lunedì 24 ottobre 2022

Nella cenere dei giochi, di Irene Sabetta

Bisognerebbe conoscere, se non proprio a fondo, almeno in buona parte, la persona-artista-poeta, per poter esprimere qualche giudizio o riflessione in merito alla sua attività creativa, senza correre il rischio di deviare eccessivamente da quanto l’autore stesso, più o meno inconsciamente, ha voluto intendere con la sua opera. La cosa è ancora più difficile quando si tratta di poesia, e di ottima poesia, come in questo caso, perché è proprio caratteristica della buona poesia quella di apparire profonda e multi-comunicativa già ad una prima lettura, e che necessita, in seguito, per entrarvi in sintonia, un secondo o forse anche ulteriori e più approfonditi passaggi, come del resto afferma giustamente anche Maria Benedetta Cerro nella sua dettagliata e aderentissima prefazione a questo libro.
Parliamo di Nella cenere dei giochi di Irene Sabetta, una raccolta complessa, molto articolata, che prende subito e trascina il lettore in un’atmosfera di forte impatto emotivo, per gli aspetti personali e sociali, per le memorie e soprattutto per le notevoli riflessioni di carattere umano e persino filosofiche ivi descritte, naturalmente con una poesia alta e densa di significati. D’altro canto, non basta soffermarsi ad una prima lettura, non sufficiente ad entrare nella profondità del pensiero dell’autrice, sebbene l’armonia e la fluidità schietta dei versi costituiscano già una valida e gradevole opera letteraria da leggere e da condividere.
Bisogna dunque penetrare nel cuore delle storie, tentare di percepirne quel grumo di essenzialità che ha generato tutto il progetto poetico di Irene Sabetta, cose che, e capita spesso nei buoni poeti, neanche l’autore ha chiare dentro di sé, ma che riesce ad esternare soltanto con la sua magistrale arte poetica, laddove il celato, l’appena accennato, il non detto, l’allusione, la metafora, urge a fior di verso, pronto ad essere colto dal lettore più attento.
E cosa ci vuol dire veramente Irene Sabetta con questa sua nuova prova letteraria?
Rispetto al lavoro precedente, Il mondo visto da vicino, Irene Sabetta ha aperto con questo suo ultimo libro, un orizzonte più drammatico e complesso, transitando da riflessioni ispirate da luoghi, paesaggi e nature, a quadri molto più profondi del proprio vissuto e della sua esperienza di vita in rapporto con il suo mondo e i suoi cari. Si tratta di un’evoluzione che racchiude comunque in sé la continuità di certe riflessioni che l’autrice propone, soprattutto a sé stessa, laddove si pone al centro di una storia che ha molto influenzato, e influenza, il suo pensiero e il suo comportamento. Storia di vita che, bene o male, tutti hanno avuto ed hanno, ma che solo la poesia può in qualche modo renderla interessante e condivisibile, e non parlo solo dal punto di vista emotivo, vibrante e coinvolgente come se fosse davvero la nostra storia, il nostro patire, il nostro gioire, le nostre scelte di vita!
Irene Sabetta è dimidiata tra la cenere della fatuità della vita e i giochi rosei di un’infanzia ingenua e innocente ma libera e autentica. Alla fine cenere e giochi si integrano, si confondono, diventano un unico pathos, un ribollire di memorie e di scelte dolorose ma necessarie. Come pure si confonde la figura dell’autrice con la figura di sua madre, in una narrazione poetica che attualizza la memoria, fa rivivere la madre in sé: “Non guardarmi / che rimesto nella cenere dei giochi /per trovare un po’ d’ombretto”.
È dunque un dettagliato percorso commemorativo ma anche di rinascita, di ripresa della propria dignità e della propria libertà, dopo le amarezze e le angherie subite dai genitori e rivissute in prima persona dall’autrice, fatte proprie, come pietra miliare per una nuova costruzione di sé, più forte e più schietta, più determinata, ma anche più sacra, tanto da rimanere ancora “scalza” in quella stanza della morte e dell’abbandono, fulcro paradossalmente vitale della sua nuova vita, del suo nuovo risorgere come araba fenice dalla cenere dei giochi, come giustamente afferma anche Maria Benedetta Cerro nella prefazione, e che si manifesta in modo particolare in quel capolavoro di brano in prosa che è Iris, al centro, nel cuore del progetto poetico del libro.

Proponiamo qui di seguito alcuni brani tratti dal libro.


Riscatteremo i nostri anni dell’università

per non cedere il passo agli acciacchi.

Imporrò al mio corpo

una dieta ferrea.

Benderò gli animali che ho in casa

e coprirò gli specchi e le pareti riflettenti.

Non conterò più i mesi

che mi separano dalle mie figlie.

Sento qualcosa che si assottiglia

come l’elastico di una fionda tesa,

un frutto dopo che hai tolto la buccia,

le caviglie di mia madre,

un limone spremuto.

 

 

***

 

Ordalia

 

T’accendi d’ormoni a centinaia

la fiamma t’attraversa

di rabbia e d’abbandono.

Eravamo la regina eravamo

la mamma e la figlia

io ero il ferito tu il cane l’ambulanza

io ero il prato tu la mucca la fontana.

Facciamo che eravamo facciamo

la merenda il compleanno il girotondo…

cascò il mondo.

Senza mano, non mi dare più la mano,

non toccarmi mentre supero il recinto,

non guardarmi

che rimesto nella cenere dei giochi

per trovare un po’ d’ombretto.

Alla larga, l’onda lunga dell’istante

estendibile all’eterno

si rapprende in un ruvido bozzolo intricato

un gomitolo di fil di ferro

un grumo di sangue cruento

successione di scossoni

non più fiume

ciclo

non più flusso.

 

 

***


Brucia tutto

 

all’altra Irene

 

Ti ho vista

ergerti sulla croce

con i chiodi di traverso.

Dormire a testa in giù

nell’assemblea degli esperti

ammutoliti tra le tele

che tu avevi dipinto con gli sputi.

Maestra dell’annullamento.

Regina di tutte le fate

morte di fame nella distilleria.

La casa in piena curva

metteva a repentaglio la vita e la salute

dei tuoi sogni futuri,

troppi da mettere in riga.

E ogni mattina

reinventavi il padre

e la madre

e camminavi accorta

lungo la striscia d’asfalto

con i piedi nell’acqua

del fossato erboso.

Benedivi e bruciavi,

a giorni alterni,

numeri, teoremi e costellazioni

e con i resti

giocavi a costruire

torri celesti

dai ripiani

di piombo e fiori finti

per non riflettere il passato e l’orrore del passato.

Fatica straziante

delle ore nelle braccia conserte,

mitigata dal canto intermittente

delle rane

tra le canne intorno al lago,

tentazione permanente

di frescura e calma piatta.

La zattera al posto del ponte,

l’amore al posto dell’inutile,

l’arte al posto del cibo

erano traccia della tua

malinconica rivoluzione.

Ora che sei solco e sei aratro,

fiamma e plastica arsa,

tendimi una mano

e tirami gù con te

nel nero fluido e brillante

di feccia e diamanti

e insegnami l’onestà

del sonno e della cenere.

 

***

 

Me

 

Astraggo dall’io

per essere me stessa.

Myself. Sono mia

ma non mi voglio.

Identità di carta velina.

Non fate caso alla foto.

È uscita male.

Tutti noi siamo usciti male,

perfetti come pensiamo di essere,

imperfetti come siamo.

Colpa di Amleto!

Colpa del fotografo,

dell’anima perplessa,

della smorfia di dolore

sul lettino in sala parto.

Colpa della formula dimenticata,

di questa cosa che deve essere

continuata…

 

***

 

Mattina di novembre

 

La promessa autunnale

di frutti fuori stagione

al posto della pioggia.

Il fiore nel vaso sul balcone

disegna angoli inespressi

del suo apparire.

Le conversazioni al telefono

della sera prima

a fermentare sulla tavola con il vino.

 

Ho visto una poesia

alzarsi e camminare

libera e scalza attraverso i muti.

Tra poco rinascerò anche io.

 

 

***

 

All’immaginazione preventiva

 

Se camminassi sulle parole

la tua poesia reggerebbe il peso.

Potrei usarla

per raschiare il fondo d’acciaio

o per piantare

chiodi alle pareti.

Potrei costruire città

o giardini accoglienti

impastando i tuoi versi

a calce viva.

Finalmente parole utili.

Se costruissi una scala d’avverbi

potrei salire fino all’ultimo gradino

e seguire la curva di luce.

Vedrei lontano

gli alberi cadere nella foresta

e saprei cosa fare.

Domani sarebbe adesso.

 

Irene Sabetta, Nella cenere dei giochi, La Vita Felice, 2022; prefazione di Maria Benedetta Cerro

Irene Sabetta vive ad Alatri, dove insegna lingua e letteratura inglese al liceo. Suoi testi sono presenti su diversi blog, in antologie curate da vari editori, in poemi collettivi e riviste letterarie online e cartacee (tra cui nel volume VII dell’Antologia Poetica Virtuale “Transiti Poetici” curata da Giuseppe Vetromile). Nel 2018 la casa editrice LietoColle ha scelto alcune sue poesie per l’antologia iPoet. Nello stesso anno è uscita, per le Edizioni EscaMontage, la plaquette Inconcludendo. Nel 2020 ha pubblicato la raccolta Il mondo visto da vicino, Edizioni Il Convivio, con la prefazione di Beppe Sebaste.
Collabora con la rivista periodica “Formafluens – International Literary Magazine”, diretta da Tiziana Colusso, e con Poetanza Web Radio.
Partecipa a reading e maratone poetiche.


Il libro è stato presentato all'incontro del 22 ottobre 2022 della Rassegna "Poesia è... Rinascenza", curata e condotta da Melania Mollo e Giuseppe Vetromile. Pollena Trocchia (Napoli)

giovedì 20 ottobre 2022

L'originale poesia da "lockdown" di Manuela Forgione

 

Molti sono stati i poeti che, coinvolti direttamente o anche indirettamente dalla pandemia del Covid che ancora un poco imperversa nella nostra vita, hanno scritto su questo doloroso e scabroso tema. Ecco dunque un componimento inerente al contagio e al conseguente regime di confinamento forzato che tutti abbiamo purtroppo sperimentato. L’autrice è Manuela Forgione, di Benevento, classe 1982. Il titolo della poesia è “Il silenzio ha un foglio illustrativo”; la narrazione poetica si snoda con toni di evidente ironia, comparando il silenzio delle costrizioni e delle limitazioni dei movimenti personali che si sono rese necessarie per limitare il contagio, al bugiardino di un medicinale. Poesia originale e arguta, che lascia trapelare un senso di riscatto, di riappropriazione della propria autentica identità, in un mare di superficialità e di egoismo.


Il silenzio ha un foglio illustrativo

 

Si prega di leggere attentamente questo foglio

Prima di aprire la bocca perchè contiene informazioni importanti

Che possono compromettere la vostra salute e di chi vi sta intorno

Il silenzio ha un foglio illustrativo:

Stordire un rumore equivale a rompere un principio attivo

Smontare un suono ha un valore dissolutivo

Nel caos di eventi mutevoli che passano dalla bocca allo stomaco

La sfrontatezza di parole che vagano tra corde vocali e fasce connettive

Di un organo fisiognomico:

Mastico suoni e decibel su nuvole sospese

Di sintomatologie accese e affezioni attese,

Nelle sue indicazioni si raccomanda di utilizzarlo

In dosi bilanciate tra una riflessione e una affermazione

Per chi soffre di personalità narcisistica si consiglia

L’uso moderato prima di ferire potenziali vulnerabili

Per chi soffre di emotività si consiglia l’utilizzo di

Una soluzione a piccole dosi contro l’ipersensibilità

In caso di soggetti iperattivi si consiglia l’assunzione

In compresse ritmiche per evitare il rischio di incidenti impulsivi

 

Il silenzio teme le trappole dei troppo irritabili irascibili

Con le parole lanciate come sassi aguzzi

Talvolta non piaciute da chi assume cautele e precauzioni

Allora Si raccomanda di contare la calma

Di non sparare sulla fiamma dei più deboli.

Sai, essere ridicoli racchiude dei pericoli

Che il silenzio non sa nascondere

Di parole indecorose e taglienti

Che nemmeno un dottore sa diagnosticare

I suoi sintomi sono ricondotti a stati infiammatori

Incandescenti, inibitori dell’apparato emozionale

 

Il silenzio che abbiamo dentro rovista

Qualsiasi squilibrio funzionale

E nei suoi possibili effetti indesiderati

Sa camuffare un pensiero interiore,

In casi molto rari e di sovradosaggio

Sa manifestare un’occulta, velata frustrazione,

Il contenuto dei suoi componenti

Da’ luogo a respiri profondi associati a calma

E concentrazione.

Chi sa di ascoltarlo, di accoglierlo all’interno

Raccoglie il beneficio di interrogarsi dentro

All’alba di un nuovo giorno

Al tramonto di un sole e di un eterno cielo

Contro il tormento che celo e nascondo e che non dimostro.


Manuela Forgione è nata a Benevento nel 1982. Laureata in Sociologia, lavora da circa 11 anni come Responsabile di una Comunità per minori a rischio. La sua passione per la poesia e la lettura nasce dal bisogno di trasmettere e raccontare i propri stati d’animo ed emozioni e veicolare mediante il potere evocativo delle parole i sentimenti più intensi. Attraverso i suoi versi racconta desideri, sogni e amore, l’istinto dei sensi, la contrapposizione tra mente e cuore che sublima il consumarsi dei desideri di tutti gli esseri umani. Per lei, scrivere poesie significa comprendere sé stessi, estrinsecare i più reconditi pensieri senza timore di mettersi a nudo.

 

domenica 9 ottobre 2022

La Poesia di Carlo Procope tra "Radici e cirri"

La poesia molto spesso assume e assorbe materia e spirito dai luoghi in cui si attua, traducendone tutte le caratteristiche, tutte quelle peculiarità che ad una vista “normale”, distratta dalle solite vicende giornaliere, di solito sfuggono. Voglio dire, che poesia è figlia e madre, nello stesso tempo, dei siti e dei tempi in cui il suo fautore, nella fattispecie il poeta, vive ed opera.
È il caso di Carlo Procope, che io definirei addirittura un novello Plinio, dedito com’è all’osservazione dei fenomeni non solo naturali e geografici, ma anche e soprattutto sociali e familiari. E Carlo Procope parte proprio dalla sua terra, dalla mitica, vulcanica e lussureggiante terra flegrea (il vulcano coltivato, lasciatelo com’è da tempi remoti… declama in una sua poesia), per affacciarsi su Baia e Capo Miseno, raccontandoci i segreti anfratti, i dirupi colmi di spinai, e poi tuffarsi in quel mare così ricco di storia e che ancora, nelle sue profondità, cela capolavori e città sommerse, ferme nel loro antico splendore ma che ancora raccontano la vita e gli aneddoti di quei tempi.
Ecco, tutto questo rivive nelle poesie di questa raccolta di Carlo Procope, autore che sente, che avverte il senso profondo delle radici che lo legano a questi luoghi, e ne traduce in canto l’identità profonda, la storia, il mito.
Il titolo della raccolta, Radici e cirri, è infatti molto aderente a questa atmosfera personale pervasa anche da forti umori ed echi storici e mitici. L’autore è immerso in un mondo frizzante, genuino, schietto, tra radici e cirri, laddove le radici costituiscono un elemento indispensabile e inestirpabile, è il caso di dirlo, della sua storia terrena e del suo sentirsi parte integrante dei luoghi e dei fatti narrati, e del suo essere artefice di progetti artistici e letterari legati alla sua realtà territoriale. Non di meno, i cirri (Vanno, /come vele in un mare d'aria / come le nostre illusioni.) aprono prospettive verticali sui luoghi decantati, verso spazi di sogni, di speranze ma anche di illusioni.
La poesia di Carlo Procope, in ognuna delle sezioni in cui è suddivisa la raccolta, si mostra comunque fortemente caratterizzata da una forma piana e colloquiale, intrisa di velata affettuosa nostalgia, specie nei componimenti dedicati alla madre, la cui figura appare ancora attuale e operante, come se fosse ancora qui: Dormendo te ne sei andata / coi capelli appena tagliati / composta, pulita, / com'è stata la tua vita.
In altri testi, specie nella sezione intitolata La Voce del desiderio, Carlo Procope apre ad una scrittura sanguigna ed erotica, ma sempre elegante e misurata, e sempre legata, pure questa, alla tellurica bellezza dei luoghi che fanno da sfondo.
Le sezioni del libro sono dunque coerenti al progetto poetico complessivo dell’autore, che si muove appunto tra radici e cirri in una lunga e intelligente metafora del vivere e dell’amare, tra ricordi, sentimenti, passioni e prospettive future, quadri umani e sociali (come ad esempio nei testi L’Ambulante, l’Ortolano, a Pier Paolo Pasolini…), con un verso fermo e asciutto, ma denso di contenuti, anche quando si esprime in modo laconico, in flash illuminati di soltanto due o tre versi.
Una poesia, quella di Carlo Procope, che senz’altro a mio modesto parere si colloca tra le più intelligenti e propositive dell’attuale panorama poetico.

Il vulcano coltivato


Lasciatelo com’è

da tempi remoti.

Lasciate ai margini della sua ripida selva

il temibile solitario Lupone,

la casetta rossa irraggiungibile,

lasciate sulla vetta le chiuse vigne in vista del mare,

i dirupi colmi di spinai,

il sentiero ombroso

avvolto dall’erbe e dai rovi,

non disturbate i ragazzi nel fogliame,

lasciate la selva, dove torna

da lontani cieli la beccaccia,

lasciate nella valle l’immoto verde silenzio,

le speciali mele rosse,

il piccolo borgo

con animali e contadini medioevali,

lasciate all’alba la nuvola nel suo centro.

Lasciatelo com’è.

Non fatene una domestica consolazione.

 

***

 

Sono le sei d’un mattino di giugno.

Nuoto nel mare quieto di Baia, a largo.

Scendo sul fondo, in mezzo al corallo,

a pesci variopinti, su prati fluenti,

alghe che racchiudono strade, mosaici,

anfore e ondeggiando blandiscono

distese colonne di marmo; nuoto ancora

e sullo sfondo d’una grotta, nella limosa

acqua verdolina, intravedo corpi bianchi

e spettrali: Ulisse che porge la tazza fatale

a Polifemo e la mitica scena, sul fondo marino,

pare un fatto realmente avvenuto.

 

***


Nell' orto novello

c'era una piantina mai vista.

Di mano in mano è passata,

nessuno la conosceva.

L'hanno portata a mia madre.

Nemmeno lei l'aveva mai veduta

ma scostate le foglie

l'ha indagata dentro,

in fondo al cuore,

ed ha capito cos'era:

un cavolfiore.

 

Seduta al tavolo

mia madre guarda un quiz in televisione.

I suoi occhietti fissano i dettagli

misteriosi e mentre noi

davanti a quelli ci smarriamo

lei comincia: “ A me…me pare... ”

E indovina una borsa! un cappello! un attrezzo!

con un tono così appassionato

che sembra abbia riconosciuto

vecchi compaesani.

 

Mia madre non è una contadina

né ripara borse, cappelli o attrezzi

solo conosce bene

le cose che usa o che mangia.

 

 

***

 

Coppia

 

Era un pomeriggio d'estate.

Nella penombra riposavano sul letto

nudi e placati.

 

D'un tratto lui si sentì sfiorare il fondoschiena,

come da un’onda di seta.

Di scatto volse il capo, poi sorrise.

Era lei: con la sua erba lo aveva sfiorato.

Ora si muoveva lungo il suo corpo,

senza posarsi.

A occhi socchiusi lui ascoltava quel senso sospeso

e un'altra nudità cominciava ad abitarlo.

 

In quell'intima ombra

i nuovi corpi s'amarono in silenzio,

misurando i gesti

e più c'era misura

più c’era infinito.

I confini sparirono.

Respiri, desideri, ferite,

diventarono un'unica esistenza.

 

Quando si ritrovarono viso a viso

congiunsero le bocche con ardore,

e quel bacio fu come un sigillo

su quel sacro mistero.

 

 

***

 

 

Una sera in quell’albergo malandato

mentre stringevo la tua nuda bellezza

un moto profondo mi schiuse l’anima:

“ Ti amo!” dissi, ma con un tono grave

che mi lasciò sorpreso

e in quell’istante vidi lungo il fiato

un’eterea sostanza bianca fluttuare

e poi, fermandosi, aprirsi a corolla:

era il mio “ti amo”

galleggiava nell’aria

in forma di fiore;

lo guardavo con gli occhi allargati,

fermo dentro di te,

incapace di pensare;

lentamente ripresi ad amarti

continuando a fissare quell’entità

poi la tua bellezza m’avvinse

divenendo tutt’uno col mistero.

 


***

 

Cirri

 

 Appaiono

con bianca grazia

                  nei più alti azzurri

vagando dritti nella luce.

 

                           Stanno,

           fiocchi acquosi,

ai confini del cielo,

nelle vertigini rarefatte,

                 galleggiando

 senza ombre.

 

 Sono pochi

 d'improvviso molti.

                              Aneliti ignoti

                       giovani respiri

 

                                  velli dell'Olimpo.

                              

                                   Si muovono

 riprendono il loro lento viaggio aperto.

                                 

                                  Vanno,

    come vele in un mare d'aria

  come le nostre illusioni.

 


***


Quando un incontro

risuona dentro

le ali del tempo

girano in tondo

e in quel vortice

tornano i miti,

le forze che muovono

il nostro destino.

Torna l’uomo che vaga sul mare,

il poeta che scese nell’Ade,

il ragazzo che si mira alla fonte;

tornano i fauni spioni,

i tritoni giocondi,

i centauri irosi,

le amabili ninfe,

esseri che sono ancora fra noi;

li puoi udire nel richiamo delle onde

o quando la brezza muove la foresta;

li puoi vedere nelle ore che Amore

incendia i nostri volti.

Il resto non ci appartiene veramente.

 

E’ nei miti che abita la nostra anima.

 

Brani tratti da "Radici e cirri", di Carlo procope, Edizioni La Vita Felice, 2020; prefazione di Roberto Deidier.

Carlo Procope è nato nel 1962 a Bacoli dove attualmente vive. E' autore di poesie, racconti, testi per canzoni. I suoi libri sono: Le ali raccolte, poesie, ed.Del Giano '94, collana di Dario Bellezza, pref.di Elio Pecora. L'ultimo re, poesie e prose, ed.Cuen '97, pref. di Francesco Scarabicchi. Suoi versi e racconti sono presenti in varie riviste e antologie, tra cui Fiera, Origini, I Limoni, Frigidaire, Antologia poetica campana, Poeti e Poesia. Sue canzoni sono sui cd: Lottatore e Now di Marco Gesualdi; Opere Omus degli Amigdala. Oltre alla scrittura si occupa di arti figurative e di attività culturali.

Il libro è stato presentato nella Biblioteca di Bacoli il 7/10/2022, nell'ambito della Rassegna "La Musa Flegrea", rassegna curata e condotta da Annamaria Varriale e Giuseppe Vetromile.

Relatori: Giuseppe Vetromile e Nicola Magliulo.

lunedì 26 settembre 2022

Quasi madre, di Rita Pacilio

 

È davvero arduo parlare della poesia di Rita Pacilio, dovendo concentrare tutto il suo mondo in poche righe. È tale la vastità non solo della sua produzione poetica, ma anche dei temi da lei trattati, e delle diversificazioni e articolazioni delle sue ricerche, progetti e scritture, dalla poesia al romanzo, dalla saggistica alla letteratura per l’infanzia, al teatro e persino al canto, che occorrerebbe una trattazione ben voluminosa per ciascuna delle sue modalità artistiche e letterarie.
Ma veniamo a Quasi madre, raccolta poetica recentissima, edita da PeQuod e arricchita da una dotta postfazione di Piero Marelli, poeta illustre, vincitore tra l’altro del Premio alla carriera nella 18a edizione del Premio Nazionale di Poesia Città di Sant’Anatasia. È un libro intenso, compatto nella sua tematica e nello stesso tempo ricco di spunti di riflessione su alcune problematiche sociali e familiari che in questi tempi così frenetici e frammentati, spesso vengono sottovalutate o ignorate. Allora, come afferma anche Piero Marelli, l’arte, e in questo caso la Poesia, può essere valido strumento, o se vogliamo linea comunicativa, almeno per evidenziare e descrivere con tutte le nervature del caso, la complessità di certe situazioni e di certi rapporti. Tutto questo, afferma ancora giustamente Marelli, senza peraltro cadere (e facilmente ciò accade nel fare poesia) in prospettive eccessivamente melodrammatiche o scontate o banalmente pietose. E qui entra in gioco la forza, la potenza della parola e del verso, che “dice” ad alta voce la verità fino in fondo, fino al più doloroso recesso del cuore e dell’anima, senza peraltro scendere nel privato e nel personale. Ed è proprio questa luminosa veemenza della parola (e in questo libro è del tutto evidente!), che in qualche modo l’autrice riesce a confutare il dramma e il dolore, fino a far intravedere un equilibrio di accettabilità, non di rassegnazione, ma di acquisizione, di appropriamento, di integrazione. Non a caso, infatti, alla fine del libro, nel penultimo testo, Rita Pacilio afferma: “Non giudicarmi colpevole / se provo a rianimarla. Pensi mai al parto delle api, / alle mani giunte dei gelsomini in fiore? / Se sento l’allegrezza delle cose che crescono / forse è tutto: / sono troppo vecchia per odiare il mondo”.
La poesia, si sa, può anche scaturire da moti dell’anima, prendere spunto, diciamo così, da certe situazioni difficili e precarie, nell’ambito sociale e familiare, ma questa è solo una giusta partenza per generalizzare, rendere condivisibile per tutti il tema, l’argomento, rielaborandolo tecnicamente e rendendolo esteticamente fruibile. In Quasi madre ritroviamo questo principio di base, che con grande competenza letteraria e poetica, la nostra autrice applica nel porgere il suo dettato lirico inerente al rapporto con la madre. Ed è un lungo dialogo, un continuo e articolatissimo colloquio con lei, ma in definitiva anche con sé stessa, laddove riflette, ama, soffre, si dispera, odia, e mille altri sentimenti contrastanti si agitano nel cuore dell’autrice.
La grandezza, la bontà di questo lungo spinoso viaggio nel mondo materno, disallineato e distorto dalla malattia, sta a mio avviso nell’aver saputo tradurre in forma altamente poetica l’arduo e complesso sistema di relazioni tra madre e figlia. Sembra a volte che le due figure siano intimamente e osmoticamente connesse, compenetrate l’una nell’altra, senza un margine netto che le possa distinguere, pervase da un affetto umanissimo quanto ancestrale, e quel quasi madre è un tentativo, almeno per un attimo, di riconoscere nella genitrice quel legame forte e indissolubile che normalmente si stabilisce. Ma è solo un attimo, poi tutto si distanzia, si incattivisce, si ammalora, e la sofferenza riprende il sopravvento.
Una scrittura compatta, a volte trafelata, a volte serena (ma non gioiosa), che rispecchia in pieno la complessità di sentimenti, di pensieri, di intendimenti e di stati d’animo che caratterizzano nella realtà sociale, familiare e umana, questa dolorosa situazione, fin nei minimi particolari.
La poesia di Rita Pacilio è talmente alta e forte, che riesce a trattare questi argomenti (vedi anche la tematica di Gli imperfetti sono gente bizzarra, o di Quel grido raggrumato), che ruotano attorno all’universo dei deboli, della violenza sulle donne e di genere, dei pregiudizi e delle ingiustizie, con un tocco lirico vibrante e veemente, di grande resa, ma anche con una delicatezza eccezionale e con un dettato poetico aderentissimo ai contenuti, che sa essere nello stesso tempo amaro e dolce, crudo e soave, intimo e graffiante, a seconda delle situazioni, ma sempre colto, intelligente, originale: peculiarità, queste, che ritroviamo necessariamente in ogni strutturazione del buon dire e fare poetico.

Proponiamo qui di seguito alcuni brani tratti dal suo libro:

Hai messo gli occhiali scuri per non guardarmi.

Là dove sei si sciolgono parole

non ti scomodare, non devi volermi bene.

È così semplice trovare una scusa

bastano tre secondi per chiudere la bocca

centenaria. Per incapacità di amare

inciampi ancora nella calunnia

ti guardo con commozione, allungo la mano

mentre dentro di te tutte le lupe

gridano a raffica impaurite di saperti

senza pietà.

 

 ***


Lasciata nel riflesso come un filo

legato a una vertigine

sfrangiata da piccole pieghe

lei

si adorna di sogni avvampati.

Mia madre riflette cicli di giorni

e notti rimestando dialoghi

platonici, i silenzi del destino.

Se la verità non avesse segreti

avrebbe la tua limpida voce,

giardini fioriti, la porta aperta.

La senti? Ha detto qualcosa?

La divinazione è nel lampo,

nel morso di un ultimo bacio.

 

 ***


Esco dalla porta di dietro

sembro un ragno impigliato nella tasca

di un uccello.

In mano la paura della morte

tre parole balbuzienti e tutti i rumori

che fa con i denti.

L’ho lasciata nella bestemmia

lottare con il verme solitario della veglia:

Qui non dormo, non dormo.

Tremano vetri e palpebre tatuate

lei si gira piegata sul bastone

aeroplani da guerra i capelli

sulla nuca qualcuno è rimasto ucciso

picchiato a sangue.

Luisa le dà il braccio: lunedì ti porto

le caramelle.

Di colpo tutto si fa pianura e nebbia.

 

 ***

 

Ha nascosto i panni in una busta

l’infermiera si ferma più avanti

e lascia fare: Portali a casa,

qui non devono stare!

Si sente l’eco cristallina verso l’alto

qualcuno chiede la bambola per dormire

piega il colletto della camicia

come una vena rotta e mi guarda

quasi madre

disabitata con la testa curva, aspra

disperata.

Dunque tocca a me tornare all’origine

affrontare la barriera dell’orgoglio

scongiurare che lo squalo mesto e sordo

possa ingoiarmi intera.

 

*** 

 

Dalla finestra ti vedo curva, bianca

e alta

scesa dal cielo come chiara rugiada

tra me e te c’è il passato difficile

un timone spezzato senza meta.

 

Oggi ti stringerei forte!

 

Vivessi a lungo amerei la promessa

la malizia velata e incerta

perché in amore accade così.

 

Nemmeno per un attimo insieme

tu mi dici.

 

 ***

 

Mamma ti ho portato le caramelle

per rinsecchire il nodo che ho in gola,

lo faccio per me come le bianche preghiere

in cui deposito sconfitte e le cose vane

ti racconto che sto male, l’aorta, la tosse

gongoli nel tuo inferno maledetto

e non mi vedi, non mi vedi.

Sento ribollire la vendetta, aspetto

unoduetre minuti le parole che stai

pensando accuratamente. Sai spezzare

ogni ferro con la lingua, ti sale la vampata

della rabbia e dici: Maledetto il giorno

che ti ho messo al mondo.

 

 ***

 

La montagna in fiamme il giorno prima

dispera

l’ultimo lungo sospiro di sconforto

ma un merlo fischia sulle arance

perdonando il fumo delle piume nere;

non dirmi che la terra è vedova

e finita

non giudicarmi colpevole

se provo a rianimarla. Pensi mai al parto delle api,

alle mani giunte dei gelsomini in fiore?

Se sento l’allegrezza delle cose che crescono

forse è tutto:

sono troppo vecchia per odiare il mondo.


(Da: Quasi madre, di Rita Pacilio, PeQuod Edizioni, 2022; postfazione di Piero Marelli).

Rita Pacilio è nata a Benevento, vive ed opera a San Giorgio del Sannio (Bn). È sociologa di formazione e mediatrice familiare di professione; da oltre un ventennio si occupa di poesia, narrativa, letteratura per l’infanzia, saggistica e critica letteraria. È presidente dell’Associazione “Arte e Saperi”, con la quale promuove la cultura letteraria ed artistica ed organizza eventi, rassegne ed incontri letterari. È direttrice del marchio editoriale RPlibri. È l’ideatrice del Festival della Poesia lungo la viaun altro modo per dire la poesia, che cura con la collaborazione di Giuseppe Vetromile. È stata tradotta in nove lingue. Sue recenti pubblicazioni in poesia sono: Gli imperfetti sono gente bizzarra, Quel grido raggrumato, Il suono per obbedienza, Prima di andare, L’amore casomai, la venatura della viola.



lunedì 5 settembre 2022

Il "Nero crescente" di Patrizia Baglione

Dopo La mia voce (Quid Edizioni, 2019) e Malinconia delle nuvole (Kimerik, 2020), Patrizia Baglione, poetessa di Veroli (Fr) molto impegnata ed esperta operatrice culturale, presenta questa nuova raccolta poetica, Nero crescente, edita da RPlibri con una prefazione di Antonio Bux. Un passo in avanti, non c’è dubbio, e con grande merito; del resto, già ne avevamo pronosticato l’avvio verso la notorietà, parlandone in una nota su Transiti Poetici dello scorso anno.
Titolo alquanto impegnativo e, direi, drastico, il “Nero crescente” di Patrizia vuole forse sintetizzare, con un canto poetico a volte laconico, spiccio, confidenziale, ma sempre diretto e profondo, una lunga esperienza amorosa e sentimentale, che d’altra parte pur scuotendo e in qualche modo sconvolgendo la sua quotidianità, ha dato l’opportunità all’autrice di soffermarsi su alcuni importanti aspetti del senso dell’esistere, quali appunto l’amore, i sentimenti, la solitudine, gli abbandoni, e poi la morte. E non a caso Patrizia cita in esergo alla sua raccolta dei versi della Dickinson, affermando che la morte accomuna grandezze fondamentali dell’esistenza, quali la Bellezza e la Verità!
Ma perché Nero crescente? Sembra che i versi di Patrizia Baglione, in questa sua nuova raccolta, vogliano precipitarsi verso un fondo oscuro e inerte, forse la morte, intesa come lenimento da ogni tipo di sofferenza, specialmente amorosa, o in modo più semplice e blando, come stato/luogo di dimenticanza, dove appunto sia possibile livellare e appianare i sentimenti forti, rintuzzarli quasi, fino alla rassegnazione. E in effetti, leggendo questi versi, sembra di procedere via via verso uno stato di pacata accettazione delle cose e dei fatti vissuti: “cosa me ne faccio delle stelle / se poi / vivo solo di occhi / e appena te ne vai / torna buia questa stanza”. In realtà si tratta di un’avvenuta, anche se molto sofferta, maturazione, che porta l’autrice a constatare quasi con freddezza, ma sempre con l’impeto poetico che è di sua propria natura, che la fine di un sentimento forte come l’amore, può essere humus creativo fertile per rigenerare nuova vita. Le si aprono così orizzonti più vasti, fino a farla declamare, con larghi e solenni respiri: “Siamo fuoco e scintille ardenti / tempesta viva / sotto un cielo stellato. Siamo mare. / Metamorfosi continue / alla ricerca di disperata bellezza / mutevolezza lenta / ma radicata. Siamo anche coraggio!”… Ecco: siamo in effetti forme umane dotate di coraggio, bisogna esserlo, per affrontare con serenità e consapevolezza le negatività della vita, le delusioni, gli abbandoni, gli amori fuggiti, tutti aspetti della vita che tendono ad affossarci, a considerare la morte quasi come una liberazione: “Ci accompagna / questa notte / senza tante pretese, attende / con molta pazienza / quasi con aria discreta / ma è freddo / e buio / questa notte fa paura / a giovani e vecchi / che aspettano di morire / su una nera altalena”.
Una poetica intelligente, che pur trattando esperienze personali, non cede al rischio del mero racconto personale, anzi, offre a noi tutti motivi di riflessioni e spunti sociologici, in un contesto esistenziale travagliato e altalenante. La Poesia deve in qualche modo sublimare i fatti e i sentimenti, non riportarli direttamente, ed è così anche la poesia della nostra autrice.
Proponiamo ora qui di seguito alcuni brani tratti dal libro:


A che serve un cielo di stelle

quando già nel tuo ventre

riesco a vedere aurore

e udire

con note angeliche

voci di fate. Dimmi

 

cosa me ne faccio delle stelle

se poi

vivo solo di occhi

e appena te ne vai

torna buia questa stanza.

 

 ***

 

Sono stata già amata

(un po’ come i vecchi rami)

a mio tempo però

ho dato anch’io

 

ora sono qui che navigo

tra le acque del fi ume

e continuo a emanare

odore di ciliegio in aprile.

 

 ***

 

Nessuno mi ha ferita più di te

persino un taglio

copioso e profondo

farebbe meno male

 

hai solcato la mia esistenza

come lo spazio bianco

attraversato da mille storni.

 

Nessuno mi è stato più intimo di te

né lo specchio

o la mia solitudine

sono stati mai tanto capaci

 

il mio spazio

un tempo immacolato

ora

è totalmente ricoperto di polvere

e stracci.

 

 ***

 

Chissà dove vanno

quelli che muoiono

forse in un limbo, tra

il celeste e il rosa delle nuvole

 

se ne stanno lì

fermi e buoni, ad attendere

un segnale d’accesso per il cielo.

 

O forse esausti

a ripetizione si dicono – potevo

fare molto di più

e piangono in loro tutti i giorni.

 

 ***

 

 Siamo fuoco e scintille ardenti

tempesta viva

sotto un cielo stellato. Siamo mare.

Metamorfosi continue

alla ricerca di disperata bellezza

mutevolezza lenta

ma radicata. Siamo anche coraggio!

Desiderio che resti

costante la gioia

anziché, qualche sprazzo di luce

di tanto in tanto, qui e là.

Inevitabilmente si sa

scende anche il sipario.

Pervasi così

da uno stato confusionale

come vecchi ubriachi 

distratti dal mondo.

Pregare il ritorno di un tempo migliore

restando svegli per ore la notte. Ma

prima che ogni speranza sia andata

dietro la lunga coltre di fumo

un timido uomo si è fatto giorno.

Non nel parto

ma nella vita stessa

si nasce.

 

 ***

 

Ecco che arriva la notte vera

simile

a quella dei poveri per le strade

con pochissima luce dietro.

 

Ci accompagna

questa notte

senza tante pretese, attende

con molta pazienza

quasi con aria discreta

 

ma è freddo

e buio

questa notte fa paura

a giovani e vecchi

che aspettano di morire

su una nera altalena.

 

Patrizia Baglione, Nero crescente, Edizioni RPlibri 2022, prefazione di Antonio Bux


Patrizia Baglione è nata ad Arpino, in provincia di Frosinone, nel 1994. Diplomata in “Tecnico della Grafica Pubblicitaria” nel 2013. La mia voce, edito da Quid Edizioni nel 2019, è il suo libro di esordio. Nel febbraio del 2020 pubblica con la Casa Editice Kimerik Malinconia delle nuvole. Quest’ultima raccolta è stata presentata anche sulla nota radio Nazionale “RAI Radio Live”. Ha vinto il Premio alla Cultura al “KALOS 2020 - Premio Internazionale di Arte e Letteratura”, a cura del Prof. Massimo Pasqualone. Da quasi tre anni si dedica anche alla pittura, creando una serie di dipinti in stile moderno denominata "Collezione di bambole". Ha avuto modo di esporre in diverse personali e collettive, tra queste la “Venice Art Gallery” di Venezia a cura del Prof. Giorgio Grasso. Con il dipinto Jole, ha vinto il Premio Creatività, Palermo Artexpo 2020. Personale della Collezione nel marzo 2021 all'interno del “Centro Culturale Meridian” a Mosca, in Russia. Trofeo Leone d'oro per le Arti Visive, Venezia 2021. Giurata del Concorso artistico letterario "Autori italiani 2021", a cura del giornalista Fiore Sansalone. Cura e organizza incontri letterari.




Alda Merini vista da Ninnj Di Stefano Busà