Qui il discorso è un po’ diverso: in Epica dell’abbandono (RPlibri, 2026), l’autore, il giovane poeta faentino Michael Micci, sperimenta in questa sua interessante e originale raccolta un complesso stato d’animo incline all’abbandono, al distacco da una società che, come effettivamente è quella attuale, tende a suddividere, a frazionare e a disperdere ricchezze e valori fondamentali, memorie, culture e ricordi, a scapito di una esistenza prevalentemente dedita alla materialità e all’urgenza delle cose.
Orbene, l’epica dell’abbandono può essere intesa qui come un resoconto, un’attenta indagine, anche introspettiva, su una società che va, in generale, verso la dispersione e il minimalismo delle cose e dei valori. Il poeta, qui, è coraggiosamente consapevole di questa lenta discesa, e ne fa canto ed epopea lirica, utilizzando magistralmente la parola poetica, laddove è proprio la poesia, la sua poesia, a redimere, a rivalutare in qualche modo, tale negatività. Si tratta dunque di partire dal basso, dalle minuzie della quotidianità, dai ricordi, dalle ferite, dai dubbi, per poi risalire la china, o almeno indicare velatamente una possibilità di riscatto, dopo aver sperimentato l’”abbandono”, il disagio, le perdite e le frammentazioni di una realtà scolorita e svalutata: "Ma se non frequento la morte / non posso salvarmi la vita, / non ho orizzonte limpido / da far sperare a questa zattera / in viaggio verso Itaca. / Io non conosco altra epica / che l’abbandono."...
Come sempre, anche qui la poesia lascia comunque una luce accesa (Itaca) lungo il difficile cammino, anzi ritorno, della vita.
Per anni
ho posseduto
parole poi
perse.
Tanta prosa
poche rime
poesie quasi sempre
per il perduto
amore.
Poi un giorno
a passeggio
per la Tate Modern:
una timida fitta violenta
di dolore.
Non appena la penna
sbava sul foglio
tu lo dai in pasto al camino
e ne afferri un altro,
bianco immacolato
spaventato
dal timore di sbavare ancora.
Nel diventare fiamma e fumo
lui realizza
una liberazione inaspettata:
era schiavo prima
della tua misura
e ora vola.
La mia stanza è un labirinto
possono emergere da dietro l’angolo
diapositive del nostro passato,
come mostri spettrali
come attori appostati
in una casa degli orrori.
Ma se non frequento la morte
non posso salvarmi la vita,
non ho orizzonte limpido
da far sperare a questa zattera
in viaggio verso Itaca.
Io non conosco altra epica
che l’abbandono.
Dolore cronico
delle anime
eterne.
Dietro l’angolo
di ogni sorriso
c’è sempre una fine.
Che inaspettata ricchezza
la fine.
Oltre la vita
l’abissale non sapere
che ci rende ridicoli
impauriti,
grotteschi,
umani.
Forse mi salverà
un principio d’estate;
l’accoppiamento dei passeri sui coppi
o le api sensali dei fiori.
Forse mi salverà solo
arrendermi
al volteggiare della vite
al gioco buffo delle margherite
di amare e
un attimo dopo
non amare più.
Brani tratti da Epica dell'abbandono, di Michael Micci, RPlibri, 2026
Michael Micci nasce a Faenza nel 1990. Dopo il diploma classico, studia lingue straniere e letterature comparate all’Università di Bologna. Trascorre poi diversi anni in Islanda, dove insegna lingua italiana e consegue un dottorato in Letteratura medievale. Ha insegnato in diversi atenei italiani ed è attualmente docente di Filologia germanica all’Università degli studi di Bergamo. È autore di numerose pubblicazioni accademiche, tra cui La saga di Nitida (Carocci). Questa raccolta segna il suo esordio poetico.

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