mercoledì 12 gennaio 2022

La "Sinfonia del mare" nei versi di Guglielmo Aprile

È indubbio che il mare possa essere fonte di ispirazione per tantissimi poeti, per la vastità e la ricchezza dei temi che esso può offrire: storici, geografici, mitici, e persino metaforici. E poi, quale altro poema più dell’Odissea, per esempio, può essere preso a conferma di tale interesse, se pure il mare lì appaia come sceneggiatura di fondo alle note peripezie di Ulisse nel cercare disperatamente la via del ritorno a Itaca.
Ed ecco dunque la riproposta del “mare” in questa ricca e interessante raccolta poetica di Guglielmo Aprile, autore certamente di riguardo, nell’attuale panorama poetico italiano, e che conferma, con questa sua silloge, Sinfonia del mare, la grande cura e attenzione nei confronti di un tema che, facilmente, può nascondere ovvietà o eccessivi entusiasmi per immagini e descrizioni stereotipate e riusate. Ma l’intuito, la cultura e l’intelligenza di Guglielmo Aprile, la sua vasta esperienza poetica, hanno evitato ogni possibile caduta di stile, producendo un nutrito e ben articolato poema sul mare, nuovo e originale nella fonte di ispirazione, nel contenuto e nel dettato.
Il mare considerato dunque nella molteplicità dei suoi aspetti, mare come elemento davanti al quale riflettere sull’evoluzione dell’umanità, ma anche come teatro di storie antiche e moderne; mare come simbolo di infinitudine, di apertura, ma anche di accoglienza, di riparo; mare come emblema di incorruttibilità, ma anche come esempio di trasformazioni ineluttabili, e quindi metafora del divenire, metafora di libertà e di autoconsapevolezza del proprio valore, della propria essenza. Ecco dunque il “mare” di Guglielmo Aprile: un mare vero, che ha una propria personalità e intuìto come entità sedicente e pensante, un’entità che parla tutte le lingue ed è perciò distante da ogni sorta di divisione razziale e da ogni conflitto intersociale, un mare che è di ognuno e di tutti, un mare che fonde tutte le voci del mondo, le unifica e le fa proprie, le trasforma in unico idioma, che è soltanto suo ed è soltanto quello, l’unico, in grado di lambire e di accogliere tutte le storie e tutte le geografie.
E a questo caleidoscopio marino, Guglielmo Aprile affida la sua poesia, traendo le note di un’armonia infinita proprio dal mare, e scrivendo versi di grande impatto emotivo, densi di significati: la sinfonia del mare!



Mi parlarono le onde

Risuonano tra le onde eco disperse
di altre voci, di uomini
vissuti in altre età, boati e gemiti
di Atlantidi dimenticate, il rombo
di uragani e naufragi
anche se per la distanza smorzato
si prolunga nel rantolo
della risacca che cresce dal largo
e che parla alla spiaggia, e le confessa
il remoto martirio di qualcuno
che si annegò, e di cui si ignora il nome;
e brandelli riemergono
di rotoli e di codici, in un vortice
di spume, avvolti dalle alghe, cocci
alla rinfusa, formule sbiadite
da acqua e sale, di rune e di saghe,
e tavole ma infrante tra gli scogli
e pagine di silice ma in pezzi
con sopra incise e quasi cancellate
le prime leggi e stralci del racconto
di come ebbe origine il mondo;
e sull’acqua prendono forma a volte
i tratti di quello che sembra un volto.
Mare, di fronte a te, sulle tue sponde
a lungo siedo, da solo, in ascolto.

(dalla sezione “Origliando alle porte del mare”)



***


Delle voci del mondo unica eco

Parla tutte le lingue
ma ciò che dice resta incomprensibile,
e fonde tutte le voci del mondo
in una sola, la sua, che non varia;

forse conserva nel suo oscuro idioma
l’eco di ogni parola che confessa
ognuno alla propria ombra quando è solo:
mare, conchiglia del cuore dell’uomo.

(dalla sezione “Bardo schiumante”)



***


La pagina rombante

Infaticabile mare, trascrive
con la mano febbrile della spuma
la sua biografia sconosciuta
sul quaderno sgualcito delle rive,

amanuense cosmico; e conosce
di ogni passata tempesta
le mai narrate gesta
e ne serba il ricordo nella voce;

e anch’io, suo copista fedele,
ripeto in sogno, sotto dettatura,
le parole che ha inciso sulla stele
delle onde, nella sua lingua oscura.

(dalla sezione “Cembali della Ionia”)



***


Nelle insonni fucine

Fabbro insonne del tempo
e della creazione, alacre il mare
lavora da quando nacque a plasmare
le coste e i loro profili volubili,

scava tornisce e smussa
la creta di falesie e continenti
in fantasmagorie, in assurdi abbozzi
di aberranti idoli, d’erme barbariche

e poi abbatte quanto le sue mani
enormi di magma e spuma innalzarono
ma ricomincia daccapo, mai domo,

prosegue la sua infaticabile opera
perpetuamente provvisoria e in fieri
e che fine non avrà mai.

(dalla sezione “Fuoco che di se stesso si nutre”)


***


Battesimo

La baia, con il suo profilo curvo,
scava una culla
sospesa tra nuvole ed onde:
nel suo profondo grembo
io mi corico, e piano
disteso su di un fianco, prendo sonno
su questa spiaggia, embrione
delle galassie, e il mio corpo consegno
alla sabbia, alla sua carezza calda
che mi battezza a una seconda nascita
più vera e pura; mi fa oggi il mare,
non di carne, da madre,

(dalla sezione “Il mare è una carezza”)



***


Ama celarsi, parla per enigmi…

Metaforico mare, ha molte maschere
ma una sola anima: suo è il dono
di mutare, di assumere

qualunque profilo, a capriccio,
quando l’onda disegna sulla riva
ora un cavallo, o un’idra, o una fanciulla,

ma sempre confonde i suoi esegeti
e dei loro pronostici si beffa,
e il suo vero volto non mostra

a chi si affacci sul suo specchio; mare,
a ogni nostro bussare il tuo silenzio
è la sola risposta.

(dalla sezione “Mare solo maestro”)

Brani tratti da Sinfonia del mare, di Guglielmo Aprile, Il Convivio Editore, 2021.


Guglielmo Aprile, nato a Napoli nel 1978, attualmente vive a Verona. È autore di alcune pubblicazioni di poesia (Il dio che vaga col vento, 2008; Primavera indomabile danza, 2013; L’assedio di Famagosta, 2015; Il talento dell’equilibrista, 2018; Elleboro, 2019; Farsi amica la notte, 2020) e di studi critici sulla poesia del Novecento e su alcuni classici della tradizione letteraria italiana.





domenica 9 gennaio 2022

Il dolore del ricordo in "Rebecca" di Gerardo Aluigi

La nostalgia è caratteristica che sovente adombra la poesia di una patina di lieve grigiore, di mestizia, di dolore compartecipato; altre volte può perfino sconfinare in ovvietà e stereotipi zuccherosi, andando a rivangare sentimenti eccessivamente autoreferenziali. Perciò è una inclinazione da trattare con cautela e con consapevole competenza poetica. Ed è proprio così che Gerardo Aluigi, maturo poeta di Pagani, in provincia di Salerno, affronta la recrudescenza del suo “nostos”, l’acme doloroso di una perdita e il conseguente ritorno ad uno stato di relativa rassegnazione, dopo aver metabolizzato in qualche modo la grande mancanza di Rebecca, da cui il titolo di questa sua recente raccolta poetica, con un coraggioso e preparato bagaglio poetico che lo distingue certamente da altre letterature più inclini a monotoni e scoloriti rimpianti.
Qui il ricordo assume infatti veste luminosa, se non addirittura gaia, si attualizza in un abbrivio di fede e di speranza, perché “l’abisso dei fondali marini possiedono il cielo dei miei occhi”; cioè a dire, che il dolore più grande, abissale, può essere lenito, esorcizzato e dissolto in una visione più ampia del creato, in cui adagiare la ragione di una infinita perdita.
La compostezza del linguaggio poetico, di stile vagamente montaliano in gran parte dei testi di questa ottima raccolta, conferisce dignità al tema del ricordo, ove necessariamente la poesia deve elevarsi per universalizzare l’intimità del sentimento, valorizzandolo e motivandolo. Alla fine, è pur sempre un orizzonte di luce e di speranza che s’intravede, dopo il pathos del dolore, ed è questa, anche, la meta che un poeta deve indicare: Gerardo Aluigi compie questo viaggio all’interno di sé, attraversa il baratro dei ricordi e delle memorie, e la sua poesia ne è pregevole struttura portante.

 



Sento la tua presenza,
come un abbandono
mi appari un’ombra tra bisbigli delicati
mi segui, dove sei?

Il mondo è qui tra le mie mani,
ne resta un pezzo profumato:
te lo regalo.

 

***

 

Il ghiaccio nella coppa di champagne
si è sciolto con te in un giorno
in cui tutto è cambiato improvvisamente.

Non hai contato le ore alle tue spalle,
resto a guardare le cose che hai lasciato
persone, abiti, scarpe e i tuoi occhi
emozionati
la luce che danzava nelle pupille.

Ora ti porto la rosa sulla tomba.

 

***


Chi amerò,
a chi volgerò le mie attenzioniadesso
l’emozione è sospesa
perché tutto mi è vuoto
come questa distesa di sabbia
che è un libro muto.

L’abisso dei fondali marini
possiedono il cielo dei miei occhi.

 

***

 

Senti il rumore dei vetri rotti?
Sì, lo sento.
Tutto è rimasto uguale,
anche se mi chiedo perché rimangono
i colori sulla vetrata infranta
come se la luce si fosse fermata lì
mentre i cortili più poveri di polvere e strazio
vorrei mi restituissero i miei dieci anni
in cui Dio cercavo e ancora cerco.

E rivedo mio padre pieno di sudore,
imbrattato di fatica
che corre, corre ma dalla parte sbagliata.

 

***


Forse queste scale hanno sentito,
il tuo passo
hanno tremato come tremo io?
Se tu sapessi le albe che mi hanno aspettato,
con il sole a parlarmi, a dirmi
non pensare a ciò che distrugge.

Quanta solitudine nel mio ramo
spezzato
senza i tuoi occhi che scavavano miniere,
lo scoglio intreccia nuove forme
si ritrae.

Pegaso è impazzito, è evaso dal cielo
per appartenere alla terra.

 

***


Vuota,
non c’è più niente
in questa casa
solo polvere e vecchi bisbigli.

 

***


Sciogliete i nodi dalle mie mani,
scioglieteli, fu solo per il dolore
della parola se sono qui.

Scioglieteli,
giudici di mille piazze, voi teste
pensanti, voi tremanti uomini
dalle cardinalizie mani, che
di vita non sapete, sciogliete
anche la luce dai vostri occhi
date alla bocca la voce
voi sangue rappreso
dalle torpide vene, voi corpi
vestiti da corvi.

Io sono qui libero da catene
e vi regalo un pensiero
in esso leggerete
tutto ciò che può
essere cielo o inferno.

Vedrete tutti gli anni della mia vita
io che di giorni ne vissi uno solo.

(Brani tratti da Rebecca, di Gerardo Aluigi, RPlibri, 2021)

Gerardo Aluigi è nato nel 1950 e vive a Pagani (SA). Appassionato di poesia ha pubblicato nel 2008 la raccolta Gli argini del silenzio (LietoColle) e nel 2015 Nudi, come il dolore (Guida Edizioni). È presente in alcune antologie poetiche nazionali. I suoi testi partono da una profonda ferita, così come lui stesso ama ribadire.

 

martedì 4 gennaio 2022

Gli "Incerti confini" di Stefano Vitale e Albertina Bollati

La poesia non è sempre soltanto parola e l’immagine non è sempre mero disegno, fotografia, dipinto. Voglio dire che, spesso, le due arti, quella poetica, fatta di versi, e quella visiva, fatta di immagini, possono unirsi andando a sconfinare l’una nell’altra, in un reciproco rafforzamento di resa emotiva e artistica. È questo il caso di Incerto confine, un’opera di poesia che è anche un’opera grafica di indovinata ed eccelsa fattura, dovute all’intuito e alla maestria dei suoi realizzatori: Stefano Vitale, per la parte poetica, e Albertina Bollati per la parte grafica.
Opere del genere ce ne sono e ce ne saranno tante, anche pregevoli e interessanti, ma mi preme far notare che, in questo caso, la grafica non è a corredo o a completamento della poesia, né la poesia è didascalicamente abbinata alle immagini: sono un tutt’uno, sono effettivamente una riuscitissima integrazione parlante del tema, o dei temi, espressi nel libro, e si nota l’evidente intenzione, da parte dei due autori, di procedere ad un progetto in comune intesa, senza giustapposizioni o adeguamenti successivi dell’uno rispetto all’altro. Un progetto elegante e molto significativo, dunque, che va “letto” e interpretato nell’insieme, avendo le pagine certamente un potenziale espressivo in più rispetto ad un testo di soli brani poetici.
Purtroppo per motivi tecnici non è possibile riportare qui anche le grafiche, e per questo si consiglia l’opportunità di reperire il libro materialmente.
Le poesie e le immagini formano quindi, in questo libro, un corpo unico, in cui i versi sono a volte anche in sovrimpressione, “disegnati” calligraficamente a mano, ma non in didascalia come appunto dicevo prima. Il tema preponderante è lo straniamento da certe situazioni e da certi stati d’animo acuti e spiacevoli, derivanti dall’osservazione di una realtà ipocrita e chiusa, restia egoisticamente a concedere spazi umani e sociali a ciascuno: l’incerto confine tra il bene-essere di tutti e il bene-essere del singolo in una società che mira essenzialmente all’isolamento, al “chiudere i porti”, per salvaguardare la propria identità, divenuta incerta a causa della cosiddetta “globalizzazione” che tende invece ad unificare e a omologare comportamenti, idee e valori. Incerto confine è dunque questo indagare nell’animo umano cosa possa impedire la rottura o il superamento di questi limiti, di questi fili spinati che ancora la fisicità e la materialità dell’uomo si porta dentro, per timore di perdere il proprio oceano, la propria casa, in un oceano ancor più grande, dove è arduo riconoscersi.
E in questo perdersi, la parola poetica è e rimane, sempre, un riferimento preciso, un’ancora di fermezza, da cui ragionare e ripartire: tutto il libro di Stefano Vitale è questa indagine lirica, questo gradevole mostrarci possibilità di riscatto oltre gli “incerti confini”.



Chiudere i porti

Chiudere i porti e lasciar riposare
le nere coscienze marce di rabbia
merce di scambio di triste rancore
mentre grasse risate bruciano l’aria
nelle sudice piazze deragliate ragioni.

Chiudere i porti per non incontrare
l’orrore di occhi naufraghi in mare
di corpi salvati piagati dal sole
stremati da guerre monete sonanti
del nostro silenzio di barbari stolti.

Chiudere i porti alla fuga smarrita
sul mare-sepolcro di cenere e sangue
le ombre dei morti sono gelate
scure radici senza più storia
deserto di mani e orecchie mozzate.

Chiudere i porti del mare che un tempo
fu Nostro onda di luce
ora muro che cresce abisso di sale
specchio scheggiato dal pianto di pietre
posate sul fondo del cielo d’estate.


***


Strisce

Il confine del corpo
è il filo spinato della paura
da qui si deve cominciare
tra le pagine bianche brunite

dalle ferite fioriscono cicatrici
solchi di giorni magri
cenere e chiodi da attraversare
ancòra terra da masticare

nell’ombra che ci segue
è il presagio della notte
a passeggio sulle schegge
di lingue sconosciute

di naufraghi smarriti
senza le chiavi d’una casa
in un ventre di balena
buio dove affonda

la lama del presente
strisce di fuoco sulla pelle
sono zattere di silenzio
attimi dove non siamo mai stati.*

*verso di Mark Strand da “Mappe nere”

 

***

Alfabeto muto

Cerchiamo la parola esatta, àncora
che viene dal bene
che ci afferri come un destino.

Cerchiamo la parola esatta, luce
nella piega delle labbra
nel gesto lieve delle dita.

Cerchiamo la parola esatta, argine
che ci renda lo splendore del silenzio
senza vergogna né rassegnazione.

Ma quel che abbiamo è
un alfabeto muto
passo senza cognizione
pieno d’errori
distrazioni, omissioni.


***


Passare il confine
è un viaggio verticale
volo d’airone disteso nel grigio
senza rimorsi varca l’argine
nel buio della lingua
silenziosa e lucida
col suo suono di cometa
torna al punto di partenza
oltre il labirinto delle cose
resta nascosta la scienza
di questa povera arte
vita che si cerca
nei silenzi turbolenti
entra in se stessa
rinasce sprofondando.

 

***



Perché non essere
come le nuvole?
Poter cambiare forma
luce, colore e direzione
nel disordine del vento
imparare il controcanto
segreto delle cose
viste da lontano
scolpite nel marmo dell’istante
senza altre distrazioni
ruotare a vuoto su se stessi
imprevedibile necessità
d’una anima sottile e d’aria
che, sorridendo o bestemmiando,
dobbiamo sopportare,
liberare.


 ***



Non c’è orologio
che batta il tempo in modo esatto
avanzano le lancette seguendo
un ritmo dissonante
lontano dalla giusta cognizione
d’una palpabile certezza
il tempo è altro tempo, fuori dal calcolo
della presunta precisione,
passo sbilenco sull’orlo di un cornicione
sentiamo che qualcosa sfugge
e s’apre una ferita da dove sgorga
il sangue d’una domanda:
sono io il mio tempo?

a Laura R.


Testi tratti da:

Stefano Vitale, Incerto confine, L’Artistica Savigliano, 2019; immagini di Albertina Bollati; introduzione di Vittorio Bo.

Stefano Vitale è nato nel 1958. Vive e lavora a Torino. Nel 2003 ha pubblicato (con Bertrand Chavaroche e Andy Kraft) la plaquette di poesia Double Face (Ed. Palais d’Hiver, Gradingnan); nel 2005 Viaggio in Sicilia (Libro Italiano, Ragusa) e Semplici Esseri (Manni Editore). Per le Edizioni Joker ha pubblicato Le stagioni dell’istante (2005) e La traversata della notte (2007). Nel 2012 ha pubblicato Il retro delle cose presso le edizioni Puntoacapo; nel 2015 ha partecipato con 24 sue poesie all’allestimento della mostra di Ezio Gribaudo “La figura a nudo” presso l’Accademia di Belle Arti di Torino. Nel 2017 ha pubblicato presso La Vita Felice la sua nuova raccolta La saggezza degli ubriachi. In collaborazione con l’illustratrice e artista Albertina Bollati, ha pubblicato nel 2013 per Paola Gribaudo Editore la raccolta di poesie Angeli, nel 2019 Incerto confine e nel 2020 Il colore dei gatti (Ventura Edizioni) con filastrocche per bambini. I suoi libri hanno ricevuto molti premi e riconoscimenti, le sue poesie sono pubblicate in riviste ed antologie oltre che sul web e riviste e sono state tradotte in inglese e tedesco. Cura sulla rivista on line www.ilgiornalaccio.net le rubriche critiche dei libri di letteratura e la rubrica “Oggetti smarriti” dedicata alla poesia. Appassionato di musica, è Direttore Artistico dell’Ass. Amici Orchestra Sinfonica RAI.

martedì 28 dicembre 2021

"Nocturnes" : la drammatica attualità nelle poesie di Giovanni Bracco


Dalle nostalgiche vedute del suo paese natìo, riflettendo sul rigoglio della natura fiorente sulle rive del Tanagro e meditando sulle incertezze di una cicogna nell’iniziare finalmente la sua migrazione, alle mestizie e alle ingiustizie di un altro mondo, quello più inumano e triste delle immigrazioni clandestine, Giovanni Bracco, attento giornalista di professione ma anche incisivo e colto poeta, narra in questo suo recente libro, Nocturnes, di sé e della realtà attuale con uno stile poetico intenso, appassionato e persino obiettivo, sempre mantenendosi sulle linee di un dettato misurato e propositivo, dove le immagini, le storie, i sentimenti, vengono imbrigliati sapientemente nei versi fortemente espressivi e diretti. La bontà della raccolta è ancor più confermata dall’universalità del dire, testimoniata dall’ottima traduzione in inglese delle varie liriche presenti: una traduzione che non inficia il significato intrinseco dei testi ma anzi ne rafforza l’efficacia e la fruizione da parte di lettori internazionali, vista anche la drammaticità dei contenuti, specie quelli riguardanti il fenomeno dell’immigrazione.
Ne riportiamo qui di seguito alcuni esempi, invitando i nostri lettori ad esprimere ulteriori graditi commenti in merito.



In cucina

a Graziano Conversano

Si confondono i giorni. L’eguaglianza
di questo terso avvio di gennaio
le percezioni assidera. In cucina
il pavimento prima del balcone
è un trapezio in massetto di cemento
con schegge di piastrelle colorate:
un invito alle stelle. Non previdi
l’assenza di una bussola, un sestante.

 

***


Lo specchio

Lo schermo specchio nero dell’ipad
riflette una mia immagine abbronzata,
pochi dettagli, solo gli occhi stanchi.
La piattaia, con le pentole sbreccate
rosse, celesti, gialle alla parete
di fronte mi descrive fedelmente.

 

***


Ritta sopra una lingua di fanghiglia
libera dalle tife e dalle canne
nelle acque impigrite del Tanàgro,
una cicogna tarda,
solitaria, a migrare. Ed io non so,
scrutandola dal ponte accarezzato
da un venticello fresco a fine ottobre,
se attenda uno stormo di passaggio
o guardi le colline
sulle quali è poggiato il mio paese
dai gradoni verdastri,
umido nonostante il sole pieno
del suo stendardo, delle lunghe estati,
come io le guardo prima di partire.
Mi cura ogni ritorno ed è un dolore.

(dalla sezione “Birds” – Uccelli)

  

***



Ora che si è calmato e il movimento
delle onde mi culla in superficie
devo ammettere che non ho lottato
nemmeno un poco, troppo divergenti
le forze in campo in mezzo alla tempesta.
Voi non saprete mai se è la pietà
del mare o la sua cieca indifferenza
ad avere risolto ogni mia pena
e qualche desiderio ormai sfibrato.
Interratemi coi vestiti miei.
Dalle tasche germoglieranno datteri
semi d’acacia, miglio e di basilico.


(dalla sezione "The dark night of the soul")

 

 ***



Ero pronto a sgobbare sui cantieri,
non a schivare il sibilo
delle cinghiate. Quando gli scafisti
hanno intuito la fine imminente,
ci hanno frustato per buttarci a mare.
Nel tumulto di lingue,
di urla, sangue e sale
non so se la manovra
di alleggerimento sia riuscita.
Ho soltanto provato
ad ingoiare l’ultima bestemmia,
anzi, ho sorriso a Dio. Ma non so
se questa immensa quiete
sia esattamente il premio promesso
senza il bacio sugli occhi di mia madre.

(dalla sezione "The dark night of the soul")

 

 ***


Compatta sulla strada polverosa,
qualcuno aveva un sacco o un tappeto,
muoveva l’adunata
mesta e disarmata.
Non ci guidava un patto
sulla terra futura.
Sull’autocarro in mezzo alla colonna
non c’era l’arca, non c’era alleanza.
Per noi rappresentava
solo un riferimento occasionale
all’esodo composto,
pagato al prezzo delle nostre case,
in Siria, bombardate,
senza acqua, nel nome
di un dio che non poteva
guardare, se ha un senso
l’alto comandamento:
non nominarlo invano.
Signore, però, vedi la mia mano
che si aggrappa al canotto.
Il sale mi corrode.
Forse abbiamo guardato troppo in alto
e il varco è là sotto.

(dalla sezione "The dark night of the soul")


 ***



Il serpente

Mi hanno visto strisciare, la baracca
di lamiera, in Libia, era aperta
ma non riuscivo a entrare per le botte.
Di là dal mare ho ritrovato il padre
e la violenza ormai è una spoglia secca.
Possiede anche il serpente un privilegio:
lascia la vecchia pelle e si rigenera.



Giovanni Bracco è nato a Polla (Sa) nel 1961. Poeta e giornalista, vive a Roma, dove è capo della redazione dell’agenzia Il Sole 24 Ore Radiocor. Sue poesie sono state pubblicate in quattro raccolte edite da La Vita Felice di Milano: Le grandi mani calme (2015); Il nostro tempo (2017); Il mare mi ha deposto dalla croce, Mediterraneo, poesie (2019); Sull’orizzonte dei binari in fuga, Carme famigliare (2020).
Sue poesie sono state tradotte in inglese e in spagnolo e sono state pubblicate su varie riviste letterarie internazionali.
Ha quattro figlie, coltiva le lettere e la musica su uno Steinway & Sons del 1938 e su un clavicembalo che ha costruito per lui Urbano Petroselli. A Polla abita nella casa di famiglia, possiede una vigna e un piccolo uliveto.



venerdì 3 dicembre 2021

"Sedimentare il tempo", di Emanuela Dalla Libera

Il nocciolo significativo da cui si sviluppa poi tutta l’architettura poetica di questa bellissima ed elegante raccolta di Emanuela Dalla Libera, penso si possa trovare in quella indovinatissima espressione in lingua greca, ἡσυχία, che costituisce il sottotitolo, ma che in effetti, diventa addirittura primario, fondamentale, rispetto all’indicazione vera e propria che l’Autrice ha voluto dare al libro: Sedimentare il tempo. È in effetti un termine importante, che vuole esprimere con tutta la liricità e la chiarezza classica di una lingua eternamente armoniosa e pura, l’assoluto distacco dai precipizi e dalle ansie della moderna società dedita quotidianamente ad una fuga precipitosa verso non si sa dove, per suggerire, quasi con un recupero di antiche filosofie orientali, una esistenza di meditazioni, di calma, di rilassamento intelligente e perspicace, al fine di poter meglio comprendere il mondo e la realtà circostante.
E così, prendendo a prestito un termine desunto dal linguaggio scientifico, “sedimentare”, ma anche sociale e psicologico, la nostra Autrice costruisce un intero progetto poetico fondato e caratterizzato dall’invito a lasciar cadere l’inarrestabile flusso del tempo in una sorta di recipiente immaginario, dove possa “sedimentare”: sedimentare non per estinguersi, per morire, per annullarsi, bensì per essere pronto, al momento opportuno, di essere “colto”, di essere riproposto alla mente e al cuore dell’autrice e di tutti. Si tratta dunque di prendere una pausa, di aprire una parentesi di pace nel trambusto della vita quotidiana, di respirare per un po’ un’aria più limpida, per tornare a qualche sogno, per considerare con nuovo sguardo la realtà che ci circonda: “Accompagnami ancora, bellezza della vita, / incalzami con le voci che infrangono l’oblio / deposto tra valve di memorie senza suono…”, canta Emanuela Dalla Libera in una sua lirica iniziale, che è quasi un proemio a tutta la sua opera.
La poesia è in fin dei conti anche stato di grazia durante il quale il poeta esprime finalmente le sue sensazioni, le sue motivazioni, le sue idee e la sua filosofia di vita dopo aver osservato attentamente in sé stesso e nella realtà circostante i “segnali” e i messaggi ricevuti: ciò non è possibile realizzare nel trambusto piuttosto continuo del giorno, ma è necessario fare “sedimentare” questi messaggi, questi impulsi, per poter poi meglio indagarli ed esplicitarli, artisticamente e, nel nostro caso, poeticamente.
Per giungere a tutto ciò, Emanuela Dalla Libera si svincola in qualche modo dal flusso tempestoso e irruento, spesso spigoloso, della quotidianità, e lascia “riposare”, decantare, il groviglio emotivo che energicamente alimenta il corso della nostra vita, fatto di attese, gioie, dolori, speranze, impulsi emotivi, dubbi, incertezze, progetti. Il risultato di questa intelligente e soave “sedimentazione” è una poesia altamente lirica, di tono elegiaco, che procede con una delicata e amorevole solennità: una leggerezza che non è affatto superficialità ma piuttosto il simbolo di un tentativo (riuscitissimo!) di innalzamento delle cose e dei cuori a livelli superiori se non proprio eterei e trascendentali.



Accompagnami ancora

Accompagnami ancora, bellezza della vita,
incalzami con le voci che infrangono l’oblio
deposto tra valve di memorie senza suono
e le nebulose dissolvimi gravide d’ombre
negli angoli insonni di giorni immeritati.
Paziente, attenderò alle sillabe pudiche
delle domande grevi in mezzo alle pietraie
aguzze, dove si accecano i passi della sorte,
e alle risposte mute dei sogni sulle soglie
aperte all’eterno ingannevole del tempo.
Altre storie ascolterò dalle tracce emerse
sul ruvido fondale del passato, tra le mani
terrò la loro bava di lumaca luccicante
sotto i palpiti silenziosi delle stelle,
mentre nel ventre trasognato dei tramonti
addormentati sopra il mare, un canto quieto
scivolerà sull’onde e tra rimpiante forme
ormai svanite un’eco amara sentirò di pianto.


***


C’è nei luoghi dell’anima

C’è, nei luoghi dell’anima, un posto
in ombra dove cantare gli assoli
della vita, e lasciar scorrere, tra le pieghe
della notte, parole rimaste a mantener
la luce su voragini scolpite nel silenzio.
C’è un posto dove le voci dei pensieri
fluttuano come chiglie sulle onde,
o al vento si annodano nei sentieri
solitari, quasi viandanti in cerca di riposo
dagli echi polverosi dei giorni dileguati,
ai bivi si arrestano della sera a contemplare
l’azzurro sazio dei cieli all’orizzonte
e negli occhi trattengono il respiro delle aurore.
Si allenta in essi il peso delle ore incatenate
all’incerto esistere nel mondo, e in volo,
come rondini di mare, se ne fugge
il tempo, lieve oscillando per gioco
tra le fronde, a cercare, tra le nubi, varchi
di innocenza nel procedere degli anni,
clemenza al suolo che altri passi attende.


***

È venuto il tempo

È venuto il tempo in cui il tempo
ci è scivolato dalle mani, come acqua
precipitata da una diga nel fondo
del destino, e noi con occhi increduli
lo inseguiamo, e al ramo che sporge
sulla cima vorremmo averlo quieto.
Ali gli diamo per tornare indietro
ma in frammenti esangui si perdono
le cose che abbiamo conosciuto,
parole senza accenti rimangono all’incanto
dietro sporgenze cariche d’ignoto.
Solo rimane nell’incavo dormiente
dei giorni germoglianti nel futuro
un sorriso grato di rimpianto, la spenta
voce di una felicità ignorata e poi perduta.


***

Madre

Ho le tue mani, adesso, sgualcite
come un’erba calpestata, i tuoi gesti
arresi alla voracità del tempo, nei miei passi
sono i tuoi quando salivi lenta le scale
sperando un domani ancora nei resti
dei tuoi anni, e mi prende il tuo silenzio
che un tempo non capivo. E pure, è vicino
il tuo parlare, risuona sulle foglie
secche che emendavi dai gerani, sui panni
stesi nell’aprile che garrula ti sapeva
quando non greve ancora ci circondava
il mondo e sapeva di terra e di stagioni
il tuo pensare, ed era di altri tempi
la tua pazienza accesa. Io so dov’è la casa
adesso, è dentro le stanze dove il tempo
mi è sfuggito e tu ancora vieni, l’alba
è il tuo apparire tra gli effluvi del risveglio,
la sera nelle ombre dolci a coprire la fatica,
e tu ancora vieni e riempi il mio destino.


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Nostos
primavera 2020

Ci sarà ritorno da questa primavera
naufraga, e avrà un’altra luce il sole
poi che dalle ombre ci risveglieremo,
un altro canto il vento, voci inascoltate
emergeranno dai giacigli per riempire
le albe di calore, e torneranno
i nostri passi tra i silenzi della luna
a respirare il cicaleccio fitto delle stelle,
il riso della risacca in braccio al mare,
parole nuove sentiremo bisbigliare
agli angoli delle strade, la sera,
e in altri angoli nasconderemo la colpa
di non aver capito quanto può essere
grande il cielo dentro le nostre ore.


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Silenzio

Se troppe parole mi opprimono di vuoto,
se tra le sillabe amari suoni sento stridere
di sera e di scontento, o l’inquieto vento
di un ricordo mi turbina alle spalle col rumore
di un rimpianto, salgo alla macchia mia
selvaggia dove gli ulivi cedono morbidi
il passo alla natura, e, in una solitudine
senza pianto, dei boschi miei sodali
con sguardo lento penetro l’anima silente.
Mi si spoglia il tempo dell’acredine
dolente che i solchi percorre dei passati mali
e nudo intreccio il mio respiro alle lustrali
ombre che riparo danno al mio patire,
nelle fronde ritrovo teneri gli abbracci
e i canti di una madre, e un regno
di silenzio riempie la cavità senza pareti
dei pensieri andati a fondo, tra i rovi
incaglio le note scordate dei miei anni
come effigi d’autunno cadute in abbandono.

Brani tratti da:
Emanuela Dalla Libera, Sedimentare il tempo, Gilgamesh Edizioni, 2020; prefazione di Stefano Iori.

Emanuela Dalla Libera è nata a Vicenza, dove ha condotto i suoi studi. Si è laureata a Padova in Lettere e Filosofia. È stata docente nelle Scuole Superiori. Per ragioni familiari ha vissuto per lunghi periodi all’estero, in India e negli Stati Uniti, esperienza che le ha lasciato tracce profonde e l’ha resa cittadina del mondo, aprendole gli occhi sulle multiformi realtà della vita e della storia. Da qualche tempo si è trasferita in Maremma Toscana, dove trascorre la maggior parte dell’anno e dove, spinta dalle suggestioni della natura e del silenzio, ha iniziato a dedicarsi alla scrittura poetica. Ha pubblicato due raccolte di poesie, entrambe edite da Gilgamesh: Lo sguardo altrove, ed ἡσυχία Sedimentare il tempo, opere che hanno ottenuto premi e riconoscimenti in concorsi nazionali ed internazionali.



Alda Merini vista da Ninnj Di Stefano Busà