giovedì 6 agosto 2026

Rita Pacilio, la parola, la ferita, la preghiera: saggio critico di Vincenzo Guarracino


Volentieri segnaliamo in questo spazio di Transiti Poetici un brano di un approfondito e importante saggio critico sulla poetica di Rita Pacilio, attivissima e prolifica in ambito letterario e poetico.
L'autore, Vincenzo Guarracino, è poeta e critico letterario di grande talento, noto e stimato per la sua intensa produzione letteraria, e per la sua attività di promozione culturale.

«La lingua, ampia e mobile, si distende in ondulazioni continue: Pacilio lavora per accumulo, per progressione, affidando alla ripetizione un valore meditativo. Le immagini sono dense (si vedano, ad esempio, le campane antropologiche, la striscia verde sull’anima, le ginocchia moltiplicate in galoppo) e conducono il lettore in una dimensione che ha il passo dell’invocazione. La prima parola è così la tappa momentaneamente conclusiva, quasi una summa di motivi e stilemi, di un viaggio che non approda a una risposta, ma a una presenza: quella di una voce che cerca la sua verità nel movimento, nella “ferita”, nella luce che insiste e resiste. È per questo che il suo, come suggerisce in postfazione la poetessa Eliza Macadan, è davvero un poema di rivelazione, in cui l’umano e il divino si sfiorano senza mai confondersi, lasciando sul lettore la traccia di un’esistenza che continua a nascere ogni volta che una parola, la parola adeguata, si volge e torna al suo principio. »

Vincenzo Guarracino, Rita Pacilio La parola, La ferita, La preghiera – Ritratto di una voce mistica contemporanea. Arsenio Editore, 2026. (pag. 112)



lunedì 3 agosto 2026

Michael Micci e la sua "Epica dell'abbandono"

Ho sempre sostenuto la tesi che il poeta, ma in genere tutti i veri artisti, non possono esimersi dal dire la verità, la loro verità, certamente condivisibile da molti, e per questo hanno il grande coraggio e la determinazione per farlo. Beninteso, quando lo strumento poetico utilizzato per esprimere questa verità, è indubbiamente di un certo spessore, altrimenti diventerebbe una banale chiacchiera sullo stato delle cose. E d’altra parte il poeta può permettersi di dire ciò che vuole e che sente interiormente, proprio in virtù di quella coerenza, senza compromessi, che impreziosisce la sua anima, la sua attività, il suo lavoro artistico. E se il poeta è, in effetti, un “fingitore”, per dirla alla Pessoa, la cosa non cambia, in quanto anche la consapevolezza di fingere nasconde poi il fatto che il poeta è comunque a conoscenza della verità, che maschera poi con i suoi versi più o meno allusivi.
Qui il discorso è un po’ diverso: in Epica dell’abbandono (RPlibri, 2026), l’autore, il giovane poeta faentino Michael Micci, sperimenta in questa sua interessante e originale raccolta un complesso stato d’animo incline all’abbandono, al distacco da una società che, come effettivamente è quella attuale, tende a suddividere, a frazionare e a disperdere ricchezze e valori fondamentali, memorie, culture e ricordi, a scapito di una esistenza prevalentemente dedita alla materialità e all’urgenza delle cose.
Orbene, l’epica dell’abbandono può essere intesa qui come un resoconto, un’attenta indagine, anche introspettiva, su una società che va, in generale, verso la dispersione e il minimalismo delle cose e dei valori. Il poeta, qui, è coraggiosamente consapevole di questa lenta discesa, e ne fa canto ed epopea lirica, utilizzando magistralmente la parola poetica, laddove è proprio la poesia, la sua poesia, a redimere, a rivalutare in qualche modo, tale negatività. Si tratta dunque di partire dal basso, dalle minuzie della quotidianità, dai ricordi, dalle ferite, dai dubbi, per poi risalire la china, o almeno indicare velatamente una possibilità di riscatto, dopo aver sperimentato l’”abbandono”, il disagio, le perdite e le frammentazioni di una realtà scolorita e svalutata: "Ma se non frequento la morte / non posso salvarmi la vita, / non ho orizzonte limpido / da far sperare a questa zattera / in viaggio verso Itaca. / Io non conosco altra epica / che l’abbandono."...
Come sempre, anche qui la poesia lascia comunque una luce accesa (Itaca) lungo il difficile cammino, anzi ritorno, della vita.


Per anni

ho posseduto

parole poi

perse.

Tanta prosa

poche rime

poesie quasi sempre

per il perduto

amore.

Poi un giorno

a passeggio

per la Tate Modern:

una timida fitta violenta

di dolore.

 

 ***

 

Non appena la penna

sbava sul foglio

tu lo dai in pasto al camino

e ne afferri un altro,

bianco immacolato

spaventato

dal timore di sbavare ancora.

 

Nel diventare fiamma e fumo

lui realizza

una liberazione inaspettata:

era schiavo prima

della tua misura

e ora vola.

 

 ***

 

La mia stanza è un labirinto

possono emergere da dietro l’angolo

diapositive del nostro passato,

come mostri spettrali

come attori appostati

in una casa degli orrori.

Ma se non frequento la morte

non posso salvarmi la vita,

non ho orizzonte limpido

da far sperare a questa zattera

in viaggio verso Itaca.

Io non conosco altra epica

che l’abbandono.

 

*** 

 

Dolore cronico

delle anime

eterne.

Dietro l’angolo

di ogni sorriso

c’è sempre una fine.

Che inaspettata ricchezza

la fine.

Oltre la vita

l’abissale non sapere

che ci rende ridicoli

impauriti,

grotteschi,

umani.

 

*** 

 

Forse mi salverà

un principio d’estate;

l’accoppiamento dei passeri sui coppi

o le api sensali dei fiori.

Forse mi salverà solo

arrendermi

al volteggiare della vite

al gioco buffo delle margherite

di amare e

un attimo dopo

non amare più.


Brani tratti da Epica dell'abbandono, di Michael Micci, RPlibri, 2026

Michael Micci nasce a Faenza nel 1990. Dopo il diploma classico, studia lingue straniere e letterature comparate all’Università di Bologna. Trascorre poi diversi anni in Islanda, dove insegna lingua italiana e consegue un dottorato in Letteratura medievale. Ha insegnato in diversi atenei italiani ed è attualmente docente di Filologia germanica all’Università degli studi di Bergamo. È autore di numerose pubblicazioni accademiche, tra cui La saga di Nitida (Carocci). Questa raccolta segna il suo esordio poetico.

Alda Merini vista da Ninnj Di Stefano Busà