia le sponde

come il lento gocciolio

di un sorriso

colato a dismisura sugli affanni

e più lieto si schiuda il giorno

dopo aver attraversato

la vera afflizione e placida scorra

un po’ di luce – come un dissepolto

abbraccio – dai miei pensieri

ai tuoi.

 

 ***

 

Un fermaglio di perle

 

Un fermaglio di perle

abbandonato con noncuranza

sul davanzale come l’inudibile

gelo sceso tra noi.

 

Difficile al vivere vero

il sopravvivere, nella colpa

di esistere testimoniare

la propria innocenza

 

con due boccioli

infilati a raggiera tra i denti.

Campanula accoccolata tra

gli alisei, dal nero più nero

 

spremere profumi gloriosi

privi di senso ancora.

 

 

*** 

 

L’alberofiore

 

Ci circondano acque e cieli

invecchiati con noi:

nel guardare ci osserva

la loro bellezza come,

– per mai arresi sentieri –

in modo nuovo ogni volta,

un’antica frescura,

o forse un frinire di sere attorno

all’alberofiore,

le nuvole batuffoli scuri

nell’inanità.

È l’atto semplice che conforta

qui, proprio qui, nei luoghi

amati dei molti, irrisolti

perché

 

 ***

 

Gli ultimi sogni

 

Chissà a chi appartengono

i sogni ammucchiati

in un angolo buio della cucina.

 

Forse a questo presente di umori

molesti e d’imperanti stridori.

Bagnati dal nulla

 

sono divenuti in pochi istanti

cibo per l’aria e per gli uccelli

come ben sa chi non appartiene

 

a nessuna casa, a nessuna vita,

in minime scintille

solo alla poesia e nulla più.

 

***

Donatella Nardin, L’occhio verde dei prati, Fara Editore, 2023
The green eye of the fields
Versione inglese di Ivano Mugnaini
Nota introduttiva di Carla De Angelis
Postfazione di Riccardo Deiana

Donatella Nardin è nata e risiede a Cavallino Treporti-Venezia. Dopo gli studi classici, ha lavorato nel settore turistico con incarichi dirigenziali. Sue poesie e racconti, pluripremiati in numerosi concorsi letterari, sono stati inseriti in raccolte collettanee di diverse case editrici come LietoColle, Empiria, La Vita Felice, Puntoacapo, Terre d’ulivi, in antologie di concorsi letterari, in riviste di settore anche straniere, in siti web e lit-blog dedicati. Alcune sue liriche sono state tradotte in inglese, in francese e in giapponese. In poesia ha pubblicato: per le Ed. Il Fiorino la silloge In attesa di cielo e la raccolta di haiku Le ragioni dell’oro, per Fara Editore Terre d’acqua e Rosa del battito. Sue sillogi brevi sono inoltre risultate vincitrici di selezioni per i recenti volumi antologici L’altra metà del cielo Ibiskos Ulivieri Editore, per Distanze obliterate Puntoacapo Edizioni e per il Premio di Poesia Città di Mestre 2022 (Mazzanti Libri). Da segnalare infine l’uscita a breve della raccolta poetica Il dono e la cura (Aletti Editore) con la traduzione in arabo da parte dell’Accademico Emerito Professor Hafez Haidar.




Alda Merini vista da Ninnj Di Stefano Busà