martedì 23 agosto 2022

Oltre la fermata: Antologia di Autori vari curata da Giorgia Deidda

Abbiamo già avuto modo di parlare della poesia della giovane autrice Giorgia Deidda, in una nostra nota apparsa su Transiti Poetici (https://transitipoetici.blogspot.com/2020/11/il-sillabario-senza-condono-di-giorgia.html). Ora la ritroviamo qui, ma in veste di curatrice. È infatti sua la curatela di una interessante Antologia, intitolata “Oltre la fermata. Tra sogno e realtà”, scrivendone peraltro una approfondita prefazione e un’altrettanto forbita postfazione.
Si tratta di una intelligente raccolta di poesie, pensieri, aforismi, narrazioni, di autori che frequentano il Centro Diurno “Il melograno” di Orta Nova, in provincia di Foggia, e risultanti da una lunga frequentazione di un laboratorio di poesia ideato e condotto dalla stessa Deidda. “Il centro diurno “Melograno” è pieno di operatori e di psicologi che riassestano l’equilibrio a volte precario dei pazienti; un continuo controllo amorevole, uno sguardo o una risata, una gita fuori porta.” Così scrive Giorgia nella prefazione, e mi sembra un’affermazione molto sincera e addirittura poetica, nel senso creativo e artistico del termine, per riflettere sulla realtà di persone che sovente hanno bisogno del sostegno psicologico e affettivo per poter condurre una vita “normale”. Quanta creatività, quanta poesia e quanta voglia di vivere si riscontra in queste persone, e il grande merito della nostra brava autrice e curatrice Giorgia Deidda sta proprio nell’aver saputo capire in profondità l’animo artistico di questi autori, di averli compresi uno ad uno, nelle loro peculiarità, ciascuno nelle loro attitudini artistiche e letterarie, di averli incoraggiati, guidati e spronati durante le varie fasi del Laboratorio di scrittura, fino alla realizzazione del libro, che materialmente rappresenta un obiettivo validissimo di alto contenuto umano e letterario.
Oltre la fermata è il titolo metaforico del lavoro antologico, intendendo che è possibile, e non solo per le persone che soffrono di certi disagi psichici e fisici, ma anche per tutti, traguardare oltre il proprio “punto fermo”, la propria stazione, ovverossia la propria fermata (dove magari si attende sempre qualcuno che passi a "prenderci"), e avere il coraggio e la determinazione di andare avanti, di procedere sempre verso il meglio, per sé stessi e per tutti gli altri.
Un plauso particolare alla curatrice, dunque, validissima poetessa anche lei, per aver voluto realizzare quest’opera letteraria utile non soltanto agli autori antologizzati, ma per tutti i lettori sensibili alla poesia e al senso di umanità che ci pervade.

Riportiamo qui di seguito tre testi tratti dall'Antologia, secondo me rappresentativi di tutta l'opera, per quanto ogni Autore abbia espresso il meglio di sé e andrebbero letti tutti.


Nel Centro mi sento trasformato;
i problemi rifuggono
e divento me stesso.
Il punto che scappava via,
riesco a prenderlo,
e la gente mi sembra un formicolio di parole


(Manuel Barbu Marin)

***


Le collane di perle sono il mio essere;
c’è chi le indossa e chi le ha dentro.
Io le amo di tutti i colori;
bianco perlaceo, rosa, azzurro.
Le perle s’incastonano tra il mio cuore
e la mia pelle bianca.
Sanno parlare e comunicare, sanno dialogare.

(Celestina Botticelli)

***

Si fa notte.
Esce il ragazzo col cielo stellato,
sotto l’ombra del destino.
Blu le vele che ormeggiano sul pelo dell’acqua;
felice come oro, tinteggia i bar che lo squadrano.
Il caffè, mattone striato, ravviva i sensi
e lo conduce a casa,
a riecheggiare tra il cuscino e il muro
il vuoto dell’esistenza.

(Gianni Trotta)

***

Il libro è disponibile in formato kindle

martedì 16 agosto 2022

Gli "Affreschi strappati" di Giuseppe Settanni

Comporre, tentare di comporre e poi, insoddisfatti, modificare, variare o addirittura “strappare” È questo il destino degli artisti, e quindi anche dei poeti. L’insoddisfazione però non è forse il termine esatto: più che altro, si tratta di una specie di malumore, di un velato disagio derivante dalla consapevolezza che non si è raggiunto pienamente quello che, disperatamente e amaramente, si intendeva dire, proporre, manifestare. L’”affresco”, opera d’arte o impianto poetico, non è mai rispondente al cento per cento a ciò che l’artista si prefiggeva. E qualche volta, va divelto, va strappato, per rifarlo daccapo!
Questo impulso creativo che sprona e incoraggia l’autore a raggiungere, almeno asintoticamente, il confine della propria idea poetica, di metterla finalmente per iscritto (per poi da qui ripartire per altri orizzonti, dacché è chiaro che la poesia, proprio in virtù di quanto affermato più sopra, è materia fluida e sfuggente, che mai riempirà di grazia i nostri “contenitori” intellettuali ed emotivi…), si materializza appieno in Affreschi strappati di Giuseppe Settanni, Ensamble Edizioni 2022, e di cui proponiamo qui di seguito alcuni brani.
Qui sia il lessico che il contenuto, e persino lo stile, distaccato e misurato (la mancanza dei titoli e l'assenza di maiuscole denotano una poetica decisa, senza inutili perifrasi) testimoniano insieme questo stato di inappagamento, continuamente teso alla risoluzione (che mai avverrà!), dei dubbi e dei problemi dell’esistenza. È come se si facesse un passo avanti e due indietro, intravedendo qualche luce lì di fronte al proprio cammino, ma ritraendosi subito per meglio riconsiderare e osservare i fatti: “Il passaggio è aperto ma / sembra un’arpa in decomposizione / ammutolita dal troppo rumore”.
Sono dunque versi che spiazzano subito il lettore, in quanto hanno la capacità di condurlo repentinamente da un quadro all’altro, lungo un percorso stringato ma nel quale il dettato poetico, concentrato e denso, riesce ad ampliare il concetto di partenza. C’è comunque un desiderio di recupero, di riappropriarsi delle cose minime dell’esistenza, in questi versi (“Ho bisogno / ogni volta / di un pezzo timoroso / di realtà”), e quindi la decisione di riportare i propri “affreschi strappati”, cioè tutte le parti sparpagliate e ancora vive della propria umanità, in quella fatidica cattedrale, che è poi la metafora di un’anima creativa che sempre persegue l’intento di preservare i valori sacri e fondamentali dell’esistenza.
Giuseppe Settanni con questa sua nuova silloge entra sicuramente, e meritatamente, nell’attuale panorama poetico italiano, dimostrando una grande padronanza della materia, sia dal punto di vista dei contenuti e sia per la personale forma stilistica.
Lasciamo ora ai nostri lettori altri graditi commenti in proposito.



la ragnatela appesa al ramo del castagno
e i capelli genuflessi

il passaggio è aperto ma
sembra un’arpa in decomposizione
ammutolita dal troppo rumore

la bocca si è sciolta tempo fa
nei vigneti di mio nonno

bruciati dalla fatica

un invito
a cui ora non so più rispondere


***


attorcigliato sconquassato soltanto ipotizzato:
stritola piano, questo pantheon di itterici

la meccanica
uno due e poi ancora uno due tre quattro

ansie inconsapevoli
circonvenzione di carapaci
virgole, al massimo

sul letto, a trascorrere
morituri moribondi

un rintocco, è l’ora

e la luce si spegne da sola


***


li porto via
per egoismo

ho bisogno
ogni volta
di un pezzo timoroso
di realtà

può essere una cantilena
o un sacchetto di semi
o ancora del cotone
oppure il calco di uno stelo

li attacco
per avidità

nella mia cattedrale,
i miei affreschi strappati


***


ottuagenari luccicanti
avvolti in epidermidi
senza aperture

società
di solitudini edulcorate

microgranuli a forma di cranio
in mondovisione temporanea

le madri nascondono i ritagli
da idolatrare
per l’erotismo della notte

devo proprio?

ah sì, tutto in una pellicola
fotogrammi in sequenza
resti


***


senza neppure salutare

abrasioni
distopie

l’interruzione mi trascura
quasi fossi imbalsamato

se solo fossi riuscito
a scartare le scorie
e tenermi gli abbracci

a conservarne il calore


***


al bivio
inconciliabili parvenze
di libertà

e l’esitazione
che penetra lieve
tra i capelli

lasciarsi oscillare
tornare indietro

avendo scelta


***



né avremmo potuto affievolirci
nelle inesattezze del dormiveglia
o prima di un salto attutito

al saluto non credo più,
è quello che si attacca sulle unghie
a mantenermi in vita

torna presto
prima di adesso


Brani tratti da: Giuseppe Settanni, Affreschi strappati, Edizioni Ensemble, 2022; postfazione di Ilaria Triggiani

Giuseppe Settanni è nato a San Giovanni Rotondo nel1981. Vive a Fano. È avvocato e docente universitario. Ha pubblicato la raccolta poetica Blu (Ensemble, 2019) e vari testi su siti e blog letterari. Con alcune sue poesie ha ricevuto importanti riconoscimenti, tra cui il “Premio Ossi di seppia” e il “Premio Ariodante Marianni”.


giovedì 11 agosto 2022

Alessandro Barbato e la sua "Mimica dei mondi"

È indubbio che la poesia è estenuante e continua ricerca di quel qualcosa di indefinibile che è in noi e che cerca di emergere alla luce, alla chiarezza, alla definizione nitida e certa: ma la conclusione è sempre asintotica, irraggiungibile, direi quasi chimerica, perché mai nessuna azione poetica potrà sortire, soprattutto per sé stesso autore, la risposta certa e incontrovertibile al marasma di domande, dubbi, oscurità che costituiscono il nocciolo profondo della nostra coscienza e della nostra anima. Perciò la poesia è un viaggio infinito, interminabile, nel tempo e nelle cose, alla ricerca della propria verità, della propria realtà.
Dice bene quindi Alessandro Barbato in La mimica dei mondi, quando afferma, nell’ultimo verso della sua poesia introduttiva: “Cerca bene, cerca meglio”. Direi che proprio queste due laconiche indicazioni, possano costituire il nocciolo essenziale della poetica dell’autore, in questa interessante raccolta edita da Controluna nel corrente anno. Una raccolta compatta, suddivisa in sole due sezioni (Ricami e Appuntamenti), dove Barbato delinea una realtà ambigua, impegnata in una sorta di schermaglia emotiva, e aggiungerei anche concettuale, tra l’assodato e il vago, tra la sconfitta (il pozzo, le profondità da cui non si può riemergere, alla luce del sole: “Io di nascosto, e a volte, ancora cado / in fondo al pozzo che dà specchi / al tuo nitore”…). Sono queste osservazioni minuziose, attente, della realtà circostante, che sollecitano il nostro autore a organizzare una scrittura poetica intensa e allusiva, che invita a meditare sulle apparenti necessità della vita e, a volte, dell’opportunità di porsi fuori dimensione al fine di una più schietta valutazione delle cose e del mondo, che non siano influenzate e contaminate dalla loro banalità, dalla “mimica” pedissequa e vuota di significati di cui sovente sono infarcite: “…Ci ascoltiamo nelle cuffie / che ho inventato per proteggere / i miei gusci mentre avvolgono / i tuoi suoni, quando fuori eterno / il vento e lampi e tuoni danno morsi / incandescenti alla modernità / d’argilla che ci ha addormentato i sensi.”
Un tentativo quindi di fare chiarezza dentro di sé, ma anche un invito a soffermarsi con saggezza sull’importanza dei sentimenti, che in questi versi vengono evocati solo in filigrana, ma evidenti ad una lettura più approfondita: per non vivere solo negli “intanti e nei frattempo”, ma per confermare quel grido d’amore chiuso in bottiglia e affidato alle correnti di un mare infinito, un messaggio forte e sincero che deve essere raccolto e partecipato da tutti.
Proponiamo dunque alcuni brani tratti dalla raccolta, invitando i nostri lettori ad esprimersi con altri eventuali graditi commenti o riflessioni in proposito.



Ricami

Cerca prima i suoni lievi, quelli
innocui da vedere, da nascondere
alla folta mascherata
d’occasione che ci dice
delle valli. Sali invece quasi
fossi monachina che si azzurra
nella gola, se c’è
ancora un po’
di vento in queste notti di granito.
Cerca bene, cerca meglio.



La luna dei pozzi

Io di nascosto, e a volte, ancora cado
in fondo al pozzo che dà specchi
al tuo nitore. E nuoto le correnti
sulla crosta della sera, tra crateri
di riflessi, divorato dai riverberi
di buio prima che li anneghi il Sole.
Ma annera la memoria ogni mattina,
asciutte le tue labbra e le mie scarpe
si dimenticano, sprofonda
nella luce l’ombra accesa
dei tuoi resti che non brillano
di Luna in questa sete.




Intanto

Viviamo negli intanto, nel frattempo,
nelle dolci e improvvisate
intercapedini di giorni sempre
uguali e senza mani che si scaldino
a nutrire le tue palpebre
di spruzzi colorati. Cerchiamo
come alianti le più sapide
correnti che sollevino
anche il corpo: per scalare
in un momento ogni mio inganno,
ogni dolore; abbandonando
finalmente in fondo al petto
le memorie che hai donato
a un regno ormai disabitato.




Quanto basta

Scompariremo piano
come il filo d’una barca
penzolante sfugge puro
all’orizzonte. Saprà scavare
nella nostra sete questo eterno
chiacchiericcio delle onde
che ci inchioderà alla riva
tra la schiuma delle storie
di cui sono zuppi i mari.
Noi no, parole non avremo,
diremo quanto basta, qualche volta,
in un respiro pieno.



Sulla soglia di un giorno

Ci ascoltiamo nelle cuffie
che ho inventato per proteggere
i miei gusci mentre avvolgono
i tuoi suoni, quando fuori eterno
il vento e lampi e tuoni danno morsi
incandescenti alla modernità
d’argilla che ci ha addormentato i sensi.
Diciamo corpi e storie che non può
vedere il mondo e che rimangono
sospesi tra gli auricolari o a volte
in fondo agli occhi arresi al rapido
sparire di ogni giorno. Muoviamo
passi certi, misurati, incontro
al nascere perpetuo di un’aurora
senza seguito né notte, racchiusi
in una luce inconsumabile
ma imprigionata pura sulla soglia.



Obblighi e devozioni

Traduco stanche foglie, se si staccano
dai tuoi capelli, e l’acqua quando
cade e inumidisce le mie mani
di cartone che disegnano
ferite. Ma è chiuso nella posa
in fondo al petto, nello scarto
tra le voci e le parole, il miele
soffice promesso a chi ubbidiva.
E noi viviamo ancora come monaci
fedeli a questa regola, cantando
lodi e requiem, come tiepide
vestali consacrate a un tempio vuoto
e ad aspettare ogni domani.



Finestate

L’ho riaffidata al mare

L’ho riaffidata al mare la bottiglia
in cui hai racchiuso il mio destino
come fosse un vino dolce
per brindare in pochi amici.
La spingerà il grecale più lontano
dalla sponda in cui bruciamo vite
e amori in un anelito di voci
che ci chiamano a tentare
di non dare ascolto ai tuoni.
Le parleranno le onde adesso
e l’urlo del gabbiano che volava
tra i tuoi occhi e sparge ancora
qualche piuma tra i miei sogni
mattutini. Ritornerà d’inverno,
forse, e avremo pronti i canti
di cristallo per versarvi ancora
intatte le parole che non dici.

Brani tratti da:
Alessandro Barbato, La mimica dei mondi, Controluna Edizioni, 2022; prefazione di Roberto Calabria

Alessandro Barbato è nato a Roma nel 1975. Dopo la laurea in Lettere, ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in antropologia sociale presso l’EHESS di Parigi, dedicandosi allo studio dei rapporti tra nuove scienze umane e letteratura, in particolare nell’opera di Michel Leiris e Pier Paolo Pasolini. Ha pubblicato su tale tematica diversi saggi, in lingua italiana e francese, e una monografia; è inoltre collaboratore del blog dedicato al Poeta friulano “Le pagine corsare”. È stato membro del comitato di redazione della rivista di settore “Civiltà e religioni”, oltre che di diversi gruppi di ricerca legati alle cattedre di Storia delle Religioni e di Antropologia delle religioni della Facoltà di Lettere dellUniversità UNIROMA2. Grande appassionato di poesia contemporanea, ha pubblicato liriche su rivista, blog letterari e nel 2019 la silloge Il fiore dell’attesa, confluita nel 2020 nella raccolta Solamente quando è inverno. Attualmente insegna materie letterarie presso le Scuole Ebraiche di Roma.




venerdì 22 luglio 2022

Gabriele Marturano, "L'anfibio"

Suddiviso in tre corpose sezioni (“Tundra brianzola”, “Mia cara Zeus” e “L’anfibio”, che dà anche il titolo dell’intera raccolta), il testo poetico del brianzolo Gabriele Marturano rappresenta l’ingresso ufficiale nell’attuale panorama letterario italiano, e con ottimi e lodevoli risultati. Si nota subito che L’anfibio non è un libro scritto solo in base ad una improvvisa “ispirazione” dell’autore (sebbene questa benedetta ispirazione possa costituire il necessario e arduo incipit per poter bene incamminarsi lungo l’interminabile percorso del fare poesia), ma è sicuramente ben progettato, minuziosamente lavorato, cesellato e rifinito dal talento artistico del poeta. La padronanza della materia appare evidente, nella costruzione dei versi, nella scelta dei termini, nell’uso indovinato di figure retoriche, specialmente l’iperbole (“nella vertigine d’un embolo emergo, / m’intasco afelio e perielio").
Lo spezzettamento dei significati lungo il percorso dei testi poetici, che nell’insieme delle tre sezioni si mantengono coerenti e aderenti al tema di fondo, che è la solitudine, anzi lo sperdersi nella realtà quotidiana (“Io sono lo zero / tra i miei pari”), rende tutta l’architettura della raccolta verosimile e propositiva, pur riferendosi essenzialmente a propri stati d’animo, a proprie congetture esistenziali. L’anfibio, il titolo della raccolta, è dunque l’io narrante che si immedesima in uno stato di ambiguità inferno / paradiso, realtà / sogno, amore / odio, speranza / rassegnazione, capace dunque di vivere, anzi di sopravvivere, in ogni circostanza, e tenendo comunque stretti a sé quei pochi valori, simboli, radici, tracce di sentimento che, nonostante tutto, sono necessari all’esistenza.
Una struttura poetica nervosa, e pur tuttavia fluida, capace di sorprendere e di impressionare, il che denota una già matura esposizione. Ma lasciamo ora ai nostri lettori il compito di aggiungere, se lo vorranno, altre interessanti e gradite riflessioni sui versi di Gabriele Marturano che qui di seguito riportiamo.


Il crepuscolo mi evoca,

sciamano. Appaio.

Le occhiaie, campi

ai confini del giorno.

Mi spoglio della divisa

quotidiana.

Per confondersi bisogna

sembrare uguali

all’eccedenza di eccetera

che si ripete.

Io sono lo zero

tra i miei pari.

 

***

 

Viviamo sugli allori

della nostra malattia,

aspettando un’inattesa sincerità.

Questa birra è un rito abbreviato

che mi stana dal mio pozzo

arredato. La vita è un’istantanea:

più passa il tempo più capisci

cosa c’è dentro.

Metto elio nelle vene,

ogni zavorra di certezza la lancio,

come monete sul tavolo per il conto,

nella vertigine d’un embolo emergo,

m’intasco afelio e perielio.

 

(dalla sezione “Tundra brianzola”)

 

 

***

 

Lucifera t’addentri

nelle mie meningi,

mute d’ogni luce,

con amore snodi gli intrichi,

nei tuoi palmi

le mie cellule

diventano Soli,

rameggia in galassie l’organismo

si spande.

Entrata da una ferita,

burella naturale,

di ghiaccio e di strazio

di pece e di tenebre

il paesaggio. Da allora

albeggia il mio universo.

Ti sei mossa

nell’interiora dell’interiorità

senza timore, e ora

i ghiacciai sono il mare

che ospita la vita

di demoni diventati sirene.

 

***

 

Il padrone punisce il servo

per sentirsi signore

d’un mondo che non gli appartiene.

E così nel sesso:

se tu avessi occhi solo per me,

saresti un ciclope.

Eppure te ne vai impudica,

grano che ondeggia le anche,

e mi incateni al ruolo del padrone,

mi accoltelli dalla parte del manico.

 

(dalla sezione “Mia cara Zeus”)

 

 

***

 

Di Milano adoro il dono

dell’anonimato, la sinonimia

delle andature, l’ossimoro

degli sguardi. Milano mi manchi

perché io, nel tuo seno, mom manco a nessuno.

Ti sento lontana

perché non posso allontanarmi in te.

Mi hai visto imbruttirmi, non mi hai giudicato;

la mia carriera di Hyde è nata nel recinto

delle tue cosce. Hai portato a me il mondo

e quasi m’ha ucciso. Milano ti amo

perché se non reggo l’umano

mi accolgono le tue catacombe:

nutrici che saziano il mio pozzo

di ombre.

Milano sei dove

posso essere immondo

senza terrore.

La tua filosofia degli opposti,

i tuoi vetri che non riflettono,

il tuo fiorire in boschi imprevisti,

imbrigliati da cancellate

che fanno sembrare possibile

perimetrare il selvaggio.

Sei metropoli che sa farsi

monumentale, che sa rendersi

paesino silenzioso che accoglie

chi si fisa delle tue ambage.

Milano ad ogni tua fermata

vive una vita propria

ogni indigeno che mi popola.

Milano sei il punto di ritrovo delle fughe.

Milano

intossichi e benedici,

illudi, spaventi,

e perdoni.

Milano sei il luogo ideale

per imparare a non idealizzare.

Ti studio

per apprendere come aprire spiazzi nell’intrico

dentro me improvvisi,

capolavori inattesi.

 

Milano m’insegni

che non serve segretare

la Bellezza, l’ignoranza

dei nemici la preserva.

 

 

***

 

Slow life

 

Live fast, die young.

 

Credevo l’amore fosse

impossessarsi dell’altro

chiedendo permesso.

Ho imparato a condividere per intero,

senza risparmio.

L’arraffare il possibile

nel poco tempo, e poi polverizzarsi

è il motto di chi dà alla paura la parola,

di chi vive da ostaggio

e muore di freddo

a due passi da casa.

 

(dalla sezione “L’anfibio”)


Testi tratti da L'anfibio, di Gabriele Marturano, Fucine Editoriali di Niccolò Rada, 2020; illustrazioni di Susanna Guaglianone

Gabriele Marturano vive a Verano Brianza. Laureato in Lettere Moderne, ha scritto per una rivista di musica. L’anfibio rappresenta il suo esordio editoriale.

martedì 19 luglio 2022

Le "Luci, ombre e arcobaleni" di Antonio Simone

Proponiamo oggi la lettura di alcuni testi poetici di un Autore campano che ha iniziato il suo percorso letterario solo da pochi anni, ma che già sta riscuotendo notevoli apprezzamenti. Parliamo di Antonio Simone, musicista e docente di pianoforte presso un liceo musicale di Capua, città in cui vive. La sua professione non gli impedisce di dedicarsi anche alla poesia, anzi, forse proprio questa sua dedizione è maggiormente incoraggiata se non addirittura integrata dal bagaglio professionale ed esperienziale che gli deriva dalla frequentazione del mondo della musica. Caleidoscopica e armonica è infatti la sua produzione in versi, nella quale profonde lo stesso impegno, la stessa ricerca e l'uguale dedizione con le quali svolge la sua attività di docente.
I brani che proponiamo in lettura sono tratti dal suo recente libro Luci, ombre e arcobaleni, prefato da Mariateresa Verona, docente di Lettere, e con una puntuale postfazione di Anna Ruotolo, valente poetessa casertana e nota in ambito nazionale.
Il libro si presenta come un mosaico di preziose riflessioni modulate variamente per stile, forma e significati: ogni testo vive di luce propria, naturalmente, ma nell’insieme si intravede un filo conduttore che unisce intimamente i trentasei componimenti, fino a creare un quadro complessivo compatto, coerente, seppur variegato nei vari temi ed elementi trattati. E sono considerazioni e riflessioni sui rapporti con gli altri e sui propri stati d'animo, sovente soggetti, appunto, a variazioni di umori e di sentimenti (metaforicamente luci, ombre e arcobaleni...), sull’amore, ma anche sul senso della (propria) esistenza, ed inoltre vi troviamo segreti impulsi che muovono in direzione di realtà altre, più schiette ed autentiche umanamente e socialmente.
Ma lasciamo ai lettori affezionati che ci seguono, il compito di aggiungere, se lo vorranno, altri interessanti commenti dopo aver letto i brani qui proposti.


OLTRE LE NUVOLE

 

Come un’oasi, insperata fonte

nel deserto delle mie inquietudini.

 

Nell’alba silenziosa, fresca rugiada

posata sui fili d’erba dei miei giorni.

 

Luce sorridente all’imbrunire,

voce rassicurante a notte fonda.

 

Se ad occhi chiusi giro in tondo

e mi perdo tra memoria e oblio

riesco ancora a sentire la voce del cuore

che riporta i miei passi lenti e stanchi

sul sentiero sicuro che a te conduce.

 

 ***

 

LE COSE CHE NON VEDI

 

Ho camminato in lungo e in largo

sotto i plumbei cieli d’inverno,

sull’arida terra d’estate,

col canto d’uccelli in primavera,

tra le cadenti foglie d’autunno.

 

Ho cercato invano

la luce e il calore del sole

finché stanchezza ha stretto

le sue spire intorno a me.

 

Solo allora, chiudendo gli occhi,

ho trovato il sole dentro di me

e, col viso nel sorriso,

ho capito che non quattro

ma una soltanto son le stagioni

quando sei tra le braccia della pace

e pura è l’aria che respiri.

  

***

 

PRELUDIO (ANDANTE CON MOTO)

 

A quelli che mi dicon di seguire

di Poesia le regole e ubbidire

rispondo che io no, non me ne curo

e scrivo versi sciolti in chiaroscuro.

 

Voglio seguir l'istinto ed il mio cuore

pur sembrando forse un oppositore.

Ai miei pensieri devo dar la voce

come ogni fiume cerca la sua foce.

 

Ben altra cosa il vero poetare...

questo lo so, ma che ci posso fare?

Quello ch'io scrivo è scritto con amore,

se non poeta sono un minatore.

 

Scavo nel fondo dei miei sentimenti

cercando le parole confacenti.

E' questo tutto ciò che posso offrire

a chi mi legge e coglie il mio sentire.

 

***


PASSAGGIO NOTTURNO


Hai bussato alla mia porta

anche stanotte, t'ho sentita.

 

Nel mio sonno però

non hai potuto entrare

poiché, in balia di Agripnia,

ancora intento ero a contare

lunghi secondi di silenzio.

 

Non sei riuscita ad avvolgere

il tuo liso mantello intorno a me,

a trascinarmi via nel tuo regno,

per farmi lì continuare il sonno.

 

Così ho rivisto l'alba, il primo sole

e un nuovo giorno stiracchiarsi,

mentre sentivo la tua ombra

che da me si allontanava

e il rumore dei tuoi passi inesistenti

dissolversi nel nulla lontano.

 

So che un giorno tornerai

e so già che toccherà a te vincere

l'ultima partita a scacchi.

 

Ma fino ad allora, io proverò

a guadagnare altro tempo

e ad aggiungere nuovi soli

e nuove lune a ciò che mi resta.

 

***

 

PULVISCOLO

 

Padre Sole, madre Luna,

dei miei giorni e delle notti

immagine di rinnovate presenze,

parole che riempiono silenzi,

movimento nella fredda stasi.

 

Ma dei giorni senza sole

e delle notti senza luna,

di questa vita e del mio pensare,

nessuna scelta, né colpa, né rimedio.

 

L’enigmatico vuoto dell’anima

vola alto sulle ali dell’arcobaleno

mentre io dondolo nell’infinito.

 

(Brani tratti da: Antonio Simone, Luci, ombre e arcobaleni, Youcanprint 2021; prefazione di Mariateresa Verona; postfazione di Anna Ruotolo).

ANTONIO SIMONE è un musicista, compositore, docente di pianoforte presso il Liceo Musicale Statale “Luigi Garofano” di Capua, sua città natale. Ha al suo attivo la pubblicazione di cinque CD con musiche per pianoforte da lui composte ed eseguite. Partendo dalla musica il suo interesse si estende anche verso altre forme d’arte, principalmente poesia e fotografia. Non ama definirsi poeta ma piuttosto un inventore di testi poetici o anche, metaforicamente, un minatore che scava “nel fondo dei sentimenti, cercando le parole confacenti”, così come descritto nel testo Preludio (Andante con moto), una sorta di manifesto della sua modalità di scrivere in versi. Il suo esordio letterario risale al 2020 con la pubblicazione di una breve raccolta di componimenti poetici dal titolo “L’albero di gelso”.

Alda Merini vista da Ninnj Di Stefano Busà