giovedì 18 gennaio 2024

L'intensa spiritualità nella poetica di Vera Mocella in "In questa immagine avrò vissuto"

Cosa resterà delle nostre anime unite l’una all’altra, cosa dei nostri corpi, dei nostri sospiri. Quando ci incontrammo in quel bacio, le nostre anime trasmigrarono l’una nel corpo dell’altro.
È in questa profonda riflessione, a mio parere, il nocciolo del lavoro letterario di Vera Mocella, e non soltanto in questa sua recente pubblicazione intitolata In questa immagine avrò vissuto, edita da RPlibri lo scorso 2023. Vera Mocella, giornalista, docente ma soprattutto poetessa sensibilissima, è infatti da sempre alla ricerca di una spiritualità pura che non rimanga confinata oltre le barriere della materialità, ma che comprenda e integri completamente la nostra realtà nella quotidianità e nella mera ovvietà corporea della vita, con tutte le sue pene, dolori, sogni, superficialità, pochezze ma anche negli slanci di gioia e dei sentimenti più forti. Una spiritualità che ancora di più in questo suo libro si caratterizza essenzialmente come amore, amore puro e completo, in tutte le sue declinazioni. È un amore che permea tutta la realtà, un sentimento che lega, anzi collega, la materia allo spirito universale, che sia Dio nello specifico o anche quella progressione verso un bene universale che ci renda veramente fratelli e consapevoli di una realtà sacra ed escatologicamente salvifica.
E per esprimere questo suo desiderio, che è quasi una necessità interiore, di impregnare tutta la realtà di questo forte e fondamentale sentimento d’amore, Vera Nocella si affida alla parola poetica, ben consapevole che questa, come anche certe altre espressioni artistiche di grande impatto emotivo, può contribuire ad una maggiore comprensione dell’ambito spirituale dell’esistenza umana, del grande mistero del trascendente che comunque tormenta e stimola l’uomo, al di là di ogni credo o religione.
Ma a Vera Mocella non basta la ristretta modalità poetica che si struttura normalmente in versi: in questa pregevole raccolta, troviamo infatti anche brevi testi in prosa, sempre nel rispetto dell’unico grande tema di fondo, che è appunto l’amore, la sensibilità nei confronti della spiritualità. Direi che le due modalità, testo poetico e testo in prosa, si integrano e si completano perfettamente, in quanto vi è “poesia” in entrambe, come del resto afferma anche la prefatrice Claudia Iandolo. Vera Mocella ha infatti il buon talento di saper esprimere con un ottimo dettato poetico sia in versi che in prosa, l’autenticità, la semplicità, la chiarezza e la luminosità del suo pensiero, che evidentemente travalica ogni schema prefissato, per potersi specificare in maniera più capillare, laddove il brano in prosa offre effettivamente un quadro narrativo più disteso, più ampio, più dettagliato, fermo restando il sottofondo squisitamente poetico di tutta la sua scrittura.
E in questa immagine di amore, di spiritualità, di delicatezza e di luce, Vera Mocella trova la sua dimensione, la sua principale e fondamentale ragione d’essere, come il titolo del libro suggerisce e sottolinea.

Non potendo riportare brani in prosa per motivi di lunghezza, proponiamo qui solo alcuni versi tratti dal libro.


Fulgore estremo

 

Fulgore estremo della giovinezza

mi incalza.

Ramoscelli appuntiti di nostalgia

nel giardino dell’anima.

Il mio amore

è come l’eternità del maggio.

 

*** 

 

Il Dono delle lacrime

 

Non so

nella non conoscenza vivo.

Il dono delle lacrime,

cristalli incandescenti del cuore.

Sono atroce destino,

sono meraviglioso destino/

sono fango e polvere sui piedi stanchi.

Più mi avvicino a me stessa

più il cuore trema,

si spaura.

Vorrei rinascere in nuovi giorni,

vorrei rinascere in giorni perduti,

essere uccello o fredda pietra.

Mi appartiene solo l’unicità dell’essere.

Pesante fardello.

Sono di creta le mani,

ragnatele di parole i capelli.

In tutto questo

sconosciuta parola,

tre lettere di fuoco: Dio.

 

 ***

 

Odo il tuo nome ovunque

 

Odo il suono del tuo nome ovunque,

e tutto reca i segni del tuo passaggio,

tutto parla di te.

Persino il sole, oggi,

si è levato in alto per parlarmi di te,

e la fontana del villaggio

cantava a squarciagola il mio amore per te,

anche la cinciallegra ha riso,

e gli alberi

si sono inchinati

al tuo passo

 

 ***

 

Eterno battito d’ali

 

Quel che poteva essere

e che non è stato.

Il fuggire veloce dell’anima

l’eterno battito d’ali

degli uccelli nell’aria.

Eterno il battito del cuore

nel mio cuore.

Forza infinita

della giovinezza

nell’approssimarsi dell’estate.

 

 ***

 

Il tempo è un segmento

 

Il tempo è un segmento

in bilico, inquiete, si esercitano

le anime sul filo del destino.

Raggiungere l’attimo,

quell’attimo in cui tutto è chiaro

dovevamo allontanarci

dovevamo perderci

per conoscere e per sapere.

Ora so

di cose sconosciute

prendo il mio cuore

pugnetto di neve e di cenere

e lo mangio.

 

 ***

 

Fiore della solitudine

 

Fiore della solitudine

sei sbocciato

anche stamattina.

Speranza dolce,

nel deserto

che incombe.

 

Vera Mocella, In questa immagine avrò vissuto, RPlibri, 2023; prefazione di Claudia Iandolo

Vera Mocella, giornalista professionista dal 2006, ha collaborato con “La Repubblica” e “la Nuova Sardegna”, attualmente lavora e collabora per riviste e quotidiani locali, e si occupa prevalentemente di giornalismo culturale e sociale. È impegnata nell’attività di docente, in Piemonte. È presente nella Storia della poesia irpina (dal primo Novecento ad oggi), scritta dal critico Paolo Saggese, Elio Sellino Editore. Ha pubblicato Destini di luce, Libro italiano World (2008). Nel 2012 ha pubblicato Tra pietre troppo dure, Edizioni L’Autore Libri Firenze, che ha riscosso pareri postivi dai media e dalla critica e che è stato recensito nel sito di poesia della Rai, di Luigia Sorrentino. Ha partecipato a numerose manifestazioni letterarie, tra cui: “Il vizio ineluttabile della scrittura” organizzato da Scuderi Editrice. Ha realizzato, nell’aprile 2013, ad Avellino, la manifestazione: “Nel giardino segreto”, letture di Emily Dickinson, accompagnate da musica jazz, in sinergia con Scuderi Editrice. Ha partecipato a numerosi eventi culturali. È presente in riviste specializzate e antologie poetiche. Sue poesie sono raccolte nel periodico culturale “Narrazioni”, in blog come “Fara poesia” e in altri giornali online.



lunedì 15 gennaio 2024

"Come fosse luce", poesie e antologia critica, di Rita Pacilio

E' da poco uscito per i tipi di Macabor Editore di Bonifacio Vincenzi, il volume Come fosse luce, di Rita Pacilio. Si tratta di una pregevole e interessante opera letteraria che racchiude un'ampia selezione di testi tratti dalle sue recenti e numerose pubblicazioni di poesia, e di una nutrita antologia critica composta da vari e illustri critici, poeti e personalità importanti del mondo letterario contemporaneo (Davide Rondoni, Piero Marelli, Giorgio Barberi Squarotti, Giampiero Neri, Sebastiano Aglieco, Marco Bellini, Luigi Cannillo, per citarne solo qualcuno, ma i contributi sono davvero tantissimi e significativi).
Il libro è impreziosito da un ottimo e dettagliato saggio introduttivo di Mara Venuto.



Come fosse luce, di Rita Pacilio, Poesie e antologia critica. Macabor Editore, 2023. Saggio introduttivo di Mara Venuto.

domenica 14 gennaio 2024

Il "Poco più di niente" nella poesia di Marco Masciovecchio

Alle ombre che mi fanno compagnia”, questa la citazione lapidaria che Marco Masciovecchio ha voluto inserire come dedica nella sua raccolta d’esordio, Poco più di niente, edita da Ensamble nel 2023. Nulla di più consono, letteralmente in riga con il contenuto significante del libro. E se una personalità creativa e sensibile non è mai distratta né indifferente alle cose del mondo, in Marco Masciovecchio poeta lo è ancor di più: attratto dalle superficialità, banalità e stereotipi della moderna società, l’autore ne coglie i segnali, ne osserva le contraddizioni, cerca di indagare nel torbido delle anime, di studiarne i segreti impulsi che vi si originano dall’ormai assuefatto comportamento distopico di questa nostra attuale martoriata umanità. Un leit-motive oscuro e tragico che collega segretamente i cuori di tutti e li addolora, ma non li redime, dacché il destino è ormai segnato e va purtroppo verso la frastagliatura di tutti i valori fondanti dell’esistenza.

La sensibilità del poeta, e in particolare quella di Marco Masciovecchio, è tale da saper cogliere, individuare i messaggi negativi che provengono dalla realtà, già in anticipo: “già conoscevi la tua fine / avevi gettato il cuore oltre il confine / del moralismo d’una società perbene.”… Ma qui il poeta non è né giudice né arbitro, non soltanto un “osservatore esterno” che, munito di un buon impermeabile, attraversa indenne la tempesta della quotidianità; è, piuttosto, anima integrata in essa, consapevole di esserne comunque influenzato: “ho smarrito me stesso / perdendo il passo, durante il ballo, / per non sprofondare nel vuoto / fuggo nel bosco e sono lupo / sbrano carne fino all’osso…”

La raccolta di Marco Masciovecchio è in definitiva un viaggio nelle inquietudini e nei disagi che la vita lavorativa, affettiva e sociale ci mostra quotidianamente, e che ciascuno patisce e sopporta più o meno consapevolmente, oppure adeguandosi ad essi, come sovente accade per l’attuale generazione e ancora meglio dettagliato dal prefatore Renzo Paris.

Una constatazione amara sulla realtà sovente amorfa, negligente e accidiosa che coinvolge gran parte della società giovane odierna. Ma la poesia, oltre ad essere giusta cartina al tornasole per la denuncia di certi fenomeni sociali, è nello stesso tempo anche suggerimento, indicazione di un processo di redenzione che riporti l’uomo sulla retta via: un tentativo, almeno, ma che si legge benissimo tra le righe, anzi tra i versi, pregni di latenti metafore, del nostro autore: “adesso la notte muore / conto i secondi di separazione / dal giorno che in quell’istante nasce…” Una sorta di rifiuto del grigionero, di riscatto della luce. E i versi di Marco Masciovecchio, in fondo, con quel loro andamento aspro e a volte drammatico, vogliono dire che il poco o più di niente di quello che resta di noi, è in fondo ancora una luce preziosa.


già conoscevi la tua fine

avevi gettato il cuore oltre il confine

del moralismo d’una società perbene.

 

bruciavi il tempo bruciando nel suo fuoco

come il sacerdote brucia nel turibolo l’incenso

tradito dall’amore, un lupo che brama sesso.

 

macellato fino all’osso, messo in croce,

dal Golgota all’Idroscalo morto ammazzato

il corpo amato senza resurrezione

 

e poi l’ultimo respiro: liberazione.

 

 ***

 

l’insonnia è la mia badante

di notte pulisce la mia bocca

sporca d’infetto sangue

veleno ingoiato durante il giorno

dagli orifizi spurgo.

lei è qui, ascolta silenziosa il mio delirio

mi sbatte in faccia i miei peccati

viaggio con lei nel pozzo dei ricordi,

stringe la mia mano fino al mattino,

al sorgere dell’alba finisce il turno

tornerà la prossima notte, puntuale,

timbrando il cartellino.

 

 ***

 

ho smarrito me stesso

perdendo il passo, durante il ballo,

per non sprofondare nel vuoto

fuggo nel bosco e sono lupo

sbrano carne fino all’osso

 

la notte è il nero

 

affondo dentro al fango

della moralità del mondo

ho terrore dello spettro

ascolterò in silenzio

il suo muto lamento

una radice afferro

m’isso fino al bordo

 

è bianco il giorno.

 

*** 

 

adesso la notte muore

conto i secondi di separazione

dal giorno che in quell’istante nasce,

l’occhio osserva attentamente

tirano le somme, testa e cuore,

annotano ciò che devo fare

schiacciato dal senso del dovere,

vorrei poterlo spegnere il cervello

leggero, volare libero come un uccello,

vedere dall’alto le macerie

di questa civiltà morente

schiacciata tra consumi e niente

trascinata dall’inerzia verso la fine

senza nessun valore, senza amore,

confessare tutto senza pudore.

 

 ***

 

abbiamo solo questo niente

ci siamo accorti tardi

viaggio di sola andata

non c’è ritorno

abbiamo buttato i giorni

in attesa del domani

come se tutto non avesse fine

fosse tutto permesso, tutto concesso,

illusi come struzzi

la testa nascosta nella sabbia

il piede in aria

come una bandiera, senza vento,

chiusa.

 

*** 

 

domenica, la chiesa piena,

la coscienza va smacchiata

una volta a settimana

c’è chi si confessa

chi sbadiglia una preghiera

la pace sussurrata sulle labbra

in fila per la salvezza,

infine la benedizione

un amen dopo la croce

intanto i vecchi dormono

per terra alla stazione.


Marco Masciovecchio, Poco più di niente, Edizioni Ensamble, 2023. Prefazione di Renzo Paris, Nota introduttiva di Giuseppe Cerbino.

Marco Masciovecchio, nato a Roma nel 1967, è impiegato in una multinazionale con sede a Roma. Poco più di niente è il suo esordio poetico.

lunedì 8 gennaio 2024

Errore cronologico: il recente volume di poesie di Irene Sabetta

Malinconica ricerca dell’io / in un pugno di polvere” (dal brano “errore cronologico”): direi che è concentrato in questi due versi lapidari il nucleo fondamentale della recente ricerca poetica (e filosofica!) di Irene Sabetta, sviluppata nella raccolta che volentieri segnaliamo qui ai nostri lettori. Errore cronologico, titolo che ritroviamo pure nel testo di pagina 45, come accennavo più su, edito nel 2023 da “Il Convivio” di Giuseppe Manitta, con una arguta postfazione di Franco Falasca, è dunque l’interessante raccolta che, dopo Inconcludendo, Il mondo visto da vicino e Nella cenere dei giochi, riconferma la bontà e lo spessore del mondo poetico della nostra autrice, nell’attuale panorama letterario italiano.
Anche in questa raccolta, Irene Sabetta rivolge il suo sguardo al mondo circostante e agli aspetti di carattere esistenziale, filosofico e sociologico, ampliando e approfondendo ulteriormente le sue riflessioni fino a ricercare, nei dati geo-sociali, quel punto d’inizio dell’umanità dove questa avrebbe potuto svilupparsi in modo più armonioso, giusto ed equilibrato (“avremmo potuto inventare un’altra rotta / spostare di lato l’asse terrestre / e dormire nei fossi”…). Si tratta di una profonda indagine su quanto l’uomo ha costruito finora, paragonando in parallelo questa realtà a quella che l’occhio e il cuore dell’autrice (e in fin dei conti di tutta la buona Umanità!...) avrebbe desiderato che fosse. E il desiderio di un mondo diverso, scevro da innervature maligne e stereotipi ingombranti, da falsità e sopraffazioni, si evidenzia in prima persona con la consapevolezza di poter agire da protagonista (“sono forse io il prescelto? / quello nato per archiviare i misfatti della storia / e decretare l’avvento di un destino giusto?”…).
La sua visione della realtà, nel suo complesso umano, sociale e persino politico, non è quindi distaccata, bensì pienamente partecipata, rimanendone coinvolta in prima persona ancora di più che, ad esempio, ne Il mondo visto da vicino. Irene Sabetta infatti in questa raccolta densa di un grande potenziale propositivo per un cambiamento di rotta, a partire da quell’errore cronologico che ha determinato l’inizio del degrado tuttora in corso, esprime con tutta la sua accattivante veemenza poetica tutto ciò che non dovrebbe essere. Purtuttavia, come fa notare intelligentemente Franco Falasca, questa sua impronta poetica appare delicata, quasi dietro le quinte, in un continuo, incessante e sofferto dialogo interiore vòlto a spiegare (ma non a giustificare) l’attualità.
E come è possibile questa impronta che, mentre calca la storia cercando di condizionarla, di riportarla nella giusta dimensione dopo l’errore cronologico, dall’altra parte rimane sospesa e indeterminata?... Quasi a voler applicare al mondo intero la famosa legge di indeterminazione di Heisenberg in base alla quale non è possibile precisare contemporaneamente posizione e velocità di una particella, perché le due qualità si condizionano a vicenda. È possibile con la poesia. La conciliazione tra le due vedute, prima e dopo l’errore cronologico, avviene tramite la poesia: “la poesia non è cibo / ma se ti nutre / deve essere buona / poesia biologica a filiera corta / dall’idea alla parola / materia prima e ultima / dell’unico confronto possibile”…
Poesia dunque come unico mezzo, discreto ma sottilmente efficace, in grado di raggiungere direttamente, ma con delicatezza, le sfere più intime dell’animo umano per coinvolgerlo e sconvolgerlo. Irene Sabetta ne è consapevole, perché la sua è buona poesia, a filiera corta, diretta, senza ostacoli di punteggiature o distrazioni di pause e lettere maiuscole, ma perfettamente aderente allo scopo, alla funzione che in queste parole altamente poetiche l’autrice si era imposta: una dolorosa ricerca del (vero) io, in un mondo che ha sbagliato direzione umana e sociale da ormai troppo tempo.

A seguire, per i nostri lettori, alcuni brani tratti dal libro.

ore 18.00

 

la risoluzione magnetica

registra aumento e diminuzione

e il compito di dire accende la corteccia

ma lo sforzo involontario che corruga la fronte

accompagna la necessità

ed il superfluo distruggendo insegna

 

il metodo è essenziale alla parola

 

epilessia bloccata di inalterabili funzioni

per aiutare medico e malato

ad ascoltare la voce di un neurone

frequenze variabili segnali fluttuanti

dal cuore al cervello alla balaustra

 

 ***

 

amleto in patagonia

 

nel dissesto della misura

il grande orologio batte un tempo tardivo

che al limite dell’intervallo

torna in voluta d’incenso

e schiva la punta della spada avvelenata

 

sono forse io il prescelto?

quello nato per archiviare i misfatti della storia

e decretare l’avvento di un destino giusto?

 

le mie azioni sono senza guida

e marciscono le risoluzioni

assieme ai fiori sulle tombe

 

troppe trame da dipanare

troppi occhi dovrei avere

per sondare il grembo buio di tutti i mali

 

eppure resto in questa landa squassata

a misurare i passi silenziosi

di uno spettro che vorrebbe dirci qualcosa

 

 ***

 

aerei

 

non è linea riconoscibile

che separa un mondo dal suo doppio

 

nel tramonto sfumato

al largo dei secoli in numeri romani

strati di ricchezza non allineati

si ammucchiano su un versante solo

 

per effetto ottico della distanza e dell’altezza

un mondo sembra l’altro

e tra africa ed europa solo acqua

 

 ***

 

campo minato

 

l’architetto del labirinto

è un idolo che avanza

con i serpenti nelle mani

e innesca tagliole

lungo la strada buia dei desideri

 

non sono mai stata qui

e so che la saggezza appartiene ai morti

 

non potrò fare altro

che giocare a nascondino

con il santo patrono delle cause perse

 

la poesia non è cibo

ma se ti nutre

deve essere buona

poesia biologica a filiera corta

dall’idea alla parola

materia prima e ultima

dell’unico confronto possibile

 

nessuna indicazione

molte trappole

un unico sospetto

che questa nave sia stata costruita

per naufragare

 

*** 

 

eclittica

 

il fato non è al di sopra delle cose

e i funerali non sono tutti uguali

 

quando i pezzi tutti d’oro

luccicheranno nell’erba

del gioco di scacchi interrotto

i piedi dei figli degli uccisi

correranno al ritmo del cosmo

e ogni treno arriverà puntuale

 

scienza e realtà occuperanno la stessa pagina

e coincideranno i peccati e le virtù

sul filo teso dell’orbita aurorale

 

sarà il giorno del pentagramma perfetto

in cui la mente si muoverà con i pianeti

a ricalcare la vita con precisione prima della scrittura

 

 ***

 

ripensamenti

 

seimila anni fa e oltre

quando le costellazioni

erano l’alfabeto del cielo

avremmo potuto inventare un’altra rotta

spostare di lato l’asse terrestre

e dormire nei fossi

 

nel solco della scrittura

si perdono le tracce di un misticismo

senza spargimento di sangue

dell’armonia muta dei corpi

l’immaginazione regala secondi pensieri

che la ragione non riconosce

 

il giudizio riposto nell’ovest

cancella i fiumi volanti dell’amazzonia

e i disegni sui volti dei guerrieri diventano macchie

hegel ha scritto che non può che essere così

‒ e gli hanno creduto

ma il rumore di fondo

che agita i mari e le giornate bianche

è l’eco del possibile che grugnisce in cattività

 

 ***

 

errore cronologico

 

oltre l’ordine morale delle cose

nello spazio anacronistico

dell’azione incerta

l’alone dell’errore assorbe

lo spessore della luce

e incrosta di vita l’intenzione

 

malinconica ricerca dell’io

in un pugno di polvere

 

discorso diluito nel sonno

tra un tradimento e l’altro

una cena e l’altra

 

dove il volto e la maschera non si toccano

tra le labbra e il bicchiere

tra la chiave non trovata

e la tasca bucata

inizia una spirale infinita

la retta via di fuga

dei pensieri latitanti

sulla curva

che euclide non vide

la lancetta spezzata dei minuti

annulla ogni racconto

e si fa giorno


Irene Sabetta, Errore cronologico, Il Convivio Editore, 2023. Postfazione di Franco Falasca. Foto di copertina di Sandro Figliozzi.

Irene Sabetta vive ad Alatri (Fr), dove insegna lingua e letteratura inglese al liceo. Suoi testi sono presenti su diversi blog, in antologie curate da vari editori, in “poemi collettivi” e riviste letterarie online e cartacee. Dal 2019 collabora con la rivista “Formafluens – International Literary Magazine”. Nel 2021 è stata finalista al premio “Arcipelago Itaca” e ha ottenuto il secondo posto al premio “Antica Pyrgos”. Nel 2022 suoi testi inediti sono stati finalisti al Premio “Lorenzo Montano” di Verona e al Premio “I Murazzi” di Torino. Nel 2023 è risultata vincitrice, nella sezione “silloge inedita”, al concorso “Carlo Bo – Giovanni De Scalzo” di Sestri Levante. Ha pubblicato i volumi di poesia Inconcludendo (EscaMontage 2018), Il mondo visto da vicino (Il Convivio Editore 2020), Nella cenere dei giochi (La Vita Felice, 2022). Errore cronologico (opera tra le vincitrici del premio per silloge inedita “Pietro Carrera” 2023) è la sua quarta raccolta.





 

 

 

giovedì 4 gennaio 2024

L'immediatezza esistenziale nella poesia di Vincenza Di Schiena in "Un bacio e un graffio"

Ospitiamo volentieri in questa rubrica la poesia di Vincenza Di Schiena, un’autrice di spicco dell’attuale panorama poetico, che già avemmo modo di apprezzare avendola inserita nel 41° volume dell’Antologia “Transiti Poetici” (https://antologieditransiti.blogspot.com/2023/09/volume-xli.html).
Ci riferiamo alla sua recente silloge Un bacio e un graffio, pubblicata l’anno scorso da Ensemble.
D’accordo pienamente con Pasquale Vitagliano, quando afferma, nella sua dettagliata e interessante postfazione (un vero e proprio “stato dell’arte” della poesia italiana attuale), che la poesia è in questi tempi affidata e prodotta prevalentemente da donne. Sarà un caso, sarà forse perché esse sono in maggioranza numerica, sarà forse perché hanno un talento creativo e una sensibilità maggiore di quella maschile, nei confronti del sentimento e delle cose del mondo… Non lo sappiamo con certezza. La cosa certa è invece la modalità molto accentuata, giustamente ribadita, di fare poesia, e non a caso la nostra autrice ha voluto citare in esergo una dichiarazione poetica di Rainer Maria Rilke: “Poiché i versi non sono, come crede la gente, sentimenti / (che si hanno già presto), sono esperienze.”…

Un bacio e un graffio è dunque una raccolta di versi molto intrigante, in cui la nostra autrice esprime con grande determinazione e sintesi la sua idea sui rapporti interpersonali, in particolare quelli inerenti alla sfera sentimentale e, più marcatamente, quella erotica, non mancando pur tuttavia, riflessioni sulla realtà circostante e come questa possa influire sugli stati d’animo dell’autrice (“Parlo e mi rivolgo alla pietra carsica / in questa valle murgiana.”…).

Ma la filosofia di vita di Vincenza Di Schiena è sicuramente rintracciabile nel titolo della raccolta, Un bacio e un graffio, laddove in quattro versi davvero criptici ma di grande spessore semantico, l’autrice intuisce il delicato equilibrio sentimentale che caratterizza l’esistenza, per cui l’amore va vissuto anche in fasi contrapposte (assedio e guerra), ammannendolo con baci, ma difendendolo con i graffi.
È una poesia dell’immediato, quella di Vincenza Di Schiena in questa raccolta. Una poesia audace, che esorta all’amore hic et nunc, in un apice di passione e di forte emotività. Una poesia schietta, molto legata alla figura della donna e al suo intenso e nello stesso tempo delicato modo di amare, espresso sovente con un erotismo sobrio, essenziale, ma pulito, intelligente e mai volgare: (“Bagnami di dolce saliva / Entra nell’erbario / Fai spazio tra l’ortica. / Fusto di liquirizia / accomodati / e metti le radici.”…).

Ascoltiamo ancora la sua pregevole voce poetica nella selezione di brani che seguono:


Porta della Murgia

 

Parlo e mi rivolgo alla pietra carsica

in questa valle murgiana.

Spuntano dalle nere alture

ferule e ginestre in fiore.

Piccolo buio, cerchio di luna

donami una tregua solamente

che di delusioni è stanca la mente.

 

 ***

 

Magma dei sentimenti

 

C’è molto da tremare per riportare a galla

Il magma dei sentimenti.

E dire fuori dai denti che non si può amare

senza armi pari.

A cosa giova vivere in pena

quando i corpi vogliono luce e

brezza di primavera?

Ho scelto il tormento, il filo spinato

per adorare chi non è nato

dentro me.

 

 ***

 

Un bacio e un graffio

firmo e scappo.

Assedio e guerra

è l’amore vero.

 

 ***

 

Ho un appuntamento mancato con l’infanzia

un patto sospeso mantenuto

l’energia vitale che s’infiamma quando sale.

È la cifra che spunta sul far dell’incontro.

L’altalena dei “ti amo” senza imbrogli

Del vento sotto il vestito e le nuvole tra i denti.

L’imperativo del verbo giocare

pezzi di frasi a comporre poesie

e nastri tra i capelli per colorare Dio.

Ho un appuntamento con l’infanzia

desiderata come zucchero filato.

 


 ***

 

Quelle come noi

 

Quelle come noi

Parlano una lingua Mesopotamica

Calzano armature di organza

Siedono su un trono di spine

Vivono di gioie e di brine

Giocano a dama e infilano perle

Escono e ritrovano fango nei rovi

Girano e incontrano serpi assassine

Tornano desolate con le vesti stracciate.

 

Scompare la traccia di sabbia

Sulla terra feconda bagnata dai due fiumi.

 

 ***

 

È andata così.

Ho cercato il punto

senza andare a capo.

È stato meglio

del previsto.

Contare i sassolini del mare

evitando le correnti per naufragare.

Fingersi nudi

per appagarsi

lontano dagli echi delle faine.


Vincenza Di Schiena, Un bacio e un graffio, Ensemble Edizioni, 2023. Postfazione di Pasquale Vitagliano

Vincenza Di Schiena (Andria, 1975), insegnante, con un lungo trascorso di impegno civile, sociale e culturale nel suo territorio. Ha pubblicato alcuni racconti nel Repertorio dei pazzi della città di Andria (Marcos y Marcos, 2016), volume a cura di Paolo Nori. Sue poesie sono state pubblicate su «Verso libero», «Collettivo Culturale TuttoMondo» e nell’antologia Transiti Poetici.




Alda Merini vista da Ninnj Di Stefano Busà