martedì 16 agosto 2022

Gli "Affreschi strappati" di Giuseppe Settanni

Comporre, tentare di comporre e poi, insoddisfatti, modificare, variare o addirittura “strappare” È questo il destino degli artisti, e quindi anche dei poeti. L’insoddisfazione però non è forse il termine esatto: più che altro, si tratta di una specie di malumore, di un velato disagio derivante dalla consapevolezza che non si è raggiunto pienamente quello che, disperatamente e amaramente, si intendeva dire, proporre, manifestare. L’”affresco”, opera d’arte o impianto poetico, non è mai rispondente al cento per cento a ciò che l’artista si prefiggeva. E qualche volta, va divelto, va strappato, per rifarlo daccapo!
Questo impulso creativo che sprona e incoraggia l’autore a raggiungere, almeno asintoticamente, il confine della propria idea poetica, di metterla finalmente per iscritto (per poi da qui ripartire per altri orizzonti, dacché è chiaro che la poesia, proprio in virtù di quanto affermato più sopra, è materia fluida e sfuggente, che mai riempirà di grazia i nostri “contenitori” intellettuali ed emotivi…), si materializza appieno in Affreschi strappati di Giuseppe Settanni, Ensamble Edizioni 2022, e di cui proponiamo qui di seguito alcuni brani.
Qui sia il lessico che il contenuto, e persino lo stile, distaccato e misurato (la mancanza dei titoli e l'assenza di maiuscole denotano una poetica decisa, senza inutili perifrasi) testimoniano insieme questo stato di inappagamento, continuamente teso alla risoluzione (che mai avverrà!), dei dubbi e dei problemi dell’esistenza. È come se si facesse un passo avanti e due indietro, intravedendo qualche luce lì di fronte al proprio cammino, ma ritraendosi subito per meglio riconsiderare e osservare i fatti: “Il passaggio è aperto ma / sembra un’arpa in decomposizione / ammutolita dal troppo rumore”.
Sono dunque versi che spiazzano subito il lettore, in quanto hanno la capacità di condurlo repentinamente da un quadro all’altro, lungo un percorso stringato ma nel quale il dettato poetico, concentrato e denso, riesce ad ampliare il concetto di partenza. C’è comunque un desiderio di recupero, di riappropriarsi delle cose minime dell’esistenza, in questi versi (“Ho bisogno / ogni volta / di un pezzo timoroso / di realtà”), e quindi la decisione di riportare i propri “affreschi strappati”, cioè tutte le parti sparpagliate e ancora vive della propria umanità, in quella fatidica cattedrale, che è poi la metafora di un’anima creativa che sempre persegue l’intento di preservare i valori sacri e fondamentali dell’esistenza.
Giuseppe Settanni con questa sua nuova silloge entra sicuramente, e meritatamente, nell’attuale panorama poetico italiano, dimostrando una grande padronanza della materia, sia dal punto di vista dei contenuti e sia per la personale forma stilistica.
Lasciamo ora ai nostri lettori altri graditi commenti in proposito.



la ragnatela appesa al ramo del castagno
e i capelli genuflessi

il passaggio è aperto ma
sembra un’arpa in decomposizione
ammutolita dal troppo rumore

la bocca si è sciolta tempo fa
nei vigneti di mio nonno

bruciati dalla fatica

un invito
a cui ora non so più rispondere


***


attorcigliato sconquassato soltanto ipotizzato:
stritola piano, questo pantheon di itterici

la meccanica
uno due e poi ancora uno due tre quattro

ansie inconsapevoli
circonvenzione di carapaci
virgole, al massimo

sul letto, a trascorrere
morituri moribondi

un rintocco, è l’ora

e la luce si spegne da sola


***


li porto via
per egoismo

ho bisogno
ogni volta
di un pezzo timoroso
di realtà

può essere una cantilena
o un sacchetto di semi
o ancora del cotone
oppure il calco di uno stelo

li attacco
per avidità

nella mia cattedrale,
i miei affreschi strappati


***


ottuagenari luccicanti
avvolti in epidermidi
senza aperture

società
di solitudini edulcorate

microgranuli a forma di cranio
in mondovisione temporanea

le madri nascondono i ritagli
da idolatrare
per l’erotismo della notte

devo proprio?

ah sì, tutto in una pellicola
fotogrammi in sequenza
resti


***


senza neppure salutare

abrasioni
distopie

l’interruzione mi trascura
quasi fossi imbalsamato

se solo fossi riuscito
a scartare le scorie
e tenermi gli abbracci

a conservarne il calore


***


al bivio
inconciliabili parvenze
di libertà

e l’esitazione
che penetra lieve
tra i capelli

lasciarsi oscillare
tornare indietro

avendo scelta


***



né avremmo potuto affievolirci
nelle inesattezze del dormiveglia
o prima di un salto attutito

al saluto non credo più,
è quello che si attacca sulle unghie
a mantenermi in vita

torna presto
prima di adesso


Brani tratti da: Giuseppe Settanni, Affreschi strappati, Edizioni Ensemble, 2022; postfazione di Ilaria Triggiani

Giuseppe Settanni è nato a San Giovanni Rotondo nel1981. Vive a Fano. È avvocato e docente universitario. Ha pubblicato la raccolta poetica Blu (Ensemble, 2019) e vari testi su siti e blog letterari. Con alcune sue poesie ha ricevuto importanti riconoscimenti, tra cui il “Premio Ossi di seppia” e il “Premio Ariodante Marianni”.


1 commento:

  1. Belle e scarne immagini di una realtà sofferta che, come tessere musive, connotano un'opera artisticamente riuscita. Il risultato? Una realtà apparentemente frammentata, in verità una sorta di "ragnatela" che avviluppa e stritola l' uomo del XXI secolo, dopk averlo isolato.

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