mercoledì 23 gennaio 2019

Mariano Ciarletta: "Il vento torna sempre"


"Sappi che l'amore fa come la radice / protegge il suo albero sfidando il vento / per tenerlo alla terra / e lieta lo nutre ad agosto". Vorrei partire da qui, per questo breve viaggio nel mondo poetico di Mariano Ciarletta, giovane poeta salernitano, che vive e svolge la sua attività a Mercato San Severino, patria dell'indimenticabile Carmine Manzi che con la sua rivista letteraria "Fiorisce un cenacolo" e con il suo prestigioso Premio Paestum ha illuminato di arte e di poesia la nostra regione per più di cinquant'anni. Questi versi sono tratti da una bella poesia che fa parte del recente libro del nostro autore, che volentieri ospitiamo su Transiti Poetici, dal titolo emblematico "Il vento torna sempre", edito da La Vita Felice di Milano, con una dettagliata prefazione di Rita Pacilio.
L'osservazione acuta del mondo e del modo di essere dell'umanità presente, viene filtrata dall'autore attraverso le sue riflessioni amare e sofferte, ma non prive di speranza, sull'inclinazione negativa che ha assunto la società e la sua influenza sulla natura: le cose vanno e vengono, ci si trova nell'"odore degli errori commessi tra gemme d'arancio" e noi "siamo ciechi alla danza dei dolori che macabra esegue il passo per le strade di oggi". Ma nonostante tutto, nonostante i quadri negletti che accompagnano il nostro procedere, resta per noi un amore variegato che, come la "radice protegge il suo albero sfidando il vento", ci redime e ci incoraggia a proseguire. Ecco: il vento torna sempre, torna con l'intento di demolire o quanto meno ripiegare, avvilire, quel poco di buono e di luminoso che nella vita l'uomo si prefigge di costruire, sfidando baratri e tempeste furiose. Una visione pessimistica? Può darsi, ma leggendo e interpretando più in profondità i versi di Mariano Ciarletta, si nota l'evidenza più o meno velata di un amore variegato, come dicevo prima, nel senso dei suoi molteplici aspetti e delle sue molteplici manifestazioni ("Sappi che l'amore è inciampo di sassi che si camuffano a gemme…", e ancora: "Sappi che l'amore non è ladro, non ruba vergini terre...", si legga l'intera poesia "Rosso legame", che è sagacemente da contrapporre, quasi in ossimoro, a "Sensi perduti").
Mariano Ciarletta predilige un linguaggio indiretto per dire tutto ciò, utilizzando sovente metafore e sinestesie, con un dettato poetico costituito generalmente da testi brevi, decisi e rapidi nella loro esplicitazione. Ogni testo poetico è un quadro a sé, ma ognuno rende bene l'idea fondamentale dell'autore, e cioè che il male e in genere le negatività sono sempre lì, dietro l'angolo, pronte a rovinare l'uomo e la natura, e l'unico possibile argine contro "il vento che torna sempre" è l'amore, la ricerca dell'amore.
Per dire tutto ciò, Mariano Ciarletta ha realizzato un libro di poesie arricchito anche da una sezione di "Aforismi" molto arguti, profondi, che riprendono generalmente il tema principale dell'autore, di cui abbiamo prima parlato, e che offrono davvero molti spunti di riflessione.
Spunti di riflessioni che sicuramente i nostri amici lettori che qui ci seguono con piacere, potranno aggiungere, se lo vorranno, insieme ad altri graditi commenti su questo ottimo lavoro poetico del giovane ma già affermato poeta Mariano Ciarletta, serio ed impegnato autore del nostro panorama letterario contemporaneo.
Riportiamo pertanto qui di seguito alcuni testi poetici tratti da:

Mariano Ciarletta, "Il vento torna sempre", La Vita Felice, Milano, 2018. Prefazione di Rita Pacilio




Tumulto

Ho gettato un sasso
tra le tumultuose onde
roccioso pugno carico di domande.
Ho atteso le risposte dall'eco dei venti
ottenendo silenzio rimontante.


***

Foglie d'arancio

Osservo
lento il mutare dell'autunno
dalle rosse foglie, al marrone e al giallo.
Invidio
il volgere di Crono,
seduttore rende gialli i rovi
per spontaneo capriccio.
E mentre io seduto rimango in stasi
continua
la soave danza delle cadaveriche foglie
dal rosso, al marrone
e al giallo.
Colore di schema senza regole
richiamo perduto di scheletri
alle radici possenti dei castagni
sepolti da cumuli d'arancio.


***

Mi chiedi di Speranza

Mi domandi se la Speranza
faccia rumore al suo ingresso
quando come spia varca
le lignee fessure dell'anima
dubbia messaggera dell'alba.
E io che conosco Speranza,
rispondo:
essa ci coglie quando più le piace,
tra lo stillare di fugaci gocce
alle tronfie risate,
fino al sovrano privilegio.


***

Sensi perduti

Siamo ciechi
alla danza dei dolori
che macabra esegue il passo
per le strade di oggi.

Sordi al suono del pianto
e al grido del bisogno
di una divelta umanità
spersa di umani sensi.

Sciapi, nel rifiuto passivo
alle nuove gemme della vita
bramosi di sapori distinti
eppure il desiderio.

Sconosciuti al tatto
il contatto della sperata
condivisione.

Inquieti alle nuove primavere
rigidi inverni
calde estati di rinascita.


***

Segreto

Mi trovo nell'odore degli errori
commessi tra gemme d'arancio
quando annusavo profumi
sulla tua carne bianca. Il dono.

Geloso che anche l'aria potesse sentirlo
celavo segreti,
il patto sigillato nel vento
parole rimosse, senza ritorno.

Ma il vento torna sempre.


*** 

Rosso legame

Sappi che l'amore è inciampo
di sassi che si camuffano a gemme
avallati da una terra beffarda.
Sappi che in amore non ci sono farfalle
ma salite impervie che conducono a oasi
dove i silenzi sono rosso legame.
Sappi che l'amore non è ladro,
non ruba vergini terre
e non ne conquista di nuove.
L'amore rispetta il momento
in cui schiuderai le porte all'unione.
Sappi che l'amore non confonde,
e non lascia lividi sulla mente
né tagli sul cuore.
Sappi che l'amore fa come la radice
protegge il suo albero sfidando il vento
per tenerlo alla terra
e lieta lo nutre ad agosto.


(Dalla sezione "Aforismi")

*
Fortunati sono gli amanti che imitano la filosofia del fiume poiché le sue acque, anche se separate da ostacoli, troveranno il modo di ricongiungersi ogni volta.

*
Non sono i silenzi a creare barriere ma le parole in più.

*
Siamo bravi a ferirci ancor prima che la vita ci abbia parlato del dolore.


Mariano Ciarletta è dottore in gestione e conservazione del patrimonio archivistico e librario, titolo conseguito all'Università degli studi di Salerno. E' autore dei romanzi horror: "Rami nel buio", "L'esorcismo di Amanzio Evenshire", "Ai bordi dell'abisso, storia di un esorcismo" e "The necklace". Oltre alle pubblicazioni in campo narrativo, è autore di quattro raccolte poetiche, rispettivamente: "La foresta delle rose scarlatte", "Tra miti e silenzi", "Iridi" e "Come radice".
Diverse sue poesie sono state pubblicate sulla rivista nazionale "Fiorisce un cenacolo" e sulla rivista siciliana "Postillare".



sabato 5 gennaio 2019

La Poesia di "Ossidania" di Lucilla Trapazzo


Il titolo è succinto, perentorio: "Ossidiana". E viene subito in mente la pietra lavica informe, dura, sovente utilizzata come talismano. "Ossidiana" è dunque  il titolo di questa interessante raccolta poetica di Lucilla Trapazzo, per le Edizioni Volturnia, curate da Ida Di Ianni: titolo che emblematicamente richiama l'immediatezza della poetica dell'autrice, immediatezza veemente, vitale, prorompente, come l'ossidiana che non fa in tempo ad organizzarsi per divenire cristallo, ma che si mostra così com'è, originale e primigenia.
Non ho il piacere di conoscere personalmente l'autrice; sono venuto in possesso del libro grazie al dono che me ne ha fatto Ida Di Ianni in occasione di un nostro recente incontro ad Isernia. Ma l'ho subito letto, apprezzandone e gustandone le intime verità, la scioltezza dei contenuti, lo stile, l'originalità del dettato. E per questo non occorre incontrare direttamente il poeta: lo si conosce abbastanza bene anche attraverso la sua arte, la sua parola, i suoi versi: e proprio dai versi di Lucilla Trapazzo traspare netta la sua posizione in seno al creato, il suo amore per la natura, il suo intendimento poetico. Che è soffermarsi sulle cose e sulle persone, sui paesaggi e sulla quotidianità. Lucilla Trapazzo, in questa silloge, traccia una storia continua che diventa un mosaico di immagini e di situazioni, i cui tasselli sono costituiti da flash visivi e sensoriali, da hic et nunc nutriti anche da rimandi e riferimenti colti, attinti dalla classicità. L'immediatezza, come dicevo prima, è la caratteristica principale del suo dettato poetico. Ma è anche un dire sincero e diretto, a volte tagliente come, metaforicamente, l'ossidiana, che ne è simbolo riassuntivo nel titolo, e come ne parla Giuseppe Napolitano nella sua accurata prefazione al libro.
Un linguaggio colto ma non per questo nebuloso o arduo da interiorizzare: anzi, il panorama che apre nel cuore e nella mente del lettore è davvero ampio e in grado di suscitare emozioni e nuovi punti di vista, nuovi confini. Partendo dall'istante fotografato, dal momento descritto, dalla sensazione improvvisa nell'osservare, ad esempio, un tizio alla fermata del tram, Lucilla Trapazzo, del resto abile sceneggiatrice e regista, riesce ad ampliare gli orizzonti, a renderli universalmente colmi di futuro e di speranze.
Abbiamo qui di seguito riportato alcuni esempi della sua scrittura poetica, tratti dal libro "Ossidiana"; li proponiamo ai nostri affezionati lettori, affinché anche loro, come speriamo, possano gradire i suoi versi e aggiungere ulteriori interessanti riflessioni.




Fermo immagine

Scende libeccio intriso di rena
sulla città di rosso vestita.
Lontano un treno soffia un saluto.
Il tempo fermato, scomposto
dilata l'asfalto e il pensiero
strappato. Il giallo è fuggito
di là della nebbia lasciando
le cose a cercare valenza
di ontos che rotola e scorre.
Una sedia è in essenza una sedia
anche in foto su muro. Una rosa
è pur sempre una rosa se in testa
ne trattengo le fattezze. Nesso
costante è l'idea. Sinapsi formante.
Nient'altro. Alla fermata dell'autobus
un vecchio seduto fuma la pipa
e aspetta forse che scenda la sera.
O forse soltanto il suo tram.


***

Sul tram delle 10:40

Lo scorgo ogni mattina assorta
sulle crome. In cerchio divergenti
partiture. Dimentico del mondo
è il gesto del polsino.
Oggi è invece canto nuovo, oggi
è veste chiara e lieve increspatura
sulle labbra. Il tempo che la nota
risuoni sottopelle poi chiude gli occhi
al foglio per scarto di binario.
Si disfano gli anelli, gli spazi
incasellati, già sfuggono le note
dalla mano da quel foglio bianco.
Le lascia andare in volo oltre lo stridio
del tram. Più in là della cerniera
del binario. Sfarfallano in azzurro
sui monti e gli stambecchi.
Più a nord di piccoli tormenti
di minimi pensieri. Raminghe
disadorne vanno sconfinate
fino alla preghiera.
Ed io ne sono parte.


***

L'orizzonte degli eventi

Non so se la parola contenga
l'infinito o se è solo un'astrazione
flatus vocis. Se siano segni o senso
gli enti del pensiero
nescio. La mente è meccanismo
angusto un gioco in mano a bimbi.
Eppure afferro della terra il nome
e delle cose, l'ape, il vento lento
le sementi, la notte che passa
che ritorna e il cielo chiaro
increspa come vela
il lago. Inonda la bellezza
nuda e all'infinito germina in re
il pensiero. Sedotti sull'azzurra perla
dentro il nulla immenso, giochiamo
a dimostrare il mondo, perduti
all'orizzonte degli eventi.


*** 

Oltre lo sguardo

Urlante è la miseria di uno squarcio
avvinto a libagioni di silenzio.
Somma dolente d'ogni tempo e luogo
torna migrante la madre del figlio
al ludibrio dei corvi crocifisso
dilaniato tra notte e giorno senza
fine e inizio. Abitando le strade
e case abbandonate alla memoria
nei rotocalchi solo fotogrammi
parole di distratti notiziari
la sera alla TV, vacuo frastuono
e orpelli di coscienza in dissonanza.
Dolce il diniego segue compassione.

Ego absolvo te a peccatis mundi.


*** 

In assenza – una barca di nome speranza

Niente luna stanotte. Il ventre
vorace del mare si nutre di sogni
e di carne. Una barca graziata
si tinge di ombra solcando le acque.
Distante è il destino promesso.
Un volto di donna sospeso
in assenza. Alle spalle sapore di casa
e terra natale. Spiagge sprezzanti
domani.


***

Parole in valigia

Non voglio dire niente. Muore
la parola sull'altare del poeta.
Se inganno nel sistema del piantare
i semi, è che sembra bello e pieno il gesto
dentro il dizionario. Canto a volte
il solo canto in espansione e il senso
breve trattengo nella virgola.

A chi spetta la parola vaga
tra un'ascia e un'alabarda in cerca
di un autore e di abbondante farcia
saporita, senza errore?


***

Cosmogonia

Prima che il tempo diventasse tempo
e intrecciasse ipotesi di spazi
paralleli, Amore era. Giura il sapiente
giocando al gioco delle biglie colorate
coi pianeti.
Da una nebulosa sporge il capo
Chaos, saltando e sputacchiando
nebbia e invita al cercarello
delle idee.
Ride e poi scompiglia i cataloghi stellari:
se di amante amato Amore sente
la bellezza, qui su questa biglia
azzurra, dispersi nello spazio e forse
soli, condannati siamo
all'ignoranza e il desiderio
strugge.



Lucilla Trapazzo, "Ossidiana", Volturnia Edizioni, 2018; Collana La stanza del poeta; prefazione di Giuseppe Napolitano



Lucilla Trapazzo è nata a Cassino. Dopo la Laurea in Lingua e Letteratura Tedesca presso l'Università La Sapienza di Roma, un MA in "Film & Video" presso la American University di Washington D.C. e una continua formazione teatrale e artistica, lavora come attrice, performer, critica, regista teatrale e formatrice.
Le sue poesie e i suoi racconti sono stati più volte premiati e pubblicati in antologie, riviste e libri d'arte. I suoi quadri e le sue istallazioni sono stati esposti in numerose mostre (personali e collettive) internazionali. Le sue performance sono state presentate in diversi festival di arte multimediale.
Attualmente vive tra Zurigo e New York e collabora con associazioni di arte, musica contemporanea e letteratura nell'organizzazione di eventi, festival e spettacoli.





mercoledì 26 dicembre 2018

Il "Plasmodio" di Antonio Vanni


Plasmodio è il titolo di una raccolta di poesie, l'ultima in ordine di tempo, di Antonio Vanni, impegnato autore iserniano e noto per la sua attività letteraria non soltanto nella sua città e nella sua regione, ma anche in ambito nazionale. Ebbi il piacere di conoscerlo in occasione di un premio letterario che si svolse a Sant'Elia Fiumerapido, alcuni anni fa, e da allora i nostri incontri sono abbastanza frequenti, anche perché manteniamo entrambi rapporti costanti con realtà letterarie della zona, tra cui i vari eventi organizzati dal compianto Amerigo Iannacone, di Venafro, solerte promotore culturale, nonché poeta, giornalista e direttore della nota rivista letteraria "Il Foglio" (ereditata ora da Giuseppe Napolitano che già gli collaborava da tempo).
Plasmodio vede la luce dopo numerose pubblicazioni di testi poetici; la raccolta, infatti, è recente, del 2017, per le Edizioni EVA di Venafro. Titolo veramente singolare ed emblematico, che prende spunto dal fenomeno biologico della divisione delle cellule a partire da un solo esemplare. Applicato al mondo poetico di Antonio Vanni, in questo suo libro, il concetto della divisione cellulare può aderire benissimo all'idea dell'autore di sviluppare una catena poetica continua, a partire da un testo originale, primario: come il nucleo della cellula, contenente il DNA programmatico, si apre suddividendosi in altre cellule dello stesso tipo, così la poesia di Antonio Vanni si espande nel libro, dando vita a testi poetici autonomi ma sempre legati all'idea originale: Plasmodio. Ma qual è poi questa idea originale?
In effetti il nostro autore parte da una situazione primaria in cui il Mondo si anima e assume identità propria, e il soggetto nel tema delle varie poesie, è spostato dall'uomo al Mondo: è questo, infatti, e non l'uomo, a "guardare", "sentire", "sperare", "provare sentimenti"; è il Mondo, impersonato di volta in volta dalla natura, dal cielo, da un animale, a vivere le vicende e le storie, le sofferenze e le bellezze, il mistero. "Che occhi grandi che hai / fragile Mondo, / con essi osservi tutto ciò / che è profondo". Con questo "rovesciamento" del punto di vista, Antonio Vanni "fa parlare" direttamente le cose e le anima, sviluppando via via la sua teoria nei vari componimenti, i quali alla fine rappresentano un organismo unico e macroscopico: ecco dunque il Plasmodio!
Come poi afferma Giuseppe Napolitano nella sua puntuale prefazione al libro, il lavoro di Antonio vanni si presenta compatto, denso, proprio come un nucleo cellulare pronto a generare altri elementi, identici per carattere ma non per contenuto: insomma, quella di Antonio Vanni è una poesia che ha una potenzialità intrinseca molto alta, e cioè quella di dar vita a successive considerazioni e riflessioni, abbracciando temi usuali, come storie di persone, amici, familiari, ma anche argomentando di cieli, mari, confini, nature: il tutto con una certa dose di simbolismo, che non guasta, ma rende la sua poetica alquanto mistica e trascendente, in molti casi.
Ma, come sempre, lasciamo ai nostri amici lettori che ci seguono il compito di aggiungere altre gradite riflessioni in proposito, se lo vorranno. Abbiamo quindi tratto dal libro alcuni testi, che volentieri sottoponiamo alla loro attenzione.




Plasmodio

Il lago e il mare.
Che occhi grandi che hai
fragile Mondo,
con essi osservi tutto ciò
che è profondo.

- Oh mare, odimi, ch'io ti sto parlando.
Vorrei saper bruciare
da osservare il mio scheletro
incastonato nel paesaggio
come silenzio tra le voci degli innamorati
mentre si baciano.

- Dolce lago che in lacrime torni,
mai nessun fuoco o pallidi trapezi, le ossa,
sapranno di noi le piogge parole.
Lancia le tue braccia a trafiggermi il cuore
così da specchiare, per sempre, la tracciante cometa
che ride, ed il piccolo sole che acceca.


***

Il cremolare

Ti offro un viso in plastica,
attonito,
perché la bellezza del mattino
è nei ruscelli innevati.
Il cervo colpito al cuore
si è nascosto, dignità e paura,
annusa gli ultimi minuti di un fiore,
lo riscalda, è nato per questo,
per la bellezza del mattino
e i fiori innevati.
Al cacciatore dico che è lontano il suo amore,
dietro quel colle leggero e dorato
pare l'ho visto cadere
l'aquilone tra i ginepri.
Ai cani però fra un po'
non saprò mentire,
stracceranno con rabbia Dorian Gray
e il suo pianto, le bacche vuote sanguinanti
tra i rami, la gelida clessidra che mi abbraccia
perché la sabbia non ha famiglia ed orme
per assestarsi,
non conosce quanto tempo è un addio.
Allora porto via il tuo cuore nel mio
perché la bellezza del mattino
è dignità e dolore.


***

La fragola e il moscerino

Il moscerino scalatore
nel plasma dal gusto fragola
è corteggiato.
Il fanciullo, officina dell'amore,
apertura celestiale, alita sul
cristallo, e ne fraziona
gli organi vitali, oltraggiato
puntino che si addormenta
in vetta, da poco composta la cuccia.
Ne raggiunge le profondità,
il silenzio delle ali.
- Un cono di gelato, per favore,
un trono di limone
e cioccolato.
Niente malinconia, per favore.
Non mi appartiene.
- Quanti sorrisi
per un soldino dimenticato.
Ma come
sei triste
piccolo bacio
caduto da una stella.
Corro ai tuoi occhi
ma già ti ho perduto.
Avrei dovuto esserci prima,
e solo per te.


***

Luciano

Il sepolcro di Luciano è un ruscello di ortensie.
La sua mamma, ogni giorno,
dalla poca assenza del dolore
fa sbocciare un fiore, che adagia accanto
al suo bellissimo sguardo in bianco e nero.
Forse perché non vuole lasciarlo cadere
da solo nell'acqua, ma insieme ad un fiore
sì. E' obbligata a lasciarlo andare via
ogni mattina. Ma fino al tramonto,
poi torna e sorride.


***

La fontana e la luna

Mi rendi possibile l'immobilità
in questo luogo,
amore riflesso amore profondo,
e son felice d'attendere il giorno
poiché io chiamo chi disseto
e ne raccolgo gli sguardi,
vicinissimi gli occhi e l'oleandro.


***

Storia di Edwin
(a David)

Edwin, re di Deira,
la falce contro la quercia. Deve poter passare.
C'è un bambino nato di fango che l'abita di notte,
la quercia, così chiara alle stelle.

- Non farmi cadere, Edwin, non toccare l'albero.

Edwin, re di Deira,
alzò lo sguardo verso l'alto,
così chiaro alle stelle il dolce viso tra i rami.

- Forse posso passare di fianco alla quercia,
bambino impertinente,
sì, forse posso farlo.
Ma tu, essere di fango,
cosa saprai di me se ti passo accanto?
Sei privo degli occhi e ti ostini a fissare il cielo.

- Non farmi cadere, Edwin, non toccare l'albero.

Così chiaro alle stelle fu il dolce pianto.


***

Lingua volgare la pianura

Dall'abisso dove t'incatena il sonno
Teodicea, lingua volgare la pianura.
Plani sulla nave di Teseo
alla secca, circondata da alti lampioni.
Dei mercanti d'aquile separano le dune
e ti segnalano quei visi d'angeli corrotti
dal compleanno delle strade inglesi,
il villaggio che vive raccolto
nella cupidigia
e il sole seminudo.
Il vecchio pescatore seduto,
le perle perdute negli spazi.


Antonio Vanni, Plasmodio, Edizioni EVA, Venafro (Is), 2017; prefazione di Giuseppe Napolitano; Collana "La Stanza del Poeta", diretta da Giuseppe Napolitano

Antonio Vanni è nato a Isernia nel 1965. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni di poesia.


sabato 6 ottobre 2018

Le "Poesie dell'immaturità" di Luca Di Bartolomeo


"Poesie dell'immaturità" è il titolo della prima raccolta del giovane poeta cilentano Luca Di Bartolomeo, del quale proponiamo qui di seguito alcuni suoi testi tratti dal libro.
La laurea in Medicina e Chirurgia ottenuta brillantemente non gli ha impedito, nel contempo, di dedicarsi non solo ad una intensa attività di divulgazione scientifica, ma anche alla frequentazione del mondo letterario e in particolare della poesia, con ottimi risultati se si considerano i numerosi e importanti premi ottenuti.
Direi con coraggio, l'autore racconta il proprio excursus familiare e sociale, la propria esperienza di vita adolescenziale e giovanile, ma lo fa con consapevolezza e armonia poetica, rendendo in tal modo le "poesie dell'immaturità" pregne, invece, di un'alta consistenza lirica: poesie dell'età immatura ma scritte con la maturità e la determinazione di un poeta già avviato.
Sono quadri recuperati dall'età giovanile, osservati dallo stesso autore da una prospettiva ora adulta, non priva però di una certa nostalgia. La natura è il principale sottofondo del suo dettato poetico, un mondo genuino fatto di alberi di ciliegio, di panorami, di stagioni.
Il verso è generalmente diretto, asciutto, sicuro.
Invitiamo i lettori che ci seguono, a esprimere un loro gradito ulteriore commento sui testi che qui di seguito riportiamo.




I ricordi

Lucciole nella mente
seguono il filo
di un gomitolo di cocci.

Sull'orlo di una pozza
ma sempre lì, attenti,
a non bagnarsi i piesi.

Attenti a rispondere
all'appello, anche quando
il registro
è caduto nell'oblio.

E' inutile cercare
di sguinzagliarli:
i ricordi sono cani fedeli.


***

Un giorno mi ha morso la vita

Un giorno mi ha morso la vita,
per il terrore ho corso a perdifiato.
Era una tarantola dall'istinto
predatore e dal sogno logorato.

Mentre mi appendevo allo stelo
di quel mio tempo ancora in fasce
in quel corpo troppo minuto
stava già sbocciando il cielo.


***

Incanto

Scricchiola il tempo
in questa anticamera del futuro,
si spezza anche il vento
urtando questo muro.

E' un rebus, è un gioco
pericoloso, e io la colsi
come fossi un croco;
ma mi incatenò i polsi

con manette di paglia
e mi condusse in una boscaglia
a contar le illusioni,
ruggendo ai leoni.

La sua frusta era la dolcezza,
gli incubi custodi
di un mondo socchiuso
da una porta targata "Giovinezza".

*** 

Scirocco

Si schianta
contro l'abitudine dell'inverno
questo alito di drago;
il solco della strada
lo accoglie intimorito,
mentre si incanala nel suo ventre
con la ferocia di un amante.

Giace
come un pugile nell'angolo
con le braccia a terra,
il vicolo deserto.


***

Autunno

Goccia a goccia
versi il tuo corpo nei miei occhi,
con l'arte di un oste.
E ti assaggio, come s'assapora
il vento freddo che stringe pericolosamente
la gola. Come una lama,
come un abbraccio.

Siamo due fiaccole
in attesa d'un soffio.
Qual è
il tuo nome?

Al bar mi hanno detto di chiamarti
Autunno;
e non c'è differenza
tra te e l'abbandono,
se non nelle foglie.


***

Siamo rimasti muti.

Uno a uno hanno impiccato i nostri alberi,
quelli dell'infanzia scolpita
negli sguardi senza dubbi,
di noi accovacciati sotto la protezione
materna delle chiome
a guardare l'aurora dondolare
sul filo d'uno stendi panni.
Siamo rimasti muti.
Stretti nella folla ci bastò uno sguardo
per essere lontanissimi.
Con gli occhi chiusi,
mentre rattoppavano i torti
con le nostre bandiere,
finalmente eravamo grandi, così maturi
da cadere dal ramo.
Siamo rimasti muti.
Ci hanno dato da bere
le nostre cicatrici:
ognuno col suo bicchiere e la mano di cemento
sul bancone sporco di noccioline e di ricordi
a lasciarsi versare
da due osti ubriachi
ancora un sorso di dolore.


***

Non interessava a nessuno di noi

Non interessva a nessuno di noi
passare per saggio
lungo il sentiero spezzato
da incroci
quale dei fiori spezzare per
primo?

Il frinire dei manifesti
buono a scaldarsi una sera di freddo
sotto il ciliegio dalle braccia stanche.
Il passo del mondo
ticchettava sul muro su cui
scrivevamo
il nome sbagliato delle cose.


Testi tratti da "Poesie dell'immaturità", di Luca Di Bartolomeo, Gianni Petrizzo Editore, marzo 2018; prefazione di Giuseppe Brenga.

Luca Di Bartolomeo è nato ad Agropoli (Salerno) nel 1992. E' laureato in Medicina e Chirurgia. Giornalista pubblicista, ha collaborato con diversi quotidiani. Dal 2014 conduce, per l'emittente televisiva Cilento Channel, il programma di divulgazione medica "Panacea".
Ha ricevuto il primo premio in numerose competizioni letterarie nazionali e internazionali. Fa parte della Giuria del Premio Laurentum per la poesia.
"Poesie dell'immaturità" è la sua prima raccolta edita.

lunedì 24 settembre 2018

Chiara Franchitti e le sue "Tracce d'eternità"


"Tracce d'eternità", Edizioni Eva, è la prima raccolta poetica di Chiara Franchitti, una giovane poetessa molisana che però ha già all'attivo diverse collaborazioni con testate giornalistiche locali, saggi storici e pubblicazioni interessanti nel campo religioso. Un'attività poliedrica che la coinvolge totalmente e la rende partecipe e protagonista in molti eventi culturali del molisano e non solo, basti pensare all'intensa collaborazione con il compianto Amerigo Iannacone, giornalista e poeta assai noto, nonché sostenitore dell'esperanto, di cui egli, come anche la nostra Chiara, fu prodigo e insigne studioso e divulgatore.
Ma tornando alla poesia di Chiara, elemento di vita e di studio irrinunciabili per la nostra autrice, notiamo la sua intensa ispirazione religiosa, di un religioso però che, come afferma anche Amerigo Iannacone nella prefazione del libro, non travalica l'aspetto strettamente canonico e dottrinale, bensì si lascia andare ad autentici slanci pervasi di bontà e di amore, nel senso più generale del termine, non rinunciando neanche a qualche lieve e delicato riferimento all'amore fisico, evidente nelle poesie rivolte al suo fidanzato (ci sono, nel libro, degli acrostici molto belli che si riferiscono proprio a lui).
Una poesia delicata, dunque, priva di sovrastrutture inutili e quindi diretta, ma profonda e sincera nel suo dettato.
Iniziamo con Chiara Franchitti una nuova rubrica di "Transiti Poetici", intitolata "Proposte in transito", proprio con l'intento di far conoscere al pubblico che ci segue, nuove voci poetiche, ma comunque interessanti e dotate di una impronta sicura e costante.
Da "Tracce d'eternità" abbiamo estrapolato alcune poesie, che riportiamo qui di seguito, aspettandoci dai lettori che ci seguono un loro contributo con eventuali commenti o riflessioni in merito.



Grazia malinconica

Veste di luce
l’uomo del mio tempo
antiche illusioni
che placano il momento.

Ma oltre la coltre
di paglia che arde
tutto è relativo.

Come in uniforme
cala nell’istante,
fermo adesso e qui,
spinge luce eterna.

Piccolo in un nido
desto l’uomo nuovo
tiene il fuoco acceso
e, dove trova un varco,
s’innesta la potenza.

31 dicembre 2013


Vieni!

Spegni il caos della mia mente,
fatti strada tra i pensieri,
scaglia, getta, butta giú tutte le porte,
irrompi dentro me, riempimi di te.

Grida, urla a squarciagola,
fissati davanti al mio sguardo.
Ti prego, insisti,
ho sete di te.

Vieni, vieni,
io ti aspetto.
E se già sei accanto a me
ti supplico, accendimi la luce.

dicembre 2006


Alla presenza di una corporeità trasfigurata

Io in te, tu in me
nel godimento di presenza,
nell’anticipazione di pienezza,
nell’uragano della passione.
I corpi si fondono,
i miei pensieri si annullano nei tuoi,
mi sazi di “altro”.
Sei tutto in tutto.
Mia gioia, mia speranza, mia vita.

3 aprile 2015


Come una corda di violino

Ti assale la tensione
quando al senso di vuoto
si aggiunge la paura di sbagliare
ed è sempre piú impellente
quel bisogno di Riposo
a cui non puoi tu sopperire...

E in assenza di Riposo
ti accontenti di dormire, dormire, dormire.
E ti senti come l’aria
tra il cannellino e lo stantuffo
di una siringa quando
lo stantuffo viene spinto verso il basso.

E ti manca il respiro
e il panico ti assale
sembra tutto degenerare
e continui il viaggio stanco,
smarrito nella corsa
contro il tempo,
inseguendo una meta:
il ristoro dell’anima.

estate 2007


Cosa resta?

Dall’oggi al domani
tutto può cambiare.
Un’antica abitudine,
una quotidianità consolidata,
un equilibrio raggiunto.
Un giorno una notizia
sconvolge i progetti,
spiazza le aspettative,
stona l’armonia.
Era da mettere in conto,
ma fin quando non accade
si evita il pensiero,
non si è mai pronti,
si resta aggrappati al presente
che poi è il quasi passato.
Ma alla luce dei fatti
bisogna prendere atto,
il sogno è finito.
È stato un sogno meraviglioso,
ma è ora di svegliarsi.
Cosa resta?
Insieme a inevitabili lacrime,
ricordi magnifici
e relazioni eterne
che mai nessuno potrà
cancellare.

19 settembre 2016


Riportiamo anche una poesia che Amerigo Iannacone ha dedicato alla nostra Autrice (interessante la composizione del libro, al termine del quale Chiara ha voluto includere tre testi a lei dedicati, di altrettanti autori)



Coltivare la speranza

A Chiara

Non è facile, Chiara,
guardare al futuro fiduciosi
non è facile coltivare la speranza
in un mondo che bara.
Ma tu mi dai una lezione
quando parli di una selezione
positiva da fare
dimenticando il male.
Tu hai parole che infondono coraggio
e fiducia nel viaggio esistenziale
anche se bene o male
con passo malfermo
cedevole e passivo ci avviamo
alla dirittura di arrivo.

8 febbraio 2017, 23.05

AMERIGO IANNACONE

Questi testi sono stati tratti dal libro "Tracce d'eternità", di Chiara Franchitti, Edizioni EVA, 2017, Collana di Poesia contemporanea L'Albatro, diretta da Amerigo Iannacone. Prefazione di Amerigo Iannacone. Postfazione di Adriano Tollo.

Chiara Franchitti è nata nel 1989 a Isernia. Vive a Santa Maria Oliveto (IS). Ha conseguito la Laurea magistrale in Lettere Classiche presso l’Università degli Studi di Cassino con una tesi in Storia della Filosofia sul “già e non ancora”. Nel 2016 si è laureata in Scienze Religiose (triennale) presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose “San Roberto Bellarmino” di Capua con una tesi in Storia della Chiesa locale sulla storia della Caritas e del Consultorio Familiare nella Diocesi Isernia-Venafro. Attualmente è studentessa del quinto anno di Teologia presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale sezione “San Luigi” di Napoli.
Ha partecipato a numerosi Premi Letterari sin dagli anni della Scuola Primaria conseguendo vari riconoscimenti. È autrice di testi in prosa e in versi.
È direttrice, insieme a Carmen Buono, della Collana “Il nastro e la penna di una voce” per le Edizioni Eva.
Scrive periodicamente sulla rivista Molisinsieme e sui quotidiani Primo Piano Molise e Quotidiano del Molise. È fautrice del movimento esperantista.


Alda Merini vista da Ninnj Di Stefano Busà